Quale Dio? Quale Uomo?

vivere la luce

 

Dobbiamo filtrare il nostro Dio attraverso l’esperienza delle vittime. È troppo comodo il «dio» che ci hanno iniettato: non scandalizza, non polemizza, non sciopera, rigetta gli spiriti ribelli. Uno che è per lo status quo non è automaticamente contro i popoli comprati e venduti come merce?

Ricerco Dio, percorrendo le arterie dei poveri. Pare contro quella versione di sé inscatolata, formalizzata, disimpegnata dei manuali. Loro hanno acceso in me la rivolta contro il dio delle istituzioni primo-mondiali, perché è «dai frutti che si conosce l’albero»: strutture di peccato, delitti sociali, un terzo alla deriva. Lui stesso s’è stancato di lasciarsi manipolare, perché sa di correre il rischio d’essere connivente col male. Ha rinunciato alla teologia e s’è fatto antropologia, pur di provare quello che noi – oppressi – proviamo. A me interessa un Dio indiscutibile, che non lascia margine alle sbavature della storia e del pensiero umano. Un Dio che non bara, che sta sul serio dalla parte dei poveri. Poveri anche di piaceri mistici. Un Dio palpabile, incarnato, storia, volto, braccia e (perché no?) labbra per baciare ogni figlio prodigo (immagina la festa quando torneranno a casa i popoli prodighi!). Questo è un Dio su misura anche per l’ateo, l’agnostico, il disperato, i dannati della terra. Un Dio che parla attraverso l’evidenza, reclamo! E Lui s’è fatto evidente attraverso le vittime. Puoi criticarle, ma non puoi negare la loro presenza. Forse all’evidenza si giunge attraverso la contemplazione?

Il dio dei ricchi non può essere quello dei poveri. Quello dei sazi deve essere il dio della coca-cola, un dio «usa-e-getta». Perfino i governanti ci tengono a nominarlo, farsi vedere praticanti: lo usano per farsi una buona popolarità e poi lo gettano quando firmano leggi inique, che sentenziano la Sua morte.

Il Dio degli ultimi è tutto inedito. Bisogna farlo emergere dalle lacrime e dal sangue.

Non credere sia sufficiente trasferire le tue sorelle nelle borgate romane. Quanti missionari sono partiti dal primo mondo e non sono mai arrivati col cuore nel terzo mondo! Ci arrivano con la testa, col loro dio e impiantano l’ideologia della «salvezza delle anime», dell’evangelizzazione dei pagani. E non si rendono conto che, spesso, il loro è un dio europeo. O il trasloco interiore è globale o si riduce a un cambiamento meramente geografico.

A contatto con le vittime (l’immondezzaio umano) il dio del seminario, il «mio dio» è andato in crisi con me. Le baracche di fango non facevano che rimbalzare il ritornello della vita conventuale: «Il primo bisogno dell’uomo è incontrare Dio». Come parlare di Dio su una terra nella quale l’uomo è trattato come uno straniero? Fare qualcosa per lui senza umiliarlo, senza sostituirsi al popolo, al quale spetta, prima di tutto, risolvere i problemi dei suoi figli? È con le leggi, non con le elemosine che si risolvono i problemi del mondo! Nessuno può sottrarre al popolo le sue responsabilità. Quante volte ho aiutato i poveri! È gratificante! Ma quando più ne aiuti, più ne vengono ad invadere la tua anima, che fai? Come trovare Dio in situazioni di emergenza imposta, di calamità procurata? Come può il Figlio dell’uomo fare propria l’esperienza collettiva di popoli schiavizzati? Il Cristo si identifica non solo con la vittima singola, ma anche con i popoli sfruttati come animali da soma. Egli si perpetua attraverso le vittime di tutti i tempi per completare ciò che manca alla sua pienezza. La nostra è la spiritualità del conflitto: come convivere tra vittime e carnefici? Come amarli tutti e due?

In fondo il copione ha ragione: «Incontrare Dio è il primo bisogno dell’uomo».

Quale Dio? Quale uomo?

Pretendi forse che, a chi mi chiede un piatto di cibo, dia un facile dio, un piatto di sana dottrina o di ostie? Sono stato mandato ai pagani per portare un dio ufficiale. E, quando sono sbarcato nell’inferno dei dannati della terra, mi sono accorto che Lui era già là. Al di là del libro dei battezzati, al di là delle etichette, al di là dei registri canonici. Era là ad aspettarmi: «Fratello! – sussurrava – vuoi stare dalla nostra parte? scendi dal piedistallo del tuo “stato di perfezione”; rinnega il tuo privilegio di “santa povertà”; rinuncia alla tua casta. In estrema necessità si è tenuti a correre tutti quanti per spegnere un incendio, per arginare un fiume in piena. Vuoi incontrare Dio? Devi attraversare le nostre lacrime, le nostre disperazioni, le nostre croci».

Quale Dio? Quello che chiacchiera, condanna a voce i sistemi economici ingiusti, ma non muove un dito per «convertirli»? Non siete anche voi – cristiani – oppressori delle minoranze religiose, fondamentalisti, settari, proselitisti?

Quale il primo bisogno di un denutrito, di una moltitudine di malati per fame? Anche loro hanno il diritto di incontrare Dio. Dove se non dentro di sé, nelle loro stigmate?

«La vita consacrata afferma il primato di Dio e lo annuncia». E quale il primato per un anemico, per chi vive con i vermi, per un abbandonato? Credi che Dio sia così crudele da dire che è Lui il primo bisogno per i miserabili, come un bambino capriccioso che vuol essere a tutti i costi il primo della classe? Perché separare ciò che Lui ha unito, Dio-uomo, Dio-sua immagine, Padre- figli? Forse che un papà davanti ai figli affamati può dichiararsi «il primo»? Gli antichi, benché pagani, hanno raccolto il suo messaggio: Primum vivere, deinde… tutto il resto. Il primo bisogno di chi ha fame è il pane. Ecco perché Dio l’ha scelto come sigillo della storia (Mt 25). Gesù ha celebrato la festa del pane non per fare della poesia, del cultualismo festivo, ma per consumare con gli amici la gioia della condivisione: «Io mi faccio pane per te e tu per me. Prendi e mangia, sono io». L’Eucarestia, prima di essere un rito religioso, è un bisogno che Dio è venuto a celebrare con l’uomo.

E il primo bisogno di Dio? Correre incontro ai popoli prodighi, chinarsi sulle religioni prostituite, abbracciare le razze calpestate, baciare le stigmate dei popoli crocifissi. Da dove parte Dio? Da una culla, da tutte le Betlemme della storia, dalle cose piccole e insignificanti per il mondo: un agnello, un bambino, un atomo, un popolo perduto e indebitato.

Se ti trovassi su una zattera alla deriva, quale il tuo primo bisogno? Che cosa vorresti sentirti annunciare? la fuga mundi, la «salvezza dell’anima»?

II primo bisogno di Dio e dell’uomo non è forse quello di salvare la specie umana? O gli stati di perfezione si confrontano con le vittime, con la vita in pericolo sul pianeta, oppure diventeranno sale insipido.

Fausto Alberto Marinetti da Ai Confini di Dio

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10 risposte a "Quale Dio? Quale Uomo?"

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