il mio vicolo cieco, dispersa in Brasile.

non so come ci sono finita ma ci sono finita, l’auto si è fermata e non c’è verso di farla ripartire, forse dovrei restare ferma, che so accendere un fuoco e attendere i soccorsi. ma mi decido a lasciare l’auto e attraversare il prato, un pezzo di campagna, la foresta, un rio, un ponte, ma appena partita mi accorgo di non avere né le scarpe adatte né l’abito adatto, ai piedi ho le havaianas, le famose ciabatte infradito brasiliane,  gli stivali di gomma li ho dimenticati in auto, troppo tardi… sotto ogni pietra sopra ogni albero può esserci un cobra in agguato…

il ponte sulle mangrovie è malmesso, le assi sconnesse e rotte in qualche punto, procedo adagio insicura e un poco impaurita, due briganti mi sono rapidamente alle spalle e mi intimano la borsa, gliela lascio e mi lasciano andare, poco più avanti incontro due persone distinte, sono professori, e mi dicono ” sei confusa, che cosa cerchi?” e io “cerco la mia strada” e loro “allora ti servono questi fogli e anche questi, fai una firma qui”, a fatica riesco a liberarmene.

Oh Mio DIO, io ho perso la mia fede, come vorrei tornare indietro alla mia vita di prima, non aver comprato l’auto, non essere finita in un vicolo cieco e poi in mezzo al prato, alla campagna, alla foresta e sul ponte, ora darei tutto ciò che possiedo per ritornare indietro e riavere la fede in TE.

Ma in qualche modo riesco a raggiungere la strada, passa un onibus, si ferma e mi accoglie, mi stendo sul sedile semileito e il viaggio è lungo nella notte, poche luci dei villaggi attraversati, paesaggi sconosciuti che non distinguo ma che avverto come stranieri e solitari nella notte scura e misteriosa, percepisco sogni irraggiungibili meravigliosi onirici notturni emozionanti, l’onibus non va né troppo forte né troppo piano, la pista in qualche punto  è accidentata, ma il rullio mi culla ed io riesco quasi a dormire e a non pensare più a nulla. Sto solo andando, sto solo viaggiando, sono in mezzo, non so dove, tra un punto e l’altro, dove non so, dispersa in Brasile.

Qualche volta ci si ferma in un autoposto ai margini della foresta atlantica, una tv parla di un delitto per pochi soldi e noi sconosciuti viaggiatori ci stringiamo attoniti mentre la morte è sullo schermo e noi viaggiando potremmo quasi eluderla.

Ad un posto di blocco della polizia sale sull’onibus una specie di Rambo con una rivoltella in pugno, è chiaro che è pronto ad usarla, ma per fortuna la persona che sta cercando non viaggia insieme a noi, ed io penso cosa sarebbe successo se avesse sparato, a cosa mi sarebbe servito il passaporto italiano cucito nelle mutande?

Dopo 800 km si giunge in una grande stazione, è affollatissima e tutti aspettano un onibus e tutti aspettano qualcosa o qualcuno ed io non so che fare, vorrei solo andare ancora per un po’ su un altro onibus, tutti mi sfiorano e mi parlano oppure nessuno mi guarda ed è come se io fossi trasparente ed io guardo e osservo senza toccare niente.

Poi qualche bimbo curioso mi si avvicina e mi sorride e anche qualche anziana mi sorride benevola, scambio poche parole umane, ed io sono qui in transito e non so che fare. Vorrei solo viaggiare altri 800 km nella notte e nell’onibus che mi culla e intorno oscurità e sentire un paese che pulsa e brulica vive ama gioisce e soffre e sentire me stessa sperduta in questo immenso paese, sentire me persa nel sonno e nel viaggio senza pensieri, puro movimento.

Ma poi c’è un’altra stazione e devo scendere e uscire all’esterno della stazione a sentire il sole e l’aria sulla mia pelle, mi accorgo che ho ancora ai piedi le mie havaianas e forse sarà un altro vicolo cieco.

(questo racconto è tratto da un’esperienza di viaggio, vuole rappresentare uno stato d’animo di smarrimento e di confusione, in esso è celato anche il nome di un amico/a perduto/a)

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