Quella notte in cui le stelle si potevano prendere con le mani.

Quella notte in cui le stelle si potevano prendere con le mani.

 

Ascesa al Monte di Mosè, Gebel Musa m 2286, Penisola del Sinai, Egitto fine anni 90.

Da un hotel di Sharm el Sheick partimmo alle ore 22 con un bus turistico per raggiungere le pendici del monte Sinai per iniziare a piedi la nostra salita notturna.

A quei tempi il turismo a Sharm era ancora agli inizi, nel centro della località pochi negozi, vi era una sola gioielleria e qualche negozietto di essenze di profumi e di bottigliette portaprofumi e di erbe e thè beduino, qualcuno diceva che solo l’anno prima le tartarughe ancora venissero a riva a deporre le uova ma ora l’ambiente naturale era in rapido cambiamento, dove si stava costruendo un prestigioso hotel era stata distrutta l’antistante barriera corallina per creare una spiaggia artificiale…

La notte era scura, buia, qualcuno aveva una torcia, qualcuno solo un accendino, qualche fiaccola debole debole che si perdeva nel serpentone dei visitatori in ascesa, ma trilioni di stelle a portata di mano, si potevano cogliere le stelle come rosse ciliegie da un albero, così vicine…

Il monte di Mosè è un deserto di roccia, di notte non si sapeva neppure dove si appoggiavano i piedi, si seguiva ciecamente i passi del compagno che ci precedeva, mentre la temperatura scendeva, lungo il cammino ristori improvvisati distribuivano bicchieri fumanti di the beduino alle erbe che lasciava in bocca un sapore di fieno e menta.

Qualche impavido turista aveva scelto come mezzo di locomozione un dromedario accompagnato dalla mano di un beduino, ma lassù la posizione era non solo scomoda ma anche pericolante e incerta.

Il sentiero si inerpicava su stretti tornanti circondati da strapiombi nel silenzio della notte assoluta, poi furono gradoni sconnessi di pietra.

La carovana umana marciava silente e ammirata da quel grandioso mantello stellato.

Si saliva, era solo camminare e si sfioravano le stelle con le dita, le stelle lambivano i nostri capi e inargentavamo i nostri visi, si coglievano bagliori e un senso di infinito vicino e palpitante.

In vetta i beduini distribuivano coperte di lana e bicchieri di thè caldo, il freddo era intenso ma si stava preparando uno spettacolo che ci avrebbe lasciati tutti a bocca aperta.

La visuale era a 360°. Lentamente si preparò l’alba, fu come assistere alla creazione dell’alba, come se Dio stesse dipingendo la sua prima alba e superbamente usasse tutti i colori dal rosa al rosso al violetto, i blu come cavalieri notturni che si allontanavano, i porpora come vessilli sfavillanti, e poi l’oro caldo, una fusione, d’un tratto fu il sole , rapido sfolgorante immenso, a scaldare corpi e anime.

E fu luce!

Finalmente potemmo ammirare lo spettacolo dalla vetta, catene montuose si rincorrevano tutt’intorno, rocce ancora tinte di giallo e rosso e laggiù il deserto di roccia sabbia e vento.

Scendemmo lentamente con il corpo infreddolito che andava riscaldandosi, con il sole alle spalle iniziammo a ritroso il percorso notturno, e ora potemmo vedere tutti quei burroni pericoli e precipizi che la notte ci aveva celato.

Giungemmo in una valle ai piedi del Monte di Mosè, entrammo dentro alla cinta muraria del monastero di Santa Caterina, m.1570, dove visitammo la basilica, vedemmo il cespuglio del roveto che Mosè osservò ardere senza consumarsi, e incontrammo il viso rugoso di un beduino all’ingresso dell’ossario con i teschi dei monaci, viso antico modellato dal vento del deserto che ci chiedeva denaro in cambio di una foto.

Quella notte rimarrà nella mia memoria indimenticabile per quel cielo stellato che si poteva toccare con le dita, per le stelle così vicine come mai che quasi rimanevano impigliate nei nostri capelli.

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