Tutto quello che può essere raccontato finisce?

TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO FINISCE?

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Quando stampavo i negativi e facevo ingrandimenti stavo nel mio camerino o meglio uno sgabuzzino scuro da sola e non avevo alcun contatto con i miei colleghi, così ascoltavo la radio, specialmente radio rai1 e radio rai3 mi tenevano molta compagnia, niente musica solo trasmissioni o d’attualità o di letteratura, adoravo anche la trave nell’occhio di Fiammetta  e Fabio.

 Le voci della radio hanno su di me una grande suggestione, mi piacevano molto anche i radiodrammi o le letture ad alta voce o in genere ascoltare le storie o i racconti di vita delle Persone,  spesso registravo le puntate per non perderle o per riascoltarle.

Per tantissimi anni di solitudine nel mio camerino la radio fu il mio unico contatto con il mondo, le voci della radio mi tenevano compagnia, mi facevano pensare, mi facevano volare via con la mente mentre gli occhi filtravano i negativi, mi facevano sognare, mi facevano evadere da quelle strette pareti nere della mia anima.

Penso anche che la fotografia sia un modo come un altro per raccontare una storia o rivivere un’emozione, mi piaceva far scaturire i colori dai negativi. 

Aggiungo che proprio in quegli anni mi ero appassionata alla raccolta di sabbie marine e fluviali, catalogate una per una e raccolte in provette di vetro e a volte  scambiate tra collezionisti.

Questa storia è dell’ 8 settembre 2003, racconta di ricordi di vita e di sabbia, si tratta dell’ intervista di Gianluca Favetto a Vittorio Marchis.

domanda:

“Qual è la sabbia delle parole, delle emozioni, dei ricordi?”

risposta:

“Questa storia inizia da lontano quando ero giovane e senza soldi. Mi piacevano i libri perché credevo che essi contenessero tutte le storie dell’uomo della vita e del mondo; ma i libri più belli erano anche i più costosi e così non li compravo. Mi recavo ai mercatini dei libri e alla fine quando sgomberavano io raccoglievo da terra dei foglietti strappati dei frammenti di frasi di poesia e letteratura. In questo modo iniziai una strana raccolta di frammenti di vita, perché ANCHE IN UNA FRASE INCOMPLETA PUO’ ESSERCI IL TUTTO.

Più tardi, quando ne ebbi la possibilità, iniziai a viaggiare e scoprii che la scrittura non poteva contenere tutto quanto perché in fondo anch’essa finiva. Ebbi l’illuminazione che alla fine di tutto ogni cosa torna ad essere niente altro che polvere, sia uomo che montagna, e così ebbi l’idea di prendere le sabbie più disparate possibile e di mescolarle assieme come in questa provetta di vetro che rigiro tra le mani. Tutte le volte che mi ritrovo di fronte ad una piccola arena, l’arena di Roma come quella del porticciolo di Alassio, io raccolgo un pezzettino di sabbia e la mescolo con tutte le altre che ho trovato ed ecco la mia provetta.”

Domanda:

“E questo è raccogliere pezzi del mondo, ma senti, in una battuta:

TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO FINISCE?

risposta:

“TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO LASCIA UNA TRACCIA, come la polvere e la sabbia”

e quale traccia lasceremo noi?

un figlio un fiore un giardino una stella?

quali tracce del nostro Amore?

 Petroglifi da decifrare?

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in onore dell’amico Geco G.

 

(foto da pixabay)

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Una stella nera

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“C’è qualcuno là fuori che desideri essere mio amica?”

Chiese trepidante una stella nera alle altre stelle.

una stellina rispose trepidante,

lo ripeté per tre volte,

e per tre volte non ottenne risposta neppure un garbato diniego,

La stellina fu attratta all’interno del campo gravitazionale della stella nera

e ne fu inghiottita,

cercando di uscirne perse tutta la sua energia e si spense.

“Volevi essere mia amica, stellina? Eccoti accontentata!”

L’ombra spasima per nutrirsi di luce,

l’oscurità anela all’amore per farne scempio,

così una stella nera annienta trepidante ogni stella che incontra.

 

§§§

 

“Is there anyone out there that desire to be my friend?”

Inquired anxiously a black star to the other stars?

a little star replied anxiously

“I do desire to be your friend”

she repeated three times,

and three times she got no answer not even a kind refusal,

The little star was caught inside

the strong gravitational field of the Black Star

and was swallowed,

trying to get out she lost all energy and died.

“Was your desire to be my friend, little star? Here you are satisfied!”

The shadow yearns to feed on light,

the darkness craves for  love to make havoc,

so a Black Star annihilates anxiously every star he meets.

Ho scritto

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Ho scritto migliaia di lettere e milioni di parole,

pensando di scrivere a te,

invece stavo scrivendo soltanto a me stessa,

mera illusione,

finzione di un cuore

senza amore,

artificio di una mente depressa,

sogno nefasto.

Portico dei presepi

un luogo di pace e silenzio

Portico di Romagna:

ecco i suoi presepi nelle case di pietra, nei silenzi delle sue piccole vie, nella generosa ospitalità dei suoi abitanti.

Il Natale di Portico è fatto di semplicità e accoglienza.

Già Natale, il tempo vola… (Carmen Consoli)

Magnifico testo di Carmen Consoli, una splendida poesia da leggere fino alla fine…

Dedicato a chi ha un amore da dimenticare, un dolore da far passare, una nuova alba da guardare…

 

Già Natale, il tempo vola
l’incalzare di un treno in corsa
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi
ho indossato una faccia nuova
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti a fianco

Allo specchio c’è un altra donna
nel cui sguardo non v’è paura
com’è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza
ad oriente il giorno scalpita non tarderà

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
l’amore tutto si trasforma
l’umore di un sogno col tempo si dimentica

Già Natale il tempo vola
tutti a tavola che si fredda
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa
ad oriente il giorno scalpita
la notte depone armi e oscurità

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia forma
amore tutto si trasforma
persino il dolore più atroce si addomestica
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
amore tutto si trasforma
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.

testo di Carmen Consoli e musica di Tiziano Ferro

Fiorirebbe…

vorrei fosse ora

vorrei fosse adesso

vorrei fosse subito

fiorirebbe il mio cuore

di un fiore unico

sconosciuto

e meraviglioso

oppure così

per magia

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(foto di CarlosArte da pixabay)

Constatazione di silenzio

 

Di tutti gli auguri non è arrivato il tuo:

constato che silenzio è silenzio

assenza di voce

assenza di presenza

assenza di ascolto

assenza d’assenza

SILENZIO

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Foto da pixabay

Quale Dio? Quale Uomo?

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Dobbiamo filtrare il nostro Dio attraverso l’esperienza delle vittime. È troppo comodo il «dio» che ci hanno iniettato: non scandalizza, non polemizza, non sciopera, rigetta gli spiriti ribelli. Uno che è per lo status quo non è automaticamente contro i popoli comprati e venduti come merce?

Ricerco Dio, percorrendo le arterie dei poveri. Pare contro quella versione di sé inscatolata, formalizzata, disimpegnata dei manuali. Loro hanno acceso in me la rivolta contro il dio delle istituzioni primo-mondiali, perché è «dai frutti che si conosce l’albero»: strutture di peccato, delitti sociali, un terzo alla deriva. Lui stesso s’è stancato di lasciarsi manipolare, perché sa di correre il rischio d’essere connivente col male. Ha rinunciato alla teologia e s’è fatto antropologia, pur di provare quello che noi – oppressi – proviamo. A me interessa un Dio indiscutibile, che non lascia margine alle sbavature della storia e del pensiero umano. Un Dio che non bara, che sta sul serio dalla parte dei poveri. Poveri anche di piaceri mistici. Un Dio palpabile, incarnato, storia, volto, braccia e (perché no?) labbra per baciare ogni figlio prodigo (immagina la festa quando torneranno a casa i popoli prodighi!). Questo è un Dio su misura anche per l’ateo, l’agnostico, il disperato, i dannati della terra. Un Dio che parla attraverso l’evidenza, reclamo! E Lui s’è fatto evidente attraverso le vittime. Puoi criticarle, ma non puoi negare la loro presenza. Forse all’evidenza si giunge attraverso la contemplazione?

Il dio dei ricchi non può essere quello dei poveri. Quello dei sazi deve essere il dio della coca-cola, un dio «usa-e-getta». Perfino i governanti ci tengono a nominarlo, farsi vedere praticanti: lo usano per farsi una buona popolarità e poi lo gettano quando firmano leggi inique, che sentenziano la Sua morte.

Il Dio degli ultimi è tutto inedito. Bisogna farlo emergere dalle lacrime e dal sangue.

Non credere sia sufficiente trasferire le tue sorelle nelle borgate romane. Quanti missionari sono partiti dal primo mondo e non sono mai arrivati col cuore nel terzo mondo! Ci arrivano con la testa, col loro dio e impiantano l’ideologia della «salvezza delle anime», dell’evangelizzazione dei pagani. E non si rendono conto che, spesso, il loro è un dio europeo. O il trasloco interiore è globale o si riduce a un cambiamento meramente geografico.

A contatto con le vittime (l’immondezzaio umano) il dio del seminario, il «mio dio» è andato in crisi con me. Le baracche di fango non facevano che rimbalzare il ritornello della vita conventuale: «Il primo bisogno dell’uomo è incontrare Dio». Come parlare di Dio su una terra nella quale l’uomo è trattato come uno straniero? Fare qualcosa per lui senza umiliarlo, senza sostituirsi al popolo, al quale spetta, prima di tutto, risolvere i problemi dei suoi figli? È con le leggi, non con le elemosine che si risolvono i problemi del mondo! Nessuno può sottrarre al popolo le sue responsabilità. Quante volte ho aiutato i poveri! È gratificante! Ma quando più ne aiuti, più ne vengono ad invadere la tua anima, che fai? Come trovare Dio in situazioni di emergenza imposta, di calamità procurata? Come può il Figlio dell’uomo fare propria l’esperienza collettiva di popoli schiavizzati? Il Cristo si identifica non solo con la vittima singola, ma anche con i popoli sfruttati come animali da soma. Egli si perpetua attraverso le vittime di tutti i tempi per completare ciò che manca alla sua pienezza. La nostra è la spiritualità del conflitto: come convivere tra vittime e carnefici? Come amarli tutti e due?

In fondo il copione ha ragione: «Incontrare Dio è il primo bisogno dell’uomo».

Quale Dio? Quale uomo?

Pretendi forse che, a chi mi chiede un piatto di cibo, dia un facile dio, un piatto di sana dottrina o di ostie? Sono stato mandato ai pagani per portare un dio ufficiale. E, quando sono sbarcato nell’inferno dei dannati della terra, mi sono accorto che Lui era già là. Al di là del libro dei battezzati, al di là delle etichette, al di là dei registri canonici. Era là ad aspettarmi: «Fratello! – sussurrava – vuoi stare dalla nostra parte? scendi dal piedistallo del tuo “stato di perfezione”; rinnega il tuo privilegio di “santa povertà”; rinuncia alla tua casta. In estrema necessità si è tenuti a correre tutti quanti per spegnere un incendio, per arginare un fiume in piena. Vuoi incontrare Dio? Devi attraversare le nostre lacrime, le nostre disperazioni, le nostre croci».

Quale Dio? Quello che chiacchiera, condanna a voce i sistemi economici ingiusti, ma non muove un dito per «convertirli»? Non siete anche voi – cristiani – oppressori delle minoranze religiose, fondamentalisti, settari, proselitisti?

Quale il primo bisogno di un denutrito, di una moltitudine di malati per fame? Anche loro hanno il diritto di incontrare Dio. Dove se non dentro di sé, nelle loro stigmate?

«La vita consacrata afferma il primato di Dio e lo annuncia». E quale il primato per un anemico, per chi vive con i vermi, per un abbandonato? Credi che Dio sia così crudele da dire che è Lui il primo bisogno per i miserabili, come un bambino capriccioso che vuol essere a tutti i costi il primo della classe? Perché separare ciò che Lui ha unito, Dio-uomo, Dio-sua immagine, Padre- figli? Forse che un papà davanti ai figli affamati può dichiararsi «il primo»? Gli antichi, benché pagani, hanno raccolto il suo messaggio: Primum vivere, deinde… tutto il resto. Il primo bisogno di chi ha fame è il pane. Ecco perché Dio l’ha scelto come sigillo della storia (Mt 25). Gesù ha celebrato la festa del pane non per fare della poesia, del cultualismo festivo, ma per consumare con gli amici la gioia della condivisione: «Io mi faccio pane per te e tu per me. Prendi e mangia, sono io». L’Eucarestia, prima di essere un rito religioso, è un bisogno che Dio è venuto a celebrare con l’uomo.

E il primo bisogno di Dio? Correre incontro ai popoli prodighi, chinarsi sulle religioni prostituite, abbracciare le razze calpestate, baciare le stigmate dei popoli crocifissi. Da dove parte Dio? Da una culla, da tutte le Betlemme della storia, dalle cose piccole e insignificanti per il mondo: un agnello, un bambino, un atomo, un popolo perduto e indebitato.

Se ti trovassi su una zattera alla deriva, quale il tuo primo bisogno? Che cosa vorresti sentirti annunciare? la fuga mundi, la «salvezza dell’anima»?

II primo bisogno di Dio e dell’uomo non è forse quello di salvare la specie umana? O gli stati di perfezione si confrontano con le vittime, con la vita in pericolo sul pianeta, oppure diventeranno sale insipido.

Fausto Alberto Marinetti da Ai Confini di Dio

Bruciature

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Ogni giorno ti mandavo un sorriso

nella speranza che tu potessi sorridere,

non a me, piccolo fiore,

ma al mondo intero,

non era facile trovare un sorriso da regalarti

ma ne scoprivo sempre uno nuovo, invincibile, solo per te.

Ma tu spegnevi sigarette ardenti

sulle pupille del mio amore

e quei sorrisi, ora,

non hanno labbra ma vivide bruciature,

occhi spenti e speranza morta.

Vivere la Luce !

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La vigilia di Natale ho fatto un lungo viaggio: 500 km in Toyota con i più grandicelli del centro dei meninos de rua : Eliton, Rone, José. Ho percorso la notte e le sue gradazioni di luce fino all’esplosione finale (verso le cinque). Una luce tenue, blanda, timida. Che spettacolo, Dio, ti compiaci degli estremi, vero? O giochi con i grandi contrasti (luce-tenebra, acqua-fuoco, cielo-terra, Dio-uomo) oppure ti effondi in infiniti dosaggi di tenerezza. Frugavo l’orizzonte in cerca del primo bagliore. La luce del mattino non è abbagliante come i fari delle macchine che accecano. La tua è una luce tenera, morbida, radente. Come dita delicate di donna a svegliare i fiori, gli uccelli, le onde, il creato. Non finivo di riempire gli occhi e l’anima. Berti, Dio, con gli occhi. Assimilarti per osmosi. Vivere la luce come la tua carezza per l’universo.

Potrei interrompere il viaggio – pensavo – e entrare in una chiesa per farti i complimenti. Ma non è questa – l’universo – la tua chiesa, la più spaziosa, la più accogliente, la più universale? Voglio una chiesa come questa, dove posso celebrare, fare festa con i disperati, i delinquenti, le prostitute.

Vivere la luce la vigilia di Natale!

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Intangibile

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Ho sempre creduto di camminare incontro a te

per venirti incontro in una qualche imprecisata ma reale parte di strada,

ho sempre camminato con pazienza e umiltà,

quanta strada di asfalto e nuvole,

più mi sembrava di farmi vicina più la distanza aumentava,

più strada calpestavo più spazio si frapponeva tra te e me,

nuvole e nuvole di autostrada,

ma le nuvole non si mai dove il vento le porti,

e più passi facevo più il tempo mi divideva da te,

il tempo non dà scampo

più avanzavo verso di te, più tu arretravi,

lontano lontano,

e irraggiungibile,

o vicino vicino,

e intangibile.

Scene d’ordinaria allegria natalizia.

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I colleghi e i capi festeggiano il natale, una finta grassa triste allegria, un brindisi al lavoro che è stato buono, un brindisi alla prossima cassa integrazione, chi pensa allo straordinario, chi al licenziamento, chi al fatturato alle stelle, gli occhi lucenti e le guance paonazze, c’è chi sfoggia assurde orecchie da renna, chi berretti con lucette rosse, mentre dall’altoparlante impazza uno sfrenato jingle bells tra improbabili foto di gruppo e improvvisati trenini d’ipocrisia…

(foto di BarbaraAlane da pixabay)

Sarà la volpe quando viene l’inverno… (Ivano Fossati)

 

Che sarà quell’ombra in fondo al viale di casa mia

Che sarà quell’ombra in fondo al viale di casa mia

Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è

Sarà il cane che ritorna, ma il cane non è

 

Che sarà quell’ombra in fondo al viale di casa mia

Che sarà quell’ombra in fondo al viale di casa mia

Sarà la luna fra le piante “mala luna”

Sarà la luna fra le piante “mala luna”

Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è

Sarà la luna fra le piante, ma la luna non è

 

Che sarà quell’ombra sulla strada di casa mia

Che sarà quell’ombra sulla strada di casa mia

Sarà un amico che ha allungato la strada sarà

Sarà un amico che ha allungato la strada sarà

Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è

Sarà un amico che è arrivato, ma un amico non è

 

Che sarà quell’ombra sulla strada

Che sarà quell’ombra sulla strada

Sarà la volpe quando viene l’inverno sarà

Sarà la volpe quando viene l’inverno sarà

Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è

Sarà la volpe quando viene, ma la volpe non è

 

Sarà il mio amore che ha trovato la strada

Sarà il mio amore che ha trovato la strada

Come la volpe quando viene l’inverno sarà

Come la volpe quando viene l’inverno

Sarà.

Ivano Fossati

Piccole meschinità natalizie

Qualche anno fa ebbi la possibilità di fare un pranzo di natale accogliendo sia la mia famiglia che quella di mio marito. Stavamo traslocando nella casa nuova e la sala era ancora completamente vuota e poteva ospitare un tavolone di 24 persone. Inizialmente il mio invito fu ben accolto, ma non appena fu chiaro che avrei invitato anche la mia famiglia e alcuni cari zii, una cognata respinse l’invito adducendo il motivo che il Natale per lei era una cosa molto riservata e intima, destinata ad accogliere solo i propri cari, e che sarebbe stata alquanto in imbarazzo in presenza di un mio zio gravemente malato. A questo punto arrivò la contro offerta, di andare io e mio marito a casa di questa cognata il giorno di natale, purtroppo io avevo già inoltrato l’invito al resto della compagnia ed era stato accettato, così d’accordo con mio marito rifiutammo. La cosa mi fu fatta molto pesare, come una specie di tradimento, e alla fine io dovetti scusarmi per la mia mancanza di sensibilità davanti al senso intimo del natale di questa cognata.

La prima lezione che ho imparato da meschina situazione è stata di non organizzare mai più pranzi o feste in occasione del Natale, avendo ben capito che ogni mio invito sarebbe stato considerato una mancanza di sensibilità. Così lascio ora che siano gli altri a decidere ogni cosa, regali compresi per i nipoti, e cerco di essere il più sorridente possibile allo scopo di renderli felici e per non rovinare in alcun modo lo spirito intimo del loro Natale.

La seconda lezione che ho imparato è che non bisogna mai fare cose non espressamente richieste, e che spesso credendo di fare il bene si compie il male.

Tralascio di parlare della calza della befana… altro tasto dolente…

Ma la verità è che io mi sento tanto meschina e insensibile …

Favoliamo al museo

Al  MAF museo archeologico di Forlimpopoli (FC)  fino al 26 febbraio 2017 si può visitare la mostra Favoliamo, una libera reinterpretazione mediante elaborati artigianali di alcune favole di Esopo, quali la volpe e l’uva, la volpe e la cicogna, il cinghiale e la volpe, la lepre e la tartaruga.

Il MAF è un piccolo e accogliente museo, intitolato al maestro Tobia Aldini che ne fu direttore, è ospitato nei suggestivi ambienti al pianterreno della rocca rinascimentale, le collezioni archeologiche coprono un arco temporale che va dall’epoca preistorica e protostorica all’età romana fino all’età medievale e rinascimentale.

Lettera in assenza di destinatario

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Io ti perdono.
Ti ho sempre stimato rispettato e onorato. Ti ho dato fiducia e affetto di una madre. Spero che un giorno mi sarà data la possibilità di fare chiarezza per quanto riguarda me.Non ha importanza quando.Rispetto la tua scelta. Non so se i nostri cuori si parlano e si scambiano i ricordi tra di loro.
Serenamente ti saluto sia che per te si tratti di  un addio o che si tratti di un arrivederci.

Buon viaggio

 

Riconciliarsi

«Alla fine non c’è alcun conflitto tra le cose, finalmente tutto si riconcilia ma non là dove viviamo. Questo mondo è pieno di conflitti e pieno di cose che non possono essere riconciliate, ma ci sono momenti in cui siamo in grado di trascendere il sistema dualistico e riconciliare e abbracciare tutto il casino ed  è ciò che intendo per Hallelujah. Questo indipendentemente dall’impossibilità della situazione, arriva un momento in cui si apre la bocca e si spalancano le braccia e si abbracciano tutte le cose e basta dire ‘Alleluia! Benedetto il nome.’ E non si può conciliarsi in altro modo se non in quella posizione di resa totale, di completa fede.»Leonard Cohen in una intervista di John Mckenna.

Una magnifica versione di Eugenio Finardi di “Hallelujah” di Leonard Cohen.

 

Qui invece Finardi da la sua personale interpretazione al significato profondo della musica intrinseco a questo testo di Cohen.

.https://youtu.be/DJOCvi85QQE

 

Fantasia di semi

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originali fiori e simpatiche palline realizzati con semi e foglie di piante tropicali al mercatino di Embu das Artes, Stato di Sao Paulo, Brasile

 

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Il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia

Il Viaggio

di Volpina Blu

alla ricerca dell’amicizia

Dedicato alla Volpe del Piccolo Principe e alla Volpina Blu che è dentro ognuno di noi

Premessa:

Non si diventa la Volpe del Piccolo Principe per caso, e non si nasce così, occorre un lungo percorso, un viaggio, tra incontri ed errori, tra amore e perdono finché forse un giorno si potrà diventare come quella Volpe che mostra al Piccolo Principe cosa è l’amicizia. Questa è una piccola storia di come, secondo me, potrebbero essersi svolto il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia.

Volpina Blu decide di lasciare il villaggio e di partire.

Nella grande pianura veniva una volpina, piccola e magra.

Camminava rapida scartando di lato le pietre e i cespugli spinosi.

Ogni tanto sollevava appena il musetto al cielo e parlava alla luna senza guardarla direttamente.

Ma davvero Volpina era blu?

Si sa che non esistono volpi di colore blu…

Volpina aveva alle estremità delle zampe due calzini blu.

Quasi tutti notavano in lui quel difetto, ma non credo si possa chiamare difetto ciò che in effetti è una particolarità o meglio un carattere distintivo, quelle zampette blu erano uniche e la rendevano diversa da tutte le altre volpi.

Aveva un sorriso simpatico e al collo portava una fettuccia di raso blu.

Volpina camminava nella pianura.

Era sola e la luna pure era sola.

Due solitudini si guardavano, la luna, lassù, maestosa, splendeva sola nella sua grandezza, e la volpe tanto piccola magra e sola…

Volpina pensava tu sei tanto lontana da me ma mi sembri così vicina… sei irraggiungibile per una Volpina come me eppure mi accompagni sempre, grazie amica Luna.

Volpina Blu, in verità il suo nome completo era Volpina dai calzini blu, si era messa in cammino già dall’imbrunire del giorno precedente.

A chi l’avesse incontrata avrebbe dato l’impressione che si trattasse di una volpe che sapeva il fatto suo per quanto camminava lesto e sicuro

Ogni tanto, Volpina si fermava per darsi una grattata ala schiena ossuta e per far riposare un attimo i piedini doloranti.

Quanta strada avevano macinato quelle zampette…

Era una volpina in fuga…

Nessuno la voleva, nessuno l’amava…

Eppure quanto aveva desiderato e quanto desiderava avere amici nella gran tana delle volpi.

Ma le giovani volpi, i suoi compagni, spesso l’ avevano derisa per quelle sue strane zampette blu perché spesso la diversità viene vista come una cosa spaventosa invece Volpina aveva un animo buono e gentile. Voleva soltanto essere accettato ed amato da tutti.

Non si capiva come mai Volpina fosse nato con le zampette blu…

Sua madre, Teresa, aveva pianto a lungo e aveva provato ogni tipo di prodotto e di solvente per smacchiarle e farle tornare rosse, aveva persino portato Volpina a far benedire nella chiesetta dove si era sposata, credendo in un maleficio.

Niente, le zampette erano rimaste blu.

Volpina blu non comprendeva la preoccupazione della madre che sperava lui diventasse uguale alle altri volpi temendo che essi l’avrebbero deriso ed escluso dal gruppo. Per questo Teresa ripeteva sempre a Volpina che era orgogliosa di lui e che lui doveva essere fiero di sé. A Volpina blu non dispiacevano le proprie zampette ma presto dovette convenire che sua madre aveva ragione. Quelle sue zampette iniziarono ben presto a dargli dei problemi, iniziarono gli scherzi e le prese in giro dei compagni e Volpina incominciò a soffrire e a rattristarsi.

Quanto avrebbe voluto avere quel bel pelo fulvo dei suoi compagni…

Tante volte le giovani volpi e anche alcune adulte lo avevano additato come un diverso, del resto Volpina non aveva mai saputo come fare per accattivarsi le simpatie del gruppo; anzi quasi ogni giorno c’erano dissidi e litigi con i compagni e spesso anche gli adulti le ringhiavano contro dei rimproveri.

E così un giorno, Volpina Blu era fuggito via, con il desiderio di conoscere il mondo e di incontrare nuove volpi, diverse da quelle che vivevano alla gran tana, magari avrebbe voluto incontrare un’altra volpina che gli assomigliasse, che avesse le zampette blu o anche di un qualsiasi altro colore. Soprattutto desiderava tanto trovare un amico, qualcuno che l’ accettasse così come era, qualcuno con cui non dovesse fingere di essere diverso da come era.

Tante volte Volpina si era rotolato nell’argilla e nella sabbia cercando di camuffare quel colore blu o si era macchiato con le bacche del sambuco ma inutilmente. Aveva provato di tutto ma proprio non era mai riuscito ad avere un vero amico.

Come si fa ad avere un amico? O meglio come si crea un’amicizia?

Non lo sapeva ma era disposto ad imparare le segrete e invisibili regole dell’amicizia. Lontano dalla gran tana, Volpina era sicuro che avrebbe conquistato il mondo e che il mondo l’avrebbe amato.

Volpina Blu era uno spirito incredibilmente libero. Ed era dolce buono e sensibile, anche se spesso appariva scostante e irascibile. Purtroppo spesso non sapeva dominare l’angoscia e la rabbia.

Ogni volta che aveva uno scontro con un compagno Volpina scappava via e andava a nascondersi nelle tane abbandonate nel vecchio uliveto, dove nessuno scendeva per il pericolo delle frane; là nascosto da tutti, piano piano si calmava rincorrendo per gioco uno scoiattolino oppure inseguendo il volo di una farfalla, tra i fiori selvatici ritrovava la quiete.

Quando, la sera, faceva infine ritorno a casa al villaggio, le altri volpi gli voltavano la schiena e lo ignoravano.

Così accadeva che Volpina Blu sparisse di nuovo e andasse a piangere senza farsi vedere nei pressi della saggia quercia.

Un giorno, dopo aver a lungo pensato, Volpina Blu prese la risoluzione di partire.

Si mise in cammino in una notte senza luna.

Non sarebbe mai più tornato al villaggio, e quelle giovani volpi che non l’accettavano e che la deridevano si sarebbero amaramente pentite di non averlo voluto. oh sì! …

Sentiva che un grande destino lo stava aspettando se solo ne avesse avuto il coraggio, sentiva che avrebbe di certo realizzato qualcosa di importante per il mondo, anche se ancora non sapeva né cosa, né come, né quando. Al momento gli parve che la decisione di partire fosse la scelta migliore.

Camminando si pensa meglio e chissà che via facendo non avrebbe trovato quello che cercava…

Volpina Blu in viaggio

E così Volpina era partito alla ricerca del senso profondo della sua esistenza, ma soprattutto di qualcuno che le volesse bene e a cui volere bene, di un Amico vero, di qualcuno che rispettasse la sua libertà di essere quello che era, senza voler cambiare colore alle sue zampe.

Nel cuore e nella mente Volpina aveva tanti pensieri buoni e belli, sentiva che poteva dare tanto amore al mondo se solo qualcuno l’avesse voluto.

Desiderava visitare il mondo, finora aveva conosciuto soltanto la Gran Tana, il suo villaggio al riparo tra gli antichi ulivi.

Come era il mondo al di fuori?

Da un lato lo attraeva, dall’altro lo spaventava.

Talvolta il mondo gli appariva come il riccio di una castagna, all’esterno le spine e all’interno la polpa dolce e che gli infarinava la bocca… ogni volta si pungeva per aprire il riccio ma poi si gustava il buon sapore della castagna… ecco così era il mondo…come il riccio di una castagna…

Il mondo era così difficile da capire …

Volpina conosceva la favola della volpe e l’uva e aveva capito che nella vita bisogna avere il coraggio di osare e di trovare la propria strada in mezzo a tante senza nascondersi dietro la scusa che l’uva non è matura. A Volpina l’uva non piaceva neppure e quindi non vi era problema.

Tante volte si era domandato come mai il mondo fosse in guerra, perché gli esseri umani sprecassero così tanto tempo a fabbricare armi di distruzione e di offesa invece che costruire ponti o inventare strumenti di pace?

Volpina aveva un cuore molto sensibile, piangeva per ore a volte, ma poi gli bastava guardare la sua amata luna per ritrovare la quiete.

Nelle notti senza luna camminava spedito senza sentire la fatica, invece, nelle notti di luna piena una specie di sconosciuta tenerezza lo invadeva.

Si ricordava quando da piccolo guardava i pulcini e ne aveva desiderava l’amicizia. L’amicizia, allora, gli era sembrava una cosa fatta di morbide piume e di infinita dolcezza.

Però succedeva che non appena i pulcini si accorgevano di lui, iniziavano a pigolare forte

e la chioccia accorreva e lo cacciava via…

Come si sentiva mortificato Volpina sebbene sapesse che ciò era una conseguenza del comportamento crudele di alcune volpi che si cibavano dei pulcini…

oh come poteva essere il mondo tanto crudele?

Volpina Blu camminava dall’imbrunire, era quasi le tre di notte quando decise di fare una breve sosta, raggomitolandosi nella sua coda e leccando i piedini sfiniti, guardò nella sabbia le sue impronte che lasciavano questi segni curiosi e si chiedeva a cosa assomigliassero… impronta-di-volpina impronta-di-volpina

Cammino facendo, Volpina scopriva il mondo, e annotava su un piccolo quaderno le cose che più lo colpivano, i suoi pensieri e i suoi sogni.

Osservava e apprezzare ogni cosa, anche l’esserino più piccolo, la farfallina, la cimice, il bruchino verde, le ragnatele brinate al mattino, le microscopiche tracce degli insetti sulla polvere del deserto, il profumo secco dello scirocco e quello umido del libeccio, lo sbocciare inaspettato di un fiore, l’odore della notte d’inverno con le stelle tanto vicine che sembrava di poter afferrare con le zampe.

Volpina si sorprendeva di quanta meraviglia e bellezza il mondo contenesse, praticamente inesauribili, per esempio l’ alba era uno spettacolo che si rinnovava quotidianamente e Volpina si commuoveva.

Di notte, tratteneva il fiato per ascoltare il linguaggio segreto degli alberi perché di notte gli alberi stanno svegli e riposano di giorno, ma solo per schiacciare un pisolino. Le foglie nel vento gli sussurravano delicate e gli ricordavano i suoi ulivi e i suoi carrubi alla Gran Tana, cosicché Volpina avvertiva meno la nostalgia di casa. In realtà non c’era molto tempo per provare nostalgia perché quando si è in viaggio si camminare e si deve guardare avanti, passo dopo passo, e non c’è tempo per i ricordi.

Occorreva percorrere la strada, farsi viaggio.

Erano già 1881 giorni che camminava…

Da molti mesi ormai aveva lasciato la sua terra tra le rocce e il mare, dove il clima era mite tutto l’anno, ed era arrivato al deserto.

Volpina Blu incontra il serpentello

Ecco una pianura con praterie desolate, cespugli spinosi, fiori di cardo e cactus e poi ecco di nuovo una foresta di spine che gli ferivano i magri fianchi.

Volpina si sentiva stanco, molto stanco e qualche volta aveva pensato di pregare l’avvoltoio perché lo facesse a pezzi. Poi riprendeva il cammino, solitario e fiero, senza bisogno di nessuno perché mostrarsi fragile era un segno di debolezza, e Volpina non poteva permetterselo.

Sapeva che il suo viaggio sarebbe stato lungo e non poteva abbattersi, doveva farcela, doveva andare avanti anche se era solo una piccola magra volpe dai calzini blu.

Un giorno aveva trovato in terra un paio di occhiali e li aveva indossati, gli pareva che gli attribuissero un aspetto più minaccioso, Decise che li avrebbe sempre portati con sé.

Può bastare un paio di occhiali per tenere a distanza il mondo e per difendersene?

Gli occhiali potevano aiutarlo ad avvistare un serpente e a schivarlo, per esempio.

Gli avevano raccontato che il serpente era un essere molto pericoloso, ma finora non ne aveva ancora incontrato uno. Era curioso di vederne uno e desiderava parlargli. Aveva la sensazione che i serpenti lo evitassero apposta.

Finalmente un giorno catturò un innocuo serpentello giallo. Trattenendolo tra i canini affilati gli disse:

Ti risparmierò se risponderai alla mia domanda perché tutti scappano da me e non mi vogliono?”

Tu stai nel tuo mondo e rifiuti gli altri.”

Volpina si innervosì e rispose seccato:

Io non ho bisogno di te e ora vattene all’inferno e riposa in pace, gentile serpentello.”

Il serpentello rotolò morto tra le spine di una rosa canina.

Volpina si allontanò ringhiando, il pelo arruffato, poi scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Inutili lacrime di pentimento…

Volpina non era cattivo, soltanto voleva sapere perché nessuno voleva stare insieme a lui, pure il serpente lo aveva respinto.

Era vero che lui non aveva bisogno di alcuno… ma ora si sentiva profondamente triste per la morte del serpentello.

Oh se esisteva un Dio delle Volpi, Volpina lo avrebbe pregato perché il serpentello fosse ancora vivo…

Quanto era triste e affranto! Volpina non sapeva davvero se c’era un Dio delle Volpi, eppure a suo modo egli pregava qualche volta…

Volpina Blu e la signora istrice

Di notte le stelle erano troppe e gli dolevano gli occhi, anche per questo teneva sempre gli occhiali, di giorno i suoi occhi si affaticavano molto per dovere stare attento alle pietre aguzze e alle spine che gli ferivano le zampe sensibili.

Forse le sue zampe erano così delicate proprio per il fatto che erano blu. Chissà…

Volpina si perdeva nella contemplazione le stelle, sapeva a memoria la mappa del cielo e tutti i nomi delle costellazioni e pensava che l’universo, lassù, era abitato e che magari in quel momento forse c’era qualcuno che pensava a lui.

Volpina lo sperava tanto!

Una notte, d’un tratto, mentre camminava distratto, inciampò in un istrice.

Ahi, disse Volpina, perché mi hai punto? E chi sei?”

Veramente sei tu che non mi hai visto e mi sei venuto addosso, maleducata di una volpe…”

Non penso proprio… tu mi hai punto, ma chi sei?”

Sono un istrice. Anzi una signora istrice.”

E perché mai hai tutte quelle spine e perché mai mi hai punto?”

Non l’ho fatto apposta, ci siamo scontrati per sbaglio ed io per autodifesa ho lanciato le mie spine, ma non è colpa mia, e poi non si chiamano spine, sai, la natura mi ha fornito di aculei…”

Però mi hai fatto male… sai essere così pungente!”

Scusami, non volevo, ma se tu ti avvicini piano a me, senza spaventarmi, vedrai che i miei aculei non pungono, sono solo un poco ruvidi…”

Ah ho capito… sei come il riccio della castagna?”

Quasi… se mi abbracci non aver paura… farò in modo che i miei aculei non ti pungano”

No. Non voglio!” gridò Volpina saltellando dal dolore, un aculeo era ancora conficcato in una caviglia.

Allora se tu non ti fidi degli altri, tu non sai cosa vuol dire voler bene.”

Volpina a queste parole fu molto mortificato.

Perché dici così?”

Perché è vero… ma un giorno imparerai… strada facendo, ciao. Io ora devo andare.”

L’istrice scappò via sorridendo, stava scherzando ma Volpina non lo capì e mostrò furioso i denti e lo rincorse ma il dolore alla caviglia si fece più intenso e così dovette fermarsi. Piano piano sbollì la rabbia che sentiva dentro. Si sedette tra l’erba con i ciuffi di menta che gli solleticavano le fini narici.

Un leprotto gli passò accanto di corsa, ignorando il suo pianto.

Improvvisamente Volpina si sentì ancora più solo. Solissimo.

Tante volte Volpina era stata tenero con i leprotti, li aveva protetti dalle altre volpi, ringhiando loro contro, e poi li aveva aiutati a nascondersi nel passaggio tra i capperi e i lentischi che solo lui conosceva. Le altre volpi lo deridevano di questa sua tenerezza per i leprotti e gli dicevano che era uno stupido.

Al chiarore della luna Volpina si specchiò in una pozzanghera, si vede brutto, il pelo spettinato opaco e il blu non era più tanto brillante, era quasi diventato nero, Volpina avrebbe voluto farsi un bel bagno nel torrente vicino al suo villaggio, dove amava andare a giocare, tentando di acchiappare quei piccoli arcobaleni che si formavano con le goccioline delle cascate oppure tentando di prendere qualche pesciolino.

Volpina era in pace quando lasciava fuori il giudizio delle altre Volpi o della signora istrice che aveva appena incontrato, come potevano giudicarlo senza conoscerlo per davvero?

Perché la signora istrice l’ aveva punto?

Era vero che era stata colpa sua che sbadatamente le era andato addosso.

Volpina rifletteva che quando se ne stava da solo tutto filava liscio e lui era tranquillo… quanta fatica faceva invece a rapportarsi con gli altri, a spiegarsi e a comprendersi e poi andava a finire, spesso, che con le volpi non ci si capiva mai, si litigava e non si voleva fare la pace.

Che gli importava degli altri?

Volpina stava benissimo da solo, aveva avuto ragione il serpentello, però allo stesso tempo, desiderava trovare un vero amico.

Il cuore di Volpina era come un campo su cui ha appena nevicato, puro, senza impronte ,vi regnavano amore e meraviglia per il creato, a parte quei momenti di rabbia in cui non riusciva a controllarsi e durante i quali diceva e faceva cose di cui poi si pentiva. Non sapeva dominarsi e le sue emozioni erano sempre troppo grandi e forti, le sue reazioni spropositate, poi magari si rammaricava ma ormai quello che era stato detto o fatto, era stato detto o fatto e non vi trovava un rimedio.

Volpina Blu e il topolino

Un giorno, sul sentiero incontrò un topolino, che lo salutò :

Ehi, ciao! Sai per caso dove si va per di là, possiamo fare un poco di strada insieme?”

Ma tu dove stai andando?”

Io ero insieme ad una carovana di beduini, stavano andando ad un mercato ma credo di essermi perduto… e tu dove vai?”

Vado a cercare un amico, disse Volpina blu, dove lo posso trovare?”

Io non lo so, dovevo incontrare alcuni amici al mercato ma a quest’ora mi sa che sono già partiti, senti potremmo camminare insieme, almeno per un pezzetto di strada. Se vuoi.”

Tu dici? Accompagneresti una volpina come me dalle zampette blu?”

Hai le zampette blu, che simpatico che sei, ma sai che io avevo un amico ghiro con le orecchie blu, davvero erano blu, mai visto orecchie tanto belle! Ma anche le tue zampe sono stupende!”

???Tu dici!!! Mi imbarazzi così…”

Facciamo un patto, mentre cammineremo insieme promettiamo che saremo sempre sinceri l’un con l’altro e che ci diremo sempre la verità.”

Va bene, accetto, sei gentile, Topolino.”

Senti, io resterò con te per il tempo che tu riterrai necessario, poi quando tu mi dirai di andare via, io me ne andrò. Vorrà dire che sarà arrivato il tempo per separarci. ”

No, mai succederà ciò, Topolino, se tu sarai sempre così delicato con me come lo sei ora. Io amo la delicatezza. ”

All’inizio camminarono scambiandosi soltanto qualche impressione generale sul tempo.

Ogni tanto Topolino gli faceva un sorriso ma Volpina non aveva alcuna voglia di sorridere, anzi non capiva per quale motivo questo topolino sorridesse sempre.

Poco a poco, camminando insieme, Volpina prese fiducia nel piccolo compagno di viaggio e iniziò a raccontargli qualcosa di sé e a porgli delle domande sui viaggi che Topolino aveva compiuto al seguito delle carovane dei beduini.

E poi arrischiò domande come queste.

Come si fa a diventare amici?

Cosa si prova quando qualcuno ti abbraccia?

Cosa si prova a condividere qualcosa con qualcuno?

Come succede che ci si prende per zampa?

Il topolino si mise d’impegno a rispondere a tutte le domande di Volpina ma mentre parlava si rese conto che erano cose che le parole non riuscivano a spiegare, che erano cose che si sentivano con il cuore oppure no, E che se si sentivano nel cuore, allora avvenivano. Come spiegare a parole la magia di un abbraccio o un bacio? No, non si poteva.

Quando la sera Volpina si raggomitolava per riposare, il topolino si accovacciava timidamente accanto alle sue zampette e così vicini si addormentavano.

Ma una notte Volpina fece un incubo davvero terribile e al risveglio prese a imprecare contro al topolino che non aveva colpa alcuna, e lo cacciò via violentemente.

Vattene via, non voglio più vederti, via vai via Topolino, non tornare mai più…”

Il topolino ci rimase male, era sinceramente affezionato a Volpina e gli voleva molto bene, ma a quelle cattive parole che non meritava sentì un forte dolore al cuore e si sentì gelare.

Provò a calmare l’amico che era fuori di sé per il cattivo sogno.

No no gridava Volpina, Topolino disse non può essere, non puoi fare così con me, io sono tuo amico, io ti ascolto sempre…

Volpina non ci vide più dalla rabbia, raccolse una pietra e la scagliò sul topolino uccidendolo.

Poi, Volpina corse via lontano lontano. Dopo alcune ore, dopo essersi calmato, senza ricordare cosa aveva fatto, tornò indietro sul luogo del delitto, ma il topolino non c’era più.

Volpina era nuovamente disperatamente solo. Aveva trovato un amico e gli aveva fatto del male. Ecco che avevano avuto ragione le altri volpi a non volerlo. Perché lui era cattivo. Volpina era cattivo.

Pianse per settimane, incapace di darsi pace, poi non ebbe più lacrime e riprese il cammino.

Volpina Blu e la pianta

E così giunse in una grande pianura, al centro della quale vi era una sola pianta verde simile ad una salvia con alti steli e corolle di fiori gialli, non era niente di particolare, ma era comunque una pianta in quel deserto.

La piccola volpe trotterellava, era molto piccolo e magro, però era carino con quelle zampette blu, non esistevano altre volpi come lui.

Nella pianura c’erano cactus, cespugli secchi spinosi , pietraie, qualche fiorellino dai toni violetto, formiche, scorpioni, insetti stecchi, lucertole.

Ad ogni passo Volpina Blu si distraeva a guardare queste piccole cose, d’un tratto si trovò vicino alla pianta, l’esaminò, gli sembrò una pianta tranquilla, senza pretese, non aveva spine come le altre ed era verde, Volpina le si avvicinò e a quel punto una foglia della salvia gli fece il solletico.

Volpina, che stava sempre all’erta, balzò rapido all’indietro per osservare meglio la pianta, e constatato nuovamente che si trattava di una semplice pianta verde, si riavvicinò con cautela, poi, siccome era sfinito, si addormentò lì sotto all’ombra della piantina.

Al mattino Volpina si svegliò, qualcosa gli sfiorava le punte delle orecchie, gli steli fioriti ondeggiavano eleganti nel vento. A Volpina parve di udire un suono, una specie di musica delicata, che diceva ti voglio bene.

Era la voce di Topolino che risuonava nel vento, dunque egli era vivo!

Volpina assaporò tutta la dolcezza di quel suono che veniva con la brezza del mattino, come un profumo o un sapore buono, sorrise, seppe che il topolino lo aveva perdonato. Anche lui voleva del Bene al topolino e sperava, pregava che anche lui lo avesse perdonato, oh Dio delle Volpi!

L’amicizia non è un gioco, non è una cosa che si usa e quando non serve si butta via, l’amicizia è un viaggio che ci cambia e implica fiducia e responsabilità l’uno verso l’altro.

Volpina sperò che Topolino tornasse ma quel giorno Topolino non tornò. Topolino aveva compreso che il suo amico doveva fare da solo fino in fondo la sua strada per diventare ciò che già era, senza saperlo.

E Volpina Blu si rimise in cammino… Forse un giorno il suo viaggio l’avrebbe fatto diventare la Volpe del Piccolo Principe….Chissà Voi che dite?

Fine

Epilogo:

Incontrai Volpina Blu, tanto tempo fa, diventammo amici, facemmo un pezzo di strada insieme, poi Volpina dovette partire e proseguire da solo, senza di me, il suo entusiasmante viaggio che si chiama Vita.

Dal momento in cui è partito, io sono diventata Volpina Blu inizialmente per onorare il ricordo di questa amicizia. Poi mi sono resa conto che Volpina blu sono anche io, che Volpina Blu rappresenta il mio sogno puro di amore e di bontà.

Per me, blu è il colore dell’amore incondizionato e dell’infinito, blu è la coperta della luna, trapuntata di stelle, blu è l’amore che si veste di delicata tenerezza.

Questa non è che una storia di Volpina Blu, questa è la Storia raccontata da me.

Favola di Antonella Marinetti

Progettato, stampato, illustrato e rilegato da TheFlowerAndTheStar

theflowerandthestar@gmail.com

 

Un fiore prepotente

baobab

Da argilla desiderai farmi vaso

e raccogliere terra per una radice,

farsi vaso presuppone il fermarsi,

e io che avevo sempre avuto una naturale propensione per il viaggio,

mi fermai per diventare vaso.

Incontrai un fiore strappato

le radici nude, sofferenti,

ne ebbi compassione,

lo raccolsi, mi feci vaso per lui.

Il fiore si rianimò,

ed io presi ad amarlo di tenerezza,

a pensarlo curarlo e a coltivarlo,

ma ben presto egli si fece forte

ed ebbe il sopravvento su di me.

Infilò il suo fittone fin dentro al mio cuore,

vi si conficcò ben saldo,

ed iniziò a succhiare avido

via tutto il sangue,

prosciugò il mio cuore,

fece arido deserto dell’amore.

Infine il fiore prepotente ebbe abbastanza energia

per sradicarsi dal cuore che lo aveva accolto,

con tutta la terra insieme

riuscì a strappare via il cuore dal mio petto.

Il fiore crebbe divenne un albero,

come il baobab del piccolo principe,

tra le sue radici ben stretto

tenne il mio cuore macilento.

Non avevo più un cuore,

ero diventato sì un vaso,

un vaso vuoto,

senza terra,

senza storia,

senza tempo

senza viaggio.

Il controtempo del tempo

 

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Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato.
Un tempo per uccidere e un tempo per curare,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per fare lutto e un tempo per danzare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
nu tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per conservare e un tempo per buttar via.
Un tempo per strappare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.

Che guadagno ha chi si dà da fare con fatica?

Dal Qoelet (meditazioni sulla condizione umana)

Io non so più quale sia il mio tempo, sono vanamente in controtempo…

Tempo ingiusto

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Ascolta, mi dicesti, mai mi dimentico di te

io ero indecisa, sognai e restai.

Un’altra volta, l’ultima, fu io a dirti

mai mi dimentico di te,

tu eri forte e impaziente e mi lasciasti.

Io sbagliai il momento,

tu cogliesti l’attimo.

Le parole sono mutevoli

come il tempo delle persone

e non hanno significato alcuno.

Eppure è vero

che mai io mi dimentico di te

e vuol dire quello che vuole dire.

Per me fu un sogno.

Per te una minaccia.

Il mio tempo fu ingiusto

contro il tuo, perfetto.

(immagine di Karen_Nadine da pixabay)

Lo scarabeo rinoceronte a passeggio

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Lo scarabeo rinoceronte, Oriectes nasicornus, presenta un singolo “corno” cefalico. Possiede un forte dimorfismo sessuale dovuto all’assenza del “corno” cefalico nella femmina.

Lo scarabeo rinoceronte è un coleottero strettamente crepuscolare e notturno: difficilmente infatti lo si potrà reperire di giorno. Di notte gli adulti escono dai propri nascondigli nel terreno per cercare un compagno. Questi scarabei non si nutrono,  ma consumano  nelle poche settimane di vita adulta le riserve accumulate nel corso degli stadi larvali.

L’ accoppiamento avviene a livello del terreno e, spesso, sotto di esso. Le uova, biancastre, vengono deposte dalle femmine nel legno in decomposizione così come nel materiale vegetale in disfacimento.

Gli adulti muoiono dopo una vita libera di un paio di mesi.

Ho avuto il piacere di incontrare uno splendido esemplare in pieno giorno alla Villa Gregoriana di Tivoli. Forse cercava un compagno, chissà 🙂

Imprevisto

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Tu hai programmato con meticolosità ogni cosa

affinché tutto fosse perfetto,

hai imparato la parte a memoria,

l’hai provata e riprovata un centinaio di volte,

ha dedicato ore ed ore

a regolare la giusta intonazione,

hai disegnato e cucito l’abito di scena come una seconda pelle,

hai trovato un sorriso allo specchio e l’hai reso tuo,

hai tagliato corti i tuoi capelli,

hai scelto con cura la gradazione di colore dei pantaloni

da abbinare alla montatura degli occhiali,

hai calcolato i tempi e le pause e i secondi del respiro,

ma non hai calcolato il fattore imprevisto

quello che scombina il piano più accurato,

quell’imprevisto che fa deragliare treni e cuori:

quell’ imprevisto non previsto,

fuori da ogni controllo,

fuori da ogni regola,

senza disciplina o ragione:

tu chiudesti baracca e burattini

“lo spettacolo è stato rinviato a data da destinarsi”

ammoniva la fascia sulla locandina

all’entrata del teatro

(foto di Meijer da Pixabay)

 

Let the happyness in (David Sylvian)

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Sto aspettando sul molo deserto

guardo le navi arrivare

aspetto che l’angoscia finisca

oh che entri la felicità

Guardo i gabbiani posarsi

sulle navi vuote

 Il bianco sbiadito degli abiti da sposa

Le canzoni dell’altruismo senza speranza

 

Il freddo sole di dicembre

brucia le mani sciupate di un operaio

Sto aspettando sul molo deserto

guardo le navi approdare

non vedo l’ora che l’angoscia finisca
oh che entri la felicità

Ascolto le onde contro gli scogli

non so da dove vengono

aspetto che i cieli si aprano

oh che entri la felicità

 

(foto da pixbay di MichaelFertig )

 

Tempo di polvere

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Aspetto un ritorno che non tornerà,

aspetto un natale senza un Gesù bambino,

aspetto una vita che non arriverà,

ci vuole pazienza ad aspettare

tutto ciò che sai perfettamente che non sarà;

è da quando sono nata che aspetto

porta pazienza, aspetta che il tempo non ti aspetta:

di polvere di ossa è pieno il mondo.

(foto di Ivabalk da pixabay)

Una sconosciuta in treno (iointreno:)

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una sconosciuta su iointreno

trenino verde da Arbatax a Mandas

30 giugno 2005

Vi abitano altri

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Ritorno nei miei sogni

nella casa in cui ho vissuto,

appena sposata,

ritorno nei miei sogni

nella casa in cui sono stata felice, forse.

La vita era tranquilla,

un piccolo giardino fiorito,

una finestra sul castello

che pareva un quadro,

la domenica mattina la casa era piena di luce,

avevo due gatti, un marito,

nessun figlio,

ma la vita era tranquilla,

era semplice,

ero felice, forse.

Nella mia casa ora abitano altri,

sono felici forse,

hanno un amore,

curano il giardino che è stato il mio,

guardano il castello dalla mia finestra,

non hanno due gatti,

ma hanno un figlio.

Nella mia casa abitano altri,

io ho cambiato strada,

non passo più davanti alla mia casa di una volta,

mi fa male vedere le luci accese,

e le decorazioni di natale,

e pensare che là dentro

abitano altri

e sono felici, forse.

(nella foto la mia tavernetta con la finestra “quadro” e il mio giardinetto, Natale 2007)

Sant’Ambrogio sull’Appennino bolognese

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Chiesa di S. Ambrogio, a Castel del Rio, Valle del Santerno, (Bologna)

Prima della chiesa attuale nel centro di Castel del Rio, è esistito un altro edificio di culto intitolato a S. Ambrogio . Questo edificio del tutto distrutto nel 2011 fu eretto verso il 1034 e attorno ad esso si sviluppò un piccolo abitato. Gli storici non hanno ancora chiarito l’origine dell’intitolazione ad Ambrogio, Santo non appartenente alla tradizione locale. Nel XVI secolo dopo l’abbandono della Massa di S. Ambrogio a causa di un fortissimo terremoto, la chiesa perse la titolarità parrocchiale, che andò all’ecclesia di Castro Rivo, situata nell’attuale Castel del Rio.

(foto del 25 aprile 2016)

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Tempo per imparare

Prendiamo tutto il tempo che ci serve per fare errori e finalmente imparare ad amare e a perdonare. Ne vale la pena. Per noi queste semplici e umili violette.

(foto di AnnaER da pixabay)

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L’illusionista

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L’ illusionista è padrone dell’arte della sparizione,

sa inventare una realtà che non esiste,

equilibrista sul filo del sortilegio,

trapezista della speranza,

prepara con maestria il suo trucco,

manipola le leggi della chimica e della fisica,

domina la legge dell’attrazione gravitazionale,

incanta volpi e serpenti,

affascina lo spettatore più scettico,

incatena i cuori in apnea,

la sparizione è il suo numero più apprezzato,

un trucco è  un trucco, mai va rivelato,

va preparato con attenzione,

la finzione è più vera del reale

ciò che l’illusionista teme maggiormente è di essere disvelato,

tutto il suo armamentario cadrebbe come un castello di carte sui tasti di un pianoforte,

allora lancia al pubblico il suo nero mantello come un oscuro sortilegio,

mette in opera la sparizione, un’altra illusione a questa realtà senza senso.

Dal retro hanno visto uscire  un uomo  privo di indumenti,

dicono che un mendicante l’abbia avvolto nella sua coperta,

dell’illusionista non si è saputo più nulla,

il trucco, perfettamente riuscito, mai sarà rivelato.

(foto di Magorichard0 da pixabay)

 

La speranza è

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La speranza quando piove è che tutta questa pioggia possa servire a qualcosa, che non sta piovendo invano, che tutto questo amore possa servire a qualcosa, che questo mio essere possa contribuire alla bellezza e alla bontà del mondo.

(foto da the3cats da pixabay)

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Attraverso questo blog vogliamo parlare di NOI genitori: genitori di corsa, sempre alle prese col tempo e la gestione di lavoro e famiglia, e genitori che all’improvviso devono rallentare senza capire fino in fondo cosa sta succedendo. I loro bambini infatti sono ammalati o non ci sono più.

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L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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