Appunti di giovinezza. Parte prima. (piccolo romanzo)

Parte prima.

Uno.

Rimini, una notte d’estate 1984.

La strada adesso è vuota e silenziosa dopo la confusione e il traffico d sole poche ore prima. I marciapiedi sono deserti dopo l’animazione serale, le luci dei lampioni si sono spente e gli ultimi ritardatari negozi chiudono in questo momento. mezzanotte e mezza. Eva percorre a ritroso le vie che alle dieci ha attraversato tra la folla fino in discoteca, una tra le tante a Rimini, anni 80. Eva ha 16 anni, ora sta tornando a casa, dopo avere accompagnato all’albergo l’amica con cui è uscita. E’ di nuovo sola come in discoteca ma di una solitudine diversa, dignitosa. Per tutta la serata Eva ha ballato senza sosta, isolata in mezzo alla gente, concentrata sul ritmo della musica nel quadratino di pista che è riuscita a conquistarsi. L’amica, invece, è rimasta in zona bar a stringere nuove conoscenze . Eva si è chiusa dentro al quadratino immaginario che ha tracciato sul pavimento, divisa dagli altri da rette immaginarie, e ha continuato a ballare fino alla fine senza fare caso alle persone intorno a lei. Non per senso di superiorità o di presunzione, semplicemente non avrebbe saputo cosa dire a chi le si fosse avvicinato. Ora attraversa sola le vie deserte respirando nell’aria leggera della notte una sensazione sconosciuta di libertà. Pensa che sia strano che possano convivere due realtà così diverse e separate, quella della discoteca affollata e questa di strada vuota. Ma è qui che si entra nella profondità della notte e di se stessi. Eva cammina senza fretta, il passo sicuro e lieve dei suoi 16 anni. E’ una delle prime volte che i suoi genitori le hanno accordato il permesso di andare in discoteca. Il ballo le ha fatto venire sete. Si ferma ala bar semichiuso all’angolo dove compra un ghiacciolo al limone. Riprende a camminare, non le importa se tra poco sarà arrivata a casa. Ma si sente di dover vivere, consumare la notte in un respiro, anche qui su questo tratto di strada. Averte indistintamente di fronte a sé una scelta, una possibilità, deve solo allungare una mano ed afferrarla. Nella via i pochi passanti rimasti scorrono rapidi, senza guardare o soffermarsi, simili ad ombre, in ritardo ad appuntamenti segreti, lei sta solo tornando a casa, nell’appartamento al mare della zia di cui lei e i suoi familiari sono ospiti per qualche giorno, è agosto 1984. Il ragazzo che cammina nel senso opposto a quello di Eva, ha un registratore portatile sulla spalla, quando si incrociano lui le grida qualcosa del tipo: “Buono il ghiacciolo?” Il ragazzo l’ha già superata ma Eva si volta all’improvviso: “Eh?!” Eva si è fermata, il ragazzo torna sui suoi passi, e si pone accanto a lei. “Dove stai andando?” “A casa”, risponde Eva facendo un cenno con la mano nella direzione da cui il ragazzo è appena venuto: “Io andavo dall’altra parte…”, sembra pensarci un po’ , poi quasi parlando a se stesso aggiunge: “Lo so ma io che faccio? Ma sì andiamo:” E l’accompagna verso casa. Per timidezza Eva non gli chiede il suo nome. Ora è lui a condurla nella notte, trasportandola nella sua musica. Al passaggio a livello si ferma per farle ascoltare un pezzo provocatorio sulla macellazione degli animali. Prima di far partire il brano premendo il tasto start del registratore analogico le scandisce ironico alcune parole del testo. Sono fermi nella zona di oscurità dell’ultimo lampione, il suo viso è in ombra ma i suoi occhi cerulei emergono colpiti da luce viva. Lui le sfiora leggermente una spalla, le mostra i suoi occhi, Eva si accorge della loro solitudine e disperazione. Voltano nella via dell’appartamento della zia di Eva, arrivano fino in fondo alla via davanti vi è un giardino pubblico, si siedono su una panchina, di tacito accordo, senza che ne nessuno lo abbia proposto. Il ragazzo appoggia l’ingombrante registratore, dallo zainetto sceglie con cura una cassetta, sono gli Area, un gruppo rock progressive primi anni 70, Eva li sente per la prima volta. “Che musica ascolti di solito?” “Come tutti, la musica che ascoltano tutti, la musica della radio.” Lui sorride. “Conosci Angie dei Rolling Stones?” “No.” “No? Sono sicuro che ti piacerà, a me non piacciono i Rolling Stones però…” Angie, I still love you…Let me whisper in your ear… Angie… Le si avvicina improvvisamente accostando la bocca ai suoi capelli, un soffio, un respiro caldo dolce assoluto, una richiesta di necessità ardente e disperata allo stesso tempo. Il ragazzo la prende tra le sue braccia. Eva guarda la maglietta che lui indossa, ha una scritta bianca su fondo nero, lui dice che non gli piace ma che la porta solo perché gliel’ha regalata un suo amico inglese. Lui le tocca un seno come se fosse normale. “Perché ti guardi con indifferenza?”, le chiede, “Guardarsi con indifferenza significa essere timidi. Essere timidi significa dire agli altri fatemi quello che volete.” Eva dice di no, che non è vero. “Anch’io a 16 anni ero timido, facevo il duro però. Se avessi avuto una mitragliatrice avrei fatto fuoco contro tutti. Sì…” Lui le prende le mani portandole sopra al suo petto. “Anche tu puoi toccarmi, sei libera di farlo… Stringimi.” Il verbo è declinato all’imperativo come prima il suo soffio tra i capelli di Eva. “Vediamo chi stringe più forte.” Eva lo abbraccia con tutta la sua forza. Lui ride: “Ragazza uccide ragazzo in via… che via è questa?” Ora tocca a lui a stringerla. A Eva sfugge un ah! “Cosa vuol dire ah! mi hai fatto male o fallo di nuovo?” C’è un bacio. Si scusa della sua lingua, è seghettata perché da piccolo, spiega con convinzione, mangiava caramelle dure alla menta che gliela hanno tagliata. Le finestre dei condomini hanno le tapparelle abbassate, il giardino ora è alle loro spalle, è vuoto e silenzioso, non si avverte alcun rumore, la via è deserta, la notte li ha isolati dal resto del mondo. Eva è attirata dai suoi occhi chiari. Lui sta raccontando qualcosa. Parla piano sottovoce, sussurra. Eva stenta quasi a sentirlo. “Sai, l’altra notte ho avuto paura…” Una corsa in auto sulla Romea di notte, la vegetazione stravolta e spaventosa, nel registratore a pile una musica suggestiva e sempre la notte… Una corsa con la paura alle costole, fuga disperata nella notte insonne, la paranoia come unica compagna. Le parole sussurrate sanno di paura, come se ancora perdurasse quello stato d’animo. I suoi occhi chiari sono aperti sulla notte. Poi si interrompe, la tensione cade. Le mostra con orgoglio il suo tatuaggio sull’avambraccio sinistro, è un martello che rompe il guscio di un uovo, non le spiega il significato, le chiede se le piace. Le sue mani sono grandi e forti in confronto di quelle di Eva. Dice che sono ruvide e rovinate a causa dello strumento che suona. Suona il contrabasso ma lavora anche. Le domanda se conosce Mestre e cosa significhi lavorare in fabbrica a contatto con sostanze acide. Certo non deve essere facile. Eva invece studia, frequenta il Liceo Scientifico. La scuola e lo studio occupano completamente il suo tempo. In classe i docenti dicono che la vita reale è tutta un’altra cosa, però intanto di questa vita reale a scuola non se parla mai. Alla fine contano solo i programmi da svolgere, le interrogazioni, una serie di verifiche. Interi pomeriggi, notti alzate per una versione di latino, per una frase ambigua, o per un esercizio di matematica non chiaro. La vita reale? Quanti tramonti Eva ha guardato dalla finestra della sua camera. Dicono che la vita reale è fuori. Eva pensa che da questo punto di vista studiare non è così diverso che andare a lavorare in fabbrica. “Se potessi andare in fabbrica e fregarmene…Riuscire ad essere un musicista fino in fondo, averne la forza e il coraggio, allora non avrei bisogno né di te né di chiunque altro per ingannare la paranoia, così c’è solo lei.” E’ tardi, Eva deve rientrare all’appartamento. Con ingenuità Eva gli domanda che scuola frequenti ma lui non risponde, non la guarda nemmeno, allora lei chiede ancora quanti anni abbia. Ventuno, è la sua risposta secca. In realtà Eva avrebbe voluto sapere il suo nome ma non riesce a superare la timidezza. Sotto l’unico lampione acceso lui la bacia. Eva scopre fissi su di sé i suoi occhi, hanno qualcosa di freddo e terribile, quasi gli occhi dell’assassino che contempla con lucida e distaccata follia la vittima inconsapevole. Ma quegli occhi freddi hanno anche paura perché la notte rimane. E la notte significa insonnia, veglia disperato, vagare paranoico per le strade senza sapere né cosa fare né dove andare. “Ci vediamo domani mattina?” “Sì.” “Prima che puoi altrimenti cado in paranoia. Incontriamo al bar all’incrocio. E’ meglio che tu mi veda alla luce del giorno, quale veramente sono.” Eva sale al terzo piano, la zia l’aspetta alzata, l’ha vista dalla finestra insieme a quel ragazzo. Chi è? Eva non lo sa, non gli ha chiesto neppure come si chiama. Distesa nel letto senza riuscire a prendere sonno pensa a lui, al modo in cui si sono incontrati, rivede il suo sguardo, gli occhi freddi e disperati. Ne è spaventata e attratta allo stesso tempo quasi non potesse già farne a meno. Pensa che domani gli chiederà il suo nome, pensa… Ma la notte è troppo breve e corre sulle tapparelle semiabbassate, in lontananza si sente il fischio di un treno…

Due.

Rimini di giorno, un mattino. Eva esce di casa. Il bar ha ancora le serrande abbassate e le sedie sono rovesciate sopra ai tavolini. Il ragazzo è seduto, ha lo stesso volto, come se l’avesse aspettata tutta la notte, oppure no, come se non avesse pensato a lei neppure per un istante in quelle ore che li hanno separati. E’ mattino presto, rispetto alla notte ogni cosa appare ridimensionata. Eva non pensa più alla paura, ha già dimenticato la freddezza di quegli occhi che la guardavano con indifferenza. Il mattino è sempre buono dolce e tranquillo e pieno di speranza. I suoi occhi ora sono di un azzurro naturale, è sparita la disperazione della notte. L’aria mattutina fresca e brillante è la promessa di una serena e calda giornata estiva. Si dirigono verso al mare, lungo le strade ancora in ombra, Eva prova un fragile senso di felicità, ogni cosa le appare buona e giusta senza nulla da temere, ma tutto da vivere intensamente pensando che la vita sia un eterno mattino, questo mattino così carico di promesse. Sopra al costume intero Eva indossa un corto abitino prendisole, lui invece indossa un paio di jeans sbiaditi e una maglietta bianca, ha con sé l’immancabile registratore. Il mare è calmo, piatto, lo costeggiamo in direzione del molo, Eva senza accorgersene lo spinge dentro all’acqua, lui si bagna l’orlo dei jeans. Lasciano la spiaggia, sulla strada il sole è già alto, il mattino è rimasto indietro, in qualche modo è andato perso. Camminano per Rimini, tra la gente e la merce dei negozi esposti sui marciapiedi, fino alla parte vecchia della città. Durante la sua infanzia la famiglia di Eva trascorreva qui le ferie estive affittando alcune camere in una villetta dalla facciata pretenziosa. Sia andando che tornando dalla spiaggia si attraversava un lungo viale ombreggiato, circondato da giardini. In uno di questo vi erano delle statue in pietra, davanti ai quali Eva bambina si soffermava ogni volta che vi passava davanti, leggendone i nomi e le iscrizioni. Ora le sembra di attraversare una città diversa, ascolta attentamente ogni parola che questo ragazzo dice e la musica che lui ama, gli Area. “Quando ho ascoltato gli Area per la prima volta avevo 16 anni. Mi colpirono nel profondo. Da quel momento la mia vita è cambiata.” La prima impressione di Eva è quella di una musica dura e affascinante allo stesso tempo. “Ascolta questo pezzo, il testo è tratto da un manifesto della rivoluzione francese, era scritto sui muri per le strade. Devi essere freddo e distaccato quando leggi queste parole.” E’ la voce di Demetrio Stratos , la voce degli Area, voce incredibile sconcertante, voce che viene dall’interno bruciando lo stesso corpo da cui è prodotta, voce umana usata come un qualsiasi altro strumento musicale. Ma è soprattutto voce che crede quando pronuncia freddo e distaccato, scandendo bene le sillabe: “Prendi la terza via a destra poi la terza a sinistra Arriva in piazza Gira al caffé che sai Butta la tua statua giù E resta giù Resta giù.” Anche il ragazzo crede ripetendo le parole del testo con la stessa inclinazione e ispirazione. Il suo linguaggio, un misto di italiano freddo e di ironico dialetto veneto, fa tutt’uno con il suo corpo, ne è gesto, espressione quanto la linea secca del volto, i capelli chiari, l’incavo degli occhi, le spalle, il tatuaggio. Il tono della sua voce, la sonorità del dialetto, il modo di sillabare, di pronunciare parole come fossero suoni, tutto ciò è l’espressione più viva di quello che gli vive dentro, è la sua sincerità. Eva invece tace, ascolta le cose che lui dice, le parole e le storie, gli strumenti e la voce di Demetrio, intanto osserva Rimini divenire irreale sotto al sole: l’assurdo e il senso di allucinazione invadono la città. Lui dice: ” Io non sono uno qualunque e non permetto a nessuno di dire ehi guarda quello.” Il suo tono è forte, le parole ancora una volta fredde ironiche e indifferenti. Alle undici del mattino sono transitati di fronte alla stazione, poi hanno continuato a seguire le strade senza una meta precisa, tracciando una trama invisibile, fino a questa cabina di controllo della ferrovia, un posto appartato rispetto alla strada, dove ora si siedono all’ombra. Lui le chiede di spogliarsi, vuole toccarle il seno, non è amore oppure sì se amore significa oblio, se amore è quella cosa da opporre alla paranoia per frenarla anche solo per pochi momenti nella profonda dimenticanza di sé e del resto del mondo. Nei suoi occhi c’è ancora un senso di fredda indifferenza quando la tocca e recita: “Ti ho amato Jonathan, la tua morte ha solo rafforzato la mia volontà di lottare. Jonathan ha comprato la morte.” (Antologicamente, Area) Un’unica frase, un unico suono. Allora Eva capisce. E’ Jonathan che le è di fronte, Jonathan della canzone degli Area, Jonathan freddo e disperato, Jonathan che le tocca il seno e vuole l’amore e ha bisogno di lei non perché si chiama Eva ma perché è lei che ha incontrato ieri notte come avrebbe potuto incontrare una qualsiasi altra Eva. Jonathan è il suo nome. Il ritorno alla realtà è immediato, due ferrovieri, scoperta la loro presenza, li invitano ad allontanarsi. Ritornano sulla strada: è di nuovo Rimini sotto al sole, la città è calda e afosa. Si recano al parcheggio dove lui ha lasciato la sua Fiat 126 grigia targata PD. ll sole è alto, deve essere mezzogiorno inoltrato, Eva non ha coscienza di che ora sia, ha dimenticato ogni cosa, uscendo al mattino aveva assicurato i suoi che sarebbe passata insieme a quel ragazzo dal bagno in spiaggia e invece ha dimenticato ogni cosa. Per tutta la mattina ha solo camminato insieme a Jonathan. Il sole è altissimo e rovente sopra al parcheggio deserto e sul tetto della 126. Ma Eva non può andare via proprio adesso. Jonathan la tocca in parti del suo corpo a lei sconosciute, lei si osserva senza riconoscersi, come se non la riguardasse. Lui dice: “Oggi pomeriggio facciamo un giro per le colline…” Lei si vede già in auto con lui, coi finestrini aperti e il sole più fresco verso sera. La lascia nei pressi del bar, lo stesso del ritrovo mattutino, lui la stringe forte facendole scricchiolare le ossa della schiena. Ridono. “Ci vediamo dopo, io ti aspetto qui al bar, vieni presto, prima che puoi.” Eva non immagina quanto sia tardi, e non si aspetta certo di vedere i suoi, i genitori e i gli zii, fermi ai quattro angoli dell’incrocio, lo sguardo teso e preoccupato. Dove sarà finita Eva? La stanno aspettando, la stanno cercando. Eva non ha neppure il tempo di capire la situazione che i suoi le si avventano contro, il padre è furioso, la madre singhiozza per la paura, e gli zii la fissano con disapprovazione. Senza ritegno senza decenza le fanno una scenata lì in mezzo alla strada. Nell’appartamento la tavola è semi apparecchiata, il pranzo rovinato, l’intera famiglia sconvolta per l’accadimento. Eva è uscita al mattino presto, accennando in modo vago ad una persona conosciuta quella notte, inoltre ha dimenticato di farsi vedere in spiaggia. La sua famiglia ignorava dove fosse, insieme a chi, e se le fosse avvenuto qualcosa di grave. I suoi familiari si dicono offesi e traditi, ha seguito il primo che ha incontrato e poi chi è , e li ha dimenticati. Si è comportata scorrettamente. Mano a mano che le ore trascorrevano aumentava la loro preoccupazione, dapprima hanno provata a cercarla nei dintorni, lo zio ha fatto un giro in bici nel quartiere, poi sempre più in tensione l’hanno aspettata invano, credendo che potesse arrivare da un attimo all’altro, ma più il tempo passava, più crescevano la paura e l’ansia e l’attesa si caricava di rabbia e dolore. Eva siede sul divano e osserva silente quella tavola devastata. Non cerca di difendersi, lei li ha dimenticati per davvero, ha dimenticato ogni cosa. Ora i loro occhi la scrutano, la esaminano, la giudicano e la condannano. La colpa maggiore che le attribuiscono è quella di avere 16 anni. Stasera stessa si ritorna a F. Nel pomeriggio Eva rimane seduta sotto all’ombrellone, mentre il fratello e la cugina che hanno 5 anni in meno sono liberi di muoversi, lei è la sorvegliata speciale. In apparenza tutto è rientrato nella normalità. Eva, nell’ombra, guarda il proprio corpo e si accorge di quanto sia bianco. Alle tre del pomeriggio la nonna l’ha accompagnata al bar per salutarlo: brevemente Eva gli ha spiegato la situazione. Jonathan è irritato, non capisce. Tutta la paranoia riemerge nella sua cruda evidenza. Eva ora sa cosa è, l’ha conosciuta nei suoi occhi e ora la percepisce dentro di sé, come una malattia, come qualcosa di cui non può liberarsi. Allora Jonathan dice: “Se avessi il coraggio di essere un musicista fino in fondo, allora io non avrei bisogno né di te né di chiunque altro, invece… o si gira per Rimini come animali o ci si uccide…” La nonna le fa cenno che è ora di andare, in fretta Eva gli lascia il recapito di un’amica presso la quale rintracciarla. “Io torno a F.” “Va bene, vengo anch’io, puoi uscire stasera?” “No, guarda è impossibile:” “No. Niente è impossibile.”

Tre.

E le tue mani sopra alle mie mani. (Paolo Conte)

Jonathan l’aspetta seduto ad un bar con un bicchiere di coca e un pacchetto di sigarette. Quando la vede dice ah sei qui senza particolare sorpresa. Eva si siede di fronte a lui, ordina un’aranciata, osserva attentamente il suo viso, c’è la solita ironia mista a tristezza. Lei lo chiama Jonathan sebbene ora conosca il suo nome, Guglielmo. Sono a C., un piccolo centro vicino a F, dove Eva abita. Jonathan e Eva attraversano il paese fingendo di essere ancora a Rimini. In fondo, dopo gli ultimi negozi c’è un’area incolta di sterpaglie. Seguono un sentiero nell’erba secca fino a raggiungere una cabina elettrica sperduta. Lui le solleva la camicia fino al seno, le prende la mano portandola sul suo sesso. Inizia subito, il suo corpo si piega verso di lei, Eva tiene il suo viso sopra al suo, ne segue i lineamenti duri, le palpebre abbassata, le labbra socchiuse, lei lo guarda mentre accade e quando finisce, Jonathan va lontano da lei. Il capo reclinato all’indietro, gli occhi morbidi chiusi, la bocca desiderante, Jonathan sembra ignorare tutto il resto, anche lei, è un onda concentrica che lo avvolge nell’oblio, ogni pensiero annullato, non esiste più la paranoia. Ha appena finito quando d’un tratto alle loro spalle spunta un cane e poco dopo un cacciatore. Jonathan si riveste, ritornano al paese sulla via principale. E’ fine agosto, il tempo minaccia un temporale improvviso. Siedono sulla veranda di una gelateria con due coppe gelato. Fuori inizia a piovere, un breve e intenso temporale. Jonathan finalmente appoggia il registratore su una sedia e getta il pacchetto vuoto delle sigarette nel posacenere. Di nuovo le prende una mano portandola sulle sue ginocchia, la tiene nella sua e l’accarezza piano. Inizia a parlare fissando un punto indefinito, dice di trovarsi nel fondo di un precipizio e di non sapere come venirne fuori, forse semplicemente non c’è via d’uscita. Ora lo scroscio del temporale è più forte e copre ogni voce degli ospiti della gelateria. “Tutto è merda a partire da questo tavolino, ciò che può salvare è la consapevolezza di vivere una vita di merda, per questo vorrei che si scrivesse sulla mia lapide: ho vissuto una vita di merda e lo sapevo, ciao amici! Andare a lavorare, farsi il culo da operaio e non avere il tempo per suonare, per essere un musicista.” Eva non capisce le sue parole, più tardi le ricorderà e le faranno male, ora sente il tatto e la lievità della mano di Jonathan che tiene e accarezza la sua. “Io non so più niente, non so se tu sia giusta per me oppure no, se sei giusta oppure merda come tutto, come questo tavolino.” Il temporale ha rallentato d’intensità, sta per cessare. Lasciano il bar senza che Eva abbia potuto rispondere qualcosa, si salutano sotto la pioggia leggera. Jonathan appoggia le mani sulle spalle di Eva, la guarda a lungo e profondamente negli occhi per imprimere l’immagine di lei nella memoria, per ricordarla così come è adesso, nella sua inconsapevole e ingenua giovinezza. Le sorride, la bacia, mentre la pioggia ha già bagnato i loro capelli, le batte le mani sulle spalle in segno di saluto e la lascia andare a casa. Stasera Eva non può uscire, domani pomeriggio hanno un altro appuntamento al bar. Eva non può sapere che Jonathan non verrà.

Quattro.

Credevi di cacciare ma adesso la preda sei tu. (Litfiba)

F. 4 ottobre.

Eva gli ha spedito una lettera dopo tante scritte e mai inviate. “Ciao, dovrei studiare ma non riesco a concentrarmi. Continuo a pensare a te, quando so benissimo che questo non può bastarmi. Prima sono andata a casa di una mia amica. Fuori sta piovendo. A scuola è difficile, non mi interessa più niente. A casa mi sento oppressa, le pareti di questa stanza sono strette, non riescono a contenermi, io sono più grande. Vorrei andare via con te e vivere nella musica.” Eva lo cerca quando cammina per la città nei pomeriggi d’autunno, lasciandosi invadere dal non senso. Quando si fa sera prende un autobus che la riporta a casa. Non ama la piazza verso sera forse perché si sente ancora più sola. Avverte un vuoto, una mancanza dentro di sé. Si chiama Jonathan. “Se tu mi cercherai sarò sempre in te.” Il giorno dopo, a C., Eva lo aveva aspettato inutilmente per tutto il pomeriggio seduta al bar senza ordinare niente, il paesino era pieno di turisti a passeggio, il bar era affollatissimo ma lui non era venuto. Verso le sei aveva fatto un altro temporale, cessato il quale Eva era tornata a casa a piedi, sconcertata delusa, perché non era venuto? Persino il cameriere del bar aveva avuto comprensione di lei e l’aveva lasciata a quel tavolino assurdo senza prendere alcuna ordinazione. Vivere a C. d’estate equivaleva essere esclusi dalla vita, isolati dal mondo. I suoi genitori avevano un piccolo podere sulle colline circostanti C, la strada attraverso cui vi si accedeva era sterrata, un cartello indicava chiaramente che era una strada priva di manutenzione, alcuni piccoli tornanti si snodavano in mezzo alla campagna disabitata per un paio di chilometri fino al prefabbricato giallo che fungeva da rifugio estivo e casa durante il lavoro agricolo della raccolta della frutta, albicocche, pesche e susine. A Eva non piaceva aiutare i suoi nel campo, viveva la stagione estiva come una reclusione, era lontana da ogni cosa, dalla città, dalle amiche che poi erano solo due, Daniela e Cristina, in realtà Daniela trascorreva gran parte dell’estate a V., un paesino sulle colline del riminese mentre Cristina restava a F. e qualche volta veniva a trovarla con il motorino. Eva non aveva neppure il motorino, dipendeva dai suoi che comunque non avevano mai tempo, se voleva andare giù in paese scendeva a piedi . Tutt’intorno era solo campagna e terra argillosa spaccata dal sole. L’unica sua compagnia era la radio, una vecchia radio che riceveva solo radio Capodistria e poco altro in onde medie. Ogni sabato pomeriggio c’era la hit parade, cioè la classifica dei 45 giri più venduti, Eva sperduta nel giardino incolto seduta su di un vecchio carro agricolo abbandonato ascoltava i successi di quell’estate, la notte invece era bellissima, là in assenza di luci cittadine le stelle erano stupende e allora si sintonizzava su Radio Capodistria come se entrasse in contatto un pianeta lontano perso lassù in qualche galassia sconosciuta e ascoltava la musica delle stelle, molto spesso il jazz o i Wheather Report o Miles Davis. Era completamente sola, l’unico suo contatto con il mondo o meglio con lo spazio era quella vecchia radio. Per telefonare a Daniela si recava dagli anziani vicini che avevano il telefono in casa ma una volta ogni tanto oppure scendeva in paese a chiamare da una cabina. Qualche volta veniva Daniela e insieme facevano una passeggiata lungo alla strada fino ad una piccola risorgente d’acqua in mezzo ai campi e poi tornavano indietro parlando di massimi sistemi, filosofia matematica musica religione… All’esterno il prefabbricato era una struttura molto grezza in lamiera verniciata in giallo, mentre all’interno era semplice ma molto funzionale, una cucina con fornelli attaccati ad una bombola a gas, un’ampia sala, un salotto con la tv, un bagno, una camera matrimoniale per i suoi genitori, una cameretta per il fratello e un’altra per lei. L’estate era tutta qui, un esilio forzato in mezzo al niente, per fortuna che di notte c’erano le stelle… A settembre c’era la vendemmia così soltanto ad ottobre tornavano a vivere in città, quando riprendevano le lezioni la madre accompagnava lei e il fratello giù a scuola e poi li veniva a prendere e a riportarli su alla “terra”, così chiamavano il podere, “terra” perché c’erano solo terra piena di crepe e desolazione. A fine settembre se pioveva il prefabbricato diventava umido e bisognava accendere le stufette a gas e la notte era freddo e non si potevano più guardare le stelle. Quest’estate è stata diversa, Eva ha incontrato Jonathan e ha conosciuto un mondo diverso, una musica diversa, l’ascolto degli Area l’ha molto colpita, le parole dette da Jonathan riempiono la sua mente, ricorda ogni parola, le ha trascritte nel suo diario. Jonathan memories.

Vecchie immagini e santi scemi. Perché ti guardi con indifferenza? E’ meglio che tu mi veda alla luce. Ho le mani tutte rovinate. E’ per il contrabbasso. Fare l’amore come animali. Vieni qui, ancora un momento. Se voglio toccarti il seno, devo farlo. Lo so ma io che faccio? Ma sì andiamo. Non mi piace la mia maglia. Ha comprato la morte. Ti ho amato Jonathan, il tuo amore ha rafforzato soltanto la mia volontà di lottare.

Quest’ultima frase Eva l’ha riportata in fondo alla lettera che gli ha inviato. Jonathan nella sua risposta l’ha riscritta correttamente sostituendo la parola amore con morte. Morte e lottare sono sottolineate. La sua lettera è di poche righe su un pezzo di carta strappata da un pentagramma, la sua grafia è allungata e la g e la p assomigliano a delle semiminime.

“Stamattina non mi sentivo bene, la mia vita l’ho passata a mangiare cartoni, (tu sai che i cartoni contengono una percentuale minima di proteine), ma se per essere liberi si deve morire di fame, allora me li mangio volentieri (mastico). Preso cuore e sigarette sono andato a lavorare nuotando in un mare di bestemmie (e di convinzione), poi a mezzogiorno mi sono trovato una letterona nella cassettina della posta.” In fondo aggiunge il suo numero di telefono.

Eva lo chiama subito. “Vengo domani, aspettami in stazione a F. alle tre del pomeriggio.” “Sei sicuro di voler venire?” “Sì voglio venire, è assurdo ma non venire lo sarebbe ancora di più. Quando ho ricevuto la tua lettera io ho pianto, sono andato in paranoia. Non stavo così male da un pezzo. Voglio venire per vedere se le cose stanno proprio così.” Così come? Ma Eva non ha il coraggio di chiederglielo.

Cinque.

Autunno. Caldo pomeriggio d’autunno, la gente già si veste con panni caldi, ma il sole oggi da l’illusione di un’effimera estate. Eva indossa una camicia leggera, il sole caldo del pomeriggio le procura un senso di ebbrezza. Vorrebbe credere che fosse ancora estate. Le sue amiche Daniela e Cristina l’accompagnano in stazione, si siedono su una panchina ma Jonathan è in ritardo. Cristina osserva che sono già le quattro, un’ora dopo l’orario convenuto, ritiene che lui non arriverà. Daniela è più positiva, comodamente seduta al sole autunnale, e propone di aspettare un’altra mezz’ora. Cristina insiste per andarsene in centro, dopotutto è sabato pomeriggio e tutti vanno nella piazza per incontrarsi. Eva vorrebbe restare, tuttavia segue le amiche senza opporsi alla loro decisione come se alla fine Jonathan non fosse così importante. In centro ragazzi e ragazze, per lo più studenti delle superiori, sono fermi in crocchi a fare chiacchiere in ogni incrocio di strada, altri camminano in gruppetti compiendo il sacro rituale della “vasca”, espressione idiomatica che intende un giro ossessivo dei due corsi principali. Le vetrine e i lampioni si illuminano. Tra la gente Eva e le due amiche riconoscono alcuni dei loro compagni di classe che però non salutano. Eva fingendo disinvoltura accende una sigaretta, si sente osservata per via della camicia leggera che indossa e per via della sua goffaggine nel fumare. Sulle sei tornano a casa in autobus, scendendo si separano senza fare alcun commento. Eva è appena risalita in appartamento quando Cristina le citofona: “E’ arrivato.” Jonathan è in fondo alla via, Daniela è rimasta con lui, Eva li raggiunge velocemente. “Ciao.” “Scusa il ritardo ma ci ho impiegato più tempo di quanto pensassi.” Daniela e Cristina le fanno un cenno di saluto con la mano e si allontanano. Jonathan ha i capelli più biondi, è vestito d chiaro, il corpo controluce coi capelli corti e il viso evidenziato dagli ultimi bagliori del tramonto. “Andiamo in un bar, ne ho visto uno qui vicino.” Camminano lungo alla strada che ogni mattina Eva percorre andando al liceo. Eva lo osserva silenziosa, non sa cosa dire ora che lui è qui, come se la sua presenza fisica avesse perso di significato forse a causa della lunga attesa. Per lettera sì che avrebbe saputo cosa scrivergli ma ora a voce è diverso. Al bar Jonathan compra due lattine di coca cola, si siedono all’esterno su due sedie contro al muro sotto all’insegna gialla. Eva beve in silenzio mentre Jonathan con fare provocatorio rovescia il contenuto della sua lattina per terra. Tornano indietro all’auto e fanno un giro in auto nel quartiere, si fermano davanti ad una casa in costruzione, il lampione è spento, i vetri si appannano, Jonathan viene con le labbra sul seno di Eva, la sua maglia si è sporcata. “Lo so, non avremmo dovuto farlo ma non si può restare astratti, completamente neri o bianchi.”, lui si giustifica. Per Eva non si è trattato neppure di sesso, non è stato piacere, ma è soltanto un palliativo alla paranoia, un tentativo di fuga dal non senso. Funziona solo per pochi istanti poi tutto fa più male di prima. Eva lo sa. Si avvicinano in auto al condominio di Eva, restano ancora un poco seduti in auto, lui deve andare a vedere Frank Zappa a Bologna. Eva allora tenta di esprimergli cosa prova e di raccontargli la sua sensazione di isolamento a casa e a scuola, ma d’un tratto non riesce a trovare le parole, d’improvviso il discorso che si era preparata le appare vuoto e inconsistente. Si sente ridicola e infantile, una bambina viziata con il lusso della paranoia, il suo modo di esprimersi è goffo e sconnesso, di fronte a lui è inibita, alla fine gli confessa che ha bisogno di lui. La sua risposta è dura. “C’è anche il fatto dei 250 km che ci dividono, non sono pochi, li farei se ne valesse la pena, ma non ne vale la pena. Quando posso vengo a trovarti, ti prego di credermi, io verrò magari non subito subito. Ora io vado. Non pensarmi, io e te sarebbe solo paranoia. Io non ti penso, o meglio ogni tanto ti penso come penso a tante altre persone che ho incontrato. Non si può diventare una merda per uno che si è incontrato per strada. A me non interessa più niente. Per ora io suono con un gruppo heavy metal, uno che lavora il jazz non lo suonerà mai bene perché è necessario un esercizio costante e continuo e il lavoro me lo impedisce, fisicamente. Qualche mese fa abbiamo fatto un concerto, alcuni ragazzi mi hanno fermato per dirmi che ero stato grande ma a me non interessa. Mi interessa solo suonare, niente altro.” Eva lo ascolta e rigira tra le mani la cassetta musicale che lui le ha dato, è del gruppo Il Rovescio della Medaglia. Jonathan le sta dicendo che se ne va. Eva si accorge miseramente che è solo lei ad avere bisogno di lui e non crede che si diventi delle merde amando. E i 250 km per lei non avrebbero alcun valore. Jonathan le stringe la mano per due volte. “Ora io vado via.” Eva è già fuori dall’auto quando si accorge che sua madre è scesa in strada e la sta cercando, l’ha vista e la richiama bruscamente, Jonathan dice una volgarità ma poi risale in auto e parte. Salita in casa Eva si rifugia nella sua camera. Sua madre piange e suo padre è sconvolto dalla rabbia, Eva non l’ha mai visto in queste condizioni, il viso stravolto dalla violenza e lo sguardo accecato, si sfoga gridandole addosso tutto il male. Sua madre le rimprovera ogni cosa: non si rende conto Eva che ogni cosa che ha lei lo deve a loro? Invece non sembra mostrare alcun segno di rispetto o di riconoscenza nei loro confronti. sua madre le rinfaccia l’amore che loro hanno per lei, quell’amore nel nome del quale l’hanno cresciuta e le hanno dato tutto, volano insulti pesanti. Ma come fa a non capire, Eva, che i suoi genitori sono le uniche persone al mondo ad amarla e a volere il suo bene in modo disinteressato? “Tu ci devi tutto, ci devi la tua vita, la tua esistenza dipende da noi, cosa vuoi fare? Te ne vuoi andare? Tu non hai niente, niente ti appartiene, tu non sei niente senza di noi, lo capisci?” Eva rimane sola, si stende al buio per terra sul tappeto e ascolta la cassetta che le ha dato Jonathan. Le parole dei suoi genitori le rimbombano nella mente, non vuole più ascoltarle, vuole annullarsi nella musica e perdere il contatto con il mondo, ascolta Io come Io de Il rovescio della medaglia. Perché coloro che ama l’hanno trattata così duramente, peggio che se l’avessero malmenata, perché l’hanno insultata fino a renderla una persona indegna d’amore? Alle loro accuse avrebbe voluto replicare spogliandosi di tutti i beni materiali che le hanno dato e abbandonare la loro comoda casa e la loro ordinaria vita. Eva prova un soffocante senso di prigionia. Le scoppia la testa, le bruciano gli occhi, le manca il respiro, avverte l’ingombro del proprio corpo fisico in una casa in una camera in un luogo che non può più definire suo. Non ha più niente che può dire suo. Sola la musica e la poesia le permettono di evadere, i versi di Spleen di Baudelaire si mescolano alle note di Io come Io. …cose e persone quante emozioni vengono a me… …là vedo un’ombra che viene incontro a me, lo so ti conosco ma chi sei? Un dong. La chitarra si ripete ossessiva interrotta da aperture verso il cielo mentre la voce raccoglie echi, la chitarra si fa più incisiva, poi la tensione si allenta, riprende di nuovo sale cresce poi cede. …la gamba in una strada, in due direzioni… è tutto vuoto intorno a me, non come mai, cosa è? Improvvisamente la chitarra abbandona i suoi giri ossessivi. Un popolo silenzioso di ragni ha teso le sue reti in fondo al cervello, un pipistrello impazzito sbatte la testa contro fradici soffitti, dense gocce di pioggia grigia diventano le sbarre di un’infinita prigione. … come un pipistrello, Sbattendo la sua timida ala contro i muri E picchiando la testa sul fradicio soffitto; Quando la pioggia stende le sue immense strisce Imitando le sbarre di una vasta prigione, E, muto e ripugnante, un popolo di ragni Tende le proprie reti dentro i nostri cervelli; Delle campane a un tratto esplodono con furia Lanciando verso il cielo un urlo spaventoso… ( Spleen, Charles Baudelaire) E’ l’urlo spaventoso dell’anima: la speranza è sconfitta. La chitarra rallenta il ritmo disperato, si addolcisce, si inserisce l’aria del flauto. La chitarra riemerge duramente e l’Angoscia pianta il suo vessillo nero sul cranio del poeta. SEI. La sera successiva al ritorno dal lavoro suo padre le porge in segno di pace un mazzo di fiori, sua madre le comunica che lui ha intenzione di portarla a fare un giro a prendere un gelato insieme. Eva deve accettare per forza l’invito. Escono in auto, parcheggiano in piazza della Libertà per poi proseguire a piedi per corso della Repubblica fino in piazza Saffi. Parlano tranquillamente come se non fosse successo niente, si assomigliano, hanno molti punti di vista in comune. A Eva piacerebbe vivere in una grande città senza il provincialismo di un piccolo centro come F. Suo padre dice di capire e racconta della sua esperienza a Parigi, dove soggiornò qualche mese per lavoro agli inizi degli anni 60. Era rimasto molto colpito dalla mentalità aperta della capitale francese e dalla libertà di costume dei parigini mentre Milano, la sua città natale, era allora nonostante lo sviluppo industriale molto provinciale. Si fermano di fronte alla gelateria meta della loro passeggiata. “Lo prendi un gelato?”, le chiede suo padre. ” No, io no e tu?” “Io neppure.” “e allora mi dici siamo venuti a fare qui?” “Siamo venuti per fare una passeggiata. Insieme.” E’ chiaro che il gelato era solo un pretesto. Tornano indietro per i viali freddi e deserti, non parlano, in auto vanno in stazione e salgono a vedere se c’è qualche treno che passa ma F. è una stazione ferroviaria modesta e non c’è tutto questo transito di treni. “Mi piace guardare i treni passare.” lui dice. “Anche a me, ma qualche volta li vorrei prendere i treni.” “Avrai tutto il tempo per farlo.” Restano fermi seduti in auto. Suo padre ha un momento di silenzio poi inizia a parlare. “Vorrei spiegarti perché siamo usciti questa sera, non certo per il gelato che non abbiamo preso e neppure per fare una passeggiata, vero?” Questo è il momento di parlare, di arrivare al nocciolo del discorso, di buttare fuori il rospo, il momento non può essere rimandato. Eva lo ascolta stupita e curiosa. “Se c’è una cosa davvero riprovevole è quello che è successo ieri sera, intendo dire la scenata che ti ho fatto. Ne sono dispiaciuto ma se tu provassi a metterti nei miei panni di genitore forse potresti capire che quando si tratta di un figlio è difficile se non impossibile trattenersi. Forse tu non lo sai ma io sono molto timido e riservato nei mei affetti più sinceri. Faccio fatica a manifestare i miei sentimenti, ad esternare le mie emozioni, e così a volte la rabbia esplode ma non sono io quello di ieri sera, non è tuo padre, tuo padre è quello che ti vuole bene e vuole il tuo bene. So che pensi ma cosa significa voler bene? Voler bene è comportarsi come me ieri sera? No di certo. Io ti chiedo scusa. Vorrei raccontarti una curiosità sul tuo nome. Quando nasce un figlio cerchi un nome da dargli, ma non un nome qualunque, perché il nome lo accompagnerà per tutta la vita e vorresti che gli portasse fortuna. Quando tu sei nata era molto popolare un’attrice, una certa Eva, a me piaceva ma non dirlo alla mamma. Scegliendo per te lo stesso suo nome io speravo che mia figlia potesse avere uguale bellezza e uguale successo nella vita. Questo del nome è una sciocchezza se vuoi… Ti garantisco che la scenata di ieri non si ripeterà, io vorrei che tu avessi fiducia nei tuoi genitori, e se tu vuoi io sono qui per ascoltarti per parlare per consigliarti. E anche la mamma lo è, lo sai. Non abbiamo niente da insegnarti però magari la nostra esperienza potrebbe esserti utile perché da certe situazioni ci siamo già passati, le abbiamo già attraversate. Vedi per noi, per me e per tua madre, la famiglia è la cosa più importante. Non è solo il senso della nostra vita, è molto di più… Un figlio, una figlia sono la storia di tutta una vita.” Tace e osserva il volto della figlia, le ha detto tutto quello che sentiva dentro, ci è riuscito. Eva non ha mai serbato rancore contro di lui, solo tristezza per il non riuscire a capirsi, le sue parole l’hanno colpita intimamente, forse per la prima volta riesce a comprendere l’esistenza di un altro essere, suo padre. L’orologio sulla facciata esterna della stazione segna un quarto a mezzanotte. “Si è fatto tardi, il tempo è volato, ritorniamo a casa.” Per tutto il tragitto nessuno dei due dice una parola.

Sette.

“Van Loom viveva ed io lo credevo morto o peggio inutile solo per la distanza fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia di allora, la mia ignoranza.” (Francesco Guccini)

“Pronto c’è Guglielmo?” (Guglielmo il vero nome di Jonathan) ” Sì chi è?”, risponde una giovane voce femminile, deve essere sua sorella. “Sono una sua amica.” Lei lo chiama ad alta voce. Jonathan è subito al telefono. “Ciao sono Eva.” “Ciao…”, nel suo tono c’è sorpresa. “Come stai?” “Bene sì, io ero di là, stavo provando al basso.” “Sai non è stato facile telefonarti, c’è voluto del coraggio.”, lei confessa. “Del coraggio? e perché? potevi farlo in qualsiasi momento, io sono sempre stato qui.”, poi ripensandoci aggiunge, “Sì forse ci voleva coraggio.” Coraggio per la distanza interposta, coraggio per il tempo trascorso, non si sono più visti da un anno e mezzo. “Io sto continuando a suonare, non serve essere solo un buon musicista, la tecnica è fondamentale ma da sola non è sufficiente. Io voglio di più, per questo sto studiando.” “Ne sono sorpresa e felice.” “Sì sto studiando musica, gli spartiti e tutto il resto.” Il tono della sua voce è pacato, Eva non vi avverte l’ironia violenta di una volta, sente in lui una sorta di equilibrio. Eva lo dice: “Sai io ti penso spesso.”, che effetto che fa dirlo. “Sì dicono che il tempo cambia le cose e che con il passare del tempo le cose cambiano e si dimenticano. Ma non è vero. Noi ci conosciamo da 3 anni e il tempo non ha cambiato proprio nulla, io sono ancora qui.” Né il tempo, né la distanza, né la lontananza. Eva prosegue: “Io ti penso spesso, molto spesso. Mi chiedo se è solo un’ossessione o se il mio pensiero di te corrisponde effettivamente a qualcuno, a quello he tu sei.” Lui le chiede se è libera, sa che ha un ragazzo. Lei dice di sì che ha una persona con cui sta, ma adesso si tratta di loro due. “Se abitassi vicino a casa tua verrei ogni giorno anche in bicicletta ma ci sono 250 km tra di noi, non è facile, però potremmo incontrarci. Per telefono non è possibile parlare, dobbiamo vederci e chiarirci. La prossima settimana ho qualche giorno di ferie, possiamo metterci d’accordo. “Per me va bene, potrei venire anch’io da te ma è un poco complicato, a causa dei miei genitori…” “No, non voglio aspettare, vengo questo sabato, sabato a mezzogiorno tu mi telefoni così ci mettiamo d’accordo per il pomeriggio, puoi telefonarmi? Ehi ma ora da dove chiami?” “Da casa.” “Forse è meglio riattaccare.” “No, sono sola.” “Bene perché con i tuoi c’è stato qualche problema.” “Sì lo so.” “Allora mi chiami sabato?” Tiepido mezzogiorno di fine ottobre, i bambini escono da scuola. E’ sabato, Eva ha appena salutato Cristina e ora cercando in bicicletta una cabina isolata da cui telefonare a Jonathan. A casa è pericoloso, i suoi genitori stano per ritornare per il pranzo. E’ mezzogiorno passato e non ha ancora trovato la cabina giusta e così entra in un bar. Il locale è ben illuminato dal sole, ma è stretto e allungato e verso il fondo vi sono alcuni apparecchi telefonici, la gentile signora dietro al banco ha un viso biondo sorridente e complice. “Dove devi chiamare?” “Padova.” “Un po’ lontano… ti do tutti i gettoni che ho.” Dallo scaffale la barista prende un barattolo marrone, ne rovescia il contenuto sul piano, conta 25 gettoni e glieli da tutti. Eva compone il numero con il cuore in gola. “Pronto c’è Guglielmo?” Risponde la sorella, glielo passa. Eva lo immagina, vestito di chiaro, il volto tranquillo, i capelli corti ben curati, un accenno di sorriso sulle labbra. “Ciao da dove telefoni? Sei a casa?” “No, sono in un bar così non c’è pericolo.” Lui sorride: “Brava, allora ti va bene oggi pomeriggio, sei libera?” “Sì.” “Oh va bene o no?” “Sì va bene” “Ci vediamo in stazione, aspettami dalle tre alle quattro.” “Sì, però dopo non stiamo lì.” “No ma cosa vuoi fare? Andremo a vedere i treni, la stazione è l’unico posto di F. che conosco, poi vediamo cosa fare. Ma ti va bene?” “Sì.” “Adesso vado a pranzo da mia nonna poi vengo…” Cade la linea. Eva riforma il numero, non ce ne sarebbe bisogno, sono già d’accordo ma lei vuole esserne certa. Risponde la stessa voce femminile che lo richiama. Guglielmo è stupito nel sentire che è di nuovo lei. “Scusa ma è caduta la linea perché ci sono 250 km ed è un’ora di punta.” Lei desidera una conferma. “Allora vieni in stazione.” “Sì, aspettami dalle tre alle quattro.” “Va bene, ciao.” “Ciao.” Lui riattacca. Oggi pomeriggio in stazione, tra poche ore. Eva riconsegna i gettoni non utilizzati alla barista. “Ne hai usati solo sei, una telefonata economica nonostante la distanza!”, commenta sorridendole. Eva ricambia il sorriso. In fondo al locale c’è un anziano che legge il giornale, prima mentre era al telefono deve essere entrato un uomo per un caffé. Forse senza volere la donna ha ascoltato la telefonata, potrebbe aver pensato che parlasse con il suo ragazzo lontano per darsi un appuntamento d’amore. Niente di strano, il loro potrebbe essere un appuntamento d’amore, Eva è divertita al pensiero che la barista possa averci creduto mentre lei non ci crede molto. Fuori dal bar il sole è tiepido e bambini e ragazzi escono da scuola e vanno a casa o a piedi o in bicicletta, alcuni si trattengono con gli amici a parlare, altri vanno soli a casa. Eva ha appena terminato il liceo scientifico, non si è iscritta all’università perché non sa cosa fare della propria vita, non sa quale indirizzo scegliere, non è sicura che ne valga la pena. Durante l’estate ha lavorato in un laboratorio fotografico, l’esperienza è stata negativa perché lavorare è prostituirsi, è vendere il proprio tempo quando nessuna cifra è in grado di comprarlo. L’aspetto più triste all’interno di quel capannone era l’isolamento dal resto del mondo, il restare all’oscuro di ciò che accadeva al di fuori, di nuovo la vita reale era fuori, ma dove era questa vita reale, dove trovarla? Ignorare per esempio se fuori splendesse il sole o se piovesse. A conclusione del suo turno di lavoro il cielo le appariva di uno strano irreale colore, azzurro. Eva aveva l’ impressione che qualcosa del giorno le venisse sottratta, lasciandola indietro. Rientrare a casa significava fare ritorno alla vita. Seduta nell’angusta celletta nera priva finestra a filtrare dei negativi e a cavarne fuori delle fotografie, Eva contava con insofferenza le ore che la separavano a quel momento, a quando sarebbe andata a casa, ma il tempo scorreva lento, la lancetta dei minuti inciampava su se stessa. Intanto fuori il sole continuava a splendere. “Calpestatemi pure, fatemi quello che volete”, diceva lo sguardo basso di Eva, si sentiva senza dignità, in quell’ambiente viscido non era possibile alcun rapporto umano che potesse dirsi sincero e leale, Eva pagava per la sua ingenuità non tollerabile, fastidiosa e improduttiva. Il lavoro non le ha insegnato niente, neppure a subire le umiliazioni. Ben presto Eva ha provato nostalgia per il tempo del liceo, del periodo dell’apprendimento, della conoscenza, della discussione, della crescita. A scuola le umiliazioni per una valutazione inadeguata all’impegno speso bruciavano sulla pelle facendo leva sull’orgoglio ferito. Al lavoro Eva ha sperimentato un diverso tipo di umiliazione, una sorta di indotta rassegnazione per il fatto di vendere il proprio tempo quando, ogni mattina entrando, in quel tetro capannone di fatto rinunciava ad una porzione della propria vita. Eva ricorda l’ultima ora di lezione del sabato della quinta liceo, la lezione di filosofia del professore Scranni. Verso l’una nessuno degli alunni lo ascoltava più aspettando soltanto il tocco della campanella ma il professore proseguiva imperturbabile la lezione. Spiegava con profusa retorica, iniziava larghi giri di parole nei quali si perdeva prima di arrivare al nocciolo della questione. Nei passaggi più significativi alzava un poco la voce fino a gridare ma sorvolava sulla disattenzione dei ragazzi. Eva ne aveva rispetto perché era onesto e giusto, era per senso del dovere, non per ottusità, che all’una di ogni sabato proseguiva ostinato la lezione. Tornata a casa dopo la telefonata non trova nessuno, i suoi genitori non sono ancora arrivati, Eva vorrebbe chiamare Marco, il suo ragazzo, per informarlo ma è meglio non rischiare. Con la sua famiglia deve comportarsi normalmente come se fosse un sabato qualsiasi. Invece è nervosa, dopo pranzo si prepara per uscire, è presto, prende svogliatamente in mano un libro per far passare un poco di tempo. Eva ora ha 19 anni. “Cosa fai?”, domanda sua madre affacciandosi alla sua camera. “Leggo poi più tardi esco.” La madre si allontana. Eva riapre a caso il libro, le frasi che legge le appaiono di cattivo presagio: “Mentre correvo verso nord sull’autostrada, capii infine che follia stavo commettendo.”

Otto.

Sono le tre e cinque minuti, Eva è davanti alla stazione, lo immagina in viaggio, non arriverà in orario, dovrà aspettarlo a lungo. Dopo il sole mattutino è sceso un sottile velo di nebbia, inizia a fare freddo. L’altoparlante scandisce ad ogni treno il nome della città. Dalla stazione escono code di persone, alcuni trovano qualcuno ad attenderli all’uscita, altri si dirigono all’auto in sosta, altri ancora vanno a telefonare, no i cellulari ancora non c’erano. Eva si guarda intorno, tiene d’occhio la strada e controlla ogni persona che si avvicina. Prima su una panchina c’era un ragazzo a testa china, si è alzato quasi subito ed Eva lo ha seguito con lo sguardo finché non ha oltrepassato il bar all’incrocio. Per il freddo si stringe nella sua giacchetta nera, sotto indossa una felpa rosa con la scritta in nero Tuxedo Moon, disegnata da Marco, e ha un paio di jeans. Si ripara nell’androne della stazione mantenendo il controllo visivo sulla strada. Confronta il suo orologio con quello interno della sala, mancano cinque minuti alle quattro, esce nuovamente all’esterno, sotto alla pensilina, non è sola, altri aspettano, Eva è nervosa, sa di avere l’aria disperata di chi aspetta senza crederci. Un ragazzo attraversa la strada, viene verso di lei, Eva si prepara all’incontro, il ragazzo ora è vicino ma è troppo alto per essere lui. Fa sempre più freddo, Eva respira a grandi sorsate cercando di riscaldarsi e al contempo di rilassarsi, a tratti non le importa più niente, quell’attesa le pare assurda, vorrebbe andare via, tornare a casa, vorrebbe che lui arrivasse e non la trovasse. Cosa ci fa lì ferma ad aspettare davanti ad una stazione ferroviaria in un sabato pomeriggio senza sole? Ma Eva rimane. Accanto a lei si è fermato un ragazzo con una valigia ingombrante, è biondo scuro con i lineamenti marcati, non è bello. Eva pensa che per assurdo potrebbe essere Guglielmo e se non lo riconoscesse? Il ragazzo sale su di un’auto che si è fermata proprio davanti a lui. 16,40. Eva accenna un passo per andarsene, nel preciso istante in cui si muove Jonathan la raggiunge alla sua sinistra. “Ciao…”, le racconta qualcosa del viaggio, camminano uno a fianco dell’altro. Eva ne osserva il profilo controluce: è più alto di lei, i pantaloni bianchi, i capelli corti biondi ben curati, il sorriso sottile, il tono ironico, la corporatura muscolosa. E’ uguale a come Eva lo ha immaginato questa mattina al telefono. “Ho delle cassette musicali in auto, la musica è indispensabile, più importante del preservativo. Ci serve un registratore portatile, ne hai uno tu?” “Sì l’ho a casa, possiamo passare a prenderlo.” “Ok, io ti aspetto qui, ci metterai molto?” “No, non è lontano ma tu vieni insieme a me.” “il fatto è che non vorrei incontrare i tuoi.” “No, i miei non ci sono, andiamo con la mia auto. E’ dall’altro lato.” “Dove mi porti, dove è? Qual è? E’ questa?”, scherza indicandole le auto più brutte e vecchie. L’auto di Eva è una fiat Uno bordeaux, comprata usata, sua da due mesi. Eva guida verso casa, Guglielmo riconosce le vie mano a mano che le percorrono. “Ora si gira a sinistra, poi a destra, qui c’è il bar di quella volta…” Eva sale in casa per prendere il registratore, ci mette solo qualche minuto, beve un bicchiere d’acqua, lasciandolo sul tavolo, poi richiude in fretta la porta, e torna da lui. Nel registratore mancano le pile, occorre andare a comprarle. Per strada c’è traffico, Eva accosta l’auto al marciapiede di fronte al negozio, Jonathan insiste: “Sali sul marciapiede con due ruote, così sei in mezzo.” Eva entra nel negozio aspettando paziente il proprio turno, poi compera le pile sbagliate così Jonathan va a cambiarle e commenta la lentezza della commessa: “Le ho detto che avevo fretta, che dovevo prendere il treno.” Eva si inserisce nel traffico del sabato pomeriggio di una piccola città come F., le sembra un esame di scuola guida, Guglielmo inizia a parlare: “Non ti sembra che il mio italiano sia migliorato? a mezzogiorno quando rientro a casa non chiedo più in dialetto a mia madre cosa mi ha preparato per pranzo. Lei che parla solo dialetto mi guarda sorpresa e mi chiede se mi sento bene o se la sto prendendo in giro!” Eva sorride, però lui si fa più serio: “Posso farti una domanda? Secondo te sono cambiato oppure no?” Il suo sguardo è fisso su di lei deciso ad ottenere una risposta. “Non so, perché lo chiedi?” “Tu mi conosci da alcuni anni, ci vediamo ogni tanto, sei in grado di giudicare la differenza tra ieri e oggi. Allora sono cambiato?” “Non lo so, davvero non so.” “Bene tu non lo sai.”, il suo sguardo si incupisce e ripete, “Non lo sai.” Eva non vuole rispondere a questa domanda, se lui si riferisce al modo di parlare certo ora lui si esprime in un italiano più corretto, ma non è questo a cui lei sta pensando e gli risponde seccata: “Ma che ti importa di sapere se parli meglio, che problemi ci sono?” “Ok, lascia perdere.” Jonathan è veramente cambiato, Eva non sa dire come, c’è un elemento nuovo nella sua vita, forse un maggiore equilibrio. Guglielmo fa cadere la questione, inserisce una cassetta nel registratore, è musica trash, mentre Eva ascolta i Joy DIvision, i Bauhaus, i Tuxedo Moon, dark music contro il trash. Sono di nuovo in stazione. Eva trova un posto accanto alla sua auto, da cui lui prende altri nastri musicali e una lattina di birra. Le fa ascoltare qualche cosa, anche Eva gli ha preparato una cassetta con i suoi brani preferiti. Guglielmo semplicemente dice: “Ehi, vieni qui.” Eva sorride e va tra le sue braccia. I tentativi di Guglielmo per baciarla sono inutili, lei continua ad allontanarsi. Eva lo desidera ma in modo diverso, accarezza il suo volto biondo, tante volte immaginato e sognato, Guglielmo invece vuole toccare il suo corpo, le sue mani sfiorano le gambe, cercano di entrare nei jeans, sotto alla felpa trovano il piccolo seno, ci scherza: “Me lo ricordavo più grande.” “No, è sempre stato così, una striminzita seconda.” Eva si allontana, lei lo desidera intellettualmente come una parte del suo mondo. Per lei è importante stare insieme a lui senza scontri, senza problemi, in maniera tranquilla. Guglielmo tenta ancora di baciarla ma Eva lo rifiuta. “Va bene se non vuoi, non insisto più.” La investe con parole violente con disprezzo per la sua apparenza borghese: “Ma guarda che mani hai… per te ci vuole uno con le mani lisce e curate come le tue.” La lascia libera dal suo abbraccio. Eva ribatte che non è vero, vorrebbe che lui continuasse a tenerla tra le sue braccia, si avvicina alle sue labbra, tenta un bacio. Guglielmo la esamina freddamente: “E questo ti sembra un bacio? Perché sei così dura con me?” Accende una sigaretta, le fa ascoltare un altro pezzo trash, si mettono a discutere di musica senza trovarsi d’accordo, ascoltano due generi incompatibili, la raffinatezza intellettuale dei Tuxedo Moon contro il tecnicismo del trash. “Sai un giorno mi piacerebbe vederti suonare.” Lui sorride, dice sì un giorno. Eva è sincera, pensa che solo vedendolo suonare potrebbe capire per davvero cosa significhi per lui. Eva non riesce a mettere ordine nelle sue parole, d’un tratto è a corto di argomenti. Le parole di Guglielmo si fanno ironiche e taglienti. “Lo sai tu che c’è gente che muore di fame, sai cosa vuol dire vedere il proprio corpo andare a male perché non si ha nulla da mangiare e manca tutto, cioé l’essenziale, ciò che noi diamo per scontato. Mentre tu vivi in una comoda realtà borghese ed hai persino il lusso di farti venire delle paranoie. Ma guardati le mani!” “Smettila, ora sei tu ad essere duro con me.” Si riavvicinano. “Voglio toccarti.” Lui cerca il suo corpo, il suo seno, lei tocca la sua pelle nuda sotta alla maglietta, poi si stacca nuovamente. “No, continua, non andare via. Toccami, perché non vuoi?” Ora scherzano. Eva riprende coraggio e dice: “Ti ho pensato spesso per tutto il tempo in cui non ci siamo visti, avrei voluto scriverti ma non ci sono riuscita. Veramente ti ho scritto delle lettere ma non le ho mai spedite, se tu le leggessi forse capiresti il modo in cui io ti penso e ti desidero. Dovresti leggerle, io non riesco a dirlo a parole. Vorrei sapere se tu sei parte del mio mondo o rimani solo un pensiero che non corrisponde alla realtà.” Guglielmo prende le lettere e le appoggia sul sedile posteriore. “Sì le leggerò ma ora tu sei qui ed io desidero toccarti e voglio che tu mi tocchi” Eva non ci riesce, Guglielmo è seccato, le rinfaccia di avergli fatto fare un viaggio inutilmente, a lui è costato molto, ha dovuto rinunciare alle prove con il gruppo nel pomeriggio, ha dovuto chiedere l’auto in prestito a suo padre e non ha neppure i soldi per il carburante per il ritorno. Sono le 19,30. Eva dovrebbe rientrare a casa per la cena, Guglielmo le impone una scelta. “Decidi tu, o ci salutiamo adesso e ognuno se ne torna da solo a casa oppure inventi una scusa con i tuoi e resti con me questa sera, ricominciamo tutto da capo, andiamo a mangiare qualcosa, beviamo e poi ci divertiamo.” “No, non voglio andare via, io voglio sapere, voglio arrivare fino in fondo…” “Ma quale fondo? Siamo già arrivati in fondo.” Eva scende dall’auto, va a telefonare dalla cabina vicino alla stazione, deve inventarsi una scusa plausibile affinché i suoi non sospettino qualcosa, imposta un tono di voce tranquillo. “Pronto mamma, non vengo a casa per cena, andiamo in pizzeria.” “Avresti potuto chiamare prima, non ti pare?” “Eh sai come è, abbiamo deciso ora…” “Da dove chiami?” “Da una cabina in piazza, allora va bene?” “Sì ma con chi sei?” “Sono con Marco e gli altri, li conosci, no? Ciao, io vado.” “Ciao, tanto tu fai sempre quello che vuoi, ciao.” Telefona anche a Marco perché regga le sue bugie. Torna da Jonathan, è molto agitata mentre lui è tranquillo come se avesse un piano perfetto nella sua mente. “Andiamo via subito.” “Aspetta, io prendo la mia auto, così dopo non devi riaccompagnarmi indietro, cerchiamo una pizzeria sulla strada per Ravenna e poi stiamo insieme. Vado avanti io.” “Va bene, io ti seguo.” “Eva, non voglio fare l’amore con te.” Ognuno è solo dentro alla propria auto. Sono le otto di un sabato sera di metà ottobre, sulla strada è scesa una leggera nebbiolina, Guglielmo si ferma due volte a due distributori chiusi per chiederle se è tutto a posto. Guglielmo continua a guidare senza sapere neppure lui dove andare. Eva lo segue, guarda nello specchietto la strada buia che si dilegua nella nebbia dietro di lei. Una corsa in auto. Le tornano in mente le parole del libro: “Mentre correvo verso nord sull’autostrada capii finalmente che follia stavo commettendo.” Una follia! E’ dunque una follia seguire quell’auto e quella figura che intravede nell’oscurità, Eva vorrebbe arrestarsi, fare inversione e tornare indietro a casa e alle sue certezze, là dove sa esservi il proprio posto nel mondo. Ma è davvero così, cosa sta cercando, cosa sta inseguendo? E’ davvero una corsa folle e inutile senza alcun punto di arrivo? Considera con freddezza la persona davanti a lei, non lo riconosce, non sa chi sia e se ne valga la pena, non sa se è inutile o se è già tutto perso. Eva continua a seguirlo nella strada cieca decisa ad arrivare fino in fondo ammesso che non l’abbiano già toccato e che lei non se ne sia accorta. Le risuona la voce di Jonathan: “Quale fondo? Siamo già arrivati in fondo.” Può darsi che sia così, sempre meglio sbatterci per bene la testa. I paesini sulla strada per Ravenna si assomigliano tutti in quanto a squallore, le case a ridosso della carreggiata, la chiesa con il campanile, un campetto da calcio e il circolo. Guglielmo si ferma in un piccolo piazzale davanti al circolo della frazione X, le fa cenno di parcheggiare. Entrano nel locale dove vengono immediatamente notati perché estranei, forestieri. “Dove siamo capitati?” si dicono sorridendosi. Guglielmo le chiede se desidera mangiare qualcosa, ma Eva non ha fame, neppure lui. Al grasso barista con i baffi lui ordina due cappuccini e si fa indicare i servizi igienici. Eva resta al banco, è stanca, osserva il locale e i gesti del barista nel preparare il caffè e il latte. Quando lui torna i cappuccini sono pronti e prendono posto ad un tavolino. Anche Eva ha necessità del bagno, “Attenta, pericolo di infezioni”, lui l’avvisa. A lato della porta del bagno, un vero cesso, c’è una stanza fumosa illuminata da luce al neon una tv accesa un tavolo da biliardo e quattro giocatori con le stecche in mano in un’atmosfera da bar Mocambo come in una canzone di Paolo Conte. Jonathan ed Eva sono seduti a quel tavolino, uno di fronte all’altro, bevono il cappuccino e si guardano intorno. Eva pensa che è davvero squallido quel locale ma non dice niente mentre Jonathan non si astiene dai commenti negativi. Le pareti giallognole sono ricoperte da foto di gruppo, avvisi, pubblicità, ritagli di giornali sportivi, gli stretti tavolini stanno addossati al muro come foglie d’autunno sugli alberi pronte a cadere, il grasso barista coi capelli unti e la testa intontita dalla tv, i vecchietti accaniti in una briscola, l’aria densa del fumo e l’odore del caffè e del latte rancido. “Non vuoi qualcosa da mangiare?” “No, non potrei mangiare più niente.” “Il latte del cappuccino è andata a male.” Guglielmo paga, escono dal locale e vanno nell’auto di Eva, ferma davanti ad una casa con gli scuri chiusi mentre un albero oscura la luce del lampione. Si distendono sui sedili, Jonathan ha un senso di nausea. “Avvicinati.” Lui le prende la mano e la porta sotto alla sua maglietta, sulla sua pancia, Eva avverte il contatto caldo con la sua pelle e istintivamente gli fa un leggero massaggio per calmargli il dolore allo stomaco. “Sì così, toccami, toccami…”, sussurra sempre più intensamente, toccami diventa l’unico verbo, l’unico modo possibile e totale. “Adesso lo desidero, quando sarà finito non lo desidererò più, ma ora lo voglio, ora è la cosa più importante e tra poco non lo sarà più.” Le guida la mano nel movimento continuando a sussurrarle il suo desiderio. “Toccami, toccami, touch me…” D’un tratto l’onda la prende, lo sente sotto di lei quel movimento, poi si ritrae, Guglielmo dice che sta per venire, ancora un momento. Eva dice di no, che è inutile. E’ già tutto finito, resta il mal di testa, ora lui non la desidera più, non le importa più. Eva si rende conto che Jonathan sta per lasciarla, aveva ragione lui, erano già arrivati in fondo. Guglielmo ora la guarda freddamente con una punta di disprezzo. “Ma guarda le tue mani, non hanno mai provato niente, non sanno niente, dimmi ma cosa ti aspettavi da me, cosa credevi, perché mi hai cercato?” “Niente, non credevo niente, volevo solo stare insieme a te, volevo sapere se il mio pensiero di te corrispondeva a qualcosa di concreto se eri parte del mio mondo oppure no, è iniziato tutto ascoltando Van Loom, così diverso e così lontano da me ed io non avevo capito, Van Loom viveva ed io lo credevo morto…, che ne sapevo di quanto avesse navigato.” Eva parla del senso di estraneità, dell’incomunicabilità tra due esseri umani, di quanto sia difficile se non impossibile comprendere l’esistenza di un altro nonostante che uno ce la metta tutta. Guglielmo pare capire nonostante che lei si esprima in modo confuso, le risponde recitando il testo di una canzone degli Area, Consapevolezza da Arbeit macht frei. Recita credendo e scandendo con fredda precisione ogni parola. Sono alle ultime battute, Guglielmo è sceso dall’auto: “Io sono io. Uno uguale a me non lo troverai mai più.” Eva gli è di fronte, lui l’abbraccia per salutarla, Eva lo stringe forte ma lui la respinge adducendo un forte mal di stomaco, sale sulla sua auto, abbassa il finestrino per l’ultimo saluto. “Così non mi va, in questo modo non ne vale la pena, non può continuare, lo capisci?” E’ lei ora a fissarlo con fredda indifferenza, lui sta andando via e non si vedranno più. “Se un giorno capito a suonare dalle tue parti te lo faccio sapere. Ora io vado, non so nemmeno a che ora sarò a casa, non mi sento bene e non funziona neppure l’impianto di riscaldamento, ciao, io vado via e basta.” Eva continua a ripetere senza guardarlo più in viso. “Non mi importa più, è tutto inutile.” “Ciao.”, lui dice. “Ciao.” Jonathan va via. Basta. Stop. Fine. Basta. Eva gli volta le spalle e sale in auto, parte nella direzione opposta di quella in cui è andato Jonathan, torna indietro a casa. Non si gira neanche una volta, da questo istante è come se lui non esistesse più, cancellato finito, e lo stesso lei per lui. I vetri dell’auto sono appannati e la notte è nebbioso, l’asfalto è bagnato, la strada più deserta di prima. Nel sedile Jonathan la lasciato una cassetta musicale, la lattina vuota di birra, un pacchetto con due o tre sigarette, e dietro tutte le lettere che lei aveva scritto per lui ora giacevano perdute e abbandonate. Lui non le avrebbe mai lette. Eva abbassa il finestrino, una ventata di aria fresca le colpisce il viso, prende la cassetta e la lancia fuori, l’osserva volare poi rotolare e infine rompersi, il nastro srotolarsi come una stella filante, poi getta la lattina e il pacchetto delle sigarette, è sola per strada, controlla negli specchietti che non ci siano altre auto, infine strappa le lettere e ne fa coriandoli nel vento. E’ stato l’ultimo atto.

Nove.

Dal diario impossibile di Eva: E poi la strada inghiotte subito gli amanti. (Paolo Conte) L’amore e l’immagine dell’amore. Ed io fui l’uomo d’altri tempi, un buono sentimentale giovane romantico quello che fingo d’essere e non sono. Ove sei, o sola che, forse potrei amare, amare d’amore? (Guido Gozzano) “Sei cambiata.” “No, stessa bocca, stessi occhi… stesso tutto. Sai credo di averti amato da sempre, da tutta la mia vita, solo ora me ne rendo conto.” Sono seduti schiena contro schiena, Ivan non dice una parola, Maria appoggia il capo sulla sua spalla, poi si butta giù tra l’erba e ride come una bambina. Di felicità. (dal film Maria ‘s lovers) Amanti, miserere, miserere di questa mia giocosa aridità larvata di chimere. Reduce dall’Amore e dalla Morte gli hanno mentito le due cose belle. Passò la giovinezza prima, il dono mi lasciò dell’abbandono. (Guido Gozzano) Che vuoto che grande vuoto non ho sentieri in questa città Che mani che belle mani falle parlare ancora con me. (Paolo Conte)

Non so se forse Eva avrebbe mai capito la sua vita, il suo lavoro, perché suonare. Qualcosa che salvi la vita, qualcosa che restituisca dignità di essere e di vivere per continuare ad andare avanti. Lavorare non è bello, spesso è umiliante quasi sempre riduttivo. Guglielmo va a lavorare perché deve mangiare ogni giorno, e il resto è il contrabasso e provare esercitarsi e non è facile, non può esserlo, a volte vorresti prenderti una pausa da tutto, dal contrabasso o dalla tastiera o dalla pagina bianca che sai di dovere scrivere o dalle parole che hai già scritto e che d’un tratto appaiono inutili sterili insufficienti a coprire le distanze e le separazioni, inadeguate alla realtà. La realtà di ogni giorno di andare al lavoro di vivere senza aspettarsi niente e sapere che l’unica persona al mondo di cui abbiamo bisogno è lontana, non solo km ma un’ esistenza intera. Perché è di questo che si tratta: della realtà della vita di questo ritrovarsi da soli. E’ un bisogno talmente urgente da sentirsi male, il corpo vorrebbe rifiutarsi di funzionare bene. Se almeno si riuscisse a parlare con qualcuno, ma esiste un freno un muro dentro di noi, e le parole più sincere restano inespresse, soffocate, rigettate indietro nel freddo, paralizzate. Potere avere di fronte la persona che amiamo e riuscire a gridarle IO TI AMO! Perché camminando per strada Eva guarda le persone, le osserva negli sguardi e nei gesti, cercando di ascoltare quello che dicono e come vivono, eppure tra queste non vi è nessuno con cui condividere le mani e sentirsi fatta per lei, per il suo corpo, per la sua voce… Eva, sola, persa tra la gente, lei uguale a tutte le altre ragazze del mondo, con le stesse possibilità, le stesse occasioni di prendere ciò che desidera, eppure diversa e sola. Eva scrive perché ne ha bisogno, perché non può farne a meno. E non sa neppure se riuscirà ad esprimere i suoi pensieri più veri o se la pagina resterà priva di consistenza reale.

Dieci.

Giorno di pioggia sulla strada per Ravenna. Non parlano. Pioggia di lato, sui vetri. Chiaro e grigio pomeriggio. Marco, il suo ragazzo, guida sicuro. Eva, la testa piegata a destra, guarda fuori: il paesaggio che fugge, la duna sopra al fiume, il fiume che divide due sponde opposte, e al di là un’altra strada, altre case, altre storie… Lei pensa all’altro. Marco non può sapere che lei sta pensando all’altro, che la sua dolcezza, la sua nostalgia, la sua tristezza sono per l’altro. Pioggia. Parlano poco. Sono distanti, ognuno immerso nei propri pensieri, estranei, lontani, intangibili. Lui le prende una mano come fa sempre, lei la stringe e gli sorride come ogni volta. Sorride, poi volge il capo a destra al fiume che c’è e non si vede, immagina la casa, la strada e la vita di coloro che vivono dall’altra parte del fiume. Eva immagina. Eva vorrebbe piangere. Domenica pomeriggio, così inutile, così assurda. Piove sulla strada grigia. Musica d’ambiente in auto, dolce, liquida, chiara e triste. Ora non sono più vicini, Marco le ha lasciato la mano, è impegnato alla guida ed Eva continua a guardare la strada e ad immaginare la vita. Qualche incidente, due tamponamenti a causa dell’asfalto scivoloso. Ravenna, città di domenica, gente in movimento, ricerca di un parcheggio, indicazioni stradali errate che non conducono a nessun monumento, a nessuna chiesa. Ravenna la stazione, Ravenna il porto, Ravenna le grandi tangenziali per le zone industriali. Un ponte, un canale, il sole si specchia nell’acqua ferma e limpida. Tramonto. Immenso, grandioso tra le ciminiere delle fabbriche. Immensa solitudine. Grandezza del tramonto. Il cielo sta bruciando. Dura a lungo fino a che fa buio e oltre al buio, fino ad ardere il cielo e poi spegnere l’incendio nella notte. Grandi tangenziali, immense zone industriali in cui smarrirsi, il porto e i suoi cantieri, le torri delle ciminiere si oppongono impotenti al tramonto. Marco ed Eva corrono incontro al tramonto, lo hanno sempre di fronte. E’ tutto oro e fuoco che arde opponendosi al sopraggiungere della notte. Cala l’oscurità totale ma ancora residui d’oro e fuoco sopravvivono contro il cielo. Marco ed Eva ritornano verso casa, attraversando Ravenna si sono un poco riavvicinati, la sera ha attenuato i pensieri ossessivi, lei le prende nuovamente la mano. Tace. Tace a lungo fino alla periferia di F. Poi inizia ad intonare una canzone per lei, ne inventa le parole, è una canzone che racconta di uno scudiero e di una principessa. La principessa è assorbita dal buio, dimentica il pomeriggio, dimentica i pensieri ossessivi, deve aver pianto, dentro, le loro mani si stringono più forte, lui continua la sua canzone inventata, Eva ascolta rapita e ricambia la sua stretta di mano, a lato gli ultimi fasti del tramonto vanno a fondo nella notte senza luna. Alla fine lui riesce a dirlo: “Come vorrei dirti a questo punto che io ti amo.” Undici. Eva si guarda allo specchio: sulla fronte un segno, visibile solo a lei, rende il suo viso estraneo, nuovo, sconosciuto e terribile. E’ questo ciò che Guglielmo le ha lasciato andandosene via. L’ha notato al risveglio, il mattino seguito al loro ultimo incontro, come una ruga sul viso e da allora ha continuato a vederla come un segno di distinzione. Quella sera, lasciato Guglielmo, Eva è tornata in città, Marco e gli amici l’aspettano al locale del bowling, rituale punto d’incontro del gruppo. Gli amici le vengono incontro per salutarla, poi la lasciano sola con Marco. Escono fuori a fare due passi, per Eva non è facile raccontargli ciò che è accaduto con Jonathan. Gli amici hanno deciso di andare al cinema, è appena uscito Il piccolo diavolo di Benigni, Marco ed Eva si uniscono a loro. E’ proprio ciò di cui Eva ha bisogno in questo momento, una pausa per distrarsi, una momentanea sospensione, un’interruzione. Stasera le ragazze del gruppo sono molto graziose, Carla e Giulia sorridono nei loro eleganti tubini neri e i ragazzi Tom Luca e Michele non sono da meno, sono affascinanti nel loro sorriso. Sembra una serata di gran gala, Eva li osserva con piacere, questi sono i suoi amici, sente che le appartengono e che lei appartiene a loro, è contenta di trovarsi insieme a loro. Marco le ha raccontato che, prima del suo arrivo, ognuno di loro in momenti diversi gli ha chiesto la causa della sua assenza ingiustificata, per questo vedendola le si sono stretti intorno, Eva lo ha notato sorpresa. Il film giunge ai titoli di coda, la pausa è terminata, Eva ha di nuovo di fronte la realtà. Marco la porta a fare un lungo giro in auto nei dintorni di F., Eva non riesce a parlare, è come frastornata. E’ tardi. Marco arresta l’auto per un momento in una strada deserta di campagna, scende all’auto e compie un piccolo rito, ad un alberello Marco affida un sassolino e una promessa nota solo a lui, all’improvviso la luna rossa ad un quarto accende debolmente la notte. Il giorno seguente, domenica, Eva chiede a Marco di condurla a Rimini, al parco delle statue. Marco ed Eva passeggiano un po’ per la città, infine siedono su una panchina nel giardino vuoto. Gli alberi sono alti e antichi, danno un senso di raccolta intimità. Per qualche mese Eva dimentica di Guglielmo, si innamora di Marco. Molte cose li uniscono, hanno condiviso molte esperienze, per esempio la stessa scuola, sono andati insieme ai concerti dei Simple Minds, U2, The Cult e The Cure. Si trovano d’accordo su molti argomenti, fisicamente si assomigliano tanto da essere scambiati per fratelli. Si sono incontrati tre anni fa ad una festa di Capodanno. La prima festa di Capodanno a cui Eva e Daniela hanno partecipato. Il locale è l’oratorio della chiesa di V., una frazione di F. I genitori di entrambe hanno accordato loro volentieri il permesso per la festa perché la notte al ritorno sarebbero state ospiti a casa dei nonni di Eva, che abitano a 200 mt dalla sala da ballo. E’ una di quelle feste fatte in casa, organizzate da alcuni compagni di Liceo. Quando arrivano al locale la sala è ancora semivuota, Eva e Daniela hanno molte aspettative per la serata. Poi la sala piano piano si riempie. Marco arriva insieme ad un gruppo di amici, Eva lo nota immediatamente, in abito scuro e la camicia bianca, è molto elegante, vorrebbe conoscerlo ma lui sembra non accorgersi di lei. Daniela ed Eva ballano per tutta la serata. Dopo al brindisi di mezzanotte un gruppetto di ragazzi si avvicina a loro, tra questi c’è anche il ragazzo che l’aveva colpita. Lui però non l’ha ancora vista, poi per caso si ritrovano a ballare uno di fronte all’altro e poi da soli. Billie Jean, that’s my lover… (Michael Jackson) E’ il modo in cui Eva balla ad attirare l’attenzione del ragazzo. Si presentano, poi affrontano goffamente un lento, al termine del quale quasi per togliersi dall’imbarazzo lui la bacia. Poi la prende per mano e si siedono in un angolo della sala. Parlano un po’, Eva è affascinata dalla sua voce, sonora e rotonda. Si siedono più vicino sempre più vicino. La camicia bianca di Marco si è sporcata del mascara nero di Eva. Gli amici di Marco lo chiamano per andare via, separandosi si danno appuntamento per la domenica successiva in una discoteca. Subito dopo anche Eva e Daniela lasciano la festa e tornano a piedi a casa dei nonni dei Eva, dove dormiranno. Eva e Daniela si buttano nel letto matrimoniale nella camera degli ospiti, un letto in ferro battuto con due coppie di materassi una sull’altra e l’imbottita di lana, la camera è accogliente, fresche pareti bianche e le tende trasparenti. Tra le due amiche c’è un’atmosfera intima e gioiosa. Alla festa si sono divertite ed ora è bello scambiarsi confidenze e impressioni sulla festa e sui ragazzi e su quel Marco. “Sei felice?”, le chiede Daniela. Eva sorride e dice sì. In verità si sente confusa, al mattino mentre la luce filtra piano dalle imposte chiuse, Eva piange in silenzio senza svegliare l’amica che dorme profondamente al suo fianco. Eva pensa a Marco, ai baci della notte, alla sua camicia macchiata di mascara per le lacrime, all’orecchino che le è caduto e poi ritrovato, e pensa a Jonathan, a tratti pensava di stare baciando lui. Un delirio, un misero autoinganno, allo stesso tempo Marco le piace e non vede l’ora di rivederlo, in questo momento lui rappresenta una speranza contro la paranoia. Si incontrano la domenica pomeriggio in discoteca. Marco è attratto dalla riservatezza di Eva, da quell’aria di mistero che la circonda. In realtà Eva non nasconde alcun segreto, è una ragazza timida, introversa. La loro storia prosegue, la loro conoscenza si approfondisce, entrambi frequentano il liceo scientifico. Eva è in terza, mentre Marco, sebbene abbia due anni in più, è in quarta essendo stato respinto un anno. Tommaso, detto Tom, è il suo migliore amico nonché il suo ex compagno di banco perché a dicembre si è ritirato dalla scuola senza un motivo evidente. Tom diventerà un ottimo amico anche per Eva. Eva e Marco si incontrano ogni giorno a scuola durante l’intervallo e dopo la scuola iniziano a frequentarsi anche di pomeriggio, fanno lunghe passeggiate insieme per il quartiere di Eva fino ad un piccolo parco dove siedono vicini su una panchina. Marco ed Eva condividevano l’amore per la natura, per un fiore, per un albero, per un cielo stellato. Seconda stella a destra questo è il cammino e poi diritto, fino al mattino poi la strada la trovi da te porta all’isola che non c’è. (Edoardo Bennato) Forse un giorno avrebbero perso questa capacità di vedere e di sentire la natura, forse un giorno sarebbero diventati grandi e insensibili. Per ora si godevano quelle belle e limpide giornate e i cieli azzurri e le notte stellate. Avevano la sensazione di riuscire a fermare il tempo quando gli occhi al cielo, sia di pomeriggio che di notte, riuscivano a sentirne gli echi profondi e lontani. Daniela e Cristina ed Eva frequentavano la stessa classe, erano molto unite e facevano gruppo a parte, abitavano vicine nello stesso quartiere, ogni giorno al ritorno da scuola Daniela e Cristina si fermavano all’angolo della via a discutere di qualsiasi argomento, prima ognuna esponeva in modo pacato il proprio pensiero, poi i toni si facevano più accesi infine la discussione sfociava nel litigio. L’una voleva prevalere sull’altra e avere ragione. Eva le ascoltava senza intervenire, senza prendere posizione né a favore dell’una né dell’altra. “Eva dì qualcosa anche tu, non senti che assurdità dice!” “E’ lei a dire cose senza un senso.” Eva manteneva il silenzio, in realtà non parteggiava per nessuna delle due anche se Daniela spesso l’accusava di tenere per Cristina, in realtà si divertiva ad ascoltare i due punti di vista così diversi e antitetici dall’alto della sua saggezza come diceva Cristina e dall’alto della sua incapacità di prendere posizione come diceva invece Daniela. Semplicemente Eva non sapeva cosa dire, ascoltava e rifletteva. Alla fine Daniela e Cristina senza venirne a capo si separavano esasperate, nessuno delle sue avrebbe mai ammesso di essere nel torto, il giorno dopo avrebbero ricominciato una nuova discussione. Dopotutto Daniela Cristina ed Eva erano molto unite e in classe facevano gruppo a parte dal resto dei compagni. Nell’intervallo, prima che Eva conoscesse Marco, uscivano sul corridoio al primo piano che si affacciava sull’ampio atrio e guardavano giù tutti i loro compagni di scuola che parlavano che si incontravano e loro erano in un certo senso autoescluse da quella partecipazione, guardavano scorrere la vita degli altri aspettando di farne parte. Il periodo della scuola è finito, Daniela e Cristina vanno all’università, Eva lavora nel laboratorio fotografico, è stata assunta a tempo indeterminato. Il pensiero di Jonathan è tornato improvviso e ossessivo nella sua mente. Pensava di averlo dimenticato ma la quotidianità da cui non riesce ad evadere lo ha richiamato a galla. Ogni sabato pomeriggio, rientrando a casa dal lavoro, Eva avverte un senso di delusione perché Jonathan non tornerà. Ogni sabato spera per assurdo di incontrarlo ma lui non c’è nelle strade vuote della città in cui , segretamente, scende a cercarlo. Questa notte Eva ha avvertito un rumore durante il sonno, è successo verso mattina, un rumore contro i vetri della finestra come una folata improvvisa di vento, è stata l’unica a sentirlo. Al mattino presto, prima delle sei, Eva esce di casa per andare al lavoro, è ancora notte, la luna alta sul palazzo di fronte, i vetri dell’auto brinati, le vie deserte. Poi si fa lentamente giorno mentre Eva è al lavoro. La luce del sole filtra dalle finestre in alto del capannone nella zona industriale tra il fumo denso del vicino inceneritore. Per un certo tempo il sole acceca gli occhi di Eva e della collega Michela con cui lavora gomito a gomito, il sole sembra forzare le finestre poi lentamente la luce si diffonde in modo uniforme in tutto il locale. Eva accecata dal primo sole avverte un senso di nausea, vorrebbe andare via, scappare ma non può, prigioniera in un lavoro che mai sarà la sua vita, in un luogo a cui è costretta ma che disprezza e a cui mai sentirà di appartenere. Eva e Michela lavorano insieme, un tempo si scambiavano parole amichevoli, ora svolgono la loro mansione senza uno sguardo, senza un sorriso, avvertono la stessa nausea, lo stesso vuoto. Eva vorrebbe solo vomitare, Michela ha lo sguardo fisso e duro, evitano di parlarsi. Di pomeriggio il sole incendia la camera di Eva, allora vorrebbe nascondersi, mettere la testa sotto al cuscino e rivolta contro al muro non sentire nulla. Dimenticare. Dormire sarebbe il rimedio migliore. Dormire di un sonno senza sogni, un sonno stanco e profondo. Un pomeriggio, al ritorno dal laboratorio, Eva incontra la vecchietta che fa le pulizie nelle scale del condominio. E’ una vecchietta dalla schiena ricurva ma svelta e attenta, di solito viene due volte alla settimana e capita che Eva rincasa proprio nell’istante in cui la signora ha appena passato lo straccio bagnato. Eva si scusa ma lei risponde immancabilmente che non fa nulla. Anche oggi la signora la saluta. “Ciao, torni ora da scuola?” “No, dal lavoro.” “Ah sì? E dove lavori?” “Sono operaia in un laboratorio fotografico.”, inizia a spiegare Eva. La vecchietta la interrompe con un cenno del capo come se sapesse già ogni cosa e le fa i suoi migliori auguri. Eva ringrazia e fa per avviarsi per le scale pulite, quando dietro di lei la voce della vecchietta la richiama , si volta stupita, la signora l’ha chiamata con il suo nome, come può conoscerlo? La vecchietta però le sorride gentile: “Allora non hai proseguito gli studi all’università?” “No…”, inizia a spiegare nuovamente la ragazza ma la vecchietta la interrompe ancora, facendole capire con un gesto del capo che non è necessario che lei dia una spiegazione. “Per una donna va bene avere un lavoro da fare specie se non le occupa molto tempo, vero?” Eva annuisce, pensa che la signora si riferisca al ruolo della donna nella società e nella famiglia. La vecchietta sorride soddisfatta. “eh sì, per una donna va bene, un lavoro facile, anche mio nipote che è appena uscito da ragioneria ha trovato un lavoro.” Eva finge interesse per questo nipote. “…per lui però è diverso, lui è senza una gamba, ma ha trovato un buon posto di lavoro.” La vecchietta fa una piccola pausa durante alla quale fissa Eva diritto negli occhi. Eva ne osserva il viso. D’un tratto la vecchietta non le pare più tale, sul suo viso neppure una ruga. Nel momento in cui pronuncia queste parole le spalle della signora si raddrizzano: “La vita è sempre un grande mistero per tutti.” Poi torna ad essere la vecchietta che fa le pulizie, una signora umile discreta e gentile con la schiena un poco ricurva. Eva ringrazia e sale in casa. Dalla sua stanza, che si trova sopra all’atrio d’ingresso, per il resto della giornata finché il sole non tramonta Eva percepisce la presenza della vecchietta intenta a pulire e lucidare le scale.

Dodici.

Qualche volta Eva esce di pomeriggio. Nonostante lo splendore del cielo l’aria è gelida e in bicicletta fa freddo. La sera in città è triste, scende presto il buio tra le case mentre il tramonto rimane lontano sulle colline. Giorni di inutilità, giorni di silenzi, giorni di finzione, giorni di solitudine, oggi è un altro giorno sprecato, un altro giorno da buttare via. E fuori da questa stanza non c’è niente, assolutamente niente che possa cambiare la vita. Eva resta in casa, nella sua stanza come in un’isola fuori dal tempo, il letto contro alla parete, lo stereo acceso, la scrivania ingombra di libri e di fogli sparsi, il grande armadio bianco, la porta serrata al mondo esterno, le tende tirate. Il tramonto accade davanti alla sua finestra, il pomeriggio è segnato dal mutare della luce del sole, prima abbagliante e calda, poi tiepida, infine fredda e riposante, luce che si trasforma dentro alla stanza di Eva e dietro alle sue palpebre chiuse. Il sole infine scende in mezzo alle facciate dei condomini, nella camera si distende una sensazione intima di penombra e tranquillità. E’ incominciato tutto in autunno quando la luce della sera è diventata argentea, una luce grigio argento che riempiva la stanza chiusa inondando il suo cuore. Di giorno spesso pioveva ma l’alba appena dischiusa effondeva nel cielo una tenera uniforme luce d’argento. Luce d’argento il mattino, luce d’argento la sera, luce d’argento grande piena riposante accogliente fino alla fine del tramonto, luce d’argento soffusa tutt’intorno nell’aria autunnale. Una luce chiara brillante dopo gli aridi tramonti dell’estate. Jonathan è questa stagione, l’autunno. Una sera, all’improvviso, nel sonno Eva lo ha chiamato con il suo nome nella luce grigio argentea che si dissolveva nella stanza. E’ il bandito del deserto. Riemerge da una canzone, ha l’eco del Sahara, ha un mantello di sabbia, un cuore di solitudine. Autunno, respiro caldo, luce argento, pioggia dell’assenza, mistero della sera. Eva immagina il suo viso biondo in controluce, un leggero sorriso, un equilibrio nuovo che lei non comprende ma da cui è attirata senza sapere cosa significhi per lui, può solo dire che è bello. Il sole oggi ancora contro la finestra di Eva. I profili dei rami. “Io ti amo.” Una mattina di sole, tutto intorno si ferma, ogni rumore cessa, strepiti di bambini che escono da scuola, e poi solo il suono della sua voce, tranquillo, come se niente fosse cambiato, come se lei fosse ancora insieme a lui. Il suo nome è difficile da dire quasi che pronunciandolo la distanza tra di loro si annulli. La fine dell’estate è stata dura. Eva ha aspettato settembre come si spera in un cambiamento. Invece è venuta solo la pioggia, la sanguinosa pioggia, crudele ed assassina. Piove tanto da non poterne più. Come una ferita. Eva chiude gli occhi e vede cadere sangue, sangue dal proprio corpo senza che possa arrestarlo. Fare l’amore con Marco non è più quel fondersi insieme nell’Amore. Il contatto dei corpi si è trasformato in uno scontro mortale. Eva ne prova dolore, per il proprio corpo, per l’incapacità ad amare, per l’abituale finzione di nascondersi, per l’impossibilità di confidarsi interamente ad un’altra persona. Una domenica contro la noia e il niente. Eva e Marco fanno un giro in auto fino al passo del Muraglione sulla statale 67 che da F. conduce a Firenze. Ci sono lunghi tratti di strada deserti e disabitati, la natura prorompente e selvaggia. Di notte la zona è particolarmente suggestiva e guidando per gli stretti tornanti con le nuvole basse si ha la sensazione di essere sospesi nel vuoto. Qui la natura è selvatica, le vecchie case sono state abbandonate, il silenzio è filtrato dal vento tra gli alberi lungo alla strada. Si attraversa un paesaggio irreale, da fiaba. Una volpe si affaccia sul ciglio della strada e poi si nasconde, una coppia di istrici scompaiono dietro un cespuglio, un tasso saltella rapido e buffo. Ora Marco ed Eva ridiscendono verso F. Marco si irrigidisce nella guida e si allontana con il pensiero da Eva. Un senso di estraneità lo avvolge al calare delle prime ombre. Eva al suo fianco ne avverte il distacco senza opporsi, finge che tutto sia a posto, mentre dentro è a pezzi. Vorrebbe poter ricominciare a parlare con Marco, ad aprirgli il suo cuore come un tempo, ma da sola non ce la fa. Marco interrompe il silenzio: “Per un momento non mi è importato più niente di te. Ho provato una specie di indifferenza, senza volerlo, senza riuscire ad impedirlo. Allora io ti ho perso.” Eva torna a casa, lascia Marco all’imbocco della via in cui abita in centro città. Dallo specchietto retrovisore Eva lo scorge immobile sulla strada, una figura nera, lo sguardo al cielo nella direzione opposta alla sua, uno straccio abbandonato sull’asfalto. Si sono lasciati senza un bacio, senza una parola, senza un piccolo segno d’affetto o di comprensione. Niente. Eva torna indietro per cercarlo, per chiedergli scusa ma lui non c’è, è troppo tardi, la strada è deserta, il vento continua ad agitare i suoi fantocci. Oggi, in bicicletta per il suo quartiere, Eva si è ricordata del periodo in cui guardava le cose e fermava il tempo. Ora non ne è più capace, qualcosa si è rotto. Gira spesso in bici da sola, la sua camera le è diventata insopportabile. Sente la necessità di un cambiamento, ha bisogno di vedere la gente, di incontrare per un istante lo sguardo dei passanti e di sentirsi simile a loro, di essere assimilata al mondo, di sentirsene una sua minuscola pulsante particella. A parte il freddo le giornate dell’inverno appena trascorso sono state limpide. Questa primavera è sporca, un vento caldo solleva cartacce foglie e polvere, la città sta soffocando, tra poco sarà aprile. “Aprile, apri dolcemente le mie labbra…” (Area) Eva esce disperatamente a cercarlo ma Jonathan non c’è. “Aiuta il mio cuore…” In piazza intravede Marco con alcuni amici, forse anche lui l’ha vista ma nessuno dei due va incontro all’altro. Eva torna a casa, la sera è amara e inutile quanto la sua attesa. Jonathan non tornerà.

Dal diario impossibile di Eva:

Sera. E io qui ti amo contro questi tramonti filtrati dalle tende. Luce grigio argento. Il bandito del deserto. Il profilo contro il tramonto. Solitudine. Solitudine…solitudine… Il tempo distrugge ogni cosa e l’amore si autodistrugge. Credere che il tempo non possa cambiare nulla è pura follia. E’ per questo che tu mi manchi, terribilmente, immensamente. Mai più come la scorsa estate, avrei solo voluto vomitare. Pazza… ma è solo una finzione in cui nascondo me stessa. Ti amo. Amo la tua assenza, questo vuoto, questa sera, ora, assenza di tramonto. Ti amo perché non puoi tornare. Amo l’assenza dell’amore. Amo questa voce di Demetrio Stratos, piena di solitudine nell’ora grigio argento della sera. E’ il bandito dal deserto.

Fine prima parte.

Discografia parte prima: Rolling Stones: Angie Area: Ici on dance, il bandito del deserto Litfiba: La preda Francesco Guccini: Van Loom Edoardo Bennato: l’isola che non c’è Paolo Conte: Paris Milonga, Madeleine, Blu notte Il rovescio della medaglia: Io come Io Dark music: Joy Division, Tuxedo Moon, The Cult (Love), The Cure (di Three imaginary boys) Antologia poetica parte prima: Charles Baudelaire: Spleen Guido Gozzano: poesie crepuscolari

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