Una semplice ricchezza. (Paraty, RJ, Brasil , giugno 2008),

Il fascino di Paraty, stato di Rio de Janeiro, è tutto nelle sue pozzanghere, in cui si riflettono le case colorate tutte in fila in stile coloniale e le loro porte verniciate a nuovo , niente scarpe con i tacchi alti non solo a causa delle pozzanghere ma anche per via del pavimento a grosse pietre irregolari, chiamato pe’ de moleque. Le maree dominano la cittadina, porto coloniale ai tempi dell’estrazione dell’oro, la marea sale e inonda la città, assi di legno improvvisano ponti sospesi, il mare entra dentro alla città, dicono che questo era un sistema molto semplice per pulire la città, i rifiuti se li portava via la marea…

Passata la marea restano pozzanghere ovunque in cui la città magicamente si specchia.

Oggi nella piccola stazione rodoviaria di Paraty stiamo aspettando un autobus locale per raggiungere Paraty Mirim a 10 km, vogliamo visitare un’ aldeia india. Sono le 9 ma l’autobus è in ritardo, alla stazione c’è tanta gente diversa da osservare. Io adoro le stazione degli autobus : ci sono i baretti economici, il giornalaio coi titoli dei giornali da leggere, e tanta gente diversa da osservare e da cui farsi osservare, (noi di solito non passiamo inosservati perché gringos e con un seguito di voluminose valigie).

Ma come mai l’autobus è in ritardo? Inizio a spazientirmi, chiedo informazioni al mio vicino, un signore di pelle bianca e con un fisico massiccio, ci racconta che è di origine genovese da parte del nonno che emigrò in Brasile, è un ex nuotatore professionista e ora insegnante di nuoto, e aggiunge ” l’autobus è in ritardo, ma tranquilla tà chegando (sta arrivando)”. Io approfitto per chiedergli informazioni riguardo agli indios che stiamo per andare a visitare, lui risponde così:

“questi indios sono pacifici, gli piacciono i soldi, non lavorano, viaggiano gratis in autobus, vendono collane ed altri piccoli oggetti in legno, cioè non fanno niente.”

Accanto a lui è seduta una signora india anziana, con il viso tutto a grinze, ci sono i suoi nipoti e la figlia e il marito della figlia, che è un ubriacone, si è già avvicinato a noi chiedendoci pochi cent per un caffè, altro che caffè questo vuole prendersi una cachaça!

Un problema diffuso tra gli indios maschi è l’alcolismo, pare che non riescano a digerirlo, ma non diventano violenti, l’alcool li fa cadere a terra in un grave stato di prostrazione.

Dopo 40 minuti normali di ritardo arriva l’autobus, la fermata per l’aldeia degli indios è a richiesta sulla strada bianca che conduce a Paraty Mirim. Scendiamo e ci avviciniamo ad una grande casa capannone e chiediamo se sia possibile incontrare gli indios, il ragazzo che ci risponde non è indio e dice che è possibile ma con il permesso del capotribù Trapiche.

Trapiche sta distribuendo il becchime alle galline e arriva, è anziano, un vecchietto piccolino, basterebbe una spinta per farlo cadere, ha un’età indefinita, lui è il rispettato capo villaggio, ci spiega in breve la vita degli indios in questo campo, si nutrono delle galline e della frutta della foresta tropicale, la terra non è di loro proprietà ma data loro in concessione. Intanto ci guardiamo intorno: in mezzo al cortile c’è una fiat cinquecento sfasciata da cui entrano ed escono bambini indios completamente nudi e giocano tra la sporcizia e pozze d’acqua scura in cui fanno indistintamente la pipi, di noi non si accorgono neppure.

Io azzardo a chiedere: “ma siete contenti di vivere qui, vivete bene?”

“Sì, viviamo bene, nel senso che non ci manca niente, viviamo tranquilli.”

Trapiche ha viaggiato in lungo e in largo per il Sud America prima di stabilirsi qui, ha visto e sa tante cose, parla correttamente diverse lingue, è una persona tranquilla e pacata nonostante una vita molto movimentata.

Inizio a capire ciò che rende diversi gli indios, non c’è traccia di aggressività né di fretta, non hanno il senso del tempo, non capisco se vivono alla giornata o se si lasciano vivere, guardo i loro figli che giocano nudi tra quelle pozze scure.

Ci guardiamo intorno, vorremmo visitare il villaggio ma Trapiche si limita ad indicarci con un gesto la casa cucina-mensa, la casa scuola, la casa chiesa, dice casa ma sarebbe meglio dire casupole modeste.

Arrivano due giovani ragazze mamme e ci domandano se desideriamo vedere e comprare le loro collane e altri piccoli oggetti in legno, diciamo di sì e ci apprestiamo a seguirle ma loro ci fermano un gesto della mano: ‘aspettate qui, non muovetevi mentre noi andiamo a prendere le cose.’

Ecco che tornano, stendono un telo per terra e vi dispongono la loro mercanzia.

Le due ragazze tengono in braccio ciascuna un figlio di 8 o 10 mesi dal viso tondo e ben pasciuto e occhi attenti. Chiediamo il nome dei bambini. Gli indios hanno 2 nomi, un nome indio ed uno occidentale. Una delle due ragazze ha chiamato la sua piccolina Renata, noi sorpresi le chiediamo come mai abbia scelto un nome italiano, e lei risponde stupita che non c’è un perchè, le piaceva quel nome.

Compriamo alcune collane e un archetto con le frecce decorate con piume colorate, le due ragazze non insistono a venderci le cose, ma sul prezzo non si tratta, se dicono un prezzo è quello e basta, fanno i conti a mente.

Chiedo informazioni sulle collane, loro spiegano che i semi usati per le collane sono naturali mentre la paglia colorata con cui intrecciano i ventagli e i cestini la comprano, sono limpide e sincere, non mentono spacciando per originale una cosa che non è.

A Paraty per le strade coloniale si vedono le donne indie coi loro piccolini seduti a terra con un telo su cui espongono i loro prodotti, mai insistono o infastidiscono i turisti, si capisce che hanno un’altra filosofia, se vendono bene se non vendono fa lo stesso però i conti li sanno fare bene.

Effettuata l’acquisto la nostra visita sarebbe conclusa.

In verità ci eravamo aspettati qualcosa in più ma rispettiamo la loro riservatezza.

Le due ragazze, che prima avevano decisamente rifiutato, accettano ora di essere fotografate con i loro bimbi e si mettono in posa sorridenti, anche Trapiche accetta di farsi fotografare insieme a me.

Trapiche indossa una maglia bucata, è così debole in apparenza, un vecchietto che il primo soffio di vento potrebbe far volare via, ma è una figura di grande dignità, di cortesia e di intelligenza, una vita semplice, nomade che forse ora ha trovato una base, un poco di stabilità, quel “qui si sta bene, abbiamo tutto quello che ci serve” racchiude forse una grande e semplice ricchezza.

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