Le cose umane sono troppo complesse. Vivere e sopravvivere.

Açailandia 27.9.1994

Cara nipote,

solo oggi riesco a stare con te. Sono tornato dalla Bolivia il 23, sono stato con il fratello e collega Benoit. Ti ho letto nella tua del 18.8.94, discorsi iniziati e incompiuti. Provo il desiderio di chiacchierare, come fossimo due vecchi amici, o se vuoi dei fratelli. Ieri sera sono stato fino a tardi con te: mezzanotte! per me è una cosa eccezionale perché sono abituato a coricarmi presto: ore 21! Quindi è stata una serata straordinaria.

Sai? Prima di tutto vorrei riuscire a dirti che in tante cose mi ritrovo molto simile a te. Anche la mia infanzia è stata come la tua: gracile, debole, vergognoso, incapace di comunicazione, il peso di una famiglia che si preoccupava più di tirarti su che di formarti. Credo che sia lì l’origine, la radice di tutto il resto. Senza giudicare o condannare nessuno. Le cose umane sono troppo complesse. Io forse ho avuto il vantaggio di stare a contatto con tante persone: il seminario, la vita di comunità, gli spostamenti continui, l’incontrare persone sempre nuove, tutto mi ha costretto ad uscire da me stesso. Magari controvoglia. Ritroso, scontroso. Il seminario ha inciso negativamente soprattutto dal punto affettivo, il mondo intellettualistico mi ha fatto male. Per i sognatori e gli idealisti ci vuole ben altro!

Imbocco questi discorsi e subito mi accorgo che la carta è troppo neutrale, opaca, fredda per quanto vorrei mettere in comune per te. Anch’io come te desidero la comunicazione a voce prima di tutto perché la parola viva trasmette molto di più. Perché con essa c’è la presenza, ci sono le persone presenti con il loro carico di umanità, il bagaglio della loro storia, l’accumulo delle esperienze, le ricchezze interiori. E poi come manifestare ad un pezzo di carta quello che ho provato, come ho reagito alla lettura di te?

Per ora accontentati di reazioni e riflessioni confuse e disordinate in attesa di una comunicazione diretta.

Ci sono delle cose molto belle nella tua lettera, emozioni, vibrazioni d’anima, riflessioni che toccano il fondo dell’esistenza. Provi una congerie di sogni, di ansie, di incubi, di solitudini, di vuoti, di voragini. Ti stai imponendo di buttarti fuori, di rovesciarti all’esterno per dire a te stessa, prima che ad altri, che ci sei. Che sei lì, che esisti. Anche se piagata di vuoto spinto. Anche se ferita e insanguinata. Ma hai bisogno di urlare la tua esistenza e fai bene a farlo. Una specie di catarsi, di purificazione esistenziale. Guai se non lo facessi.

L’inconsistenza della tua esistenza permea tutto, dentro e fuori di te. Come il sole di una costellazione, che ritiene di essere e non essere allo stesso tempo. E quindi tutta la costellazione ne risente : sa di incompiuto, di esistente a mezzo, vive o non vive, è o non è.

Tu scrivi : ‘sono abituata a mostrare la crosta, la superficie del mio essere, talvolta mi chiedo quanto io sia in grado di ascoltare gli altri o se è solo una finzione, un gioco attraverso il quale ingannare sé e gli altri, so che al fondo d’ogni cosa mi attende la solitudine, impossibile da eludere e l’unica amante fedele che mai può disattendere le mie speranze.’

E’ la tua fotografia. Non credi che questa possa essere solo una fase della nostra esistenza ma che se si rimane sempre e solo in questo stadio ci limita, facendo di noi delle persone incompiute? Ricordi quella famosa statua di Michelangelo? E’ vero che poco o tanto siamo tutti degli essere incompiuti, ma credo che sia importante fare di tutto per procedere, per guardare al di là di noi stessi. Cerco di capire le tue ossessioni, m’impongo di entrare nel tuo santuario dalle pareti bianche in punta di piedi.

Procedi oltre! Non fermarti nella solitudine come in una conchiglia, tu dai l’immagine di una ragazza dentro ad un’armatura.

Anche la farfalla nasce da un bozzolo, il pulcino da un uovo, l’uomo da una famiglia guscio

Credo che lo scrivere ti abbia aiutato fino ad ora a dipingerti. Non ti pare che ora sia giunto il momento per oltrepassarti per raggiungere finalmente la donna che desideri essere, quella che porti dentro di te, sia pur nella crisalide, con tutte le sue ansie, le sue aspirazioni e la voglia di vivere e non solo quella di sopravvivere?

Dico così perché credo sia difficile uscire dalla ripetizione di certi temi, solitudine angoscia incubi, senza fare esperienze alternative o se vuoi complementari.

Ecco perché la mia intuizione buttata lì come un invito o una provocazione: diventare corrispondente o giornalista.

Tu stessa per altra via lo ammetti quando dici che i tuoi orizzonti sono ristretti, non solo perché lavori in un laboratorio fotografico e fai un lavoro insoddisfacente, ma perché per coltivare te stessa (la scrittrice dei tuoi sogni), per alimentare il sogno hai bisogno di attraversare gran parte di questo mondo. Di assimilare quello che di te è rimasto sepolta, nascosta, non coltivata, non cresciuta tra le pieghe di una giovinezza vissuta tra presenze poco consistenti (per non dire vuote). Mi capisci? Capisci perché preferirei parlare di queste cose a voce?

E come avrai qualcosa da raccontare, qualche cosa che sia nuovo se non ti butti oltre te stessa?

Non è che il viaggiare produca automaticamente l’effetto anti solitudine, ma è l’atteggiamento di andare, di mettersi in cammino che ti costringe ad uscire da te stessa, a guardare oltre al vuoto che ti porti dentro.

Dico viaggiare nel senso di assumere vita e storia degli altri, penetrare nell’esistenza di altri popoli, usi, costumi, culture.

Uscire da se stessi è un’operazione purificatrice.

Qualche cosa che arricchisce e sfama la nostra fame di umanità.

Ma come mettere sulla carta e farci stare in misere parole quello che provo e vorrei comunicarti?

sempre tuo zio.

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