Solitudini incomunicabili

(un racconto)

Evelina proprio non riusciva a capacitarsi di ciò che aveva appena letto e non riusciva ad emettere una sola parola. Dire che ciò che aveva appena letto l’aveva colta di sorpresa era davvero dire niente.

Dovette rileggere e rileggere più volte quella breve lettera per capirne e assimilarne il contenuto. Solo dopo averlo fatto almeno una decina di volte capì quanto quelle parole le si fossero conficcate dentro, tanto profondamente che nessun bisturi avrebbero potuto togliere. Quelle parole la condannavano, la umiliavano e la calunniavano.

Possibile?

Possibile che un bene tanto puro potesse essere stato così frainteso e calpestato?

Sentì il sangue prosciugarsi nelle vene, provò un capogiro, le lacrime non scorrevano, ebbe un crampo allo stomaco contratto.

Cercò di credere che egli avesse scritto quelle così poco delicate parole se non in momento di rabbia, e se così fosse stato, se si trattava solo di rabbia per quanto violenta, allora tutto era perdonato, tutto sarebbe tornato a posto.

Passarono le ore i giorni poi le settimane poi i mesi e niente tornava a posto…

Evelina iniziò a pensare che non si era trattato di rabbia momentanea, ma di un atto deliberato e consapevole…

Il mondo le si rovesciò nuovamente perdendo l’abituale colore, il verde del prato era di uno strano verde irreale e la luna aveva riflessi metallici e il sole non era più il sole, trascorse ore ed ore  davanti alla finestra per vedere se il mondo fino allora noto e rassicurante potesse quello di prima, il verde verde, la luna dolce, il  sole caldo …

Tutto le sembrava finto, specie quell’erba… appariva sintetica e no, non lo era.

La realtà era inaccettabile.

Perché era crudele, perché era ingiusta.

Perché quelle parole?

Non erano vere. Semplicemente non erano vere.

Esse rivelano finalmente i sentimenti di lui nei suoi confronti, Emanuele per quanto ci avesse provato,  non l’aveva mai veramente inclusa nella sua vita, aveva finto sino a quel momento in cui la rabbia lo aveva smascherato e gli aveva fatto scrivere quelle parole a lei.

Evelina invece lo aveva incluso completamente nella sua vita, desiderando per lui ogni più bella cosa e che tutti i suoi sogni si realizzassero, per lui era la prima preghiera del mattino e l’ultima prima di addormentarsi…

Mesi prima lui l’aveva avvisata di una conferenza a cui avrebbe preso parte e lei semplicemente se ne era ricordata e alla vigilia gli aveva inviato una gentile preghiera di bene.

Lui aveva risposto violentemente, disarmandola completamente. Le diceva di non scrivergli mai più in alcun modo. Secco, preciso, asciutto, sgarbato.

Emanuele ripeteva  che le persone non lo aspettavano, che lui aveva bisogno di più tempo per far entrare le persone nella sua vita, e che poi quando era pronto le persone si stancavano e se ne andavano e lui restava da solo. Diceva che tutti lo lasciavano da parte, che lo lasciavano solo.

Non era il caso di Evelina, no, lei era una madre, sarebbe rimasta, sempre.

Ogni tanto Emanuele le scriveva oggi io ho detto addio a questa persona, ho detto addio a quest’altra…era necessario dire addio alle persone e perché diceva loro addio, perché? Se tra Emanuele e quelle persone vi era amicizia, come lui sosteneva, perché diceva loro addio? Allora forse non era vero che le persone lo abbandonavo, forse era vero che lui abbandonava le persone, una volta che gli erano venute a noia…forse era così? O era uno scherzo, uno stupido gioco?

Evelina non aveva più l’età per scherzare. Aveva 50 anni, non aveva avuto figli e sapeva che il suo tempo per averne era terminato, in questo giovane amico Evelina aveva visto il figlio che aveva sempre desiderato, pertanto Evelina non aveva il tempo per prendersi gioco di alcuno. Non c’era il tempo.

Emanuele era come un bambino, dolce e tenero, prepotente e intelligente. Di lui lei amava tutto. Emanuele era come un germoglio che avrebbe dato un fiore speciale e lei lo avrebbe guardato fiorire e sarebbe stata felice di ogni suo successo, di ogni sua gioia, e sarebbe stata triste di ogni sua delusione e di ogni sua tristezza.

Era dolce aspettarlo. Era una dolce attesa che dava felicità e sorriso.

Ma Emanuele era un fiore triste. Evelina sentiva su di lei tutto ciò che lui viveva, lo sentiva per istinto, per una specie di simbiosi che lei non aveva scelto, ma era così, se sentiva vomito o nausea o improvviso bisogno di piangere era perché lui aveva vomito nausea o lacrime. Passava troppo, passava tutto dall’uno all’altra, inconsapevolmente.

Evelina era come un vaso per le radici di Emanuele.

Emanuele era il figlio che la Vita le aveva portato inaspettatamente ed era così come era, un bambino dentro a un uomo di 30 anni. Lei ne aveva 50 e poteva davvero essere anagraficamente sua madre. Dove lo aveva tenuto tutto quel tempo, per quei 30 anni? Evelina lo aveva tenuto sempre nei suoi pensieri e ora lo aveva trovato. Non aveva concepito un figlio di carne ed ossa ma aveva concepito un figlio di pensiero. Evelina non chiedeva altro che stargli accanto, e se non aveva potuto stargli accanto prima ora non lo avrebbe mai lasciato, lo avrebbe sempre sostenuto e pensato.

Perché l’amore è intangibile, è un pensiero che non si misura e che non si tocca ma è più reale di qualsiasi altra cosa.

Quelle sensazioni fisiche di vomito e lacrime si erano acutizzate, Evelina glielo nascondeva però, finché ella non fece un incubo in cui riceveva di una mail che le notificava l’avvenuto decesso di Emanuele. Evelina si svegliò in lacrime e subito volle sincerarsi con lui che si trattasse solo di un brutto sogno. Emanuele freddamente confermò che nel caso di sua morte sarebbe avvenuto proprio in questo modo, le sarebbe arrivata una comunicazione scritta, una notifica dall’avvocato insieme ad una sua lettera.

“A te chiederò di perdonarmi.”,egli aggiunse.

Evelina si sentì morire, disse che mai lo avrebbe perdonato perché non avrebbe mai perdonata a se stessa di averlo perso, Emanuele si risentì e disse “tanto sarò morto e quindi non potrò saperlo se mi avrai perdonato”, Evelina gli rispose “ti perdonerò comunque e contro me stessa.”

Le cose precipitarono.

Emanuele era sempre più triste. Evelina non riusciva più a trovare una breccia aperta nel suo cuore, non riusciva più a trasmettere amore ed energia, ogni sua parola di bene rimbalzava contro un muro invalicabile. La comunicazione era conclusa.

Emanuele stava chiudendo anche con lei, piano piano, cercando di sfiancarla e di scoraggiarla, Evelina però trovava sempre un sorriso per lui e glielo porgeva come dono gratuito come è l’amore.

Emanuele le aveva detto di tante persone a cui aveva detto addio eppure a lei continuava a scrivere. Ma Evelina aveva paura. Paura che lui non avrebbe più scritto. Evelina cercava di non spezzare il loro precario equilibrio, con lui dosava parole ed emozioni, usando dolcezza e comprensione. Finché accadde quel che accadde, quella lettera assurda, che la rendeva impotente d’amarlo.

Evelina resta sola senza un figlio e con la negazione di questo amore soffocato. Resta da accettare la realtà per come è, resta di accettare ciò che è un mai più.

Emanuele è una persona con autismo che cerca un senso alla propria vita, prosegue solo, come sempre è stato, il suo viaggio, non ha bisogno di un’amica o di una madre in più.

Evelina ed Emanuele sono due solitudini che si sono incrociate e restano incomprese e incomunicabili l’una all’altro.

21 gennaio 2017, alle 2:24, Evelina ha scritto:

Vorrei brevemente risponderti dicendo l’essenziale, solo per non lasciare cose in sospeso o non chiare. Emanuele, io ho perdonato queste tue parole non delicate.

 Ma Tu hai perdonato me? 

Se ho insistito è stato solo perché ero preoccupata per la tua salute, non desideravo e non desidero disturbarti. Io ho fatto chiarezza dentro di me. Forse ci sono state incomprensioni tra noi. Non lo so. Non giudico. Non ci sono secondi fini né nelle mie parole né nelle mie azioni, né desidero convincere o insistere o altro. La chiarezza è importante per se stessi.
Ti ho accolto e ti ho accettato senza volerti cambiare, ti ho dato totale fiducia, mai ti ho lasciato da parte, ti ho stimato, rispettato, ti ho voluto bene come un Amico e poi onorato come un Figlio.

(l’ho fatto nell’unico modo che sapevo fare, il mio, sbagliando forse ma cercando di essere me stessa)
Io ho rispetto di questa tua scelta. Ti feci una promessa che sarei andata via quando tu me lo avessi chiesto. E non importa che tu allora mi rispondesti che ciò mai sarebbe accaduto se fossi stata sempre delicata. Mantengo la promessa. Non ti scrivo più come tua volontà. 

Il tuo autismo non è una cosa cattiva. 

Ciao, ti auguro un Bene infinito e di intuire che l’Amore  è  un Oltre infinito, che va oltre se stesso, la ragione, la logica, il tempo…

Di nuovo sono in viaggio. Ciao, Evelina

 

Domenica 9 Ottobre 2016 12:08, Emanuele ha scritto:

Io non ti sto più rispondendo perché tu mi hai disturbato troppo e hai insistito troppo. Ora questo tuo continuare può configurarsi come reato di stalking previsto dal codice penale. Ti invito a non scrivermi più e a non fare mai più alcun riferimento a me in alcun luogo elettronico altrimenti sarò costretto ad informare le autorità postali. Depositerò anche questo mio messaggio al fine di costruire la memoria storica dei fatti. Io dichiaro secondo i diritti assicuratimi dalla Legge Italiana di non desiderare più tuoi messaggi, contatti, riferimenti in qualsivoglia luogo o attraverso qualsivoglia mezzo. Questa è una comunicazione formale.

Il 07/ott/2016 18:49, Evelina ha scritto:

Spero che domani al convegno sarà per te un giorno buono.
Non mi dimentico di te.
Sai che mi manchi,

Ciao,

Evelina

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...