Non te ne andare

 

I sogni di notte

Che chiedono amore

Cadono al mattino senza te

Scivola, scivola vai via

Non te ne andare

Vinicio Capossela

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Una domanda scomoda

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un’altra domanda che compresi che non avrei più dovuto porre fu la seguente:

“Ma nonna tu sei felice?”

Mi sembrava una domanda innocua e lecita.

Io avevo 9 anni.

Mia nonna materna stava friggendo le patate e rimase con la forchetta a mezz’aria e non rispose ma dal suo sguardo compresi che avevo sbagliato completamente la domanda.

Cosa avevo detto di sbagliato?

Io avevo 9 anni.

Non lo sapevo e non sapevo neppure allora cosa fosse la felicità.

I miei genitori lavoravano molto e non c’era molto spazio per me.

La vita andava avanti con le solite abitudini per sopravvivere.

La mattina svegliarsi, fare colazione con il pan secco nel latte zuccherato, la mamma mi portava a scuola, poi correva al lavoro, e tornava a riprendermi al lavoro sempre in ritardo, io aspettavo tanto là in mezzo al traffico che una volta mi feci la pipì addosso, e poi di nuovo di corsa a casa e poi andare a letto presto che tornava papà stanco dal lavoro e preferiva che me e mio fratello fossimo già tranquilli a dormire.

Una vita come tante, di corsa.

Poche le vacanze trascorse insieme, abitavamo a Milano, erano gli anni 70, c’era da lavorare sodo.

Quello che facevano i miei genitori. Non gliene faccio una colpa, però.

Comunque qualche pomeriggio con la mamma si andava al parco sotto casa dei nonni paterni e per il Natale e la Pasqua si trascorreva qualche giorno in Romagna dai nonni materni. Talvolta in estate venivo lasciata dai nonni in campagna sola un mesetto. Qui avevo un poco più di libertà, con mio nonno andavo la sera a fare dei giri in bicicletta nella frazione della cittadina romagnola, e per il resto ero abbandonata a me stessa, ero una bambina tranquilla e silenziosa, mi piaceva studiare e leggere, leggevo qualsiasi cosa mi capitasse sotto mano. E mi piaceva scrivere. Scrivevo dei diari che nessuno leggeva, o meglio che nessuno considerava importanti, degni di essere letti e compresi.

Non che mi mancasse l’amore. Ma un poco di attenzione in più.

Per me i miei scritti erano importanti e la mia maestra mi incoraggiava a proseguire a scrivere.

Sarebbe stato meglio se anche la mia maestra si fosse soffermata a leggerli con maggiore attenzione, probabilmente si sarebbe accorta di quanto ero sola e che forse… non ero felice.

Io del resto non mi lamentavo mai con i miei genitori. Non chiedevo niente di più.

Mi sembrava che dovessi aspettare, aspettare che accadesse qualcosa che mi avrebbe reso felice.

Non lo so.

Bisognava aspettare con pazienza.

Forse di diventare grandi.

Non lo so.

In Romagna dai nonni la sera facevo un giro in bici e la domenica andavo a messa.

Niente altro.

E pensavo che qualcosa sarebbe successo anche a me.

Era solo questione di essere pazienti e di aspettare.

E se la mia vita mi sembrava un poco vuota di avvenimenti e di impegni, oltre alla scuola, io allora sognavo e scrivevo, inventandomi un mio mondo fantastico in cui tutto avveniva…

Era il mio mondo, aperto a tutti, ma a cui nessuno importava.

E così pian piano nella mia mente andò a formularsi quella domanda sulla felicità e la posi a mia nonna materna, forse all’unica persona a cui non dovevo chiederlo.

Ma nonna tu sei felice?

Non appena l’ebbi pronunciata mi resi conto dalla sua espressione che era una domanda scomoda da non porre a nessuno. Una cosa da non domandare, prima di tutto, quella cosa sulla felicità.

Perché una domanda così pone tutto in discussione…

e che sempre occorre far finta di essere felice per non arrecare dolore alle altre persone e per non metterli in una scomoda situazione….

Perché ad una domanda così cosa si può rispondere?

 

(foto da pixabay di cocoparisienne)

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