Elena, il colore di un sogno, ovvero l’abito della malinconia

Elena, il colore di un sogno, ovvero l’abito della malinconia

Era

come entrare

e respirare in una camera spaziosa

con pochi mobili

fresca pulita ariosa

Elena viveva in cima ad una torre o forse all’ultimo piano di un vecchio palazzo come quelli che hanno grandi porte scure ed espandono al di fuori sapore di umidità e di oscurità

Non so come fossi arrivata fin là da Elena

Quale fosse il suo vero nome non so

Ma io la chiamavo Elena senza sapere

senza capire perché

“Elena…”

I nostri silenzi si coloravano di luce

viola azzurra

prima quella rosa

poi quella verde

nel sogno

di un tempo mai finito

di un autunno mai seccato

L’autunno profumato e chiaro

che sapeva di primavera

sopravviveva negli occhi verdi di Elena.

Il colore trasparente

quasi diafano dei suoi occhi

il profumo semiebbro di un sole autunnale

l’aria trasognante rendevano chimere i miei pensieri

e mi riempivano d’azzurro.

Senza toccarci

lontane

senza parlarci

solo dolcemente guardandoci

il tempo e lo spazio non esistevano più

Stavo sorvolando ai lati di un sogno

a mezz’aria

leggermente volando

senza dimensione

La luminosità dell’aria le affilava

ancor più il viso

rendendolo

sempre più inafferrabile

I capelli languenti erano biondi

su quel viso dolce e malinconico

La primavera del Botticelli

o una Venere

già consapevoli

che la stagione della bellezza

perderà tutti i suoi fiori

o forse pi tristi che consapevoli

Tutta la sua sensualità si fondeva

in quel suo sguardo perso

in quella trasparenza d’aria

Elena non era bella

era la malinconia

era il dolce languore

di una stagione che non era

Un’altra mattina

mi ritrovai ai piedi

di quella torre

insieme ad un amico

“Vieni” – gli dissi prendendolo per mano

e l’aria era dolce-

“Io la chiamo Elena”-

dissi solo e ancora

Entrammo

ma tutto era mutato

La stanza così trasparente

in cima alla torre

portava le finestre chiuse e scure

e dove prima

la bianca uniformità delle superfici e del colore

si stendeva come un vestito

ora lo spazio era violato

da mobili tavolini divani coperti da teli

Pareva un museo

Una donna che non era Elena

doveva esserne la custode

” Elena?”- le domandai

” Dov’è Elena?” – incominciai a disperarmi

senza ottenere una risposta

Il mio amico stava muto dinnanzi a me

già aveva compreso

Un freddo al cuore

un freddo gelido

uscì investendomi

da una porta socchiusa

Dentro

in quell’aria gelida

Elena nei suoi capelli trasparenti

abbandonata su una poltrona

I suoi occhi

non riflettevano più

la luce di prima

Senza luce

senza colore

le sue mani

i suoi capelli

sbiadivano

lontani

Mi piegai su di lei

io piangevo

io gridavo

senza voce

senza singhiozzi

” Elena!

Perchè stai morendo…

Svegliati!”

Ma Elena

non stava morendo

era qualcosa di più

che morire

era un trascolorare

un passare attraverso un sogno

e poi volare via

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