L’albero dei nidi

casa albero per uccellini presso il rifugio del Carnè all’interno del parco regionale della Vena del Gesso romagnola

nidi

un gentile ospite dell'albero dei nidi
un gentile ospite dell’albero dei nidi

Dal ponte di Furore

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Dal ponte di Furore

 

osservo il tuffo che mai farò :

resto a guardare i sublimi tuffatori delle vertigini

da quell’altezza affrontare con sicurezza il mare;

resto a guardare i tenaci tuffatori di ieri e di domani

alternarsi alle stagioni della mia vita;

sul bordo del ponte io resto a fissare il tuffo che mai farò.

Dal ponte di furore

osservo una sposa che brilla nel sole

le labbra rosse

i piedi nell’acqua

lo scintillio della veste

il sorriso di rosa.

Dal ponte di furore

osservo il tuffo che non ho fatto:

bambini cercano piccoli pezzi di mattonelle

tra la sabbia il brillante perso.

(Foto di Grande Luce al Fiordo di Furore, costiera amalfitana)

che nuvola sei ?

 

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che nuvola sei questa sera?

porti pioggia di speranza o scompiglio di temporale?

o sei nuvola seppia carica di sabbia del deserto

domattina sarai la nuvola blu dell’alba…

mi abbraccerai tu,

senza toccarmi?

Celebriamo il mese di maggio

Parlare di MAMMA alla latitudine dell’abbandono è assurdo, non-senso?

Ma se uno non ha mai sentito il calore di un cuore materno, come fa ad immaginare che cosa sia una mamma?

Da una Lettera di Fausto A. Marinetti:

Fortaleza, casa do menor, (centro di accoglienza per bambini e ragazzi abbandonati), 12 maggio 2016.

Ieri mattina è toccato a me, Fausto, a guidare la preghiera. Eravamo solo una dozzina: 10 adolescenti, e l’assistente Sheila.

Celebriamo il mese di maggio, il mese di ogni Maria, di ogni donna/mamma.

“Sheila, per piacere siediti qui davanti. Guardiamola bene. Non è come la nostra mamma? Pensiamo a chi ci ha portato nel ventre per nove mesi. Chiudiamo gli occhi, immaginiamoci nel grembo materno. Fatto? Cosa provavamo, cosa sentivamo? E cosa provava, cosa sentiva la nostra mamma? La nostra mamma potrà aver fatto questo e quello ma è pur sempre la nostra mamma, la nostra culla della vita. Ci ha dato quello che nessun altro ci può dare, neppure l’uomo più ricco al mondo: la Vita. Come un dono, il regalo più bello. Ci ha dato gli occhi, le mani, i piedi per correre nel mondo, il cuore per amare ed essere amati. Qualcuno riesce a ricordare quando era in braccio alla sua mamma?”

Silenzio di tomba.

Neppure io riesco a ricordarmi tra le braccia mia madre.

Vorrei dettagliare: “Ricordate quando vi abbracciava e baciava, dandovi la buonanotte?”, ma quel silenzio glaciale mi paralizza l’anima.

Metto su un’altra sedia vicino a Sheila la statua della Vergine Maria, invitando a fissare bene le due “mamme”.

Poi chiedo:

“Tu, Isaias, Izaquiel, Lucas, Eliù …c’è qualcuno che ha un po’ di rabbia per essere stato abbandonato?”

Solo Lucas ha detto di provare tanta rabbia verso sua madre.

“Perché?”.

“Perché neanche i cani abbandonano i loro cuccioli”.

Proseguo con un gruppo in gola:

“Chi ricorda l’ultima, proprio l’ultima preghiera di Gesù negli ultimi istanti della sua vita? Non era a letto bello tranquillo, ma sulla croce. E lì, sotto, c’era quella gente che Lui aveva guarito, cercato, amato. E loro gli hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi. Per immobilizzarlo, per uccidere il suo amore”

A quel punto Alex interviene:

“Ha detto: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”

“Come ha fatto a scusare, giustificare chi gli faceva un male così orrendo? Come ha fatto ad avere questo coraggio? E noi? Abbiamo il coraggio di perdonare chi ci ha abbandonato? Anche io, praticamente, sono stato abbandonato quasi come voi. Sono entrato in seminario a 11 anni e non riesco a ricordare, a vedermi in braccio alla mia mamma. Eravamo sette fratelli e mia madre è stata assente dalla mia vita…”.

Lucas è rimasto impassibile, la faccia dura, il cuore spento.

Come fargliene una colpa? Ed io:

“Va bene. Il Signore non ci chiede di pregare come ha fatto Lui sulla croce, perdonando i suoi nemici. Ma la nostra mamma può essere la nostra nemica? Può averci messo sulla croce dell’abbandono, piantato i chiodi per cattiveria? Da soli non riusciremo mai a perdonare la nostra mamma. Gesù è disposto a darci questa forza, questo coraggio. Pensiamoci bene: se non perdoniamo la nostra mamma non riusciremo a perdonare neppure noi stessi?”.

Poi, in cerchio, mano nella mano, abbiamo pregato per tutte le mamme che abbandonano i figli; per i 50 milioni di prostitute; per le bambine abbandonate e abusate…

“E, per finire, diamo un abbraccio a donna Sheila, come se lo dessimo alla nostra mamma, a tutte le mamme del mondo… Amen!”.

(Da una Lettera di Fausto Alberto Marinetti)

Melodia d’infinito

 

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Forse un giorno riuscirò

a non sentire più

quell’unica goccia di pioggia nella pioggia :

quella nota speciale,

quella nota unica,

quella nota blu,

la distinguo tra tutte :

assente e sola,

fa risuonare nel mio cuore

una melodia d’infinito.

Forse un giorno riuscirò

a dimenticarla,

ad ascoltare la pioggia nella pioggia.

Ogni bambino porta un mistero e un messaggio…

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Una sera, come tante, nel centro di accoglienza per i meninos de rua, i bambini si riuniscono intorno a Fausto per giocare con il più piccolo. (Maranhão, Brasile, 13 aprile 1993)

I Bambini hanno invaso la mia stanza, nella quale mi rifugio a giocare con L., il più piccolo di pochi mesi. Tutti vogliono farlo divertire per farmi contento. Ed io non ho il coraggio di mandarli via, perché si vede che vogliono la loro parte d’intimità, di attenzione. È il più piccolo che fa dimenticare la fatica, le disillusioni, e tutto il resto della nostra stretta convivenza al centro con i suoi lati piacevoli e meno piacevoli.  L. ha il potere di trasmettere voglia di vivere. Ogni sera bisogna cercargli un nuovo giochino. Conosce tutti gli oggetti di casa, comprese le pentole e gli utensili. La sua passione sono le serrature, le pile, le posate. Gli metto in mano i pulcini, gli faccio accarezzare il gattino e il cagnolino. Credo che ogni bambino sia un «mandato» da oltre per portare un mistero e un messaggio. Studio i suoi progressi e le sue reazioni. Quando è riuscito a stare in piedi per la prima volta e a battere le manine, l’abbiamo applaudito. Ogni cosa nuova gli fa lanciare un gridolino, come stesse assaporando una nuova goccia di vita. Va matto per tutto ciò che è componibile e scomponibile: tappi, coperchi, cosine da avvitare e svitare. Pare considerare il nuovo come un dono. Quando si stanca di tutto lo metto in groppa e gli dico: «Andiamo a fare il giro del mondo!». E lo porto a vedere i conigli, i maiali, i pulcini, le pecore. Che gridolini di conquista quando riesce ad afferrare le corna di un capretto oppure lo mettiamo in sella a Raio. Le sere di luna piena lo porto a vedere lo spettacolo del cielo. Per effetto ottico sembra più grande e più vicina e L. allunga le manine per afferrarla. Quando il cielo è stellato saluta le stelle con la manina. Crescendo si perde la freschezza della curiosità; non si è più capaci di stupirsi; tutto diventa routine. Un bambino piccolo aiuta a riscoprire il sapore della vita. Anche Dio deve dimenticare tante cose quando guarda i bambini, tutto ciò che ha bisogno di tenerezza. Non è per questo che il Cristo cercava la loro compagnia, ce li proponeva come modelli e sgridava gli apostoli che glieli allontanavano? Perché un bambino tanto piccolo ha il potere di trasmetterci tanta gioia? Chi non prova qualcosa di umanizzante quando vuole afferrare la pioggia, la luce, la fiamma della candela, quando fa ciao alla luna e alle stelle?

(da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti)

Domande senza risposte

da una lettera -dialogo tra me e Fausto sulla sua esperienza coi bambini abbandonati

Fausto :
Ma chi ha ricevuto solo botte, chi è stato abusato dal padre, chi è stato torturato dalla madre, chi non ha mai avuto un bacio, una carezza, come può essere in grado, permettersi di amare? Chi è nato per nutrirsi di spazzatura come fa a non sentirsi un rifiuto come Marcelo?
Io:
Occorre trovare e costruire un senso per vivere
a questi bambini che ti chiedono perché sono nati tu cosa rispondi ?
Fausto:
per fortuna non me lo chiedono con le parole, ma con gli occhi sì.
Cosa rispondo? Non ci saranno mai parole adeguate, capaci, in grado di rispondere ad un abisso di vuoto spinto, di male assoluto.
No. Non rispondo. Me ne sto zitto, contemplo in fondo ai loro occhi la loro fame di amore e li abbraccio forte forte, per farmi perdonare…
 

Anita e il suo scialle.

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lo scialle in seta di Anita

Questo scialle in seta apparteneva ad Anita  ed è conservato nel piccolo museo civico Don Giovanni Verità a Modigliana (FC).

Il Museo ha sede nella casa in cui visse Don Giovanni Verità, nota figura di sacerdote e patriota del Risorgimento, che aiutò Giuseppe Garibaldi nell’agosto 1849 durante la storica fuga del generale in terra di Romagna dandogli rifugio.

Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva nasce il 30 agosto 1821 a Morrinhos, nello Stato brasiliano di Santa Catarina. I genitori hanno dieci figli e Ana Maria è la terzogenita. Suo padre e tre dei suoi fratelli muoiono prematuramente, per cui sua madre  deve occuparsi da sola  della famiglia  in una situazione di estrema indigenza. Ana sposa Duarte a quattordici anni nella città brasiliana di Laguna. Nel 1839 Giuseppe Garibaldi in fuga dall’Italia giunge a Laguna con l’obiettivo di fondare la Repubblica Juliana. Appena giunto in città, la sera stessa Garibaldi conosce Ana,  rimanendone affascinato e innamorato. Quasi subito Garibaldi è costretto a lasciare la città di Laguna e Ana decide di seguirlo nelle sue avventure, lasciando il marito.

E così da Ana diventerà Anita.

Que lindo o Corcovado

Um cantinho, um violão,
Esse amor numa canção,
Pra fazer feliz a quem se ama,
Muita calma pra pensar e ter tempo pra sonhar,
Da janela vê-se o Corcovado,
O Redentor que lindo…

Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim

(traduce Phlomis : un angolino, una chitarra, questo amore in una canzone, per far felice chi si ama, molto tempo per pensare e aver tempo per sognare, dalla finestra si vede il Corcovado, che bello il Redentore…)

Que lindo è una di quelle esclamazioni con cui i brasiliani esprimono stupore, quasi uno stupore infantile di fronte alla bellezza… Que lindo ebbi modo di dirlo anche io nella mia salita e visita al Corcovado da cui si ammira un panorama mozzafiato…

Rio de Janeiro, giugno 2008

Luce di angeli

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Luce abbaglia dalle finestre distrutte

e angeli

restano custodi del tempo che fu

memoria svanita

edera che aggrappa ai muri

suggestivi graffiti sui muri della chiesa di SS Giovanni e Paolo nel borgo fantasma e abbandonato di Castiglioncello, frazione di Firenzuola, nella Valle del Santerno, in Toscana

(info  http://www.appenninoromagnolo.it/borghi/castiglioncello.asp)

8 maggio 1993, una festa della mamma

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Ecco come si svolge la festa della mamma in un centro d’accoglienza per i bambini di strada, Acailandia, Brasile 8 maggio 1993.

La festa della mamma è una buona occasione per rinnovare la biancheria.

Luiza, la catechista, ha scelto i capi di vestiario secondo la necessità di ognuno. E così, dopo cena, la festa davanti casa. Prima i canti, poi la presentazione dei regali. Su un ceppo c’era un gran catino pieno di pacchetti. Il bambino più piccolo, gli occhi bendati, faceva vari giri poi consegnava allo Zio il pacco per leggere il nome del destinatario. Il «graziato» ringraziava, esibendosi in una espressione artistica: Ronaldo ha fatto un miagolio, Rone ha imitato la capretta, Ivan s’è sbizzarrito a fare il pagliaccio, Tereza ha recitato la poesia della mamma, con inchini e moine. Eliton e José hanno fatto scena muta. Erle, come al solito ha pianto d’invidia per quello che vedeva nel pacco degli altri. Ruse non stava nella pelle: con gli stivali nuovi di zecca, adesso poteva dire di essere un vero vaqueiro.

Luiza ha imboccato il discorso sulla «Mamma», ma s’è inceppata. Come si fa a celebrare una mamma che abbandona i figli come dei cani?

È difficile far venire a questi bambini il gusto di tenersi in ordine, lavarsi, pettinarsi. Se non hanno mai ricevuto amore, come fanno ad amarsi?

E io batto e ribatto: «Perché non ti curi un po’? Non ti senti in famiglia, in casa tua?»

Rimangono in silenzio e mi guardano con gli occhi vuoti. Continuano a fare la popò a pochi metri da casa. Pretendo ciò che non possono dare o devo lasciargli il tempo di rifarsi?

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

 

L’aiuola del Parco Ugonia

Aiuola di fiori e piante spontanee e selvatiche realizzata dagli alunni della scuola elementare nel parco Ugonia di Brisighella.

Impariamo ad amare la biodiversità a partire da una piccola aiuola.

Centaurea scabiosa, borago officinalis, anthemis arvensis, barbarea vulgaris, veccia, taraxacum, campanula e tante altre…

Impastati di luce e tenebra

27.9.1993 Maranhão, Brasil

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L’alba mi fa stare bene.

La vita rinasce ad ogni nuovo giorno. A fermentare il cosmo, a lievitare l’anima dell’universo.

La luce sveglia la vita.

Vivo l’alba come un fenomeno sempre nuovo. Qualcosa che esercita su di me una magia. La luce che sgorga dalle tenebre mi rapisce. Una materia luminosa che nasce dalla materia opaca. Alla stessa maniera osservo il bambino più piccolo e mi chiedo: come è possibile che da due esseri opachi – come noi adulti – possa nascere un esserino così meraviglioso. Anche noi siamo impastati di luce e tenebra?

Fausto A. Marinetti da Ai Confini di Dio

 

I Lillà del paese fantasma

 

Una magica fioritura di lillà (syringa vulgaris) da l’ illusione di una vita che continua nel borgo fantasma di Castiglioncello. Questo paese  si trova nella valle del Santerno, in località Moraduccio, a 6 km da Castel del Rio, raggiungibile a piedi con una breve e piacevole passeggiata. Apparteneva al granducato di Toscana, a partire dal 700 fu progressivamente abbandonato quando al posto dell’antica strada lungo al crinale appenninico si iniziò ad utilizzare la nuova strada nel fondovalle, la via Montanara che unisce Imola a Firenze. Castiglioncello rimase sempre più isolata fino al completo abbandono, ora in un grave stato di rovinaconserva tuttavia un fascino particolarmente suggestivo insieme alla bellezza del panorama sulla vallata e sulla cascata del rio dei briganti.

(foto di Phlomis, 25 aprile 2016)

.

La strana fortuna

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Indubbiamente il lavoro mi ha insegnato tante cose positive ma nel corso degli anni ho avuto anche la strana fortuna di imparare

che l’umiltà non è mai abbastanza,

che essere intelligenti non è richiesto,

che sei solo un numero del bilancio,

che ciò che pensi di valere non è quello per cui sei valutato,

che se una macchina ha un guasto sicuramente hai mentito al tecnico,

che per quanto ti svegli con il sorriso e con le migliore intenzioni c’è sempre qualcuno pronto a spegnerti e a godere delle tue cadute,

che per quanto ce la metti tutta qualcosa andrà male sempre,

la strana fortuna di imparare

che l’arroganza è vincente,

di capire l’ipocrisia perdendo l’innocenza,

la strana fortuna di imparare a difendermi

diventando insensibile.

(Questo è un resoconto puramente personale senza alcun intento accusatorio)

Un muro con papaveri.

Sempre più raramente si avvistano i papaveri nei campi coltivati; spodestati dalle campagne essi hanno traslocato in cerca di maggiore fortuna nelle periferie artigianali e industriali, ecco un esempio.

Un muro di una fabbrica con papaveri, zona artigianale nel forlivese a pochi metri dal termovalorizzatore … eppure questi papaveri sembrano esplodere di vita e di  colore…

Il cielo in una serra

Il cielo in una serra

no, non ha soffitti viola, né pareti

ma fiori, alberi, rampicanti,

rose e frutti ,

profumi e colori,

sul reticolato della struttura

si strappano le mie ali,

senza musica,

senza anima,

senza di te.

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poi ti spiego . . .

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