Memorie dal sottosuolo fotografico.

Il lavoro di uno stampatore di foto è fatto di solitudine  e  di silenzio in un camerino scuro senza luce nè finestre, in una specie di loculo dove prende colore la vita nei fotogrammi scattate dagli altri. Una stampatore vede tutta la vita in tutte le sue fasi scorrere davanti  ai suoi occhi, nascita battesimo comunioni cresime matrimoni, compleanni, lauree, viaggi, vacanze, morte. E lo stampatore restituisce a questi ricordi una seconda vita, una seconda possibilità di esistere, di non sfocare via, di non estinguersi.

Prima della definitiva morte della stampa analogica io ho lavorato con una macchina stampatrice con sviluppatrice incorporata, mi sentivo io stessa un essere in estinzione, o meglio in rottamazione, e durante quegli ultimi anni resisteva ancora un esemplare di fotografo analogico, che chiamerò con nome di finzione Tac.

Di solito la direzione non fa entrare volentieri i fotografi dentro al laboratorio, a meno che si tratti di una visita guidata, perchè ti fanno perdere tempo e guadagnare poco, ma per lui si faceva uno strappo alla regola. A dire il vero la direzione lo sopportava ma l’accordo c’era e andava rispettato.

E così di primo mattino arrivava un distinto signore, molto simpatico, sui 65 anni, esigente e preciso, ma gentile e io facevo del mio meglio per stampargli delle belle stampe.

Dire belle stampe non è propriamente corretto…. in quanto le sue foto erano un poco strane, diciamo, e non si poteva dire che fossero belle nel senso tradizionale del termine.

Tac è un’artista, è  uno specialista nel documentare e denunciare il degrado ambientale, le rovine industriali, le costruzioni che stanno per crollare, i wc e le docce corrosi dal calcare, i chioschi malinconici della piadina romagnola in inverno, le crepe che si aprono sull’asfalto, le rocce che sembrano animali, il castagno di Dino Campana, le vie e le tapparelle della sua città, le fabbriche di scarpe, il senso del nulla nei supermercati , i peschi estirpati con le radici all’insù, e altre cose molto strane.

Possiamo anche sorvolare sui soggetti da lui prescelti che io di arte non ci capisco niente ma si può azzardare a credere che le sue foto siano perfette con magnifici colori, non che siano i colori a fare bella una foto però i colori devono stare al posto giusto.

Ma questo uomo simpatico e gentile non ha per nulla il senso del colore in senso tradizionale, le sue stampe sono anemiche, la predominante è  blu-verde, Tac detesta i cieli azzurri da cartolina, i suoi cieli sono anemici, scoloriti, candeggiati. Guai a fargli un cielo azzurro… lo vedreste inorridire…

E così arrivava con il suo pacchetto di negativi 6×6 tutti in ordine, catalogati e ordinati in un bel raccoglitore nero e si sedeva accanto a me e filtravamo insieme, poi usciva il lavoro dalla sviluppatrice e ci spostavamo sotto la lampada a visionarlo e a correggerlo.

E lì iniziavano i problemi…. i problemi per me, chiaro…

A me o ad un altro filtratore bastavano pochi secondi per decidere se in una copia vi era un giallo o un blu da correggere, mentre il mio simpatico ometto ci doveva ragionare per lunghi minuti, oh che mal di testa mi faceva veniva, lui mi diceva serio che c’era del porpora da togliere, invece la copia era già verde, io cercavo di dirgli ma guarda che va bene così, ma lui niente, lui sentenziava togli il porpora e niente, neppure se mi mettevo in ginocchio lui avrebbe cambiato la sua idea e mai la sua visione del mondo della fotografia.

Oh santa pazienza!

Ok , io capitolavo, facciamo come vuoi tu, e così tornavamo alla macchina e ricominciavamo da capo, lui mi passava I negativi, io inserivo la filtrazione numerica, e facevo la correzione e poi usciva nuovamente il lavoro e poi di nuovo a visionarlo.

Oh sì I lavori precisi, ma moltissimo precisi a Tac piacevano immensamente, a me invece facevano accrescere il mal di testa…

Secondo voi, ora a correzione avvenuta, le copie potevano essere di suo gradimento ?

No, era un disastro, tutto da rifare una terza volta, e poi una quarta… forse alla quinta iniziavamo ad esserci…

Per 10 copie impiegavamo 3 ore di lavoro quando di solito sono sufficienti 5 minuti, 10 ad esagerare!

Lui prendeva le copie in mano le guardava, le ruotava, sospirava, poi le appoggiava sul tavolo, si allontanava di un passo per osservarle meglio….

Ogni tanto io ci provavo e assumendo il tono più convincente possibile, gli dicevo questa copia è perfetta, lui per un istante pareva crederci,  poi scuoteva la testa, si mordeva le labbra sottili, e infine concludeva che no, non andava, che c’era ancora un 1 terzo di punto di colore da togliere… eh no proprio non mi riusciva di convincerlo…

E lui mi rincuorava dicendo iniziamo ad esserci… era la settima volta che ristampavamo la stessa foto!

Finalmente la copia era perfetta di colore ma d’un tratto esclamava no no no questa linea cade male! La dobbiamo assolutamente rifare…

Voi pensate che la linea fosse storta?

La linea era storta perché lui l’aveva fotografato storta e secondo lui io dovevo metterla a posto e mi diceva così così storza ( forma dialettale del verbo torcere) a destra no a sinistra no aspetta ecco, ora è perfetta!

( Anche io sto perdendo la pazienza…)

Non era uno stampare, con lui era una lotta!

Però Tac era gentile e simpatico!

E mi ha dato anche grandi soddisfazioni! Forse le uniche soddisfazioni che ho avuto dal mio umile lavoro.

Prima di tutto perché mi considerava un’amica e poi nei due suoi libri, a cui io collaborai con la stampa dei negativi originali, Tac mi fece l’onore di citare il mio nome come stampatrice e solo tra parentesi aggiunse il nome del laboratorio.

Per me si trattò di una piccola rivincita nei confronti di quel datore di lavoro che mi aveva detto che come persona valevo zero.

Tac mi diceva : Io nelle mie foto metto la mia verità, io mostro la mia verità, la realtà dei miei occhi…quella che io voglio mostrare.

Va bene, io pensavo, ma di queste foto di wc rotti e con il calcare se ne potrebbe anche fare a meno…

Le sue foto erano di denuncia sul degrado ambientale, una visione cinica e disincantata della realtà. Per esempio le foto delle campagne deturpate dall’estirpazione dei peschi improduttivi, quei peschi capovolti con le radici in su e il legno martoriato dalla sega assumevano una valenza drammatica e quegli erpici solitari bene suggerivano bene l’idea della desolazione in una campagna  fin troppo antropizzata e ora semi abbandonata.

Oppure prediligeva i chioschi della piadina, Tac aveva la passione per le linee che dovevano essere diritte e ben centrate come le righe delle tapparelle.

La sua foto più romantica ? Una foglia caduta in una pozzanghera! Io glielo feci notare e lui mi rispose che avevo ragione ma si trattava a uno scatto giovanile…di quando ancora era un giovane pieno di speranze.

Interessanti le sue foto sul territorio rurale e agricolo, degradato e  antropizzato, foto di desolazione e solitudine, di mezzi agricoli abbondonati in un campo come dimenticati…

Fra le mie memorie dal sottosuolo fotografico Tac è di certo un ricordo gentile.

 

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