Appunti di Giovinezza. (piccolo romanzo) parte terza e conclusione

Parte terza.

Uno.

Eva è tornata a casa in Italia, a F. Alle cose usuali alla vita ordinaria. Entra nella sua camera che la madre ha pulito ed ordinato senza riconoscerla come se appartenesse ad un’altra, non a lei. Chiama a raccolta gli amici per salutarli, per ultimo telefona a Marco, Eva non intende più nascondersi dietro al silenzio e alla facciata vuota dell’incomunicabilità. Marco ha di fronte a sé una nuova Eva. Mentre lei era lontana lui pensava a lei, a quando sarebbe tornata, a quando avrebbe fatto in modo che fra di loro tutto fosse diverso. Non si sarebbe più sottratto a lei, non si sarebbe più difeso, l’avrebbe finalmente amata senza riserve, aveva capito di amarla veramente, in quegli anni erano comunque rimasti insieme per l’amicizia che li univa e per le tante passioni che condividevano, ma l’amore no, non era più stato lo stesso, per colpa di Eva e per colpa di Marco. Ora Eva è cambiata. Eva soffre insieme a lui anche se questa volta è lei a dover recitare la parte di quella che non ama. Verso sera vanno al mare, restano soli sulla spiaggia, il vento cala, il mare si ricompone pacificamente, il suono delle onde torna tranquillo. Ci sono ancora lacrime sul viso di Marco e disperazione, il mondo gli sta crollando addosso, e lui sta andando in mille pezzi, si oppone cercando di resistere alla terra che gli scivola da sotto i piedi, vuole che lei gli racconti nei minimi particolari quello che è successo. Vuole cercare di recuperare tutto ciò che non ha voluto comprendere prima, la sfida di Marco è quella di rimanere intatto, unito quando è già andato in pezzi, quando il dolore allo stomaco provoca conati più intensi di vomito e la fitta agli occhi diventa insopprimibile. Ma Eva è lì accanto a lui e lo guarda freddamente, tra loro era già finita prima, molto prima e ora che lei è tornata lui ha capito di volerla. Eva non va via, rimane con Marco anche se non può aiutarlo. Piangeranno insieme. In agosto qualcosa di nuovo interviene nella loro vita, scoprono il piacere e la libertà di viaggiare. Per ferragosto Eva ha qualche giorno di ferie inaspettato, Marco non lavora e Sabrina, la ragazza di Tom, si è appena diplomata. Così partono insieme per l’Argentario. Di giorno si va in gita all’isola del Giglio con il traghetto da Porto Santo Stefano e la notte si va a dormire nella spiaggia della Giannella, il vicino campeggio è al completo, verso sera la spiaggia si riempie di tende. Al ritorno dal Giglio a Porto Santo Stefano comprano il pane fresco dal panificio sul molo e qualche altra provvista per la cena e per la colazione, una doccia veloce con le bottiglie d’acqua, si cena con quello che c’è, si monta la tenda, e prima del sonno si siedono in riva al mare e la luna di fronte, è il momento delle confidenze, sono 3 amici insieme, Eva con il cuore in Finlandia, Marco con il cuore dolorante e Sabrina con il cuore innamorato. Sabrina dice di non sapere chi è, si è appena diplomata ragionera, e non sa cosa vuole fare della propria vita, non sa cosa vuole essere, la sua storia con Tom è appena agli inizi. Marco ed Eva l’ascoltano attentamente, nel gruppo Sabrina è sempre stata una ragazza semplice e allegra, ora lei mostra le sue ombre. “Fino a poco tempo fa io non sapevo neppure che esistesse una Sabrina, prendere consapevolezza di quello che si è non è facile. Voi per esempio come mi potreste descrivere?” “Sei una ragazza buona , io penso.”, dice Eva. “Una ragazza che diventerà una splendida donna.” osserva Marco. “Fino a poco tempo fa non sapevo neppure che esistesse una Sabrina. Ogni cosa che facevo era in funzione di una mia amica, lo facevo per lei, per farle piacere, ora è finita, mi sono accorta che non è giusto, che io non sono lei, che le cose che andavano bene per lei per me sono sbagliate. Io non riesco a parlare di me, dire chi sono veramente. Io ho un’immagine di me, di quello che vorrei diventare, degli abiti che vorrei indossare, della vita semplice ma piena che vorrei conquistare. Ma non lo so, io devo ancora capire chi sono.” Marco la comprende profondamente, anche lui ora non sa più chi è, è come se qualcuno avesse lanciato un pacco dal finestrino di un’auto in corsa a folle velocità e che quel pacco fosse lui, e ora lui osserva quel pacco sull’asfalto, si è disfatto, infranto in mille pezzettini e lui non può che raccogliere tutti questi pezzettini e metterli in tasca e poi non resta che rimetterli insieme, ma non sa più come si fa. Marco cerca disperatamente risposte su se stesso e sa che nessuno può dargliele, neppure Eva. In tenda non riesce a dormire, il dolore allo stomaco è forte così come agli occhi, sveglia Eva, le chiede di parlare, di spiegare. Mentre le giornate al mare scivolano veloci, le notti alla Giannella non sono tutte uguali, notti tranquille si alternano a quelle più difficili. Anche il suono del mare non è mai uguale, a volte cullante, amichevole, a volte oscuro e cupo come se tra le sue onde nascondesse un mistero o un pericolo. Una notte era un doppio eco argentato che trascinava via con sé e al mattino il mare era tornato calmo con le onde che scivolavano piano sulla riva. In agosto e settembre Marco Eva e Sabrina torneranno all’Argentario e all’isola del Giglio per altre 4 volte, sono brevi finesettimana per riprendere fiato, per scappare da sé, per ritrovare qualcosa per cui restare. E un’amicizia nuova tra di loro. Al ritorno Marco guida senza interruzioni mentre e due ragazze si addormentano. I suoi occhi bruciano, ai lati della strada gli appaiono ombre bianche, la sua attenzione tocca il limite, nonostante ciò continua a guidare senza chiedere il cambio. Sulla statale 67, sul passo del Muraglione, mentre Sabrina ed Eva dormono, lui rimane solo immerso nel fantastico paesaggio naturale notturno, tra alberi che sembrano mostri e vertigini che vogliono trascinarlo via. Marco resiste, quei piccoli viaggi sono allo stesso tempo un’evasione dalla realtà e un modo per restarvi attaccato. L’ultima data del 22 settembre all’Argentario segna l’inizio di un nuovo autunno, e poi ci sarà l’inverno da superare e poi attendere una nuova estate.

Due.

Recitando un ritorno sulle piste delle allegrie. (Paolo Conte) Un anno dopo. 11 giugno 1991, una telefonata, la stessa data della partenza di Eva dalla Finlandia. “Pronto, sono Guglielmo.” “Chissà perchè ogni volta che ti penso poi ci sentiamo, pensavo a come avrei reagito se tu fossi tornato.” “Davvero, volevo telefonarti ieri sera ma poi non ho trovato il tuo numero. Sai, domenica stavo mettendo a posto il mio armadio ed ho trovato una tua lettera, la prima che mi hai spedito, te la ricordi? Ho deciso di seguire l’istinto e ti ho chiamato.” “Sì, mi ricordo quella lettera.” “Ascolta, da quanto tempo ci conosciamo? Sono sette anni e in sette anni non siamo mai riusciti a parlarci per il verso giusto. Io vorrei vederti, potremmo incontrarci.”, una breve pausa e poi aggiunge,” Devo dirti delle cose che non ti ho mai detto.” “Pensi davvero che ne valga la pena?” ” Sì, perché me lo chiedi?Tutto serve nella vita.” “Io penso di no. Tu ti ricordi l’ultima volta che ci siamo visti, e tu sai come è andata a finire, ne valeva la pena? No, tu stesso alla fine lo hai detto. Ho sofferto molto e a lungo ma poi sono riuscita a dimenticarti e ora tu telefoni come niente. “, tace un secondo e poi lo dice “Io mi sono innamorata.” “E’ una cosa bella innamorarsi, fa sentire bene, fa sentire vivi anche se non sempre ci fa felici perché la felicità non dipende da quello che vogliamo noi. La felicità ci sorride ci illude e poi scappa via, spesso senza spiegare, senza che noi possiamo rendercene conto. Però innamorarsi illumina e riempie la vita, ci rende diversi, migliori, tutto il mondo risplende di luce, torniamo a gustare ad amare la vita intera. Ci si sente vivi e ci si illude di essere felici. Essere innamorati restituisce dignità al nostro vivere, anche se è un inganno, anche se poi lui o lei fugge via e si torna soli ma abbiamo amato, abbiamo sentito il sangue scorrere nelle vene e nella gola la voglia di cantare e nelle braccia il desiderio di accogliere il mondo intero. E se tu ti sei innamorata io sono contento per te.” “Cosa vuoi da me, perchè mi hai cercato, perchè mi stai di nuovo tirando in ballo? Dopo così tanto tempo, tre anni?” “Senti mi sono capitate delle cose che mi hanno fatto male…” “Meno male che ogni tanto stai male anche tu…” “Poi ho trovato la tua lettera. Pensa che se non fosse stato che tu allora mi avessi scritto quella lettera, io oggi non ti avrei chiamato, forse non ti avrei più cercata. E’ stato per quella lettera. Ho capito leggendola che…esistono altre persone, che c’è una persona che è stata male quanto me, una persona che può capire, che può capirmi. Io sono molto confuso.” “Che sei confuso l’ho capito, ma io che cosa c’entro? Non pensi che io potrei essere completamente un’altra, diversa da quella che ti aspetti?” “Perché non vieni a trovarmi qui a casa mia? Non sei mai venuta. Ci sediamo e parliamo tranquillamente. Per una volta.” Eva tace ancora, sta pensando. “Dimmi, ti importa ancora di me?” “Non lo so. Ma a te è mai importato di me?” “Non vuoi vedermi, davvero?” “Devo pensarci. Ma tu cosa ti aspetti da me?” “Niente o tutto, è la stessa cosa. Sì io mi aspetto tutto da te. Tutto e niente.” “Ti chiamo venerdì per farti sapere.” “Va bene, io ora torno di là a suonare. Ora io sono felice.” Eva ha sempre pensato che un giorno avrebbe fatto questo viaggio, che sarebbe andata da lui, a casa sua. Sta pensando di accettare di fare un altro tentativo se non altro per chiudere i conti rimasti aperti , non crede tuttavia che ne valga la pena, con lui non è mai valsa la pena. Le sembra assurdo che lui le abbia telefonato a causa di una vecchia lettera d’amore, senza la quale di certo non l’avrebbe più chiamata e magari l’aveva già dimenticata. Eva ha letto in non so quale libro che non si pensa mai ad una persona in senso univoco, che è sempre una cosa reciproca, che c’è sempre una corrispondenza, ma le pare alquanto assurda anche questa cosa. Eva ha la certezza che ogni volta che pronunciava il nome di lui era soltanto un’assenza a risponderle, che Jonathan non riuscisse più a sentirla. Eva è confusa, vuole parlare con Tom, si trovano come quasi ogni sera al locale del bowling, lei e Tom condividono la passione del sigaro, così uno ogni tanto solo loro due. Così la notte tardi si fermano in auto nella piazzetta in cui sono soliti incontrarsi, e fumano un toscano in due avvolti nella densa nebbia speziata e nel silenzio. Tom sa qualcosa di Jonathan ma non conosce la storia per intero. Eva gliela racconta da capo. Dopo il primo imbarazzo Eva si rilassa e parla in modo tranquillo. Ogni tanto lui la interrompe per fare il punto del discorso, per ricapitolare gli eventi maggiormente significativi. Cerca di inquadrare la storia da una prospettiva diversa. Senza esserne consapevole lui possiede la parte mancante della storia. “In parte io lo capisco Jonathan. Quando ti ha incontrato lui non era in grado di affrontare un legame serio un po’ per il fatto di voler diventare a tutti i costi un musicista e dall’altro per via della distanza. La distanza non è cosa da poco. Anche a me è accaduto qualcosa di simile. Incontrai una ragazza al mare, ci fu una storia, durò per tutto il tempo di una vacanza, può essere niente, può essere tutto. Ero innamorato. Ricordo le canzoni che ascoltavo in auto andando di sera a trovarla, non pensavo ad altro che a lei, notte e giorno, riempiva tutto il mio tempo, tutti i miei pensieri. Avevamo 19 anni. Alla fine delle vacanze lei è ripartita, non era di qui, ed io per paura della distanza e che fosse tutto vero, ho preferito lasciarla andare. Lei mi avrebbe aspettato. Ma io non ho voluto. Ora sono diverso, ora c’è Sabrina. Lei è molto gelosa, mi ha fatto eliminare dall’auto tutte quelle piccole cose, che so, un bigliettino, una conchiglia, un braccialetto, una rosa secca, che tenevo in ricordo di ogni ragazza che avevo amato anche se fugacemente anche se inconsapevolmente. La ragazza di una sera, la ragazza che ho incontrato in uno sguardo, la ragazza solo sognata e immaginata, la ragazza di un’avventura, la ragazza di una storia più seria. Le ho amate tutte, in ognuna amavo qualcosa, un particolare, le labbra o il sorriso, un colore degli occhi o un neo sul collo, ognuna di loro contribuiva a formare il quadro della mia donna ideale. Conservo ancora ogni cosa in una scatola. Sabrina non è niente di tutto questo, lei è così diversa, così unica.” “Io sono innamorata di Wolfgang.”, risponde Eva. “Fai una cosa, continua Tom, tu vai a vedere cosa vuole Guglielmo se non altro per completare quello che manca, al di là che abbia un senso o meno, al di là che ne valga la pena o meno, tu vai e vedi, cosa hai ancora da perdere? Forse questa volta sarai più forte, forse questa volta sarai tu a stabilire cosa vale o cosa no, forse questa volta tu riuscirai a non farti calpestare, forse questa volta tu riuscirai a non farti fare quello che gli altri vogliono di te, forse questa volta sarai tu a scegliere e non a farti scegliere. Chissà? Accetterai questa sfida?”

Tre.

  Eva parte sabato mattina verso le sei, sono meno di 250 km prende la Ravegnana e poi corre sulla Romea trafficata con i mezzi pesanti da superare. Si perde al centro di Padova poi ritrova le indicazioni per il paese di Guglielmo. Al telefono si sono messi d’accordo per incontrarsi alla stazione, e dove altro? Eva la trova facilmente ma non c’è Guglielmo ad aspettarla. Eva allora cerca una cabina per telefonargli, lui dice “Arrivo”. Il paese di Guglielmo è un centro agricolo e artigianale in espansione, se lo immaginava più piccolo. In stazione Guglielmo è appoggiato alla vecchia 126 e pare sorpreso che lei non sia lì. “Sono andata a telefonarti.”, si scusa. Eva scende dall’auto, lui le tocca un braccio in segno di saluto, come se dovesse riconoscerla dal tatto. “Andiamo al bar all’angolo a bere qualcosa.” “Quale bar? Io non ho visto nessun bar.” Infatti il bar è chiuso, un cartello dice chiuso per lutto. Guglielmo è salito nell’auto di Eva. “Aspettiamo un po’ prima di andare a casa mia, i miei stanno per uscire.” Nel vano del cruscotto lui vede un libro “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez. “Un bel titolo, deve essere bello, parla d’amore?” “Parla d’amore sì e di disperazione, a me non è piaciuto.” Accende l’autoradio, è inserita la cassetta dei Guns’n Roses. “Ascolti questa roba?”, sorride divertito, “Questi tipi non hanno inventato nulla, vivono di rendta della musica anni 70, e sono in cima alle classifiche. Le cose veramente nuove e diverse, invece, fanno fatica ad essere ascoltate, non interessano a nessuno.” L’impressione che Eva ha di lui non è gradevole. E’ diverso dall’ultima volta che l’ha visto, lui ora ha 29 anni, è ingrassato, la pelle del viso è sciupata, i capelli sono trascurati, gli occhi sono diventati di un azzurro opaco, il sorriso ha perso qualche dente, indossa una vecchia camicia a quadretti e un largo paio di pantaloni bianchi. Eva lo riconosce dal modo di parlare, dalla solita ironia delle parole ma ha qualcosa di rassegnato in sé. A Guglielmo non è mai importato di niente e di nessuno, l’importante per lui era suonare. Non ha mai smesso di suonare ma da tempo si è accorto di dovere fare i conti con un mondo e una società diversi da come aveva sognato, i miti musicali e politici degli anni 70 sono decaduti. Ora Guglielmo ha raffinato la sua tecnica, ha studiato e suona meglio di prima, non può smettere di lavorare per dedicarsi completamente alla musica. Sa che non è possibile vivere di solo musica. “Devo mangiare per vivere e con la musica non si mangia.” Abita con i suoi genitori che aiuta economicamente. Non gli interessa essere indipendente, l’importante è avere una stanza in cui suonare, l’importante è avere i soldi per pagare le rate dei nuovi strumenti. Per il resto la sua vita è normale, banale, abituata a fare compromessi, preferisce adattarsi piuttosto che andare incontro a problemi. Gli basta poter suonare. Ogni giovedì sera ha le prove con un gruppo di musicisti della circoscrizione, dice che non suonano il genere di musica che a lui interessa però fa lo stesso, l’importante è poter suonare, è sempre un’esperienza in più anche se ha saputo di certi intrighi, che il batterista se la fa con la moglie del chitarrista. Ha un altro gruppo con cui suona i suoi pezzi ma si vedono poco, ognuno registra delle cassette con la propria parte e poi le fa sentire agli altri, Guglielmo scrive la sua parte di basso e i testi che lui stesso canta. Il batterista che maggiormente crede al loro gruppo è quello che si prodiga ad inviare alla radio le loro audio cassette promozionali. Grazie a lui hanno avuto qualche articolo su fanzines musicali e hanno partecipato a concorsi radiofonici. Il chitarrista invece ha lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla musica, non esce di casa, non pensa che a suonare. “Io non riuscirei a fare come lui, mi scoppierebbe la testa, impazzirei. Lui si fa ancora mantenere dai suoi genitori, così non è libero. Io lascerò il lavoro solo quando sarà possibile vivere di sola musica. Adesso sarebbe irrealistico. Grazie al batterista ogni tanto suoniamo in qualche locale, ci pagano quel giusto che serve per coprire le spese e intanto si fa qualcosa, ci facciamo conoscere, ci esibiamo dal vivo, si fa esperienza… E non ci interessa un pubblico particolare, selezionato, la musica è per tutti. Per noi è importante poter suonare dal vivo i nostri pezzi e farci ascoltare, vedere come la gente reagisce al nostro ascolto. Stasera andiamo a suonare in una pizzeria vicino a Padova.” Sono a casa sua seduti in una specie di tinello marrone, quello cantato da Paolo Conte, sul tavolo sono sparse diverse audio cassette, in tv danno un concerto di Jerry Lee Lewis. Lui dice: “Puoi prendere le cassette che preferisci, tanto io non le ascolto più.” Le riassume il panorama musicale degli anni 70, che ha ispirato la sua personale crescita musicale culturale ed ideologica. Non che sia molto interessante, d’altronde Eva si rende conto che Guglielmo sta rimandando il discorso principale per cui l’ha invitata a casa sua. A lei non interessa niente delle sue vecchie audio cassette nè degli anni 70. Eva capisce che dovrà aspettare a lungo prima che lui arrivi al nocciolo della questione. “Quando ti ho incontrata quella notte a Rimini io ero in crisi perchè la cosa di cui più mi importava era suonare , io desideravo suonare al livello degli Area, cosa insuperabile del resto. Io soffrivo perché sapevo di non esserne all’altezza e che forse mai avrei potuto diventarlo. Allora ero ad un bivio, proseguire con il mio sogno oppure lasciare perdere. L’ideologia musicale e politica degli anni 70 era fallita. Un tempo si tenevano grandi concerti e manifestazioni ma poche persone erano lì perché ci credevano veramente, era un fatto di moda, io invece ci credevo e come me pochi altri. Significava cambiare se stessi, costruire un mondo diverso, una società ideale. La musica era uno strumento per smuovere le persone, per produrre un cambiamento, per diffondere una nuova cultura. Ma alla fine i grandi gruppi, i grandi artisti se ne andavano, rientravano nella logica del mercato, facevano parte dello spettacolo. Lo stesso Demetrio Stratos era una rockstar. Negli anni 70 ovunque in Europa si suonava lo stesso genere di musica. Gli Area non facevano qualcosa di nuovo. Quando Eugenio Finardi in Musica ribelle dice “… sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania..” si riferisce alla musica d’avanguardia tedesca. Ricordi il mio tatuaggio? Ha un preciso significato , prende spunto dalla copertina di un disco di musica progressiva tedesca. A Berlino sono nate tutte le nuove tendenze, è nato il punk per esempio e la musica d’avanguardia. Per musica cosmica si intende la musica progressiva di Klaus Schulze. In Italia gli Area erano avanti anni luce rispetto alla PFM ma erano al passo dell’Europa. Ad un certo punto il clima politico e culturale della sinistra è venuto meno e tutti sono tornati a casa. Ma io sono rimasto. Da giovane adolescente sono scappato più volte da casa. In una di queste fughe io ho incontrato te. Da quella sera io non ti ho più visto sorridere. Sinceramente pensavo solo di avere un’avventura con te. Ma poi … Tu sai tante cose di me che io non ho mai raccontato a nessun altro. E quando ho ritrovato la tua lettera allora mi sono reso conto che non avevo capito niente. Di te. Che non avevamo mai fatto un discorso serio insieme. Aspetta un momento, arrivo subito.” Va a prenderle il suo quaderno, con gli accordi e i testi delle sue musiche. Vuole avere un giudizio sincero di Eva, sapere cosa ne pensa, se le piacciono i testi scritti in inglese. Eva apre il quaderno, è disordinato con parole cancellate, qualche errore ma è interessante. I suoi testi sono interessanti, è una specie di diario segreto musicale, in cui sono trasformate in note i suoi pensieri e le sue impressioni. Un testo la colpisce in modo particolare. “Too many pigs in my head…”, e poco più giù, “she wants to possess me.” E’ un testo notturno e di sottile disperazione per una ragazza che vuole possederlo fisicamente e mentalmente, per un ostinato capriccio, mentre lui resta immobile incapace di sottrarsi dal pensiero forte e violento di lei. Un altro testo è intitolato Rockstar, le parole sono ironiche e fanno riferimento ad un suo amico che si crede una rockstar. Guglielmo le accenna due versioni quella irriverente come la fa lui e quella seriosa come la farebbe quel suo amico. “Spesso dal vivo non mi esprimo al meglio, a volte mi capita a casa da solo quando scopro qualcosa di nuovo. Tra poco andiamo nella mia camera così provo un poco, ripasso i testi per il concerto di stasera. Devo riscaldarmi le mani, sciogliere le dita sulle corde.” “In che modo riuscite a preparare un concerto senza provare insieme?” “Anche se non ci incontriamo spesso, ci conosciamo bene, ci fidiamo l’uno dell’altro. Non abbiamo un posto per le prove, abbiamo vite e impegni lavorativi diversi a parte il chitarrista che non lavora. Il concerto di stasera oltre a darci visibilità ci permette di incontrarci e suonare insieme e vedere se siamo migliorati. Ognuno di noi cerca di fare quello che può, il batterista si muove in tutte le direzioni per farci conoscere, il chitarrista è sempre chiuso in casa a provare, mentre io quando non lavoro mi siedo al piano a trovare gli accordi e poi li provo al basso.” A mezzogiorno mangiano insieme in sala, Guglielmo ha chiesto alla sorella di aiutarlo a fare gli spaghetti, finalmente Eva ha conosciuto la sorella Melania, diciotto anni, riccioli biondi, allegra, spensierata con una venerazione per il fratello maggiore. Guglielmo si accorge di avere finito le sigarette e scende un momento per comprarle, Eva rimane sola con Melania che è in imbarazzo, Eva osserva la sala che è arredata con mobili fine anni 50 con specchiere e fregi dorati. Il telefono è a lato dello specchio, Eva si ricorda che lui le ha detto che non sopporta di guardarsi nello specchio mentre telefona. Dopopranzo vanno nella sua camera in fondo al corridoio a destra, al momento Eva non ci fa caso ma la stanza di Guglielmo è esattamente uguale alla sua,stessa disposizione del letto e dell’armadio, al posto della scrivania qui c’è un pianoforte, uguale orientamento a nord ovest della finestra. Ciò significa che hanno guardato gli stessi tramonti, che hanno avuto gli stessi pomeriggi invernali inondati di luce e l’identico caldo sole estivo. Soltanto le pareti fanno la differenza, qui sono spoglie e bianche mentre la stanza di Eva è interamente ricoperta di posters e fotografie. Eva si affaccia alla finestra, sottocasa c’è un campetto da calcio in cattivo stato. “Ci giocavo da bambino.” Un basso è steso sopra al letto, l’altro è nella custodia sul pavimento. Le dice di sedersi dove preferisce, lui si mette al piano, prende il suo quaderno e suona alcune sue cose, tra cui “too many pigs in my head and she wants to possess me”, ora la sua voce è dolce e sottilmente disperata, Eva pensa che deve averla scritta in una notte di ossessione. Poi si mette al basso, per coinvolgerla le mostra alcuni accordi e le permette di fotografarlo. Guglielmo si accorge che si è fatto tardi, tra un’ora deve prepararsi per andare a Padova. “Senti andiamo di là a parlare, ti faccio un caffé d’orzo.” Accosta la porta del tinello, Eva pensa ‘ finalmente ora viene alla questione’. “E’ accaduta una cosa che mi ha fatto stare male. Non sono mai stato così male.Ora è finita e sto ancora peggio. Una brutta storia con una tipa. La conoscevo da un sacco di tempo, lei era la ragazza di un mio amico, io e lei scherzavamo senza problemi, poi un giorno lei mi ha baciato e non è stato più uno scherzo. Mi ha detto che era molto attratta da me ma che non voleva lasciare il suo ragazzo. Ci siamo visti di nascosto alcune sere ma a me così non piaceva, volevo che scegliesse o me o lui. Lei è rimasta con lui ma continuava a cercarmi. Io ho provato a dimenticarla, quella canzone l’ho scritta pensando a lei. Lei è una persona molto volgare ed egoista. Io non so come posso desiderarla, io ne sono attratto e allo stesso tempo la disprezzo.” Eva non sa che dire, sente una gran puzza di bruciato, ancora una volta si accorge che Guglielmo l’ha fregata. Eva non crede che sia possibile essere innamorati di qualcuno e nello stesso tempo disprezzarlo. Chissà perchè le viene alla mente la figura di Nastasja Filipnova in L’Idiota di Dostoevskij, uno dei primi libri amati da Eva. In un qualche modo questa ragazza e Nastasja si assomigliano per forza e bellezza. Eva è rimasta colpita e affascinata dall’amore puro del principe Myskin per Nastasja, egli le dichiara il suo amore dicendo di amarla per quello che è realmente, oltre ogni apparenza, ma Nastasja fugge non reputandosi all’altezza di come il principe l’ha realmente vista. Guglielmo dice che questa ragazza è volgare, che è un’egoista, che pensa solo a se stessa, ma che ne è inspiegabilmente attratto e spaventato. “Lei continua a stuzzicarmi, a tormentarmi. Ti ho raccontato questa storia non per parlare di lei, io vorrei che tu capissi alcune cose, o meglio io vorrei capire alcune cose che non mi sono chiare. Quando ti ho telefonato io ho seguito l’istinto, ho pensato proviamo. Un tempo io volevo solo suonare, ora io voglio qualcosa di più. Voglio di più, capisci?” Eva annuisce e pensa sì questo mi vuole fregare. “Per questo io da te mi aspetto tutto o niente. Io non cerco un’amica.” “Senti ma come la mettiamo con la distanza? Per te sarebbe ancora un ostacolo insuperabile?”, chiede Eva tanto per sapere. “No, la distanza non sarebbe un problema, a condizione che ci sia l’Amore.”, la guarda diritto negli occhi o che cavolo, pensa Eva, ha detto Amore, con la A maiuscola. “Deve esserci di mezzo l’Amore altrimenti non ha senso. L’Amore, qualcosa di grande, capisci?” Sì, Eva capisce e rabbrividisce. L’Amore. Quello che tra noi non c’è mai stato, quello che tu non hai mai voluto, quello che io provavo per te una volta. Eh già l’Amore, facile dirlo adesso che è lui ad averne bisogno mentre quando lei era nella merda nessuno è venuto a tirarla fuori e ora lui pretende che sia lei ad aiutarlo a capire quello che prova per questa ragazza. Nel tinello il pomeriggio è azzurro e afoso come nella canzone scritta da Paolo Conte, ma cantata da Celentano. Ad Eva appare l’immagine di Wolfgang, un’ immagine trasparente nel sole e nel ricordo, sul suo asse focale l’ immagine di Wolfgang e l’idea dell’Amore si sovrappongono. Per la prima volta in un anno Eva si rende conto di quanto Wolfgang sia assente dalla sua vita. Fino a questo momento Eva lo ha fatto fatto vivere nei suoi sogni, in un mondo perfetto, isolato dalla realtà, al sicuro, in un mondo irreale. Ora la realtà la richiama indietro. Non desidera più sognare, vorrebbe fare parte concretamente della vita di Wolfgang. Le risposte alle lettere che lei gli scrive sono elusive e superficiali, lui non ha mai parlato di venire a trovarla in Italia nonostante il suo invito. Wolfgang non parla mai di sé, le racconta del tempo, della specializzazione che sta prendendo, del lavoro che non ha ancora trovato. Quasi a rassicurarla in ogni lettera dice che non è successo niente di speciale. Eva si rende conto di non conoscerlo affatto, vorrebbe condividere la sua vita e i suoi pensieri ma lui non glielo permette. E se il dialogo non prosegue come potranno un giorno incontrarsi di nuovo e riconoscersi? Ora i contorni del reale coincidono con le pareti di questo tinello. Guglielmo ha appena pronunciato la parola amore con la A maiuscola, e le loro mani sul tavolo sono così vicine che potrebbero toccarsi, ma lui sposta il bicchiere verso di sè ed Eva apre a caso il quaderno coi suoi testi e le sue musiche. Di fronte alla parola Amore restano in silenzio. Non sanno neppure cosa sia, non sanno nè descriverlo né parlarne. Guglielmo, lei pensa senza dirlo, è inutile, è qualcosa che ci è estraneo. Io e te non potrebbe funzionare. Da un lato io penso di conoscerti meglio di chiunque altro ma dall’altro ho l’impressione di non averti mai capito. Io conosco Jonathan, non Guglielmo. Ora tu sei qui davanti a me proponendomi una storia d’amore da studiare a tavolino. Ma l’amore è sole che incendia i nostri occhi e li rende ciechi, è un vento che ci sospinge fortemente, senza sapere che la Felicità ci inganna. E’ tardi, il tempo è scaduto, Guglielmo deve prepararsi e caricare in auto l’amplificatore e gli strumenti e raggiungere il resto del gruppo per il concerto. Ancora una volta Eva deve andarsene senza una risposta, senza una soluzione. Guglielmo dice che ha bisogno di tempo per capire, non vuole fare errori, non vuole sbagliare. Si siede un momento nell’auto di Eva, ricordano che quasi tutti i loro incontri si sono svolti in auto, ed ora Eva riesce a dirlo: “Ti ho amato Jonathan, il tuo amore ha solo rafforzato la consapevolezza di me stessa.” Dal sedile posteriore prende un quaderno azzurro e glielo porge. “Sto scrivendo una specie di libro su di te e su di me. Il mio sforzo è la precisa ricostruzione di quello che è successo, è un libro che è ancora in costruzione. Cerco di andare oltre al ricordo e di raccontare questa storia come se non l’avessimo vissuta noi, come se non fossimo noi i protagonisti, non io non tu, ma un’altra Eva, un altro Jonathan, ugualmente reali e vivi in queste pagine. Dentro ci sono anche le lettere che non ti ho mai spedito.” Guglielmo le stringe le mani, prova compassione per lei. “Lo leggerò, ma io penso che sia tutto vero.” Eva ricambia la stretta delle sue mani, Guglielmo ora percepisce quella voce che disperatamente pronunciava il suo nome. Arriva il momento del distacco in qualche modo difficile. “Ho bisogno di tempo, lui ripete, manteniamo un contatto anche se sottile. L’importante è riuscire a comunicare, tenere aperto il dialogo.” Il viaggio di ritorno non è facile. Arrivata a Padova, invece di tagliare per la zona industriale, entra nel centro, incanalandosi in una lunga coda, da cui riesce infine riesce ad uscire. Fuori dalla città distingue le cime dolci e rotonde dei colli contro il cielo rosato. Il passaggio attraverso Chioggia è obbligato, ci sono alcuni rallentamenti a causa di lavori in corso. Chioggia è un deserto tra saline ed acquitrini, è sempre uguale in ogni momento del giorno, terra di nessuno, desolata e affascinante. La strada Romea è senza fine ed oscura e la pineta si protende minacciosa su di essa. E’ notte senza luna, Eva ha l’impressione che sul lato destro del parabrezza si sia posata un’ombra nera. Le auto corrono veloci, alla radio trasmettono un concerto in diretta da Milano. L’ombra nera resta appicicata al vetro. In prossimità di Ravenna la notte è totale, le luci degli impianti industriali rilucono lontano, attirando a sé i conducenti come le Sirene con Ulisse. Ma per questa volta Eva riesce a sottrarsi al loro richiamo e a quello di Ravenna, che così illuminata pare una città irreale. Quando Eva parcheggia l’auto sotto a casa di Marco è mezzanotte, lui scende e insieme fanno una passeggiata fino in piazza per alleggerire la tensione mentre lei racconta e non è sicura di aver capito ciò che Guglielmo le ha chiesto, di aspettare ma che cosa? Cosa c’è da capire, ancora?

Quattro.

“Ehi, come mi vuoi?” (Paolo Conte) Domenica sera. Guglielmo le ha telefonato verso le sette. Eva è contento di sentirlo. “Ciao, sono io.” “Ciao, come è andato il concerto?” “Abbastanza bene, sono tornato a casa alle due, avevo un gran mal di testa, ho letto il tuo libro fino alle 5 del mattino ma l’ho letto tutto.” “Come ti è sembrato?” “Hai descritto bene quello che è successo. La parte che mi è piaciuta di più è stata il ritorno da Ravenna con Marco: è un pezzo molto suggestivo.” “E’ un fatto realmente accaduto.” “Lo so. ” “E poi?” “Il bandito del deserto, quando tu lo pensavi e lo scrivevi io ero davvero il bandito del deserto.” ‘ Parto al mattino vento e destino sciacallo grigio e argento dai magri fianchi Sappi che io son l’uomo della Leina Rivesto l’armatura sul cuore della iena Ora sono in povertà, ora in ricchezza desiderio paura libertà bisogno di chiarezza nella polvere un rifugio ripara dalle offese un ritiro per chi teme il nemico e la resa.’ (Demetrio Stratos, Area) La solitudine del deserto. La figura grigio argento. La resa inacettabile. La ricerca continua. “Sai l’amico che si crede una rockstar era quell’amico che mi aveva portato dall’Inghilterra quella maglia che non mi piaceva. Non è stata una coincidenza se sabato io ti ho parlato di lui, pensavo a quando ci siamo incontrati, io non sapevo se tu ricordavi quel particolare.” “Io ricordo tutto quello che mi hai detto, ogni parola.” “Jonathan…, anche questo nome ha un significato. Io non te l’ho mai spiegato. Jonathan era un nero che era in prigione a causa del colore della sua pelle. Quando nella sua cella si sarebbe suicidato suo fratello avrebbe pianto ma non si sarebbe arreso. Avrebbe continuato la battaglia che era di Jonathan, innocente in prigione, con maggiore forza e determinazione. Così io, quando tutta l’ideologia è caduta io sono rimasto. Non importa se sconfitto. Combatto una battaglia già persa senza arrendermi. Forse è inutile ma non posso tornare indietro. Davvero io ero il bandito del deserto.” “Ascoltavo e riascoltavo questo pezzo per tutto il pomeriggio. Io riuscivo a sentirti.” Si telefonano quasi ogni sera, parlano a lungo di ogni cosa tranne della più importante. A Guglielmo serve altro tempo, Eva è sempre più confusa, non riesce a pensare a niente altro. Dopo aver ricevuto la telefonata di Guglielmo, Eva esce con Marco. Si dirigono verso le colline a guardare il tramonto, fermano l’auto davanti ad un campo, la terra si apre oscura davanti a loro, Marco si lancia a correre nella discesa mentre Eva lo aspetta a lato della strada. Una siepe fiorita, un campo arato, un areoplano che sta virando per atterrare , mentre sul lato opposto sono accese le luce del piccolo paese di C. Poi vanno al terreno dei genitori di Eva, il prefabbricato giallo non c’è più, ora c’è una casa vera e propria in cui presto Eva e la sua famiglia si trasferiranno definitivamente. Qui la sera è una piccola oasi di pace e silenzio. Eva e Marco si siedono sui gradini dell’ingresso in compagnia di una graziosa nuova amica, Perla, la gatta che un giorno la madre di Eva ha scoperto tra l’erba magra e affamata, simile ad una piccola tigre. Perla, siamese e occhi azzurri si è subito fatta adottare entrando a far parte della famiglia, ogni sera Eva e Marco le portano qualcosa da mangiare. La sera in collina è dolce e riposante. Marco aiuta Eva a fare chiarezza. Marco è l’unico amico vicino che ora lei ha. Chiusa in pensieri ossessivi Eva non riesce a venirne fuori, molto spesso le capita di non sapere esattamente chi è e cosa vuole, la sua mente si perde con facilità. Una sera, al telefono, Guglielmo dice che ha parlato di lei a quella ragazza. “Ho sentito che ha avuto paura.” “Come paura?” Eva pensa di non essere né una rivale né una minaccia per l’altra, in questo modo però si sente messa allo scoperto e tradita. “Per quale motivo le hai parlato di me? E’ una cosa che non mi piace, lasciami fuori da questa storia.” “Lo so che non te ne importa niente, ma lasciami spiegare per favore. Mi dispiace per tutte quelle cose che non ho saputo darti o che non ho voluto darti. Tu sei stata male per una persona, io per un’ideale e tutta una generazione.” “No, non sono stata male per uno, in questi anni io ho perso me stessa e ho cercato faticosamente di ritrovarmi, poi succede sempre qualcosa, per cui io mi rimetto completamente in discussione e di nuovo vado a pezzi e di nuovo resto sola a cercare di rimetterli insieme questi pezzi quando anch’io avrei bisogno di qualcuno vicino e che non mi lasci da sola. Io non so cosa sia peggio se tu o io.” “Ascoltami, tu sei stata importante per me e in un qualche modo lo sarai per tutta la vita. Ti ho raccontato delle cose che non ho mai detto a nessuno. Quando ti ho incontrata non sapevo cosa fare, avevo smesso di suonare ma l’istinto mi diceva di continuare a farlo. Dovevo essere solo. Non mi interessava niente altro che suonare. La musica ha dato un senso alla mia vita e mi ha salvato. Ho accettato di essere un perdente, non importa. Ho scrittto una canzone. Parla di un soldato che parte per la guerra ma a metà strada gli viene ordinato di tornare indietro perchè non c’è più niente per cui combattere. Sarebbe inutile proseguire ma il soldato va avanti consapevole della propria morte, combatte contro una guerra già finita, la battaglia darà un senso alla sua vita anche se verrà ucciso. Capisci? Per me suonare è stato uguale.” Eva resta silenziosa. “Lo so, se non ci fosse il telefono, se fossimo io e te soli nella stessa stanza, potremmo rimanere a lungo seduti in silenzio, senza bisogno di parlare. Ma il telefono non è fatto per stare zitti. Credo che potremmo dirci molte cose anche senza usare le parole.” Se fossero vicini. La sala è in penombra, il sole è appena tramontato. Silenzio. Le braccia incrociate, lo sguardo perso in un punto imprecisato della stanza, fino a che la sala non diventi completamente scura, fino a che un gesto non intervenga a rompere il magico equilibrio di due esseri in comunicazione. Guglielmo sospende il silenzio. “Ti richiamo domani. Ciao.” Non sono mai stati vicini quanto in quei pochi istanti. Nella sua stanza, alla luce della lampada sulla scrivania, un disco che gira, Eva gli scrive una lettera. “Sentire la tua voce, il tuo tono ora dolce, e sentirmi inutile, inerme fa solo venire voglia di piangere lacrime leggere. Quante canzoni di Paolo Conte che ora riascolto, parlano di te e di me, di noi, di quello che è successo o non è successo ‘recitando un ritorno sulla pista delle allegrie’ Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Recitando, Blu notte, Mocambo… Non solo le parole ma anche la musica evocano un sapore un profumo un ricordo Quando in Blue Notte Paolo Conte canta che vuoto, che grande vuoto è questo il modo in cui Eva desidera Jonathan o in Madeleine tanto io capisco soltanto il tatto delle tue mani a C. seduti a quel tavolino e la pioggia leggera di Parigi un addio senza che me ne rendessi conto o come in Mocambo serrande abbassate tempo sulle insegne delle notti andate (Rimini) Devo pendarci su ( tu adesso) ma dipenderà (io non ci capisco niente) ‘quale storia vuoi che io ti racconti? E ricomincerà come da un rendez-vous parlando piano tra di noi’ (ora sta piovendo forte e leggero) ‘passa una mano qui sopra ai miei lividi’ e la terribile dancing l’attimo in cui tu mi sei sembrato niente. E ora i giorni del tuo ritorno, quando non è rimasto più niente.”

Cinque.

Il pensiero di Guglielmo è ridiventato ossessivo, per Eva c’è la necessità di capire. Per lei l’estate non è ancora iniziata, appare irraggiungibile, un ricordo lontano, una memoria persa. Risolta la questione di Guglielmo allora potrà vivere l’estate. Al telefono Eva si accorda con lui per un secondo decisivo incontro. Dapprima avevano pensato di incontrarsi ai lidi ferraresi a metà strada, poi Eva ha deciso che sarebbe ritornata lei da lui. “Ti immagini noi due al mare, sotto al sole allucinante del pomeriggio…!” “Sì, in effetti.” “Come è andato il concerto di ieri sera?” “Bene, da domani suono in un’orchestra di liscio, mi pagano.” “E tu riesci a farlo?” “Sì, è sempre musica, e poi prendo qualche soldo.” “Allora sabato vengo a casa tua.” “Va bene, ti aspetto.” E’ assurdo ma l’idea di poterlo perdere, di non vederlo più, la fa soffrire. Nonostante tutto, sentirebbe la sua mancanza. Quando nel primo pomeriggio Eva arriva da lui, Guglielmo sta provando al basso. “In questi giorni sono stato molto occupato, non ho avuto molto tempo per suonare. Oggi devo provare un po’, siediti dove vuoi.” Eva si sente superrflua, si annoia.Guglielmo le spiega qualcosa di musica ma a lei non interessa niente. Inoltre la stanza è afosa, alle cinque Guglielmo interrompe le prove per preparare un caffè d’orzo, accende la tv su un programma musicale come per prendere tempo. “Ora basta, dobbiamo parlare.”, dice Eva. Guglielmo guarda l’ora. “Senti non è una bella cosa da dire ma il fatto è che io ho un’appuntamento questa sera. Alle 8, non so come dirtelo ma devi andare via.” Eva si era organizzata in modo da potersi fermare anche per la notte, ai suoi aveva detto che avrebbe trascorso il weekend al mare con una collega. “Perchè non mi hai avvisato prima che partissi? Perchè non l’hai detto subito?” “Quando martedì mi hai telefonato io ancora non lo sapevo, poi giovedì le cose sono cambiate, l’ho vista alle prove e l’ho accompagnata a casa, stasera devo uscire con lei.” “Siete insieme?” “Sì, più o meno sì, anzi senza più o meno…” “Ne sei innamorato?” “Sì, sono fuori di testa per lei. Può essere che sia solo un’attrazione fisica. Non so quanto durerà ma per il momento va bene così.” “Descrivila.” “Alta come me, capelli color carota lunghi fino a metà schiena e il corpo interamente ricoperto da lentiggini, difficile trovare un quadratino di pelle bianca. E’ imprevedibile e non so mai cosa le passi per la testa, ma andiamo di là, non vuoi farmi una foto mentre suono? Poi mi devo preparare per uscire.” “Mi devi restituire il mio quaderno e le mie lettere.” “Sì, aspetta un momento, sono nell’armadio, non guardare, è in disordine, ecco c’è tutto, mancano solo le lettere che mi hai spedito, io vorrei tenerle.” “Quelle sono tue, il resto è solo mio. Questa è l’ultima volta che ci vediamo.” “No, perchè? La prossima volta verrò io a trovarti.” “No, non ci sarà una prossima volta.” “Senti, io ora faccio una doccia, se vuoi puoi stare qui oppure di là con mia sorella.” “Se non ti dispiace preferisco stare qui.” Rimane sola in quella stanza. E’ assurdo sapere e pensare che lui si sta preparando per uscire con un’altra. Eva sente la terra scivolarle sotto i piedi. Il caldo l’assorbe in una specie di stordimento. E’ l’estate che è iniziata senza che lei se ne sia accorta, senza che abbia avuto il tempo di viverla, un’estate che appare così lontana e irreale. Fine di luglio. Più di un mese dalla prima telefonata di Guglielmo, quante cose si sono succedute con grande rapidità. La famiglia di Eva è stata impegnata nel trasloco dall’appartamento di F. alla nuova casa a C. La casa a F. giorno dopo giorno è stata vuotata, i mobili smontati, gli oggetti imballati e contemporaneamente si è lavorato per sistemare la nuova abitazione. Un lavoro che ha entusiasmato e unito l’intera famiglia, i genitori e i figli, nell’impegno di costruire qualcosa insieme. Questo trasloco significa l’inizio di una vita diversa, quella che i genitori di Eva sognano da tanto tempo. L’estate non è iniziata bene, Marco ha avuto in incidente in moto e si è fratturato un piede e la vacanza programmata ora è in forse. Dopo una breve primavera e la pioggia di maggio, l’estate è scoppiata improvvisa, l’attesa e la speranza di Eva di poter tornare in Finlandia e di rivedere Wolfgang sono state disilluse. La prima domenica al mare con la sua collega, Eva si è presa una bella insolazione, la notte la febbre cresce e la pelle brucia, verso mattino Eva si sveglia per la sete, va in cucina a bere, l’ultima cosa che si ricorda è di essersi appoggiata alla porta e poi ha sentito un suono sordo ed estraneo, il suo corpo cadere sul pavimento e svenire, accorrono i genitori, la madre la chiama e il padre la solleva, lentamente sente la vita rifluire, il ronzio alle orecchie, la luce troppo forte del lampadario, il fresco delle lenzuola e il tatto della mano della madre che dice ‘che spavento ci hai fatto prendere’ e ancora la tratta come una bambina piccola. Il giorno dopo, lunedì 11, Eva è rimasta a casa dal lavoro e verso sera Guglielmo le ha telefonato. Ora è trascorso un mese ed Eva è sola nella stanza di Guglielmo, si siede al piano, osserva i libri e gli spartiti che vi sono appoggiati sopra, prende in mano il quaderno con le sue musiche senza aprirlo. Poi si alza e si avvicina alla finestra, scrive il proprio nome accanto a quello di Guglielmo sulla pietra serena del davanzale. Dalle tapparelle semiabbassate filtra un caldo soffocante, Eva prova una sensazione di vertigine, un senso di abbandono fisico. Quando Guglielmo tornerà nella stanza Eva dovrà mostrarsi indifferente, pronta ad andarsene. Un sabato d’estate sprecato, senza senso. Guglielmo è pronto per uscire, Eva è ferma accanto alla finestra, gli chiede se possono fare una prima e ultima foto insieme tanto per avere qualcosa da ricordare, rivedendo la foto Eva si accorgerà di quanto il proprio viso avesse un’espressione sconvolta. Ora scendono le scale, Guglielmo non vuole fare tardi al suo appuntamento. Eva non immaginava che sarebbe andata così, l’ orgoglio ferito inizia a scavare dentro di lei. “Mi dispiace, non posso fare diversamente.” “Non importa.” “Tanto io e te ci vediamo ancora.” “No: io ora vado via.” Eva apre la portiera dell’auto interponendola come una barriera tra sé e lui impedendo ogni contatto fisico. Guglielmo controlla l’orologio. “Ciao, io devo andare.” lui dice sempre queste parole, sempre le solite ultime parole ma questa volta saranno proprio le ultime, non l’abbraccia, non le stringe la mano, la lascia andare via come una cosa che non ha importanza. Non ha neppure la sensibilità di capire che per Eva è la fine. Tra di loro non è possibile alcun tipo di rapporto, neppure d’amicizia. Per Eva l’amicizia è un addomesticarsi come dice Saint Exupery, un legame continuo e costante e ciò non significa doversi incontrare ogni giorno, l’importante è l’impegno comune e costante di andare l’uno verso l’altro per costruire un incontro e un dialogo. E se Eva non avverte la stessa volontà dall’altra parte allora preferisce lasciare perdere: Guglielmo non le ha mai dato niente. All’incrocio le due auto si separano, Guglielmo prosegue diritto mentre Eva svolta per Padova. Assurdamente vorrebbe che lui tornasse indietro per salutarla, inutilmente guarda nello specchietto retrovisore.

 

Il ritorno a casa è difficile. A Ravenna resta intrappolata in un labirinto di strade solitarie, di pensieri infiniti, in una ragnatela senza fondo di vecchie ossessioni. Segue la segnaletica come se guidasse ad occhi bendati fino al casello deserto di un’autostrada, è arrivata al suo vicolo cieco, all’ultimo fa inversione e ripercorre la tangenziale sulla corsia opposta. Da qualche parte ci dovrà pur essere la via Ravegnana, la campagna si apre scura e solitaria, un trattore lavora solo nella notte estiva. Ogni cosa appare immobile e nascosta. Nel cielo si vedono tutte le stelle. Neppure un cartello segnaletico per F. Marco l’aspetta a casa sua un poco preoccupato. Ma Eva arriva e gli racconta tutto quello che è accaduto, ora non sa che fare, non può tornare a casa, i suoi genitori la credono con la sua collega. Scesa in strada trova sul parabrezza un biglietto, un pezzo di carta strappato da un’agenda, riconosce la grafia di Tom, c’è scritto: “Eva se hai bisogno puoi dormire a casa mia. (Solo per stanotte però!!!) Se vieni o venite, può esserci anche Marco, guarda se la mia auto è ferma in un angolo del parcheggio: significa che siamo al parco, altrimenti se l’auto è sotto casa, suona pure il campanello. Tom e Sabrina.” Eva accetta l’invito degli amici. Nel parco Tom le va incontro abbracciandola, Eva ricorda la prima volta che si sono abbracciati, è stato due anni fa, una notte dopo una lunga liberatoria chiacchierata, e poi un abbraccio affettuoso. All’interno del gruppo Tom era sempre stato visto come un capo per l’evidente superiorità della sua personalità, forte decisa e trascinante. Gli amici lo consideravano una persona priva di dubbi o incertezze, credevano che lui avesse sempre la risposta ad ogni cosa. E invece Tom era uguale a tutti con dubbi paure aspettative sogni e dolore… E c’era stata quella notte che si era mostrato fragile e debole quale era e bisognoso degli altri come lo è ognuno di noi. Era arrivato anche lui in quel momento della vita, e in verità di questi momenti ce ne sono tanti, a scoprirsi di avere bisogno degli altri, del loro aiuto, del loro appoggio, di una parola, della loro presenza, di un semplice abbraccio. E aveva chiesto aiuto con una lettera a Marco Eva e Sabrina. Non si erano accorti di quanto lui soffrisse , di quanto sentisse la loro mancanza, di quanto avesse bisogno del loro aiuto? Insieme avevano condiviso tante notti a far niente e a dire tutto, avevano fatto progetti e viaggi, avevano discusso e poi taciuto in un silenzio comprensivo l’uno per l’altro, e insieme avevano dato uno sguardo al mondo della magia, alla possibilità della magia anche in una vita banale e quotidiana, alla scelta della libertà. E quella notte avevano pianto e poi parlato e poi si erano compresi e incontrati in un abbraccio. Questa notte Eva ha bisogno di essere accolta. Il parco è poco illuminato, Sabrina è seduta su una panchina, Tom la invita ad unirsi a loro e a raccontare se lo desidera. Eva non ci riesce, è molto confusa, durante il viaggio di ritorno non ha fatto che pensarci, poi a Ravenna si è persa. “Non importa: ora sei qui. Facciamo un gioco, io mi allontano un momento da voi, mi nascondo dietro a quell’albero e quando riappaio io non sono più Tom ma impersonifico un personaggio a mia scelta e voi dovete indovinare di chi si tratta.” “Perchè non fai il personaggio del bambino, ti riesce così bene.”, lo prega Sabrina. Nel giardino non c’è altra presenza umana, un’auto si è fermata nel parcheggio accanto all’ingresso del parco, ha spento i fari, ma nessuno è sceso. Tom si confonde con l’ombra di un albero, quando ricompare non è Tom ma quello che sta mimando, quasi un’apparizione impalpabile e irreale, una materializzazione di un pensiero. Tom descrive camminando un cerchio davanti alle due ragazze con un’andatura che non gli è propri ma dell’identità che sta rappresentando. Sabrina ed Eva devono indovinare chi stia mimando. “Sembra… non so, non potresti ripeterlo? Non è chiaro.” Tom traccia un secondo cerchio infine si avvicina alle ragazze: “Ditemi chi avete visto.” Incerte, si scambiano le proprie impressioni, poteva essere qualcuno non più giovane ma non ancora adulto che non sa cosa decidere della propria vita, che non sa ancora chi è e cosa diventerà, uno che ha appena perso un lavoro, o un disoccupato che lo sta cercando, un adolescente che deve scegliere un indirizzo di studio o che sta per diventare un adulto oppure un pazzo che dice cose senza senso o … potrebbe essere chiunque. “In verità non sapevo bene chi interpretare, è un gioco dopotutto…però avete risposto correttamente, brave.”, confessa Tom e prosegue: “prima del tuo arrivo avevo chiesto a Sabrina di raccontare quello che è successo ieri sera tra di noi. Sarebbe interessante se tu, Sabrina, volessi raccontarlo anche a Eva.” “Non so da dove incominciare, e poi perchè?” “Incomincia dall’inizio senza tralasciare nulla, anche un particolare può essere utile ad illuminare le cose.” La voce di Sabrina trema, un poco di imbarazzo poi prevale il desiderio di raccontarsi. Si rivolge ad Eva. Tom è in piedi di fronte a loro e le osserva. “Ieri sera ero a casa sua, eravamo soli, guardavamo la tv, seduti sul divano..” Qui si interrompe, i suoi occhi scuri indugiano, scrutano il buio cercando un punto indefinito che possa aiutarla a proseguire il racconto, intanto l’auto nel parcheggio ha acceso i fari e lentamente si allontana. “Come eravate seduti?”, chiede Eva per incoraggiarla. “Eravamo abbracciati quando lui all’improvviso si è spostato ed io ho avuto il desiderio di baciarlo, è una cosa che mi piace molto, baciarlo. E poi…”, una leggera pausa,”Tom mi ha fatto distendere sul divano e mi ha fatto spogliare, lentamente mi sono tolta i vestiti, Tom ha iniziato a massaggiarmi la schiena, ho iniziato a rilassarmi, non provavo imbarazzo per il fatto di essere nuda, avvertivo il mio corpo rilassarsi sempre di più. Mi sono addormentata e ho sognato, nel sogno ho visto una donna molto bella, coi capelli raccolti in una morbida treccia, vestita in modo sobrio ed elegante, e questa donna avanzava luminosa verso di me. Ecco io credo che ero me stessa che mi venivo incontro, la me stessa a cui tendo, la me stessa che vorrei diventare, la me stessa che esce dal bozzolo e si trasforma finalmente in una creatura meravigliosa. Mi piaceva guardare questa donna luminosa che mi camminava incontro ma allo stesso tempo provavo dolore di non riconoscermi completamente in lei, io non sono ancora diventata quella donna anche se lei è in me, nascosta, pronta ad uscire. E’ che io ancora non sono pronta. Quando mi sono risvegliata Tom stava accarezzando il mio corpo e la sua mano…io avrei voluto che andasse avanti ma lui si è fermato.” E qui prosegue Tom: “Ho pensato anche io di non riuscire a fermarmi ma poi mi sono trattenuto. Sabrina cosa è successo?” “Provavo piacere, desideravo che tu andassi fino in fondo. Ho provato piacere e dolore insieme, non so spiegare bene…” “Cosa sarebbe successo se fossi andato avanti?” Sabrina riavverte quella sensazione di piacere. “Non lo so.” “Il sesso può essere solitudine, la più profonda e acuta solitudine, in quel momento avresti sbattuto contro il tuo io, l’impatto può essere terribile, ci si ritrova faccia a faccia con quello che si è, un ammasso di egoismo, per questo si prova dolore. Soltanto chi è impeccabile può servirsene come strumento di conoscenza per oltrepassare i propri limiti.” “Per me, interviene Eva, a volte il dolore è molto intenso perchè si è soli, in quegli istanti si avverte paradossalmente la distanza che ci separa dall’altro, ci si perde nel proprio oblio dimenticando l’altro. Ma forse l’amore non è questa dimenticanza o meglio non dovrebbe esserlo. Dovrebbe essere pienezza non vuoto.” Eva ripensa a quanto avveniva con Jonathan. Si tocca il fondo della propria disperata solitudine, si avverte quasi una distanza incolmabile che invece l’amore dovrebbe coprire. Tom Sabrina ed Eva restano ancora seduti a lungo nel giardino completamente in silenzio. Poi Sabrina va a casa mentre Eva si ferma a dormire da Tom, in cucina mangiano uno spuntino veloce e parlano ancora un poco mentre lui le prepara il divano letto nel salotto. Eva alla fine riesce ad addormentarsi, la finestra aperta con le tapparelle abbassate filtra l’aria tiepida e i rumori della notte, e poi verso mattina arrivano i suoni della vita che ricomincia, auto che passano, bambini che scendono nel parco a giocare, campane della chiesa che suonano, ora Eva è sveglia e nella penombra osserva la sala in ogni angolo della quale si avverte la forte presenza di Tom. Eva prova gratitudine per la sua ospitalità e la sua amicizia disinteressata.

Sette.

Dopo quella notte l’estate è proseguita. Perla, la gatta, ha partorito cinque gattini tra gli stracci e i cartoni su un vecchio carro agricolo e la vita nella nuova casa al podere è iniziata bene e la famiglia ha ritrovato coesione. Marco ed Eva e Sabrina sono tornati all’Argentario insieme e a parlare di nuovo d’amicizia e d’amore che restano senza risposte come quello di Marco verso Eva, come quello di Sabrina verso Tom, come quello di Eva verso Wolfgang. L’amore rimane per ognuno di loro una domanda senza soluzione. Le promesse che Eva ha fatto nel suo cuore a Wolfgang sono intatte: ma lui rimane lontano. Eva lo aspetta, le mani legate, il cuore cieco. Eva si domanda perchè non possano sopravvivere le grandi passioni? Perchè non se ne abbia il coraggio. Perchè il tempo cancelli il ricordo? Perchè di fronte al pensiero della morte ci si sente schiacciati, atterriti e spaventosamente soli? Perchè ci si lascia l’un l’altro da soli? Intanto la vita di Eva va avanti con la debole consapevolezza del suo tempo, a volte è rabbia, a volte è nostalgia, molto spesso impotenza, qualche volta rassegnazione, ma accettazione mai. Ogni giorno di più le sembra di aver fatto il suo ingresso nel mondo adulto, ora prova un ostinato rifiuto a sognare perché la realtà è diversa, è un’altra cosa. La realtà di tutti i giorni, sommersa dall’abitudine, dalla voce della tv e del telegiornale ad inquinare i sogni. E’ difficile dire no, riuscire a rimanere integri, per la prima volta Eva distingue netto il confine tra sogno e realtà e sa che c’è solo questa ultima perchè non le è rimasto niente altro. Un mondo senza magia, senza lo sguardo che illumina e accende. Eva si scopre a non fare progetti, non è in grado di dire come sarà la sua vita tra una settimana, tra un mese, tra un anno, se uguale o migliore o peggiore. Si lascia assorbire dalla quotidianità, dall’abitudine rinunciando giorno dopo giorno a vivere. A volte prova un latente senso di colpa verso sè e gli altri per il suo continuo e colpevole sottrarsi alla vita, per il rifiuto e la resa. Eva non sa fino a quanto potrà ancora sperare di aspettare Wolfgang. In aprile Eva gli scrive. Non riesce più a trattenere l’amore che prova per lui, non può dirlo che a lui, altri non potrebbero capire. “Caro Wolfgang, scrivo alla persona sensibile che ho conosciuto e a colui che mi ha spezzato il cuore. Ti amo. Non te l’ho mai detto chiaramente, non c’è altro modo di dirlo che questo. Non m’importa quale sarà la tua risposta. Senza sogni la vita non ha senso, ma so che la realtà è l’unica cosa che conta. Anche che io ti amo è reale. non posso offrirti qualcosa perché non ho niente. non dico che la mia vita senza te non abbia senso anche se da un certo punto di vista è vero. ‘Amore, tu sei profondo Io non riesco ad attraversarti Ma, se fossimo in due invece di uno, barca e remo, una qualche estate sovrana, chi lo sa, ma potremmo raggiungere il sole.’ (Emily Dickinson) Love, Eva.” Wolfgang non le risponde allo stesso modo. Scrive che al momento sta cercando di dimenticare una ragazza che per lungo tempo ha occupato interamente il suo cuore e la sua mente, e che ora questa storia si è chiusa. “Thank you for your honest and touching letter… When you were here I had really a great and hard time. Hard because I tried not to feel in love with you, because I knew you gonna leave me alone. But I couldn’t help myself and I was really down a long time after you left Finland. If we could have seen each other more often or we could live in the same country, things would be really different. I think we could be married at the moment (or I hope so). I hope you can live your life like you haven’t met me at all but maybe someday we’ll meet again and fall in love. But now it’s something complete different.” Ma le cose ora sono completamente diverse. E se Wolfgang dice un giorno, Eva dice mai. O tutto o niente. Eva non vuole più essere cieca. Rinuncia a comprendere il significato dell’amore. Non fa per lei. La domanda cade nel vuoto, insoluta. L’amore torna ad essere oscurità inesplorata a cui è vietato l’accesso.

Otto.

Una nuova estate. (1992) Eva rifiuta di viverla, non le interessa, giugno e luglio sono piovosi, infine agosto è torrido. Solo la musica riesce ad annullare ogni pensiero e la stessa consapevolezza, liberando il corpo dall’anima. La musica ad alto volume, la musica totale dei concerti. Due sono stati gli eventi in particolare. L’atteso concerto dei Guns’ n Roses a Torino e il festival blues a Ravenna. Il concerto dei Gn’R è valso su l’estate intera. Novenber Rain è stato il momento più intimo e raccolto. Il cielo disegnava un cerchio rosa intorno all’arco esterno dello stadio, un cerchio soffuso di luce. Nel prato e sulle gradinate oscillavano centinaia di luci degli accendini accesi mentre la notte scendeva piano, silenziosa e nascosta, affondando nel cuore. E Wolfgang era un’ assenza del cuore. E forse il pensiero di Wolfgang è rimasto là dentro allo stadio e poi c’è stato un altro ritorno in treno e Wolfgang piano piano si allontanava via, lontano. Poi c’è stata la serata blues a Ravenna con la potente esibizione di Screamin’ Jay Hawkins, in costume da rito voodoo e il teschietto Henry , e la voce profonda ricca, da brivido, che ha colorato la notte di intenso blues, e il suo sorriso irriverente e gioioso nei confronti della vita. Se ne viene catturati e ci si scioglie in una danza primitiva e istintiva. Questi due momenti soli hanno restituito senso all’estate. E poi è arrivato di nuovo settembre che è apparso interminabile, l’autunno ha portato inaspettatamente una speranza di rinnovamento. E ora che è fine ottobre a Eva sembra che la distanza che la divide dal’estate sia fatta di secoli. Le foglie, tutte, stanno cadendo scosse dal vento e dalla forte pioggia. Il mattino, appena dopo all’alba, appare sospeso in una tiepida luce mentre il cielo si carica di nuove nuvole nere di pioggia. Eva ha deciso di fare qualcosa per se stessa. Nello scrivere intravede la salvezza. “un inutile vocazione a fare della propria vita un romanzo da scrivere, quando non è possibile viverla perché quello che è importante per una persona non lo è necessariamente per l’altro. Quasi sempre siamo soli nelle nostre ossessioni, e allora qualcosa più forte dentro di noi insorge spingendoci a scrivere. A scrivere quella storia che ci tormenta, per non dimenticarla e ricordarla nel vortice senza uscita delle illusioni, ma perché non possiamo fare a meno dello scrivere stesso. E la storia diventa romanzo quando i personaggi diventano altri, non noi che abbiamo vissuto, ma altri, indipendenti da noi, eternamente vivi. Ho incominciato a scrivere prendendo appunti fin da quella notte a Rimini, appunti che via via hanno preso corpo e sono diventati un lungo racconto di una porzione importante della mia vita, di quel momento delicato in cui si deve diventare o incontrare se stessi, e Jonathan questo e soprattutto è stato l’incontro con me stessa, un guardarmi allo specchio e vedere un riflesso ancora informe che via via si è andato formando, Jonathan è stato una parte di me, un desiderio, una ricerca, non importa se gli corrisponde una persona reale. Scrivere non è un’arte consolatoria, scrivere o suonare possono salvare la vita, e scrivere ha salvato la mia, la sta ancora salvando. La scelta è difficile ma forse l’unica possibile.” Eva si chiede se avrà il coraggio di percorrere questa strada fino in fondo quanto ha fatto Jonathan alias Guglielmo con la musica. Il problema di cosa è l’amore è complicato. La soluzione che ne ha dato Dante è originale. Il Poeta scrive come l’incontro con la donna angelicata e come il ricordo di lei, dopo la sua morte, abbia salvato la sua vita avvicinandolo alla luce di Dio. Il suo viaggio infatti è reso possibile dall’intercessione e dalla pietà della donna amata, il presupposto è appunto l’amore di Beatrice. Ma non sappiamo per certo se Beatrice amasse Dante. Beatrice era solo un’immagine, Beatrice reale era estranea alla sua vita. Se Dante avesse avuto Beatrice non sarebbe stato in grado di vivere senza di lei, ciò che ha salvato davvero la sua vita è stato la poesia, diversamente non ce l’avrebbe fatta. Dante ha rimandato ad un sogno e ad un ricordo l’amore e ha vissuto per scrivere o meglio ha scritto per vivere. Questo è il vero viaggio di Dante. D’altra parte la scelta di Emily Dickinson è stata ancora più radicale, ha cenato da sola come Dio, e il suo dente è cresciuto nell’attesa dell’altro, infine quando esso è giunto, era diventato un piccolo e misero per il suo palato. La risposta di Emily è stata no. Quella di Eva non sarà altrettanto coraggiosa ma non ha altro per ora davanti a sé. L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile. La risposta deve essere no. Eva non sa cosa potrà salvare veramente la sua vita, se non è l’amore, se non è la musica, se forse è lo scrivere. Ma deve essere vivere, non sopravvivere, incominciare a fare qualcosa per se stessa, non perdere l’occasione, infine non desidera essere felice, forse la vita non lo richiede, vuole essere libera e vivere ancora in un mondo di magia, a parte tutto. Fine. Discografia parte terza Area e Demetrio Stratos Guns’n Roses: November rain U2: love is blindness Zucchero: Dune Mosse Paolo Conte: Recitando, La ricostruzione del Mocambo, Aguaplano, Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Blu notte Adriano Celentano: Azzurro Screamig Jay Hawkins: I put a spell on you Antologia Gabriel Garcia Marquez: L’amore ai tempi del colera Emily Dickinson: amore tu sei profondo Fedor Dostoevskij: L’idiota Antoine de Saint Exupery: Il piccolo principe Conclusione. ora è il momento che io saluti Eva, ogni tanto verrò a salutarla e dirle grazie che ancora oggi faticosamente mi sta indicando la via e che questo mestiere di amare e di vivere non lo impareremo mai abbastanza, né io né lei. Eva è stata il mio alter ego ed ora io mi separo da Eva e lei prende la sua strada ed io la mia, forse un giorno ci incontreremo di nuovo e lei avrà ancora qualcosa da mostrarmi, come riuscire a ricominciare da capo e riprendere il mio cammino in questo mondo di magia, a parte tutto.

Parte terza.

Uno.

Eva è tornata a casa in Italia, a F. Alle cose usuali alla vita ordinaria. Entra nella sua camera che la madre ha pulito ed ordinato senza riconoscerla come se appartenesse ad un’altra, non a lei. Chiama a raccolta gli amici per salutarli, per ultimo telefona a Marco, Eva non intende più nascondersi dietro al silenzio e alla facciata vuota dell’incomunicabilità. Marco ha di fronte a sé una nuova Eva. Mentre lei era lontana lui pensava a lei, a quando sarebbe tornata, a quando avrebbe fatto in modo che fra di loro tutto fosse diverso. Non si sarebbe più sottratto a lei, non si sarebbe più difeso, l’avrebbe finalmente amata senza riserve, aveva capito di amarla veramente, in quegli anni erano comunque rimasti insieme per l’amicizia che li univa e per le tante passioni che condividevano, ma l’amore no, non era più stato lo stesso, per colpa di Eva e per colpa di Marco. Ora Eva è cambiata. Eva soffre insieme a lui anche se questa volta è lei a dover recitare la parte di quella che non ama. Verso sera vanno al mare, restano soli sulla spiaggia, il vento cala, il mare si ricompone pacificamente, il suono delle onde torna tranquillo. Ci sono ancora lacrime sul viso di Marco e disperazione, il mondo gli sta crollando addosso, e lui sta andando in mille pezzi, si oppone cercando di resistere alla terra che gli scivola da sotto i piedi, vuole che lei gli racconti nei minimi particolari quello che è successo. Vuole cercare di recuperare tutto ciò che non ha voluto comprendere prima, la sfida di Marco è quella di rimanere intatto, unito quando è già andato in pezzi, quando il dolore allo stomaco provoca conati più intensi di vomito e la fitta agli occhi diventa insopprimibile. Ma Eva è lì accanto a lui e lo guarda freddamente, tra loro era già finita prima, molto prima e ora che lei è tornata lui ha capito di volerla. Eva non va via, rimane con Marco anche se non può aiutarlo. Piangeranno insieme. In agosto qualcosa di nuovo interviene nella loro vita, scoprono il piacere e la libertà di viaggiare. Per ferragosto Eva ha qualche giorno di ferie inaspettato, Marco non lavora e Sabrina, la ragazza di Tom, si è appena diplomata. Così partono insieme per l’Argentario. Di giorno si va in gita all’isola del Giglio con il traghetto da Porto Santo Stefano e la notte si va a dormire nella spiaggia della Giannella, il vicino campeggio è al completo, verso sera la spiaggia si riempie di tende. Al ritorno dal Giglio a Porto Santo Stefano comprano il pane fresco dal panificio sul molo e qualche altra provvista per la cena e per la colazione, una doccia veloce con le bottiglie d’acqua, si cena con quello che c’è, si monta la tenda, e prima del sonno si siedono in riva al mare e la luna di fronte, è il momento delle confidenze, sono 3 amici insieme, Eva con il cuore in Finlandia, Marco con il cuore dolorante e Sabrina con il cuore innamorato. Sabrina dice di non sapere chi è, si è appena diplomata ragionera, e non sa cosa vuole fare della propria vita, non sa cosa vuole essere, la sua storia con Tom è appena agli inizi. Marco ed Eva l’ascoltano attentamente, nel gruppo Sabrina è sempre stata una ragazza semplice e allegra, ora lei mostra le sue ombre. “Fino a poco tempo fa io non sapevo neppure che esistesse una Sabrina, prendere consapevolezza di quello che si è non è facile. Voi per esempio come mi potreste descrivere?” “Sei una ragazza buona , io penso.”, dice Eva. “Una ragazza che diventerà una splendida donna.” osserva Marco. “Fino a poco tempo fa non sapevo neppure che esistesse una Sabrina. Ogni cosa che facevo era in funzione di una mia amica, lo facevo per lei, per farle piacere, ora è finita, mi sono accorta che non è giusto, che io non sono lei, che le cose che andavano bene per lei per me sono sbagliate. Io non riesco a parlare di me, dire chi sono veramente. Io ho un’immagine di me, di quello che vorrei diventare, degli abiti che vorrei indossare, della vita semplice ma piena che vorrei conquistare. Ma non lo so, io devo ancora capire chi sono.” Marco la comprende profondamente, anche lui ora non sa più chi è, è come se qualcuno avesse lanciato un pacco dal finestrino di un’auto in corsa a folle velocità e che quel pacco fosse lui, e ora lui osserva quel pacco sull’asfalto, si è disfatto, infranto in mille pezzettini e lui non può che raccogliere tutti questi pezzettini e metterli in tasca e poi non resta che rimetterli insieme, ma non sa più come si fa. Marco cerca disperatamente risposte su se stesso e sa che nessuno può dargliele, neppure Eva. In tenda non riesce a dormire, il dolore allo stomaco è forte così come agli occhi, sveglia Eva, le chiede di parlare, di spiegare. Mentre le giornate al mare scivolano veloci, le notti alla Giannella non sono tutte uguali, notti tranquille si alternano a quelle più difficili. Anche il suono del mare non è mai uguale, a volte cullante, amichevole, a volte oscuro e cupo come se tra le sue onde nascondesse un mistero o un pericolo. Una notte era un doppio eco argentato che trascinava via con sé e al mattino il mare era tornato calmo con le onde che scivolavano piano sulla riva. In agosto e settembre Marco Eva e Sabrina torneranno all’Argentario e all’isola del Giglio per altre 4 volte, sono brevi finesettimana per riprendere fiato, per scappare da sé, per ritrovare qualcosa per cui restare. E un’amicizia nuova tra di loro. Al ritorno Marco guida ininterrotamente mentre e due ragazze si addormentano. I suoi occhi bruciano, ai lati della strada gli appaiono ombre bianche, la sua attenzione tocca il limite, nonostante ciò continua a guidare senza chiedere il cambio. Sulla statale 67, sul passo del Muraglione, mentre Sabrina ed Eva dormono, lui rimane solo immerso nel fantastico paesaggio naturale notturno, tra alberi che sembrano mostri e vertigini che vogliono trascinarlo via. Marco resiste, quei piccoli viaggi sono allo stesso tempo un’evasione dalla realtà e un modo per restarvi attaccato. L’ultima data del 22 settembre all’Argentario segna l’inizio di un nuovo autunno, e poi ci sarà l’inverno da superare e poi attendere una nuova estate.

Due.

Recitando un ritorno sulle piste delle allegrie. (Paolo Conte) Un anno dopo. 11 giugno 1991, una telefonata, la stessa data della partenza di Eva dalla Finlandia. “Pronto, sono Guglielmo.” “Chissà perchè ogni volta che ti penso poi ci sentiamo, pensavo a come avrei reagito se tu fossi tornato.” “Davvero, volevo telefonarti ieri sera ma poi non ho trovato il tuo numero. Sai, domenica stavo mettendo a posto il mio armadio ed ho trovato una tua lettera, la prima che mi hai spedito, te la ricordi? Ho deciso di seguire l’istinto e ti ho chiamato.” “Sì, mi ricordo quella lettera.” “Ascolta, da quanto tempo ci conosciamo? Sono sette anni e in sette anni non siamo mai riusciti a parlarci per il verso giusto. Io vorrei vederti, potremmo incontrarci.”, una breve pausa e poi aggiunge,” Devo dirti delle cose che non ti ho mai detto.” “Pensi davvero che ne valga la pena?” ” Sì, perché me lo chiedi?Tutto serve nella vita.” “Io penso di no. Tu ti ricordi l’ultima volta che ci siamo visti, e tu sai come è andata a finire, ne valeva la pena? No, tu stesso alla fine lo hai detto. Ho sofferto molto e a lungo ma poi sono riuscita a dimenticarti e ora tu telefoni come niente. “, tace un secondo e poi lo dice “Io mi sono innamorata.” “E’ una cosa bella innamorarsi, fa sentire bene, fa sentire vivi anche se non sempre ci fa felici perché la felicità non dipende da quello che vogliamo noi. La felicità ci sorride ci illude e poi scappa via, spesso senza spiegare, senza che noi possiamo rendercene conto. Però innamorarsi illumina e riempie la vita, ci rende diversi, migliori, tutto il mondo risplende di luce, torniamo a gustare ad amare la vita intera. Ci si sente vivi e ci si illude di essere felici. Essere innamorati restituisce dignità al nostro vivere, anche se è un inganno, anche se poi lui o lei fugge via e si torna soli ma abbiamo amato, abbiamo sentito il sangue scorrere nelle vene e nella gola la voglia di cantare e nelle braccia il desiderio di accogliere il mondo intero. E se tu ti sei innamorata io sono contento per te.” “Cosa vuoi da me, perchè mi hai cercato, perchè mi stai di nuovo tirando in ballo? Dopo così tanto tempo, tre anni?” “Senti mi sono capitate delle cose che mi hanno fatto male…” “Meno male che ogni tanto stai male anche tu…” “Poi ho trovato la tua lettera. Pensa che se non fosse stato che tu allora mi avessi scritto quella lettera, io oggi non ti avrei chiamato, forse non ti avrei più cercata. E’ stato per quella lettera. Ho capito leggendola che…esistono altre persone, che c’è una persona che è stata male quanto me, una persona che può capire, che può capirmi. Io sono molto confuso.” “Che sei confuso l’ho capito, ma io che cosa c’entro? Non pensi che io potrei essere completamente un’altra, diversa da quella che ti aspetti?” “Perché non vieni a trovarmi qui a casa mia? Non sei mai venuta. Ci sediamo e parliamo tranquillamente. Per una volta.” Eva tace ancora, sta pensando. “Dimmi, ti importa ancora di me?” “Non lo so. Ma a te è mai importato di me?” “Non vuoi vedermi, davvero?” “Devo pensarci. Ma tu cosa ti aspetti da me?” “Niente o tutto, è la stessa cosa. Sì io mi aspetto tutto da te. Tutto e niente.” “Ti chiamo venerdì per farti sapere.” “Va bene, io ora torno di là a suonare. Ora io sono felice.” Eva ha sempre pensato che un giorno avrebbe fatto questo viaggio, che sarebbe andata da lui, a casa sua. Sta pensando di accettare di fare un altro tentativo se non altro per chiudere i conti rimasti aperti , non crede tuttavia che ne valga la pena, con lui non è mai valsa la pena. Le sembra assurdo che lui le abbia telefonato a causa di una vecchia lettera d’amore, senza la quale di certo non l’avrebbe più chiamata e magari l’aveva già dimenticata. Eva ha letto in non so quale libro che non si pensa mai ad una persona in senso univoco, che è sempre una cosa reciproca, che c’è sempre una corrispondenza, ma le pare alquanto assurda anche questa cosa. Eva ha la certezza che ogni volta che pronunciava il nome di lui era soltanto un’assenza a risponderle, che Jonathan non riuscisse più a sentirla. Eva è confusa, vuole parlare con Tom, si trovano come quasi ogni sera al locale del bowling, lei e Tom condividono la passione del sigaro, così uno ogni tanto solo loro due. Così la notte tardi si fermano in auto nella piazzetta in cui sono soliti incontrarsi, e fumano un toscano in due avvolti nella densa nebbia speziata e nel silenzio. Tom sa qualcosa di Jonathan ma non conosce la storia per intero. Eva gliela racconta da capo. Dopo il primo imbarazzo Eva si rilassa e parla in modo tranquillo. Ogni tanto lui la interrompe per fare il punto del discorso, per ricapitolare gli eventi maggiormente significativi. Cerca di inquadrare la storia da una prospettiva diversa. Senza esserne consapevole lui possiede la parte mancante della storia. “In parte io lo capisco Jonathan. Quando ti ha incontrato lui non era in grado di affrontare un legame serio un po’ per il fatto di voler diventare a tutti i costi un musicista e dall’altro per via della distanza. La distanza non è cosa da poco. Anche a me è accaduto qualcosa di simile. Incontrai una ragazza al mare, ci fu una storia, durò per tutto il tempo di una vacanza, può essere niente, può essere tutto. Ero innamorato. Ricordo le canzoni che ascoltavo in auto andando di sera a trovarla, non pensavo ad altro che a lei, notte e giorno, riempiva tutto il mio tempo, tutti i miei pensieri. Avevamo 19 anni. Alla fine delle vacanze lei è ripartita, non era di qui, ed io per paura della distanza e che fosse tutto vero, ho preferito lasciarla andare. Lei mi avrebbe aspettato. Ma io non ho voluto. Ora sono diverso, ora c’è Sabrina. Lei è molto gelosa, mi ha fatto eliminare dall’auto tutte quelle piccole cose, che so, un bigliettino, una conchiglia, un braccialetto, una rosa secca, che tenevo in ricordo di ogni ragazza che avevo amato anche se fugacemente anche se inconsapevolmente. La ragazza di una sera, la ragazza che ho incontrato in uno sguardo, la ragazza solo sognata e immaginata, la ragazza di un’avventura, la ragazza di una storia più seria. Le ho amate tutte, in ognuna amavo qualcosa, un particolare, le labbra o il sorriso, un colore degli occhi o un neo sul collo, ognuna di loro contribuiva a formare il quadro della mia donna ideale. Conservo ancora ogni cosa in una scatola. Sabrina non è niente di tutto questo, lei è così diversa, così unica.” “Io sono innamorata di Wolfgang.”, risponde Eva. “Fai una cosa, continua Tom, tu vai a vedere cosa vuole Guglielmo se non altro per completare quello che manca, al di là che abbia un senso o meno, al di là che ne valga la pena o meno, tu vai e vedi, cosa hai ancora da perdere? Forse questa volta sarai più forte, forse questa volta sarai tu a stabilire cosa vale o cosa no, forse questa volta tu riuscirai a non farti calpestare, forse questa volta tu riuscirai a non farti fare quello che gli altri vogliono di te, forse questa volta sarai tu a scegliere e non a farti scegliere. Chissà? Accetterai questa sfida?”

Tre.

Eva parte sabato mattina verso le sei, sono meno di 250 km prende la Ravegnana e poi corre sulla Romea trafficata con i mezzi pesanti da superare. Si perde al centro di Padova poi ritrova le indicazioni per il paese di Guglielmo. Al telefono si sono messi d’accordo per incontrarsi alla stazione, e dove altro? Eva la trova facilmente ma non c’è Guglielmo ad aspettarla. Eva allora cerca una cabina per telefonargli, lui dice “Arrivo”. Il paese di Guglielmo è un centro agricolo e artigianale in espansione, se lo immaginava più piccolo. In stazione Guglielmo è appoggiato alla vecchia 126 e pare sorpreso che lei non sia lì. “Sono andata a telefonarti.”, si scusa. Eva scende dall’auto, lui le tocca un braccio in segno di saluto, come se dovesse riconoscerla dal tatto. “Andiamo al bar all’angolo a bere qualcosa.” “Quale bar? Io non ho visto nessun bar.” Infatti il bar è chiuso, un cartello dice chiuso per lutto. Guglielmo è salito nell’auto di Eva. “Aspettiamo un po’ prima di andare a casa mia, i miei stanno per uscire.” Nel vano del cruscotto lui vede un libro “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez. “Un bel titolo, deve essere bello, parla d’amore?” “Parla d’amore sì e di disperazione, a me non è piaciuto.” Accende l’autoradio, è inserita la cassetta dei Guns’n Roses. “Ascolti questa roba?”, sorride divertito, “Questi tipi non hanno inventato nulla, vivono di rendta della musica anni 70, e sono in cima alle classifiche. Le cose veramente nuove e diverse, invece, fanno fatica ad essere ascoltate, non interessano a nessuno.” L’impressione che Eva ha di lui non è gradevole. E’ diverso dall’ultima volta che l’ha visto, lui ora ha 29 anni, è ingrassato, la pelle del viso è sciupata, i capelli sono trascurati, gli occhi sono diventati di un azzurro opaco, il sorriso ha perso qualche dente, indossa una vecchia camicia a quadretti e un largo paio di pantaloni bianchi. Eva lo riconosce dal modo di parlare, dalla solita ironia delle parole ma ha qualcosa di rassegnato in sé. A Guglielmo non è mai importato di niente e di nessuno, l’importante per lui era suonare. Non ha mai smesso di suonare ma da tempo si è accorto di dovere fare i conti con un mondo e una società diversi da come aveva sognato, i miti musicali e politici degli anni 70 sono decaduti. Ora Guglielmo ha raffinato la sua tecnica, ha studiato e suona meglio di prima, non può smettere di lavorare per dedicarsi completamente alla musica. Sa che non è possibile vivere di solo musica. “Devo mangiare per vivere e con la musica non si mangia.” Abita con i suoi genitori che aiuta economicamente. Non gli interessa essere indipendente, l’importante è avere una stanza in cui suonare, l’importante è avere i soldi per pagare le rate dei nuovi strumenti. Per il resto la sua vita è normale, banale, abituata a fare compromessi, preferisce adattarsi piuttosto che andare incontro a problemi. Gli basta poter suonare. Ogni giovedì sera ha le prove con un gruppo di musicisti della circoscrizione, dice che non suonano il genere di musica che a lui interessa però fa lo stesso, l’importante è poter suonare, è sempre un’esperienza in più anche se ha saputo di certi intrighi, che il batterista se la fa con la moglie del chitarrista. Ha un altro gruppo con cui suona i suoi pezzi ma si vedono poco, ognuno registra delle cassette con la propria parte e poi le fa sentire agli altri, Guglielmo scrive la sua parte di basso e i testi che lui stesso canta. Il batterista che maggiormente crede al loro gruppo è quello che si prodiga ad inviare alla radio le loro audio cassette promozionali. Grazie a lui hanno avuto qualche articolo su fanzines musicali e hanno partecipato a concorsi radiofonici. Il chitarrista invece ha lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla musica, non esce di casa, non pensa che a suonare. “Io non riuscirei a fare come lui, mi scoppierebbe la testa, impazzirei. Lui si fa ancora mantenere dai suoi genitori, così non è libero. Io lascerò il lavoro solo quando sarà possibile vivere di sola musica. Adesso sarebbe irrealistico. Grazie al batterista ogni tanto suoniamo in qualche locale, ci pagano quel giusto che serve per coprire le spese e intanto si fa qualcosa, ci facciamo conoscere, ci esibiamo dal vivo, si fa esperienza… E non ci interessa un pubblico particolare, selezionato, la musica è per tutti. Per noi è importante poter suonare dal vivo i nostri pezzi e farci ascoltare, vedere come la gente reagisce al nostro ascolto. Stasera andiamo a suonare in una pizzeria vicino a Padova.” Sono a casa sua seduti in una specie di tinello marrone, quello cantato da Paolo Conte, sul tavolo sono sparse diverse audio cassette, in tv danno un concerto di Jerry Lee Lewis. Lui dice: “Puoi prendere le cassette che preferisci, tanto io non le ascolto più.” Le riassume il panorama musicale degli anni 70, che ha ispirato la sua personale crescita musicale culturale ed ideologica. Non che sia molto interessante, d’altronde Eva si rende conto che Guglielmo sta rimandando il discorso principale per cui l’ha invitata a casa sua. A lei non interessa niente delle sue vecchie audio cassette nè degli anni 70. Eva capisce che dovrà aspettare a lungo prima che lui arrivi al nocciolo della questione. “Quando ti ho incontrata quella notte a Rimini io ero in crisi perchè la cosa di cui più mi importava era suonare , io desideravo suonare al livello degli Area, cosa insuperabile del resto. Io soffrivo perché sapevo di non esserne all’altezza e che forse mai avrei potuto diventarlo. Allora ero ad un bivio, proseguire con il mio sogno oppure lasciare perdere. L’ideologia musicale e politica degli anni 70 era fallita. Un tempo si tenevano grandi concerti e manifestazioni ma poche persone erano lì perché ci credevano veramente, era un fatto di moda, io invece ci credevo e come me pochi altri. Significava cambiare se stessi, costruire un mondo diverso, una società ideale. La musica era uno strumento per smuovere le persone, per produrre un cambiamento, per diffondere una nuova cultura. Ma alla fine i grandi gruppi, i grandi artisti se ne andavano, rientravano nella logica del mercato, facevano parte dello spettacolo. Lo stesso Demetrio Stratos era una rockstar. Negli anni 70 ovunque in Europa si suonava lo stesso genere di musica. Gli Area non facevano qualcosa di nuovo. Quando Eugenio Finardi in Musica ribelle dice “… sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania..” si riferisce alla musica d’avanguardia tedesca. Ricordi il mio tatuaggio? Ha un preciso significato , prende spunto dalla copertina di un disco di musica progressiva tedesca. A Berlino sono nate tutte le nuove tendenze, è nato il punk per esempio e la musica d’avanguardia. Per musica cosmica si intende la musica progressiva di Klaus Schulze. In Italia gli Area erano avanti anni luce rispetto alla PFM ma erano al passo dell’Europa. Ad un certo punto il clima politico e culturale della sinistra è venuto meno e tutti sono tornati a casa. Ma io sono rimasto. Da giovane adolescente sono scappato più volte da casa. In una di queste fughe io ho incontrato te. Da quella sera io non ti ho più visto sorridere. Sinceramente pensavo solo di avere un’avventura con te. Ma poi … Tu sai tante cose di me che io non ho mai raccontato a nessun altro. E quando ho ritrovato la tua lettera allora mi sono reso conto che non avevo capito niente. Di te. Che non avevamo mai fatto un discorso serio insieme. Aspetta un momento, arrivo subito.” Va a prenderle il suo quaderno, con gli accordi e i testi delle sue musiche. Vuole avere un giudizio sincero di Eva, sapere cosa ne pensa, se le piacciono i testi scritti in inglese. Eva apre il quaderno, è disordinato con parole cancellate, qualche errore ma è interessante. I suoi testi sono interessanti, è una specie di diario segreto musicale, in cui sono trasformate in note i suoi pensieri e le sue impressioni. Un testo la colpisce in modo particolare. “Too many pigs in my head…”, e poco più giù, “she wants to possess me.” E’ un testo notturno e di sottile disperazione per una ragazza che vuole possederlo fisicamente e mentalmente, per un ostinato capriccio, mentre lui resta immobile incapace di sottrarsi dal pensiero forte e violento di lei. Un’altro testo è intitolato Rockstar, le parole sono ironiche e fanno riferimento ad un suo amico che si crede una rockstar. Guglielmo le accenna due versioni quella irriverente come la fa lui e quella seriosa come la farebbe quel suo amico. “Spesso dal vivo non mi esprimo al meglio, a volte mi capita a casa da solo quando scopro qualcosa di nuovo. Tra poco andiamo nella mia camera così provo un poco, ripasso i testi per il concerto di stasera. Devo riscaldarmi le mani, sciogliere le dita sulle corde.” “In che modo riuscite a preparare un concerto senza provare insieme?” “Anche se non ci incontriamo spesso, ci conosciamo bene, ci fidiamo l’uno dell’altro. Non abbiamo un posto per le prove, abbiamo vite e impegni lavorativi diversi a parte il chitarrista che non lavora. Il concerto di stasera oltre a darci visibilità ci permette di incontrarci e suonare insieme e vedere se siamo migliorati. Ognuno di noi cerca di fare quello che può, il batterista si muove in tutte le direzioni per farci conoscere, il chitarrista è sempre chiuso in casa a provare, mentre io quando non lavoro mi siedo al piano a trovare gli accordi e poi li provo al basso.” A mezzogiorno mangiano insieme in sala, Guglielmo ha chiesto alla sorella di aiutarlo a fare gli spaghetti, finalmente Eva ha conosciuto la sorella Melania, diciotto anni, riccioli biondi, allegra, spensierata con una venerazione per il fratello maggiore. Guglielmo si accorge di avere finito le sigarette e scende un momento per comprarle, Eva rimane sola con Melania che è in imbarazzo, Eva osserva la sala che è arredata con mobili fine anni 50 con specchiere e fregi dorati. Il telefono è a lato dello specchio, Eva si ricorda che lui le ha detto che non sopporta di guardarsi nello specchio mentre telefona. Dopopranzo vanno nella sua camera in fondo al corridoio a destra, al momento Eva non ci fa caso ma la stanza di Guglielmo è esattamente uguale alla sua,stessa disposizione del letto e dell’armadio, al posto della scrivania qui c’è un pianoforte, uguale orientamento a nord ovest della finestra. Ciò significa che hanno guardato gli stessi tramonti, che hanno avuto gli stessi pomeriggi invernali inondati di luce e l’identico caldo sole estivo. Soltanto le pareti fanno la differenza, qui sono spoglie e bianche mentre la stanza di Eva è interamente ricoperta di posters e fotografie. Eva si affaccia alla finestra, sottocasa c’è un campetto da calcio in cattivo stato. “Ci giocavo da bambino.” Un basso è steso sopra al letto, l’altro è nella custodia sul pavimento. Le dice di sedersi dove preferisce, lui si mette al piano, prende il suo quaderno e suona alcune sue cose, tra cui “too many pigs in my head and she wants to possess me”, ora la sua voce è dolce e sottilmente disperata, Eva pensa che deve averla scritta in una notte di ossessione. Poi si mette al basso, per coinvolgerla le mostra alcuni accordi e le permette di fotografarlo. Guglielmo si accorge che si è fatto tardi, tra un’ora deve prepararsi per andare a Padova. “Senti andiamo di là a parlare, ti faccio un caffé d’orzo.” Accosta la porta del tinello, Eva pensa ‘ finalmente ora viene alla questione’. “E’ accaduta una cosa che mi ha fatto stare male. Non sono mai stato così male.Ora è finita e sto ancora peggio. Una brutta storia con una tipa. La conoscevo da un sacco di tempo, lei era la ragazza di un mio amico, io e lei scherzavamo senza problemi, poi un giorno lei mi ha baciato e non è stato più uno scherzo. Mi ha detto che era molto attratta da me ma che non voleva lasciare il suo ragazzo. Ci siamo visti di nascosto alcune sere ma a me così non piaceva, volevo che scegliesse o me o lui. Lei è rimasta con lui ma continuava a cercarmi. Io ho provato a dimenticarla, quella canzone l’ho scritta pensando a lei. Lei è una persona molto volgare ed egoista. Io non so come posso desiderarla, io ne sono attratto e allo stesso tempo la disprezzo.” Eva non sa che dire, sente una gran puzza di bruciato, ancora una volta si accorge che Guglielmo l’ha fregata. Eva non crede che sia possibile essere innamorati di qualcuno e nello stesso tempo disprezzarlo. Chissà perchè le viene alla mente la figura di Nastasja Filipnova in L’Idiota di Dostoevskij, uno dei primi libri amati da Eva. In un qualche modo questa ragazza e Nastasja si assomigliano per forza e bellezza. Eva è rimasta colpita e affascinata dall’amore puro del principe Myskin per Nastasja, egli le dichiara il suo amore dicendo di amarla per quello che è realmente, oltre ogni apparenza, ma Nastasja fugge non reputandosi all’altezza di come il principe l’ha realmente vista. Guglielmo dice che questa ragazza è volgare, che è un’egoista, che pensa solo a se stessa, ma che ne è inspiegabilmente attratto e spaventato. “Lei continua a stuzzicarmi, a tormentarmi. Ti ho raccontato questa storia non per parlare di lei, io vorrei che tu capissi alcune cose, o meglio io vorrei capire alcune cose che non mi sono chiare. Quando ti ho telefonato io ho seguito l’istinto, ho pensato proviamo. Un tempo io volevo solo suonare, ora io voglio qualcosa di più. Voglio di più, capisci?” Eva annuisce e pensa sì questo mi vuole fregare. “Per questo io da te mi aspetto tutto o niente. Io non cerco un’amica.” “Senti ma come la mettiamo con la distanza? Per te sarebbe ancora un ostacolo insuperabile?”, chiede Eva tanto per sapere. “No, la distanza non sarebbe un problema, a condizione che ci sia l’Amore.”, la guarda diritto negli occhi o che cavolo, pensa Eva, ha detto Amore, con la A maiuscola. “Deve esserci di mezzo l’Amore altrimenti non ha senso. L’Amore, qualcosa di grande, capisci?” Sì, Eva capisce e rabbrividisce. L’Amore. Quello che tra noi non c’è mai stato, quello che tu non hai mai voluto, quello che io provavo per te una volta. Eh già l’Amore, facile dirlo adesso che è lui ad averne bisogno mentre quando lei era nella merda nessuno è venuto a tirarla fuori e ora lui pretende che sia lei ad aiutarlo a capire quello che prova per questa ragazza. Nel tinello il pomeriggio è azzurro e afoso come nella canzone scritta da Paolo Conte, ma cantata da Celentano. Ad Eva appare l’immagine di Wolfgang, un’ immagine trasparente nel sole e nel ricordo, sul suo asse focale l’ immagine di Wolfgang e l’idea dell’Amore si sovrappongono. Per la prima volta in un anno Eva si rende conto di quanto Wolfgang sia assente dalla sua vita. Fino a questo momento Eva lo ha fatto fatto vivere nei suoi sogni, in un mondo perfetto, isolato dalla realtà, al sicuro, in un mondo irreale. Ora la realtà la richiama indietro. Non desidera più sognare, vorrebbe fare parte concretamente della vita di Wolfgang. Le risposte alle lettere che lei gli scrive sono elusive e superficiali, lui non ha mai parlato di venire a trovarla in Italia nonostante il suo invito. Wolfgang non parla mai di sé, le racconta del tempo, della specializzazione che sta prendendo, del lavoro che non ha ancora trovato. Quasi a rassicurarla in ogni lettera dice che non è successo niente di speciale. Eva si rende conto di non conoscerlo affatto, vorrebbe condividere la sua vita e i suoi pensieri ma lui non glielo permette. E se il dialogo non prosegue come potranno un giorno incontrarsi di nuovo e riconoscersi? Ora i contorni del reale coincidono con le pareti di questo tinello. Guglielmo ha appena pronunciato la parola amore con la A maiuscola, e le loro mani sul tavolo sono così vicine che potrebbero toccarsi, ma lui sposta il bicchiere verso di sè ed Eva apre a caso il quaderno coi suoi testi e le sue musiche. Di fronte alla parola Amore restano in silenzio. Non sanno neppure cosa sia, non sanno nè descriverlo né parlarne. Guglielmo, lei pensa senza dirlo, è inutile, è qualcosa che ci è estraneo. Io e te non potrebbe funzionare. Da un lato io penso di conoscerti meglio di chiunque altro ma dall’altro ho l’impressione di non averti mai capito. Io conosco Jonathan, non Guglielmo. Ora tu sei qui davanti a me proponendomi una storia d’amore da studiare a tavolino. Ma l’amore è sole che incendia i nostri occhi e li rende ciechi, è un vento che ci sospinge fortemente, senza sapere che la Felicità ci inganna. E’ tardi, il tempo è scaduto, Guglielmo deve prepararsi e caricare in auto l’amplificatore e gli strumenti e raggiungere il resto del gruppo per il concerto. Ancora una volta Eva deve andarsene senza una risposta, senza una soluzione. Guglielmo dice che ha bisogno di tempo per capire, non vuole fare errori, non vuole sbagliare. Si siede un momento nell’auto di Eva, ricordano che quasi tutti i loro incontri si sono svolti in auto, ed ora Eva riesce a dirlo: “Ti ho amato Jonathan, il tuo amore ha solo rafforzato la consapevolezza di me stessa.” Dal sedile posteriore prende un quaderno azzurro e glielo porge. “Sto scrivendo una specie di libro su di te e su di me. Il mio sforzo è la precisa ricostruzione di quello che è successo, è un libro che è ancora in costruzione. Cerco di andare oltre al ricordo e di raccontare questa storia come se non l’avessimo vissuta noi, come se non fossimo noi i protagonisti, non io non tu, ma un’altra Eva, un altro Jonathan, ugualmente reali e vivi in queste pagine. Dentro ci sono anche le lettere che non ti ho mai spedito.” Guglielmo le stringe le mani, prova compassione per lei. “Lo leggerò, ma io penso che sia tutto vero.” Eva ricambia la stretta delle sue mani, Guglielmo ora percepisce quella voce che disperatamente pronunciava il suo nome. Arriva il momento del distacco in qualche modo difficile. “Ho bisogno di tempo, lui ripete, manteniamo un contatto anche se sottile. L’importante è riuscire a comunicare, tenere aperto il dialogo.” Il viaggio di ritorno non è facile. Arrivata a Padova, invece di tagliare per la zona industriale, entra nel centro, incanalandosi in una lunga coda, da cui riesce infine riesce ad uscire. Fuori dalla città distingue le cime dolci e rotonde dei colli contro il cielo rosato. Il passaggio attraverso Chioggia è obbligato, ci sono alcuni rallentamenti a causa di lavori in corso. Chioggia è un deserto tra saline ed acquitrini, è sempre uguale in ogni momento del giorno, terra di nessuno, desolata e affascinante. La strada Romea è senza fine ed oscura e la pineta si protende minacciosa su di essa. E’ notte senza luna, Eva ha l’impressione che sul lato destro del parabrezza si sia posata un’ombra nera. Le auto corrono veloci, alla radio trasmettono un concerto in diretta da Milano. L’ombra nera resta appicicata al vetro. In prossimità di Ravenna la notte è totale, le luci degli impianti industriali rilucono lontano, attirando a sé i conducenti come le Sirene con Ulisse. Ma per questa volta Eva riesce a sottrarsi al loro richiamo e a quello di Ravenna, che così illuminata pare una città irreale. Quando Eva parcheggia l’auto sotto a casa di Marco è mezzanotte, lui scende e insieme fanno una passeggiata fino in piazza per alleggerire la tensione mentre lei racconta e non è sicura di aver capito ciò che Guglielmo le ha chiesto, di aspettare ma che cosa? Cosa c’è da capire, ancora?

Quattro.

“Ehi, come mi vuoi?” (Paolo Conte) Domenica sera. Guglielmo le ha telefonato verso le sette. Eva è contento di sentirlo. “Ciao, sono io.” “Ciao, come è andato il concerto?” “Abbastanza bene, sono tornato a casa alle due, avevo un gran mal di testa, ho letto il tuo libro fino alle 5 del mattino ma l’ho letto tutto.” “Come ti è sembrato?” “Hai descritto bene quello che è successo. La parte che mi è piaciuta di più è stata il ritorno da Ravenna con Marco: è un pezzo molto suggestivo.” “E’ un fatto realmente accaduto.” “Lo so. ” “E poi?” “Il bandito del deserto, quando tu lo pensavi e lo scrivevi io ero davvero il bandito del deserto.” ‘ Parto al mattino vento e destino sciacallo grigio e argento dai magri fianchi Sappi che io son l’uomo della Leina Rivesto l’armatura sul cuore della iena Ora sono in povertà, ora in ricchezza desiderio paura libertà bisogno di chiarezza nella polvere un rifugio ripara dalle offese un ritiro per chi teme il nemico e la resa.’ (Demetrio Stratos, Area) La solitudine del deserto. La figura grigio argento. La resa inacettabile. La ricerca continua. “Sai l’amico che si crede una rockstar era quell’amico che mi aveva portato dall’Inghilterra quella maglia che non mi piaceva. Non è stata una coincidenza se sabato io ti ho parlato di lui, pensavo a quando ci siamo incontrati, io non sapevo se tu ricordavi quel particolare.” “Io ricordo tutto quello che mi hai detto, ogni parola.” “Jonathan…, anche questo nome ha un significato. Io non te l’ho mai spiegato. Jonathan era un nero che era in prigione a causa del colore della sua pelle. Quando nella sua cella si sarebbe suicidato suo fratello avrebbe pianto ma non si sarebbe arreso. Avrebbe continuato la battaglia che era di Jonathan, innocente in prigione, con maggiore forza e determinazione. Così io, quando tutta l’ideologia è caduta io sono rimasto. Non importa se sconfitto. Combatto una battaglia già persa senza arrendermi. Forse è inutile ma non posso tornare indietro. Davvero io ero il bandito del deserto.” “Ascoltavo e riascoltavo questo pezzo per tutto il pomeriggio. Io riuscivo a sentirti.” Si telefonano quasi ogni sera, parlano a lungo di ogni cosa tranne della più importante. A Guglielmo serve altro tempo, Eva è sempre più confusa, non riesce a pensare a niente altro. Dopo aver ricevuto la telefonata di Guglielmo, Eva esce con Marco. Si dirigono verso le colline a guardare il tramonto, fermano l’auto davanti ad un campo, la terra si apre oscura davanti a loro, Marco si lancia a correre nella discesa mentre Eva lo aspetta a lato della strada. Una siepe fiorita, un campo arato, un areoplano che sta virando per atterrare , mentre sul lato opposto sono accese le luce del piccolo paese di C. Poi vanno al terreno dei genitori di Eva, il prefabbricato giallo non c’è più, ora c’è una casa vera e propria in cui presto Eva e la sua famiglia si trasferiranno definitivamente. Qui la sera è una piccola oasi di pace e silenzio. Eva e Marco si siedono sui gradini dell’ingresso in compagnia di una graziosa nuova amica, Perla, la gatta che un giorno la madre di Eva ha scoperto tra l’erba magra e affamata, simile ad una piccola tigre. Perla, siamese e occhi azzurri si è subito fatta adottare entrando a far parte della famiglia, ogni sera Eva e Marco le portano qualcosa da mangiare. La sera in collina è dolce e riposante. Marco aiuta Eva a fare chiarezza. Marco è l’unico amico vicino che ora lei ha. Chiusa in pensieri ossessivi Eva non riesce a venirne fuori, molto spesso le capita di non sapere esattamente chi è e cosa vuole, la sua mente si perde con facilità. Una sera, al telefono, Guglielmo dice che ha parlato di lei a quella ragazza. “Ho sentito che ha avuto paura.” “Come paura?” Eva pensa di non essere né una rivale né una minaccia per l’altra, in questo modo però si sente messa allo scoperto e tradita. “Per quale motivo le hai parlato di me? E’ una cosa che non mi piace, lasciami fuori da questa storia.” “Lo so che non te ne importa niente, ma lasciami spiegare per favore. Mi dispiace per tutte quelle cose che non ho saputo darti o che non ho voluto darti. Tu sei stata male per una persona, io per un’ideale e tutta una generazione.” “No, non sono stata male per uno, in questi anni io ho perso me stessa e ho cercato faticosamente di ritrovarmi, poi succede sempre qualcosa, per cui io mi rimetto completamente in discussione e di nuovo vado a pezzi e di nuovo resto sola a cercare di rimetterli insieme questi pezzi quando anch’io avrei bisogno di qualcuno vicino e che non mi lasci da sola. Io non so cosa sia peggio se tu o io.” “Ascoltami, tu sei stata importante per me e in un qualche modo lo sarai per tutta la vita. Ti ho raccontato delle cose che non ho mai detto a nessuno. Quando ti ho incontrata non sapevo cosa fare, avevo smesso di suonare ma l’istinto mi diceva di continuare a farlo. Dovevo essere solo. Non mi interessava niente altro che suonare. La musica ha dato un senso alla mia vita e mi ha salvato. Ho accettato di essere un perdente, non importa. Ho scrittto una canzone. Parla di un soldato che parte per la guerra ma a metà strada gli viene ordinato di tornare indietro perchè non c’è più niente per cui combattere. Sarebbe inutile proseguire ma il soldato va avanti consapevole della propria morte, combatte contro una guerra già finita, la battaglia darà un senso alla sua vita anche se verrà ucciso. Capisci? Per me suonare è stato uguale.” Eva resta silenziosa. “Lo so, se non ci fosse il telefono, se fossimo io e te soli nella stessa stanza, potremmo rimanere a lungo seduti in silenzio, senza bisogno di parlare. Ma il telefono non è fatto per stare zitti. Credo che potremmo dirci molte cose anche senza usare le parole.” Se fossero vicini. La sala è in penombra, il sole è appena tramontato. Silenzio. Le braccia incrociate, lo sguardo perso in un punto imprecisato della stanza, fino a che la sala non diventi completamente scura, fino a che un gesto non intervenga a rompere il magico equilibrio di due esseri in comunicazione. Guglielmo sospende il silenzio. “Ti richiamo domani. Ciao.” Non sono mai stati vicini quanto in quei pochi istanti. Nella sua stanza, alla luce della lampada sulla scrivania, un disco che gira, Eva gli scrive una lettera. “Sentire la tua voce, il tuo tono ora dolce, e sentirmi inutile, inerme fa solo venire voglia di piangere lacrime leggere. Quante canzoni di Paolo Conte che ora riascolto, parlano di te e di me, di noi, di quello che è successo o non è successo ‘recitando un ritorno sulla pista delle allegrie’ Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Recitando, Blu notte, Mocambo… Non solo le parole ma anche la musica evocano un sapore un profumo un ricordo Quando in Blue Notte Paolo Conte canta che vuoto, che grande vuoto è questo il modo in cui Eva desidera Jonathan o in Madeleine tanto io capisco soltanto il tatto delle tue mani a C. seduti a quel tavolino e la pioggia leggera di Parigi un addio senza che me ne rendessi conto o come in Mocambo serrande abbassate tempo sulle insegne delle notti andate (Rimini) Devo pendarci su ( tu adesso) ma dipenderà (io non ci capisco niente) ‘quale storia vuoi che io ti racconti? E ricomincerà come da un rendez-vous parlando piano tra di noi’ (ora sta piovendo forte e leggero) ‘passa una mano qui sopra ai miei lividi’ e la terribile dancing l’attimo in cui tu mi sei sembrato niente. E ora i giorni del tuo ritorno, quando non è rimasto più niente.”

Cinque.

Il pensiero di Guglielmo è ridiventato ossessivo, per Eva c’è la necessità di capire. Per lei l’estate non è ancora iniziata, appare irraggiungibile, un ricordo lontano, una memoria persa. Risolta la questione di Guglielmo allora potrà vivere l’estate. Al telefono Eva si accorda con lui per un secondo decisivo incontro. Dapprima avevano pensato di incontrarsi ai lidi ferraresi a metà strada, poi Eva ha deciso che sarebbe ritornata lei da lui. “Ti immagini noi due al mare, sotto al sole allucinante del pomeriggio…!” “Sì, in effetti.” “Come è andato il concerto di ieri sera?” “Bene, da domani suono in un’orchestra di liscio, mi pagano.” “E tu riesci a farlo?” “Sì, è sempre musica, e poi prendo qualche soldo.” “Allora sabato vengo a casa tua.” “Va bene, ti aspetto.” E’ assurdo ma l’idea di poterlo perdere, di non vederlo più, la fa soffrire. Nonostante tutto, sentirebbe la sua mancanza. Quando nel primo pomeriggio Eva arriva da lui, Guglielmo sta provando al basso. “In questi giorni sono stato molto occupato, non ho avuto molto tempo per suonare. Oggi devo provare un po’, siediti dove vuoi.” Eva si sente superrflua, si annoia.Guglielmo le spiega qualcosa di musica ma a lei non interessa niente. Inoltre la stanza è afosa, alle cinque Guglielmo interrompe le prove per preparare un caffè d’orzo, accende la tv su un programma musicale come per prendere tempo. “Ora basta, dobbiamo parlare.”, dice Eva. Guglielmo guarda l’ora. “Senti non è una bella cosa da dire ma il fatto è che io ho un’appuntamento questa sera. Alle 8, non so come dirtelo ma devi andare via.” Eva si era organizzata in modo da potersi fermare anche per la notte, ai suoi aveva detto che avrebbe trascorso il weekend al mare con una collega. “Perchè non mi hai avvisato prima che partissi? Perchè non l’hai detto subito?” “Quando martedì mi hai telefonato io ancora non lo sapevo, poi giovedì le cose sono cambiate, l’ho vista alle prove e l’ho accompagnata a casa, stasera devo uscire con lei.” “Siete insieme?” “Sì, più o meno sì, anzi senza più o meno…” “Ne sei innamorato?” “Sì, sono fuori di testa per lei. Può essere che sia solo un’attrazione fisica. Non so quanto durerà ma per il momento va bene così.” “Descrivila.” “Alta come me, capelli color carota lunghi fino a metà schiena e il corpo interamente ricoperto da lentiggini, difficile trovare un quadratino di pelle bianca. E’ imprevedibile e non so mai cosa le passi per la testa, ma andiamo di là, non vuoi farmi una foto mentre suono? Poi mi devo preparare per uscire.” “Mi devi restituire il mio quaderno e le mie lettere.” “Sì, aspetta un momento, sono nell’armadio, non guardare, è in disordine, ecco c’è tutto, mancano solo le lettere che mi hai spedito, io vorrei tenerle.” “Quelle sono tue, il resto è solo mio. Questa è l’ultima volta che ci vediamo.” “No, perchè? La prossima volta verrò io a trovarti.” “No, non ci sarà una prossima volta.” “Senti, io ora faccio una doccia, se vuoi puoi stare qui oppure di là con mia sorella.” “Se non ti dispiace preferisco stare qui.” Rimane sola in quella stanza. E’ assurdo sapere e pensare che lui si sta preparando per uscire con un’altra. Eva sente la terra scivolarle sotto i piedi. Il caldo l’assorbe in una specie di stordimento. E’ l’estate che è iniziata senza che lei se ne sia accorta, senza che abbia avuto il tempo di viverla, un’estate che appare così lontana e irreale. Fine di luglio. Più di un mese dalla prima telefonata di Guglielmo, quante cose si sono succedute con grande rapidità. La famiglia di Eva è stata impegnata nel trasloco dall’appartamento di F. alla nuova casa a C. La casa a F. giorno dopo giorno è stata vuotata, i mobili smontati, gli oggetti imballati e contemporaneamente si è lavorato per sistemare la nuova abitazione. Un lavoro che ha entusiasmato e unito l’intera famiglia, i genitori e i figli, nell’impegno di costruire qualcosa insieme. Questo trasloco significa l’inizio di una vita diversa, quella che i genitori di Eva sognano da tanto tempo. L’estate non è iniziata bene, Marco ha avuto in incidente in moto e si è fratturato un piede e la vacanza programmata ora è in forse. Dopo una breve primavera e la pioggia di maggio, l’estate è scoppiata improvvisa, l’attesa e la speranza di Eva di poter tornare in Finlandia e di rivedere Wolfgang sono state disilluse. La prima domenica al mare con la sua collega, Eva si è presa una bella insolazione, la notte la febbre cresce e la pelle brucia, verso mattino Eva si sveglia per la sete, va in cucina a bere, l’ultima cosa che si ricorda è di essersi appoggiata alla porta e poi ha sentito un suono sordo ed estraneo, il suo corpo cadere sul pavimento e svenire, accorrono i genitori, la madre la chiama e il padre la solleva, lentamente sente la vita rifluire, il ronzio alle orecchie, la luce troppo forte del lampadario, il fresco delle lenzuola e il tatto della mano della madre che dice ‘che spavento ci hai fatto prendere’ e ancora la tratta come una bambina piccola. Il giorno dopo, lunedì 11, Eva è rimasta a casa dal lavoro e verso sera Guglielmo le ha telefonato. Ora è trascorso un mese ed Eva è sola nella stanza di Guglielmo, si siede al piano, osserva i libri e gli spartiti che vi sono appoggiati sopra, prende in mano il quaderno con le sue musiche senza aprirlo. Poi si alza e si avvicina alla finestra, scrive il proprio nome accanto a quello di Guglielmo sulla pietra serena del davanzale. Dalle tapparelle semiabbassate filtra un caldo soffocante, Eva prova una sensazione di vertigine, un senso di abbandono fisico. Quando Guglielmo tornerà nella stanza Eva dovrà mostrarsi indifferente, pronta ad andarsene. Un sabato d’estate sprecato, senza senso. Guglielmo è pronto per uscire, Eva è ferma accanto alla finestra, gli chiede se possono fare una prima e ultima foto insieme tanto per avere qualcosa da ricordare, rivedendo la foto Eva si accorgerà di quanto il proprio viso avesse un’espressione sconvolta. Ora scendono le scale, Guglielmo non vuole fare tardi al suo appuntamento. Eva non immaginava che sarebbe andata così, l’ orgoglio ferito inizia a scavare dentro di lei. “Mi dispiace, non posso fare diversamente.” “Non importa.” “Tanto io e te ci vediamo ancora.” “No: io ora vado via.” Eva apre la portiera dell’auto interponendola come una barriera tra sé e lui impedendo ogni contatto fisico. Guglielmo controlla l’orologio. “Ciao, io devo andare.” lui dice sempre queste parole, sempre le solite ultime parole ma questa volta saranno proprio le ultime, non l’abbraccia, non le stringe la mano, la lascia andare via come una cosa che non ha importanza. Non ha neppure la sensibilità di capire che per Eva è la fine. Tra di loro non è possibile alcun tipo di rapporto, neppure d’amicizia. Per Eva l’amicizia è un addomesticarsi come dice Saint Exupery, un legame continuo e costante e ciò non significa doversi incontrare ogni giorno, l’importante è l’impegno comune e costante di andare l’uno verso l’altro per costruire un incontro e un dialogo. E se Eva non avverte la stessa volontà dall’altra parte allora preferisce lasciare perdere: Guglielmo non le ha mai dato niente. All’incrocio le due auto si separano, Guglielmo prosegue diritto mentre Eva svolta per Padova. Assurdamente vorrebbe che lui tornasse indietro per salutarla, inutilmente guarda nello specchietto retrovisore.

Sei.

  Il ritorno a casa è difficile. A Ravenna resta intrappolata in un labirinto di strade solitarie, di pensieri infiniti, in una ragnatela senza fondo di vecchie ossessioni. Segue la segnaletica come se guidasse ad occhi bendati fino al casello deserto di un’autostrada, è arrivata al suo vicolo cieco, all’ultimo fa inversione e ripercorre la tangenziale sulla corsia opposta. Da qualche parte ci dovrà pur essere la via Ravegnana, la campagna si apre scura e solitaria, un trattore lavora solo nella notte estiva. Ogni cosa appare immobile e nascosta. Nel cielo si vedono tutte le stelle. Neppure un cartello segnaletico per F. Marco l’aspetta a casa sua un poco preoccupato. Ma Eva arriva e gli racconta tutto quello che è accaduto, ora non sa che fare, non può tornare a casa, i suoi genitori la credono con la sua collega. Scesa in strada trova sul parabrezza un biglietto, un pezzo di carta strappato da un’agenda, riconosce la grafia di Tom, c’è scritto: “Eva se hai bisogno puoi dormire a casa mia. (Solo per stanotte però!!!) Se vieni o venite, può esserci anche Marco, guarda se la mia auto è ferma in un angolo del parcheggio: significa che siamo al parco, altrimenti se l’auto è sotto casa, suona pure il campanello. Tom e Sabrina.” Eva accetta l’invito degli amici. Nel parco Tom le va incontro abbracciandola, Eva ricorda la prima volta che si sono abbracciati, è stato due anni fa, una notte dopo una lunga liberatoria chiacchierata, e poi un abbraccio affettuoso. All’interno del gruppo Tom era sempre stato visto come un capo per l’evidente superiorità della sua personalità, forte decisa e trascinante. Gli amici lo consideravano una persona priva di dubbi o incertezze, credevano che lui avesse sempre la risposta ad ogni cosa. E invece Tom era uguale a tutti con dubbi paure aspettative sogni e dolore… E c’era stata quella notte che si era mostrato fragile e debole quale era e bisognoso degli altri come lo è ognuno di noi. Era arrivato anche lui in quel momento della vita, e in verità di questi momenti ce ne sono tanti, a scoprirsi di avere bisogno degli altri, del loro aiuto, del loro appoggio, di una parola, della loro presenza, di un semplice abbraccio. E aveva chiesto aiuto con una lettera a Marco Eva e Sabrina. Non si erano accorti di quanto lui soffrisse , di quanto sentisse la loro mancanza, di quanto avesse bisogno del loro aiuto? Insieme avevano condiviso tante notti a far niente e a dire tutto, avevano fatto progetti e viaggi, avevano discusso e poi taciuto in un silenzio comprensivo l’uno per l’altro, e insieme avevano dato uno sguardo al mondo della magia, alla possibilità della magia anche in una vita banale e quotidiana, alla scelta della libertà. E quella notte avevano pianto e poi parlato e poi si erano compresi e incontrati in un abbraccio. Questa notte Eva ha bisogno di essere accolta. Il parco è poco illuminato, Sabrina è seduta su una panchina, Tom la invita ad unirsi a loro e a raccontare se lo desidera. Eva non ci riesce, è molto confusa, durante il viaggio di ritorno non ha fatto che pensarci, poi a Ravenna si è persa. “Non importa: ora sei qui. Facciamo un gioco, io mi allontano un momento da voi, mi nascondo dietro a quell’albero e quando riappaio io non sono più Tom ma impersonifico un personaggio a mia scelta e voi dovete indovinare di chi si tratta.” “Perchè non fai il personaggio del bambino, ti riesce così bene.”, lo prega Sabrina. Nel giardino non c’è altra presenza umana, un’auto si è fermata nel parcheggio accanto all’ingresso del parco, ha spento i fari, ma nessuno è sceso. Tom si confonde con l’ombra di un albero, quando ricompare non è Tom ma quello che sta mimando, quasi un’apparizione impalpabile e irreale, una materializzazione di un pensiero. Tom descrive camminando un cerchio davanti alle due ragazze con un’andatura che non gli è propri ma dell’identità che sta rappresentando. Sabrina ed Eva devono indovinare chi stia mimando. “Sembra… non so, non potresti ripeterlo? Non è chiaro.” Tom traccia un secondo cerchio infine si avvicina alle ragazze: “Ditemi chi avete visto.” Incerte, si scambiano le proprie impressioni, poteva essere qualcuno non più giovane ma non ancora adulto che non sa cosa decidere della propria vita, che non sa ancora chi è e cosa diventerà, uno che ha appena perso un lavoro, o un disoccupato che lo sta cercando, un adolescente che deve scegliere un indirizzo di studio o che sta per diventare un adulto oppure un pazzo che dice cose senza senso o … potrebbe essere chiunque. “In verità non sapevo bene chi interpretare, è un gioco dopotutto…però avete risposto correttamente, brave.”, confessa Tom e prosegue: “prima del tuo arrivo avevo chiesto a Sabrina di raccontare quello che è successo ieri sera tra di noi. Sarebbe interessante se tu, Sabrina, volessi raccontarlo anche a Eva.” “Non so da dove incominciare, e poi perchè?” “Incomincia dall’inizio senza tralasciare nulla, anche un particolare può essere utile ad illuminare le cose.” La voce di Sabrina trema, un poco di imbarazzo poi prevale il desiderio di raccontarsi. Si rivolge ad Eva. Tom è in piedi di fronte a loro e le osserva. “Ieri sera ero a casa sua, eravamo soli, guardavamo la tv, seduti sul divano..” Qui si interrompe, i suoi occhi scuri indugiano, scrutano il buio cercando un punto indefinito che possa aiutarla a proseguire il racconto, intanto l’auto nel parcheggio ha acceso i fari e lentamente si allontana. “Come eravate seduti?”, chiede Eva per incoraggiarla. “Eravamo abbracciati quando lui all’improvviso si è spostato ed io ho avuto il desiderio di baciarlo, è una cosa che mi piace molto, baciarlo. E poi…”, una leggera pausa,”Tom mi ha fatto distendere sul divano e mi ha fatto spogliare, lentamente mi sono tolta i vestiti, Tom ha iniziato a massaggiarmi la schiena, ho iniziato a rilassarmi, non provavo imbarazzo per il fatto di essere nuda, avvertivo il mio corpo rilassarsi sempre di più. Mi sono addormentata e ho sognato, nel sogno ho visto una donna molto bella, coi capelli raccolti in una morbida treccia, vestita in modo sobrio ed elegante, e questa donna avanzava luminosa verso di me. Ecco io credo che ero me stessa che mi venivo incontro, la me stessa a cui tendo, la me stessa che vorrei diventare, la me stessa che esce dal bozzolo e si trasforma finalmente in una creatura meravigliosa. Mi piaceva guardare questa donna luminosa che mi camminava incontro ma allo stesso tempo provavo dolore di non riconoscermi completamente in lei, io non sono ancora diventata quella donna anche se lei è in me, nascosta, pronta ad uscire. E’ che io ancora non sono pronta. Quando mi sono risvegliata Tom stava accarezzando il mio corpo e la sua mano…io avrei voluto che andasse avanti ma lui si è fermato.” E qui prosegue Tom: “Ho pensato anche io di non riuscire a fermarmi ma poi mi sono trattenuto. Sabrina cosa è successo?” “Provavo piacere, desideravo che tu andassi fino in fondo. Ho provato piacere e dolore insieme, non so spiegare bene…” “Cosa sarebbe successo se fossi andato avanti?” Sabrina riavverte quella sensazione di piacere. “Non lo so.” “Il sesso può essere solitudine, la più profonda e acuta solitudine, in quel momento avresti sbattuto contro il tuo io, l’impatto può essere terribile, ci si ritrova faccia a faccia con quello che si è, un ammasso di egoismo, per questo si prova dolore. Soltanto chi è impeccabile può servirsene come strumento di conoscenza per oltrepassare i propri limiti.” “Per me, interviene Eva, a volte il dolore è molto intenso perchè si è soli, in quegli istanti si avverte paradossalmente la distanza che ci separa dall’altro, ci si perde nel proprio oblio dimenticando l’altro. Ma forse l’amore non è questa dimenticanza o meglio non dovrebbe esserlo. Dovrebbe essere pienezza non vuoto.” Eva ripensa a quanto avveniva con Jonathan. Si tocca il fondo della propria disperata solitudine, si avverte quasi una distanza incolmabile che invece l’amore dovrebbe coprire. Tom Sabrina ed Eva restano ancora seduti a lungo nel giardino completamente in silenzio. Poi Sabrina va a casa mentre Eva si ferma a dormire da Tom, in cucina mangiano uno spuntino veloce e parlano ancora un poco mentre lui le prepara il divano letto nel salotto. Eva alla fine riesce ad addormentarsi, la finestra aperta con le tapparelle abbassate filtra l’aria tiepida e i rumori della notte, e poi verso mattina arrivano i suoni della vita che ricomincia, auto che passano, bambini che scendono nel parco a giocare, campane della chiesa che suonano, ora Eva è sveglia e nella penombra osserva la sala in ogni angolo della quale si avverte la forte presenza di Tom. Eva prova gratitudine per la sua ospitalità e la sua amicizia disinteressata.

Sette.

  Dopo quella notte l’estate è proseguita. Perla, la gatta, ha partorito cinque gattini tra gli stracci e i cartoni su un vecchio carro agricolo e la vita nella nuova casa è iniziata bene e la famiglia ha ritrovato coesione. Marco ed Eva e Sabrina sono tornati all’Argentario insieme e a parlare di nuovo d’amicizia e d’amore che restano senza risposte come quello di Marco verso Eva, come quello di Sabrina verso Tom, come quello di Eva verso Wolfgang. L’amore rimane per ognuno di loro una domanda senza soluzione. Le promesse che Eva ha fatto nel suo cuore a Wolfgang sono intatte: ma lui rimane lontano. Eva lo aspetta, le mani legate, il cuore cieco. Eva si domanda perchè non possano sopravvivere le grandi passioni? Perchè non se ne abbia il coraggio. Perchè il tempo cancelli il ricordo? Perchè di fronte al pensiero della morte ci si sente schiacciati, atterriti e spaventosamente soli? Perchè ci si lascia l’un l’altro da soli? Intanto la vita di Eva va avanti con la debole consapevolezza del suo tempo, a volte è rabbia, a volte è nostalgia, molto spesso impotenza, qualche volta rassegnazione, ma accettazione mai. Ogni giorno di più le sembra di aver fatto il suo ingresso nel mondo adulto, ora prova un ostinato rifiuto a sognare perché la realtà è diversa, è un’altra cosa. La realtà di tutti i giorni, sommersa dall’abitudine, dalla voce della tv e del telegiornale ad inquinare i sogni. E’ difficile dire no, riuscire a rimanere integri, per la prima volta Eva distingue netto il confine tra sogno e realtà e sa che c’è solo questa ultima perchè non le è rimasto niente altro. Un mondo senza magia, senza lo sguardo che illumina e accende. Eva si scopre a non fare progetti, non è in grado di dire come sarà la sua vita tra una settimana, tra un mese, tra un anno, se uguale o migliore o peggiore. Si lascia assorbire dalla quotidianità, dall’abitudine rinunciando giorno dopo giorno a vivere. A volte prova un latente senso di colpa verso sè e gli altri per il suo continuo e colpevole sottrarsi alla vita, per il rifiuto e la resa. Eva non sa fino a quanto potrà ancora sperare di aspettare Wolfgang. In aprile Eva gli scrive. Non riesce più a trattenere l’amore che prova per lui, non può dirlo che a lui, altri non potrebbero capire. “Caro Wolfgang, scrivo alla persona sensibile che ho conosciuto e a colui che mi ha spezzato il cuore. Ti amo. Non te l’ho mai detto chiaramente, non c’è altro modo di dirlo che questo. Non m’importa quale sarà la tua risposta. Senza sogni la vita non ha senso, ma so che la realtà è l’unica cosa che conta. Anche che io ti amo è reale. non posso offrirti qualcosa perché non ho niente. non dico che la mia vita senza te non abbia senso anche se da un certo punto di vista è vero. ‘Amore, tu sei profondo Io non riesco ad attraversarti Ma, se fossimo in due invece di uno, barca e remo, una qualche estate sovrana, chi lo sa, ma potremmo raggiungere il sole.’ (Emily Dickinson) Love, Eva.” Wolfgang non le risponde allo stesso modo. Scrive che al momento sta cercando di dimenticare una ragazza che per lungo tempo ha occupato interamente il suo cuore e la sua mente, e che ora questa storia si è chiusa. “Thank you for your honest and touching letter… When you were here I had really a great and hard time. Hard because I tried not to feel in love with you, because I knew you gonna leave me alone. But I couldn’t help myself and I was really down a long time after you left Finland. If we could have seen each other more often or we could live in the same country, things would be really different. I think we could be married at the moment (or I hope so). I hope you can live your life like you haven’t met me at all but maybe someday we’ll meet again and fall in love. But now it’s something complete different.” Ma le cose ora sono completamente diverse. E se Wolfgang dice un giorno, Eva dice mai. O tutto o niente. Eva non vuole più essere cieca. Rinuncia a comprendere il significato dell’amore. Non fa per lei. La domanda cade nel vuoto, insoluta. L’amore torna ad essere oscurità inesplorata a cui è vietato l’accesso.

Otto.

Una nuova estate. (1992) Eva rifiuta di viverla, non le interessa, giugno e luglio sono piovosi, infine agosto è torrido. Solo la musica riesce ad annullare ogni pensiero e la stessa consapevolezza, liberando il corpo dall’anima. La musica ad alto volume, la musica totale dei concerti. Due sono stati gli eventi in particolare. L’atteso concerto dei Guns’ n Roses a Torino e il festival blues a Ravenna. Il concerto dei Gn’R è valso su l’estate intera. Novenber Rain è stato il momento più intimo e raccolto. Il cielo disegnava un cerchio rosa intorno all’arco esterno dello stadio, un cerchio soffuso di luce. Nel prato e sulle gradinate oscillavano centinaia di luci degli accendini accesi mentre la notte scendeva piano, silenziosa e nascosta, affondando nel cuore. E Wolfgang era un’ assenza del cuore. E forse il pensiero di Wolfgang è rimasto là dentro allo stadio e poi c’è stato un altro ritorno in treno e Wolfgang piano piano si allontanava via, lontano. Poi c’è stata la serata blues a Ravenna con la potente esibizione di Screamin’ Jay Hawkins, in costume da rito voodoo e il teschietto Henry , e la voce profonda ricca, da brivido, che ha colorato la notte di intenso blues, e il suo sorriso irriverente e gioioso nei confronti della vita. Se ne viene catturati e ci si scioglie in una danza primitiva e istintiva. Questi due momenti soli hanno restituito senso all’estate. E poi è arrivato di nuovo settembre che è apparso interminabile, l’autunno ha portato inaspettatamente una speranza di rinnovamento. E ora che è fine ottobre a Eva sembra che la distanza che la divide dal’estate sia fatta di secoli. Le foglie, tutte, stanno cadendo scosse dal vento e dalla forte pioggia. Il mattino, appena dopo all’alba, appare sospeso in una tiepida luce mentre il cielo si carica di nuove nuvole nere di pioggia. Eva ha deciso di fare qualcosa per se stessa. Nello scrivere intravede la salvezza. “un inutile vocazione a fare della propria vita un romanzo da scrivere, quando non è possibile viverla perché quello che è importante per una persona non lo è necessariamente per l’altro. Quasi sempre siamo soli nelle nostre ossessioni, e allora qualcosa più forte dentro di noi insorge spingendoci a scrivere. A scrivere quella storia che ci tormenta, per non dimenticarla e ricordarla nel vortice senza uscita delle illusioni, ma perché non possiamo fare a meno dello scrivere stesso. E la storia diventa romanzo quando i personaggi diventano altri, non noi che abbiamo vissuto, ma altri, indipendenti da noi, eternamente vivi. Ho incominciato a scrivere prendendo appunti fin da quella notte a Rimini, appunti che via via hanno preso corpo e sono diventati un lungo racconto di una porzione importante della mia vita, di quel momento delicato in cui si deve diventare o incontrare se stessi, e Jonathan questo e soprattutto è stato l’incontro con me stessa, un guardarmi allo specchio e vedere un riflesso ancora informe che via via si è andato formando, Jonathan è stato una parte di me, un desiderio, una ricerca, non importa se gli corrisponde una persona reale. Scrivere non è un’arte consolatoria, scrivere o suonare possono salvare la vita, e scrivere ha salvato la mia, la sta ancora salvando. La scelta è difficile ma forse l’unica possibile.” Eva si chiede se avrà il coraggio di percorrere questa strada fino in fondo quanto ha fatto Jonathan alias Guglielmo con la musica. Il problema di cosa è l’amore è complicato. La soluzione che ne ha dato Dante è originale. Il Poeta scrive come l’incontro con la donna angelicata e come il ricordo di lei, dopo la sua morte, abbia salvato la sua vita avvicinandolo alla luce di Dio. Il suo viaggio infatti è reso possibile dall’intercessione e dalla pietà della donna amata, il presupposto è appunto l’amore di Beatrice. Ma non sappiamo per certo se Beatrice amasse Dante. Beatrice era solo un’immagine, Beatrice reale era estranea alla sua vita. Se Dante avesse avuto Beatrice non sarebbe stato in grado di vivere senza di lei, ciò che ha salvato davvero la sua vita è stato la poesia, diversamente non ce l’avrebbe fatta. Dante ha rimandato ad un sogno e ad un ricordo l’amore e ha vissuto per scrivere o meglio ha scritto per vivere. Questo è il vero viaggio di Dante. D’altra parte la scelta di Emily Dickinson è stata ancora più radicale, ha cenato da sola come Dio, e il suo dente è cresciuto nell’attesa dell’altro, infine quando esso è giunto, era diventato un piccolo e misero per il suo palato. La risposta di Emily è stata no. Quella di Eva non sarà altrettanto coraggiosa ma non ha altro per ora davanti a sé. L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile. La risposta deve essere no. Eva non sa cosa potrà salvare veramente la sua vita, se non è l’amore, se non è la musica, se forse è lo scrivere. Ma deve essere vivere, non sopravvivere, incominciare a fare qualcosa per se stessa, non perdere l’occasione, infine non desidera essere felice, forse la vita non lo richiede, vuole essere libera e vivere ancora in un mondo di magia, a parte tutto. Fine. Discografia parte terza Area e Demetrio Stratos Guns’n Roses: November rain U2: love is blindness Zucchero: Dune Mosse Paolo Conte: Recitando, La ricostruzione del Mocambo, Aguaplano, Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Blu notte Adriano Celentano: Azzurro Screamig Jay Hawkins: I put a spell on you Antologia Gabriel Garcia Marquez: L’amore ai tempi del colera Emily Dickinson: amore tu sei profondo Fedor Dostoevskij: L’idiota Antoine de Saint Exupery: Il piccolo principe Conclusione. ora è il momento che io saluti Eva, ogni tanto verrò a salutarla e dirle grazie che ancora oggi faticosamente mi sta indicando la via e che questo mestiere di amare e di vivere non lo impareremo mai abbastanza, né io né lei. Eva è stata il mio alter ego ed ora io mi separo da Eva e lei prende la sua strada ed io la mia, forse un giorno ci incontreremo di nuovo e lei avrà ancora qualcosa da mostrarmi, come riuscire a ricominciare da capo e riprendere il mio cammino in questo mondo di magia, a parte tutto.

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