Discussione tra un fiore e una stella a proposito di una lista

Il fiore, che era un poco vanitoso e un poco insicuro come la rosa del Piccolo Principe, disse:

“Non desidero che tu mi inserisca in una lista, se tu lo farai io me ne andrò.

Io non voglio essere in nessuna lista e in nessuna posizione, io vorrei solo essere amata per ciò che io sono e basta.”

La stella, (che era quella da cui proveniva il Piccolo Principe, o era solo un asteroide? ) rispose:

“TU non lo sei, e infatti io ti tengo vicina a me.
Se no, io ti avevo già lasciata, sai, io non avrei resistito MAI.
Io mi conosco.

A te non inserirò in una lista perché tu capisci i tempi.

 

Il fiore disse:
Io non te lo dirò Mai questo,(che tu non sai amare), anzi vorrei non scriverle neppure queste parole e non riesco a capire perché te le hanno dette. Nessuno può dire ad un’altra persona che non sa amare, come può essere misurato l’amore? Non c’è una bilancia che pesi l’amore. Ogni modo d’amare è unico e diverso

Lost Heaven e il Buon Giardiniere.

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Un giorno un giardiniere che non aveva lavoro incontrò una terra, e non avendo altro da fare chiese alla terra se poteva occuparsi di lei.

Le disse:

“ Terra sei bella, ora sei brulla ma farò di te se lo vorrai uno splendido giardino, mi prenderò cura di te e ti amerò…”

“ Sei buono giardiniere, nessuno si occupa di me, vedrai non sono una cattiva terra, se tu mi aspetterai saprò darti fiori e frutti, come mai li hai visti.”

“Ti darò l’acqua necessaria e l’amore di cui hai bisogno, e mi prenderò cura di te senza volerti possedere ma lasciandoti libera di divenire ciò che già sei nella tua essenza. Come ti chiami?”

“Il mio nome è Lost Heaven, rispose la terra, sono d’accordo con quello che hai detto, accetto la tua presenza. Io farò di te un buon giardiniere.”

Il giardiniere prese a voler bene alla terra, le parlava e la custodiva con caparbia dolcezza, ne divenne responsabile e allo stesso la lasciava libera di divenire ciò che doveva essere.

In autunno il giardiniere vangò e rovesciò le zolle per far loro prendere aria e prepararle alla semina, a fine inverno mise a dimora i semi secchi precedentemente raccolti dalle piante avvizzite che aveva trovato al suo arrivo, quindi aspettò la germinazione, poi la rapida tenace crescita e la bianca profumata fioritura che avvenne a inizio estate fino alla produzione di piccoli frutti di forma ellittica.

Per ricordare l’evento egli appose una targhetta sulla quale era incesa la dedica |A lost Heaven con affetto il suo buon Giardiniere|

Il giardiniere era soddisfatto del lavoro ed era felice di poter condividere questa gioia con la terra.

“Terra sei felice anche tu come o più di me?””

Ma la Terra non rispose, il giardiniere credette che essa fosse troppo emozionata per rispondergli e così fraintese il suo silenzio per un assenso.

Da quel momento la terra si fece sempre più taciturna, il giardiniere era sereno e aspettava la maturazione di quei curiosi frutti, trattò la pianta contro gli attacchi degli afidi e dei bruchi.

Infine a tardo autunno appena i frutti furono giunti a completa maturazione, la terra parlò con un sottile malcelato fremito, la sua voce era soave e delicata:

“Mio buon giardiniere, ora i miei frutti sono pronti, puoi assaggiarli se desideri, condividi con me questa gioia e sii felice per me.”

“Lo sono”, rispose onorato il giardiniere.

Il primo morso fu dolcissimo, pareva un miele, la polpa era lattea e vischiosa come quella del frutto del cacao, al suo interno vi erano semini scuri come quelli del kiwi, e la buccia tenera era bluastra, il secondo morso fu amaro, poi venne l’acido, il giardiniere comprese… eppure accettò la morte perché amava e rispettava la Terra.

“Ti ringrazio d’ogni cosa, per ciò che hai saputo darmi, tu mi hai donato l’amore per una terra…”

Non importa se si trattava di un abbraccio mortale, era comunque un abbraccio, il primo vero abbraccio in cui la Terra lo stringeva.

Non appena egli cadde al suolo, un cespuglio di rovi lo avvolse e iniziò lentamente a soffocarlo nella sua stretta, il giardinieri stava morendo felice, la terra lo abbracciava per la prima ed ultima volta.

“La tua speranza è stata dunque vana?Povero illuso mortale!” Indagò la terra con un sogghigno.

Egli capì che aveva coltivato ed amato un campo di piante carnivore. E tuttavia rispose:

“Terra, mio Lost Heaven, ti sono grato per quello che hai saputo donarmi, ora so cosa vuol dire amare una Terra.”

Ancora il giardiniere l’amava la onorava e la rispettava lasciandola libera di essere ciò che doveva essere e cioè se stessa, un campo di piante carnivore.

Risuonò una terribile risata mista a scherno e finta pietà come quando si schiaccia con la ciabatta un orribile scarafaggio.

“Come sei buono, gentile giardiniere!”

Queste furono le ultime parole della Terra che poi tacque per sempre, non venne un altro giardiniere e il terreno, non più curato, cadde in una profonda apatia. Non irrigato, in stato di totale abbandono, le piante carnivore avvizzirono e il terreno inaridì velocemente fino a divenire un deserto di polvere inerte.

Un giorno il Piccolo Principe si trovò ad attraversare questo spazio vuoto e desertico, l’eco vi risuonava vuoto e inutile, qualcosa luccicò tra le pietre appuntite, egli lo raccolse, era una targhetta metallica fragile come un foglio di alluminio, vi era incisa una dedica affettuosa.

“ecco, fu il pensiero del Piccolo Principe, le persone credono all’amore eterno ma poi d’eterno rimane solo la polvere…”

Egli ripensò all’amore per la sua rosa dalla quale egli era fuggito per non sentirsi soffocare e si domandò quale fosse il giusto modo d’amare. Egli era responsabile della sua rosa e se ne era andato…

Chiese dunque al serpente che tutto può di farlo ritornare alla sua rosa e accettò di morire per poter rinascere all’amore.

“E’ là. Lasciami fare un passo da solo”.
Si sedette perché aveva paura.
E disse ancora:
“Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo. Ha quattro spine da niente per proteggermi dal mondo…”.
Mi sedetti anch’io perché non potevo più stare in piedi.
Disse: “Ecco… è questo qui…”
Esitò ancora un poco, poi si rialzò. Fece un passo. Io non potevo muovermi.
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. 
Rimase immobile per un istante. 
Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. 
Non fece neppure rumore sulla sabbia.

Antoine de Saint Exupery

Avviso:

in questo racconto ho rielaborato una mia esperienza personale. Non esprimo alcun giudizio di tipo morale sul Giardiniere e sulla Terra, il tema di questo racconto non è il Bene e il Male (libero arbitrio umano), bensì il tema è l’amore e il rispetto della libertà dell’Altro da me.

La morte finale del Giardiniere, “cannibalizzato” dalla Terra che ama, è da intendersi in senso figurato e non ha valenza masochista. Il Giardiniere va oltre se stesso e nell’accettazione totale dell’altro per quello che è e nel rispetto assoluto dell’Altro realizza l’amore, acconsentendo a morire per rinascere garantendo alla Terra di essere se stessa, un campo di piante carnivore.

Non vi è alcuna condanna né nei confronti della Terra né in quelli del Buon Giardiniere.

Questo racconto rientra nella categoria delle mie conversazioni con il Piccolo Principe. Nella parte finale del racconto quoto il finale del cap XXVI, forse il capitolo più oscuro e controverso dell’immortale libricino di Saint Exupery. Credo che la morte stessa (suicidio o passaggio da uno stadio all’altro della Vita?)del Piccolo Principe tramite il Serpente sia da intendersi in senso figurato, una “morte” necessaria per rinascere all’amore e poter far ritorno alla sua stella e alla sua rosa.

Ovviamente ciò è soltanto una mia libera interpretazione sia della mia esperienza di vita e sia della mia lettura del Piccolo Principe e chiaramente resto aperta a qualsiasi altro, benvenuto e libero, punto di vista.

(foto Alexia 59200)

Il deserto in fiore

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La tua pianura era aperta e sconfinata quanto libera,  un cartello all’ingresso diceva “Siete i benvenuti”

Tu mi accogliesti con un timido sorriso, i tuoi modi erano schivi e riservati e allargando le braccia dicesti ecco la mia pianura, non ha confini, e presto i fiori del deserto fioriranno, bastano soltanto un poco di acqua e di cura, tu puoi aiutarmi?

Io risposi, certo, se tu vorrai io resterò e porterò ogni giorno un poco di acqua…

Qua e là c’erano rose strappate, spine, cocci di vasi rotti, resti secchi e bruciati che facevano pensare a un trascorso incendio.

Non  prestai molta attenzione a questi segni, avevo un nuovo amico e lo avrei aiutato e lo avrei  amato, senza mai lasciarlo solo in quell’immenso lavoro. Si trattava di far fiorire un deserto! Lo immaginate cosa poteva significare per me questo… io amo le cose sconfinate e amavo l’idea di aiutare il mio amico a far fiorire un deserto in fiore!

Ogni giorno non mancavo al nostro tacito appuntamento e portavo insieme all’acqua nel mio secchiello, amore e cura per irrigare il deserto del mio amico a cui avevo iniziato a voler bene.

Vi andavo ogni giorno piena di speranza e di trepidazione per l’imminente fioritura che si preannunciava con qualche minuscolo fiore mentre la terra si era coperta di muschi e licheni e ciò faceva ben sperare in un prossimo prato di verde velluto. Recavo con me piccoli doni come piccoli frutti, nocciole, kiwi, limoni, uvetta oppure biscotti, piccole cose insomma.

Ero felice…presto avrei visto un deserto in fiore e ogni sforzo sarebbe valso la pena. La fatica di portare un secchiello carico d’acqua era addolcita dal pensiero che un giorno sarei giunta in un piccolo paradiso venuto su dal niente.

Tutto andava per il meglio… o almeno a me così sembrava.

Da un giorno all’altro trovai l’ingesso sbarrato da rovi altissimi e ginestre spinose, li oltrepassai non senza graffiarmi, l’aria era satura di fumo, del verde del prato nessuna traccia e neppure di quei fiorellini… un recente incendio aveva devastato il nostro lavoro, scorsi una tanica di benzina e subito pensai che la mano di qualche persona invidiosa avesse provocato l’indegna distruzione, ma fui immediatamente smentita, dal fumo uscì il mio amico e capii che lui solo ne era responsabile, non appena mi vide mi gridò di andarmene.

Senza proferire parola, corsi via spaventata, l’indomani ritornai con il mio secchiello d’acqua e di speranza, all’ingresso dietro ai rovi era sorto un alto muro e una nuova insegna diceva:

“Alt, divieto d’accesso!”

Chiamai senza voce il mio amico.

Nessuno più rispose.

Mi cadde il secchiello dalle mani, perdendo acqua e speranza per il deserto in fiore.

Un giorno in questo deserto arrivò il Piccolo Principe, il pilota aveva perso ogni speranza di salvezza, senza acqua in un deserto non si sopravvive, ma il piccolo principe trovò quel secchiello abbandonato in fondo al pozzo e fece fiorire il deserto…

 

 

(foto di Patricio Hurtado)

Una storia di una Volpina Blu

Nella grande pianura veniva una volpina, piccola e magra, camminava rapida scartando di lato le pietre e i cespugli spinosi. Ogni tanto sollevava appena il musetto al cielo e parlava alla luna senza guardarla direttamente. Ma davvero era blu? Non esistono volpine di colore blu…

Volpina aveva le estremità delle zampe blu, come due calzini blu. Quasi tutti in lei notavano quel difetto, ma non credo si possa chiamare difetto quella che è in effetti una particolarità o un carattere distintivo, piuttosto si trattava di un segno unico che la differenziava da tutte le altre volpi. Aveva un sorriso simpatico e al collo portava una fettuccia di raso blu.

Volpina camminava nella pianura.

Era sola e la luna pure era sola. Due solitudini si guardavano, la luna, lassù, maestosa, splendeva sola nella sua grandezza, e la volpe tanto piccola magra e sola…

Volpina pensava tu sei tanto lontana da me ma mi sembri così vicina… sei irraggiungibile per una Volpina come me eppure mi accompagni sempre, grazie amica Luna.

Volpina Blu, in verità il suo nome completo era Volpina dai calzini blu, si era messa in cammino già dall’imbrunire del giorno precedente e pareva camminare come una volpe che sa il fatto suo, pareva avere in mente una meta ben precisa, ogni tanto si fermava per darsi una grattatina ala schiena ossuta e per riposare un poco i piedini doloranti, quanta strada avevano macinato quelle zampette…

Era una volpina in fuga…

Nessuno la voleva, nessuno l’amava…

Eppure aveva desiderato tanto avere amici nella gran tana delle volpi, ma le giovani volpi spesso l’ avevano derisa per quei suoi inusuali piedi blu perché spesso la diversità viene vista come una cosa spaventevole invece se la conosci può riservare delle sorprese in positivo. Non si capiva come mai Volpina fosse nata con le zampette blu, la madre aveva pianto a lungo e aveva provato ogni tipo di prodotto, solvente, e anche una benedizione nella chiesetta dove si era sposata, per farle diventare rosse. Niente, le zampette erano rimaste blu. Volpina blu non comprendeva la preoccupazione della madre che spesso gli diceva che doveva essere uguale alle altri volpi altrimenti essi non l’avrebbero inclusa nel gruppo. Ma a Volpina blu non dispiacevano le sue zampette ma presto dovette convenire che la madre aveva ragione. Quelle sue zampette iniziarono ben presto a darle dei problemi, iniziarono gli scherzi e le prese in giro dei compagni e Volpina incominciò a soffrirne.

Quanto avrebbe voluto avere quel bel pelo fulvo dei suoi compagni, tante volte le giovani volpi e le adulte l’ avevano additata come una diversa e lei del resto non aveva mai saputo come fare per accattivarsi le simpatie del gruppo; anzi quasi ogni giorno vi era motivo di litigio con le giovani volpi e spesso le anziane le ringhiavano contro un rimprovero per un nonnulla.

E così un giorno era fuggita via, con il desiderio di conoscere il mondo e incontrare altre volpi diverse da quelle che vivevano alla gran tana, magari incontrare una volpina che le assomigliasse, che avesse le zampette blu o orecchie blu o anche di un qualsiasi altro colore. Soprattutto voleva trovare un amico, qualcuno che l’ accettasse così come era, qualcuno con cui non dovesse fingere di essere diversa da come era. Tante volte Volpina si era rotolata nell’argilla e nella sabbia cercando di camuffare quel colore blu o si era macchiata con i fiori del sambuco ma inutilmente, aveva provato di tutto ma nulla era valso per farsi un amico. Come si fa a farsi un amico? Non lo sapeva ma era disposta ad imparare le segrete e invisibili regole dell’amicizia. Lontana dalla gran tana, Volpina era sicura che avrebbe conquistato il mondo.

Volpina Blu era uno spirito incredibilmente libero. Ed era dolce buona e sensibile, anche se spesso appariva scostante e un poco irascibile .

Ogni volta dopo l’ennesimo litigio con una compagna Volpina scappava via e andava a nascondersi laggiù nelle vecchie tane abbandonate, dove nessuno scendeva per il pericolo delle frane, e piano piano si calmava correndo per gioco dietro ad uno scoiattolino o con il naso per aria ad inseguire il volo di una farfalla , e quando ritornava a casa alla gran tana le volpi gli davano la schiena senza dar mostra di considerarla, così accadeva che Volpina Blu sparisse di nuovo e andasse a piangere senza farsi vedere nelle vecchie tane della saggia quercia.

Un giorno, dopo aver a lungo pensato, Volpina Blu prese la risoluzione di partire e si mise in cammino in una notte senza luna, non sarebbe più tornata, mai più, e quelle giovani volpi che non l’accettavano e la deridevano si sarebbero pentite amaramente di non averlo voluta oh sì! … sentiva per sé un grande destino, sentiva che avrebbe compiuto di certo qualcosa di importante per il mondo, anche se ancora non sapeva cosa e come, nel frattempo la decisione di mettersi in viaggio le parve la soluzione migliore, camminando si pensa meglio e chissà via facendo avrebbe trovato quello che cercava…

Volpina era partita alla ricerca del senso profondo della sua esistenza, ma soprattutto di qualcuno da amare e di qualcuno che l’amasse, di un Amico vero, di qualcuno che l’accettasse per come era, qualcuno con cui poter essere se stessa senza dover alterare il colore di quei calzini blu, di qualcuno che le desse la libertà di essere come era senza voler cambiare colore alle sue zampe.

Nel cuore e nella mente aveva tanti pensieri buoni e belli, e sentiva che poteva dare tanto amore al mondo se qualcuno l’avesse voluto, desiderava conoscere il mondo, finora aveva conosciuto solo la Gran Tana sotto agli antichi ulivi spezzati dal vento e dal mare, ma il mondo esterno come era? Da un lato l’attraeva, dall’altra la spaventava. A volte il mondo le appariva come un riccio di castagna con le spine e dentro la castagna era buona, e ogni volta si pungeva per aprire il riccio ma poi era soddisfatta dal quel sapore buono , ecco così era il mondo… il riccio di una castagna… con un interno da scoprire.

Il mondo era difficile da capire ma aveva letto la favola della volpe e l’uva e aveva capito che nella vita bisogna avere il coraggio di osare e di trovare la propria strada in mezzo a tante senza nascondersi dietro la scusa che l’uva non è matura, a lei poi l’uva non piaceva neppure e quindi non vi era problema. Tante volte si era chiesta come mai il mondo fosse in guerra, perché gli esseri del mondo perdevano così tanto tempo a fabbricare armi di offesa invece che costruire ponti o inventare strumenti di pace?

Volpina aveva cuore e zampette molto sensibili …quando come ora guardava la luna ritrovava serenità e il suo spirito combattivo e bastian contrario si quietava.

Nelle notti senza luna camminava spedita senza sentire la fatica ma in quelle di luna piena una specie di tenerezza sconosciuta la colmava come quando qualche volta aveva guardato i pulcini e ne aveva desiderato l’amicizia, l’amicizia gli pareva fatta di morbide piume e dolcezza. Ma non appena i pulcini la vedevano pigolavano chiamando la chioccia che la scacciava via, come ci restava male Volpina… e sapeva che la colpa era del comportamento crudele di alcune volpi che si cibavano dei pulcini… oh come poteva essere il mondo così crudele?

Volpina Blu camminava dall’imbrunire, era quasi le 3 di notte quando si concedette una breve sosta, raggomitolandosi nella sua coda e leccando i piedini sfiniti, guardò nella sabbia le sue impronte lasciavano questi segni curiosi e si chiedeva a cosa assomigliassero… impronta-di-volpinaimpronta-di-volpina

Cammino facendo Volpina scopriva il mondo, e annotava su un piccolo quaderno le cose che più la colpivano, osservava e apprezzare ogni cosa, anche l’esserino più piccolo, o la farfallina, o la zygaena rossa e blu, o le ragnatele brinate al mattino, le microscopiche tracce degli insettini sulla polvere del deserto, il profumo dello scirocco e quello umido di pioggia che portava il libeccio, lo sbocciare inaspettato di un fiore, l’odore della notte d’inverno con le stelle così vicine che pareva di toccarle.

Volpina si sorprendeva di quanta meraviglia e bellezza che il mondo conteneva, praticamente inesauribile, le albe per esempio erano sempre uno spettacolo che si rinnovava ogni giorno e lei ogni volta si commuoveva.

La notte tratteneva il fiato per ascoltare il linguaggio segreto degli alberi perché di notte gli alberi stanno svegli e riposano di giorno, ma solo per schiacciare un pisolino, le foglie nel vento delicate le parlavano e le ricordavano i suoi ulivi e i suoi carrubi alla Gran Tana e così sentiva meno la nostalgia di casa, non c’era molto tempo di provare nostalgia, quando si è in viaggio si deve andare…, non c’è tempo per i ricordi. Occorreva andare avanti lungo la strada, farsi viaggio…

Erano già 1887 giorni che camminava… aveva lasciato da molti mesi la sua terra tra le rocce e il mare, dove il clima era mite tutto l’anno, ed era arrivata al deserto.

Ecco un’altra pianura come già ne aveva attraversate, vuote e solitarie praterie, cespugli spinosi, fiori di cardo e cactus e poi ancora un’altra foresta con infinite e fitte spine che le ferivano i magri fianchi.

Incominciava a sentirsi stanca, molto stanca e qualche volta aveva pensato di pregare l’avvoltoio perché la facesse a pezzi. Ma poi ricominciava il suo cammino, sola e fiera, senza bisogno di nessuno perché mostrarsi fragile era segno di debolezza, e Volpina non poteva permetterselo, sapeva che il suo viaggio sarebbe stato lungo e non poteva abbattersi, doveva farcela anche se sentiva di essere solo una piccola magra volpe con i calzini blu.

Un giorno aveva trovato in terra un paio di occhiali e li aveva indossati, le pareva che le conferissero un aspetto più fiero e minaccioso, un paio d’occhiali possono bastare per tenere a distanza il mondo e per difendersene?

Potevano aiutarla a difendersi dai serpenti, le avevano raccontato che erano molto pericolosi, ma finora non li aveva visti, era curiosa di incontrarli perché si sentiva affine a loro e desiderava parlarvi. Ma aveva avuto l’impressione che essi la schivassero.

Un giorno ne catturò uno per chiarire una faccenda. Era un semplice serpentello giallo, trattenendolo tra i denti affilati un serpentello giallo gli disse:

ti risparmierò se risponderai alla mia domanda perché tutti scappano da me e non mi vogliono?”

Stai nel tuo mondo e rifiuti gli altri.”

Volpina si innervosì e rispose:

Io non ho bisogno di te e ora vattene all’inferno e riposa in pace, gentile serpentello.”

Il serpentello era morto. Volpina se ne andò ancora ringhiando, poi si scoppiò a piangere, inutili lacrime di pentimento…

Volpina forse non era cattiva o forse lo era , soltanto voleva sapere perché nessuno voleva stare insieme a lei, neppure il serpente l’ aveva voluta. Era vero che lei non aveva bisogno d nessuno ma ora si sentiva profondamente triste per la morte del serpentello. Oh se esisteva un Dio delle Volpi, quanto era davvero triste e affranta! Se c’era un dio delle volpi lei non lo sapeva, eppure a modo suo Volpina pregava qualche volta…

Di notte le stelle erano troppe e le accecavano gli occhi, anche per questo teneva gli occhiali, di giorno i suoi occhi si affaticavano molto per stare attenta alle pietre aguzze e alle spine che le ferivano le zampe sensibili, forse le sue zampe erano così delicate proprio per il fatto che erano blu.

L’universo la rapiva e lei si perdeva tra le stelle, conosceva a memoria la mappa del cielo e tutti i nomi delle costellazioni e pensava che l’universo lassù era abitato e che magari in quel momento forse c’era qualcuno che pensava anche a lei. Volpina lo sperava tanto!

Una notte d’un tratto, mentre camminava distratta, ebbe uno scontro con un istrice.

Ahi, disse Volpina, perché mi hai punto? Chi sei?”

veramente sei tu che non mi hai visto e mi sei venuta addosso…”

non penso proprio, ma chi sei?”

sono un istrice”

e perché mai hai tutte quelle spine e perché mi hai punto?”

Non l’ho fatto apposta, ci siamo scontrati per sbaglio ed io per autodifesa ho lanciato le spine, ma non è colpa mia, e non sono spine sai, la natura mi ha fornito di aculei…”

però mi hai fatto male… sai essere così pungente!”

scusami, non volevo, ma se tu ti avvicini piano a me senza spaventarmi vedrai che i miei aculei non pungono, sono solo un poco ruvidi…”

ah ho capito sei come il riccio di una castagna?”

Quasi… se mi abbracci non aver paura… farò in modo che i miei aculei non ti pungano”

no non voglio!” gridò Volpina saltellando dal dolore su tre zampine, un aculeo si era conficcato in una caviglia.

Allora se tu non ti fidi degli altri, tu non sai cosa vuol dire voler bene.”

Volpina a queste parole si sentì mortificata.

perché dici così?”

perché è vero… ma un giorno imparerai…strada facendo, ciao”

L’istrice scappò via sorridendo, stava scherzando ma Volpina non lo capì e mostrò furiosa i denti e lo rincorse ma il dolore alla caviglia si fece più intenso e così dovette fermarsi. Piano piano la sua rabbia cessò. Un leprotto gli passò di corsa accanto ignorandolo.

Tante volte aveva Volpina era stata tenera con i leprotti, li proteggeva ringhiando contro le altre volpi e poi li aiutare a scappare lungo al torrente nel sentiero nascosto tra i capperi e i carrubi che solo lei conosceva. Le altre volpi la deridevano di questa sua tenerezza per i leprotti e le dicevano che era una debole.

Al chiarore della luna Volpina si specchiò nelle pozzanghere, si vede bruttina, il pelo spettinato opaco e il blu non era più tanto brillante, era quasi nero ora, come avrebbe voluto farsi un bel bagno nel mare di casa, amava giocare con l’acqua e spesso perdeva il senso del tempo tentando di acchiappare quei piccoli arcobaleni alle cascate nelle grotte oppure tentando inutilmente di pescare qualche pesciolino.

Volpina stava in pace quando lasciava fuori il giudizio delle Volpi o dell’istrice che aveva appena incontrato, come potevano giudicarla senza conoscerla per davvero, perché l’istrice l’ aveva punta?

sì è vero che lei sbadatamente lo aveva urtato, però, pensò Volpina, quando se ne stava da sola, tutto andava bene ed era tranquilla ma quanta fatica con gli altri per capirsi e alla fine non ci si capiva mai e ciascuno si offendeva e nessuno voleva fare pace, ma che le importava degli altri? Volpina stava benissimo da sola, aveva ragione il serpentello, però allo stesso tempo desiderava davvero un vero amico.

Il cuore di Volpina era come un campo su cui è appena nevicato, puro, senza macchie, senza impronta alcuna ,vi regnavano amore e meraviglia per il creato, a parte alcuni momenti di rabbia di cui poi si pentiva senza però potervi porre rimedio.

Un giorno nel suo girovagare incontrò un topolino, che gli disse :

ehi ma tu sai dove si va per di là, possiamo fare un poco di strada insieme?”

Ma tu dove stai andando?”

Io ero insieme ad una carovana di beduini, stavano andando ad un mercato ma credo di essermi perduto… e tu dove vai?”

Vado a cercare un amico, disse Volpina blu, dove lo posso trovare?”

Io non lo so, dovevo incontrare alcuni amici al mercato ma a quest’ora mi sa che se ne sono andati, senti potremmo camminare insieme, almeno per un pezzetto di strada. Se vuoi.”

Tu dici? Accompagneresti una volpina come me dalle zampette blu?”

Hai le zampette blu, che simpatica che sei, ma sai che io avevo un amico ghiro con le orecchie blu, davvero erano blu, mai visto orecchie tanto belle! Ma anche le tue zampe sono una meraviglia!”

???Tu dici!!! Mi imbarazzi così…”

facciamo un patto, mentre cammineremo insieme promettiamo che saremo sempre sinceri l’un con l’altro e che ci diremo sempre la verità.”

sì accetto, sei gentile Topolino.”

senti io resterò con te il tempo che ritieni necessario per te e poi quando tu mi dirai di andare via io me ne andrò.”

No, mai succederà ciò, Topolino, se tu sarai sempre così gentile con me.”

All’inizio camminarono soltanto scambiandosi qualche impressione generale sul tempo, il topolino ogni tanto gli faceva un sorrisino ma Volpina non aveva alcuna voglia di sorridere, e anzi non capiva perché questo topolino sorridesse sempre, ma piano piano Volpina prese fiducia nel piccolo compagno di viaggio e iniziò a raccontare qualcosa di sé e a porre qualche domanda al topolino che sembrava saperne di viaggi, ne aveva compiuti molti al seguito delle carovane dei beduini.

Come si fa a diventare amici?

Cosa si prova quando qualcuno ti abbraccia?

Cosa si prova a condividere qualcosa con qualcuno?

Come succede che ci si prende per la zampa?

Il topolino si mise d’impegno a rispondere a tutte queste domande di Volpina ma mentre spiegava si rendeva conto che sono cose che le parole non riescono a spiegare e che sono cose che si sentono con il cuore e che quando si sentono con il cuore avvengono e basta. Come il naturale prendersi per zampa, come spiegare l’alchemica magia per cui avviene?

Quando Volpina si raggomitolava per un riposo il topolino si accucciava timidamente accanto alle sue zampine e così dormivano insieme.

Ma una notte Volpina fece un sogno cattivo e al risveglio prese a imprecare contro il topolino che non aveva alcuna colpa, e lo cacciò via violentemente.

vattene via, non voglio più vederti, via vai via topolino, non tornare mai più…”

Topolino ci rimase male, si era molto affezionato a Volpina e le voleva anche del bene, un bene grande, ma impietrì, sentendo quelle cattive parole che non aveva meritato, e provò a calmare Volpina fuori di sé per il cattivo sogno. No no gridava Volpina, Topolino disse non può essere, non puoi fare così con me, io sono il tuo migliore amico, io ti ascolto sempre, Volpina non ci vide più dalla rabbia e prese una pietra e uccise il topolino o almeno così credette di aver fatto.

Poi Volpina corse via lontano lontano. Senza sapere cosa aveva fatto, senza capire cosa aveva fatto, tornò indietro sul luogo del delitto, ma Topolino non c’era più.

Volpina era nuovamente disperatamente volutamente sola sola come la iena che ride e che nessuno vuole.

Ecco che avevano ragione le altri volpi a non volerla. Perché lei era cattiva.

Pianse tanto a lungo fino a dimenticarsi di sé… e d’un tratto si trovò in una grande pianura, e al centro vi era una pianta verde simile ad una salvia con dei fiori gialli, una pianta niente di che, ma era una vera pianta in quella pianura deserta.

La piccola volpe trotterellava , era molto piccolina e magra, però era carina con quelle zampette blu, non ce ne erano altre come lei.

Nella pianura c’erano solo cactus o cespugli secchi spinosi , una pietraia, qualche fiorellino insignificante dai toni accesi, e formiche, scorpioni, insetti stecchi, lucertole, Volpina blu trotterellava e si fermava ad ogni passo a guardare queste piccole cose, d’un tratto si trovò vicino alla pianta, la sogguardò, sembrava una pianta quieta senza pretese, non aveva spine come le altre ed era verde, Volpina blu si avvicinò e a quel punto una foglia di salvia le fece il solletico, Volpina sempre all’erta balzò all’indietro e andò a nascondersi dietro ad un sasso per osservare meglio la pianta, vide nuovamente che era una semplice pianta verde, si riavvicinò e poi siccome era molto stanca si addormentò sotto alla piantina.

Nella grande pianura anche un modesto riparo può servire ad una piccola volpe blu che subito crollò addormentata.

Al mattino Volpina si svegliò, qualcosa lo pizzicava sul capo, era un’altra foglia di salvia, e si accorse che un fiore giallo si era leggermente piegato verso di lei e ondeggiava nel vento fresco e tiepido e il vento fece muovere le foglie e uscì un suono che diceva ti voglio bene.

Era la voce del Topolino che risuonava dolce nel vento, Volpina ne assaporò tutta la dolcezza come un profumo o un sapore buono e poi sorrise, seppe che Topolino l’ aveva perdonato. Anche lui voleva del Bene al topolino e voleva sperare, voleva credere che lui lo avesse perdonato, oh Gran Volpe!

L’amicizia non è un gioco, non è una cosa che si usa e quando non serve si butta via, l’amicizia è un viaggio che ti cambia e implica fiducia e responsabilità verso l’altro.

Volpina sperò che Topolino tornasse ma Topolino non tornò quel giorno.

Volpina blu si rimise in cammino…

Forse un giorno il suo viaggio l’avrebbe fatta diventare la Volpe del Piccolo Principe….Chissà….

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 Epilogo:

Incontrai Volpina Blu tanto tempo fa, diventammo amici, facemmo un pezzo di strada insieme, poi Volpina dovette partire e continuare da sola, cioè senza di me, il suo entusiasmante viaggio.

Dal momento in cui è partita io sono diventata Volpina Blu per onorare il ricordo di questa amicizia e poi mi sono accorta che Volpina blu ero io, che essa era il mio sogno puro di amore e di bontà.

Per me il blu è il colore della tenerezza e degli addii, dell’amore incondizionato e dell’infinito, blu è il mantello della luna, trapuntato di stelle, blu è un tuffo d’infinito, blu è l’amore che si veste di tenera speranza.

Questa non è che una storia di Volpina, questa è la storia raccontata da me.

Una lettera.

29 maggio 2015

Sono le quattro di notte e sto piangendo, ti ho appena incontrato e so che domani dovrò salutarti. E tornare a casa, alla mia vita. E vorrei che tu venissi con me, vorrei tenerti con me per sempre. Io lo so che tu sei libero, magnificamente libero, ed è questo che più amo di te.

La tua libertà, la forza della tua solitudine, il tuo grande amore per l’universo.

Sai mi sono innamorata di te quando parlavi del tuo desiderio di diventare padre e tu lo sai che io non sono madre. Eppure mi hai commosso, mi hai colpito profondamente.

Dicesti “io penserei a mio figlio in ogni momento, mentre al lavoro mangio un panino, mentre guido verso casa e saprei che sto per tornare ad abbracciare lui, sempre vi penserei. Farei in modo di regolare il battito del mio cuore al suo.”

Quanta tenerezza nelle tue parole, una tenerezza così  struggente che  io iniziai allora a provarla per te, iniziai a volerti bene proprio come tu amavi questo figlio che non avevi e che io spero che un giorno avrai.

Ti amo così come un figlio anche se non ti ho partorito io, anche se non sono madre, e ieri io ho visto un fiore speciale fiorire e avrei voluto mandarti milioni di rose  per dirti che non c’è rosa più bella di te.

E come tutte le notti sono sveglia a quest’ora che precede l’alba e ti sto scrivendo o sto scrivendo a me stessa, so che tu sei sveglio, so che mi leggerai ma non potrai rispondermi, io stringo tra le mani la pietrina che mi hai dato poche ore fa quando ci siamo incontrati.

Io ti ringrazio tanto per averti potuto incontrare ed io vorrei potermi ricordare per sempre il tuo discorso alla conferenza, il nostro breve dialogo, il suono della tua voce, il colore dei tuoi capelli, li tuo sorriso, le tue mani e tutto… e tutto ciò che io non potrò mai spiegare o tradurre in parole, tutte le mie emozioni sia al tuo discorso sia all’incontro con te tanto che dirti ti voglio bene non avrebbe alcuno significato.

Lascio che sia la luce blu dell’alba ad abbracciarti al posto mio.

Lascio andare nelle lacrime tutto ciò che provo e che non riesco a tradurre in parole.

E sono felice e sono triste.

Sono felice per il fiore che ho ammirato e sono triste perché dobbiamo dirci addio e io non riesco.

E non riesco a capire perché non possa esserci un’altra soluzione, perché per forza devo dirti addio se quest’amore è così grande…

Abbi una buona notte e cerca di riposare e avere sogni sereni

Phlomis

Il colore del grano

 

Lo scorso 18 settembre ho partecipato d un open day di un corso di counseling , ero molto curiosa di capire di cosa si trattasse e soprattutto se poteva essere la mia strada. Come me c’erano altre quindici persone.

Dopo la prima parte dedicata alla presentazione dei presenti e della scuola, abbiamo preso parte ad un laboratorio emozionale.

La counselor ci ha fatto sedere in cerchio, a piedi nudi, davanti a noi c’erano dei fogli colorati e alcune riviste di attualità, e forbici e stick di colla. La counselor ci ha lasciato in silenzio per 5 minuti in modo che potessimo rilassarci, quindi ci ha gentilmente invitato a guardarci dentro, cercando di comprendere chi eravamo in quel momento e cosa desideravamo migliorare in noi, o quale nuova direzione dare alla nostra vita.

Quindi ci ha dato via libera, con forbici alla mano dovevano ritagliare dalle riviste frasi o foto che ci colpivano e che in qualche modo sentivamo che potessero descriverci.

Il mio foglio rosso si è riempito come potete vedere dalla foto.

E man a mano che sfogliavo le riviste e ritagliavo e incollavo,  pensavo che mi stavano venendo incontro frasi e foto che davvero avevo dentro di me più o meno inconsciamente.

Devo dire che alla fine ero sfinita e che conservo di questo giorno e di questa mia composizione un senso di profonda tristezza.

Un caro amico che per me era come un figlio mi aveva appena allontanato dalla sua vita, senza che per me ci fosse un motivo… e d’un tratto sul foglio mi accorsi che avevo composto tutte le mie tristi emozioni.

Ma il laboratorio non era concluso, a questo punto, con le nostre composizione bene in vista dovevamo sfilare accanto agli altri partecipanti e farci scegliere e scegliere un interlocutore per raccontargli del nostro foglio e allo stesso tempo ascoltare la storia dell’altro.

Io ero molto imbarazzata perché non volevo forzare nessuno a scegliermi, accanto a me vedevo le persone che molto semplicemente si sceglievano… alla fine eravamo rimaste in due, io e un altra ragazza di colore. Questa ragazza mi disse di no che nel mio foglio non c’era nulla che l’attirava, io non insistetti e informai la counselor che rispettavo la scelta dell’altra persona di non volermi conoscere. Era giusto anche così, nessuno è obbligato ad accoglierci per forza.

Ma poi la ragazza accettò l’incontro e in verità tra noi trovammo molte affinità e comprendemmo le tristezza reciproche. Lei era di origini tunisine e francesi, aveva molto nostalgia della Francia, la terra della sua infanzia, inoltre si occupava di integrazione e mediazione culturale delle donne tunisine in Italia, inoltre aveva una grande passione per la cucina, per le spezie e per l’accostamento di sapori e di colori diversi nella cucina, il suo sogno più grande era quello di aprire un ristorante.

Io apprezzo molto le persone che cucinano e amo conoscere sapori colori diversi dai miei, perché ogni colore ogni sapore ogni spezia ogni fiore sono un valore aggiunto, un dono al mondo.

E così l’incontro andò bene.

In seguito ritornati seduti in cerchio, la counselor ci invitò a raccontare ad alta voce ciò che dell’altro ci aveva colpito e cosa ci aveva lasciato, e allo stesso di raccontare quello che di noi avevamo messo in quel foglio, in quell’insolito insieme di immagini e di pensieri.

Nel mio foglio c’era davvero tanta tristezza.

Avevo ritagliato una vignetta sul piccolo principe e la volpe, tanto per dire, non a caso, da un poco di tempo dovunque mi trovo io non faccio che incontrare volpi e ciò non è consueto, ciò significa che ho dentro una volpe, voglio dire nella mia mente e nel mio cuore.

La volpe era il mio amico che mi aveva allontanato, una volpe autistica.

Di colpo io e lui eravamo tornati estranei, lontani, sconosciuti.

Eppure la mia idea di amicizia restava intatta e pura, al centro della mia vita, come un diverso viaggio da fare per arrivare ad incontrare davvero l’Altro.

Un amico mi aveva allontanato ma alla fine l’amicizia e la gratitudine per avere avuto questa amicizia restava nel mio cuore.

Un amico non si può perdere, resta con noi anche se va via o ci manda via, perché qualcosa è cambiato nella nostra vita e quel qualcosa sarà diverso e speciale per sempre. Come il colore del grano, per esempio.

Così il piccolo principe addomesticò la volpe.

E quando l’ora della partenza fu vicina:
“Ah!” disse la volpe, “… piangerò”.
“La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”
“E’ vero”, disse la volpe.
“Ma piangerai!” disse il piccolo principe.
“E’ certo”, disse la volpe.
“Ma allora che ci guadagni?”

“Ci guadagno”, disse la volpe, “il colore del grano”.

A. de Saint Exupery

E’ triste dimenticare un amico

…Sono già sei anni che il mio amico se ne è andato con la sua pecora e io cerco di descriverlo per non dimenticarlo.
E’ triste dimenticare un amico.
E posso anch’io diventare come i grandi che non s’interessano più che di cifre.
Ed è anche per questo che ho comperato una scatola coi colori e con le matite.
Non è facile rimettersi al disegno alla mia età quando non si sono fatti altri tentativi che quello di un serpente boa dal di fuori e quello di un serpente boa dal di dentro, e all’età di sei anni.
Mi studierò di fare ritratti somigliantissimi.
Ma non sono affatto sicuro di riuscirci.
Un disegno va bene, ma l’altro non assomiglia per niente.
Mi sbaglio anche sulla statura.
Qui il piccolo principe è troppo grande.
Là è troppo piccolo. Esito persino sul colore del suo vestito.
E allora tento e tentenno, bene o male.
E finirò per sbagliarmi su certi particolari più importanti.
Ma questo bisogna perdonarmelo.
Il mio amico non mi dava mai delle spiegazioni. Forse credeva che fossi come lui.
Io, sfortunatamente, non sapevo vedere le pecore attraverso le casse.
Può darsi che io sia un po’ come i grandi…

Da il Piccolo Principe di A. de Saint Exupery

 

Il mio piccolo principe assomigliava molto ad una volpe, non poteva essere addomesticato perché era un essere selvatico molto libero ed io ho cercato solo di volergli bene come potevo, per come sono io, io non posso amare in modo diverso da come sono io, impulsiva, a volte impaurita che non l’avrei più visto, sempre felice di ascoltarlo, ho commesso tanti errori ma si può dire che si sbaglia in buonafede quando si vuole bene, si può dire che l’affetto rende le persone perfette ? no, l’affetto per qualcuno non ci impedisce di commettere errori, si fanno errori proprio perché si vuole del bene o forse non lo so…Io amo così come sono e come so fare, non so fare altrimenti,  comunque non rimpiango di avere fatto errori, di non aver saputo disegnare una bella museruola con la correggia per la pecora, non rimpiango di non aver saputo vedere le pecore attraverso le casse, o i numeri danzanti tra i colori o tante altre invisibili minuscole cose che il Piccolo Principe amava e neppure rimpiango di avere avuto paura, una terrificante paura davvero, del Serpente quando invece lui mi aveva assicurato che avremmo saputo accogliere bene anche il serpente, e non rimpiango di non aver saputo come fare a consolarlo per le sue lacrime, o a spiegargli cosa è un abbraccio, io sinceramente gli ho soltanto voluto bene, goffamente a volte, imperfettamente a volte, maldestramente a volte, ma completamente gli ho voluto bene. Eh già quanto ho trepidato per lui, sperato per lui per la sua rosa, quanto mi sono commossa per le sue lacrime, quanto ho benedetto l’acqua in quel pozzo nel deserto e quanto sono grata che nel mezzo del deserto, quando qualcosa in me si era rotto ecco che se ne esce uno che mi chiede di disegnare una pecora così dal nulla, mentre io avevo ben problemi più grandi, o almeno così mi pareva, e questo invece cerca una scatola per la sua pecora o cose così o parla con i serpenti o se ne va in giro per i pianeti? E io qui nel deserto con un aeroplano guasto e poca acqua io pensavo solo ai miei problemi e invece il Piccolo principe ha spostato ogni mio orizzonte e mi ha aperto alla comprensione dell’Oltre e d’un tratto io ero più il pilota con il suo aereo da aggiustare ma dovevo pensare ai problemi di un bambino innamorato di una rosa con un problema di una pecora e quella storia con la volpe… Diventare amici di una volpe… ecco che piano piano nella mia memoria lo immagino con le forme di una volpe visto che è difficile disegnare per me un bambino, io davvero non ho saputo mai disegnare e non saprei neppure da dove si comincia,  e allora molto più facile una volpina, ma non una qualunque, perché il piccolo principe è un amico indimenticabile, ecco una volpina blu. Io me lo figuro così…

E allora provo e riprovo a ridisegnarlo nella mia mente, coi colori dei ricordi e ne esce sempre e poi sempre una volpina blu ….

Davvero è molto triste dimenticare un amico perché anche dei ricordi occorre avere cura e non lasciarli andare via, per questa ragione Volpina blu resta nel mio cuore, tra una rosa e una pecora…

Un piccolo fiore da niente incontra il Piccolo Principe

Il piccolo principe traversò il deserto e non incontrò che un fiore. 
Un fiore a tre petali, un piccolo fiore da niente… 
“Buon giorno”, disse il piccolo principe. 
“Buon giorno”, disse il fiore. 
“Dove sono gli uomini?” domandò gentilmente il piccolo principe. 
Un giorno il fiore aveva visto passare una carovana: 
“Gli uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qual e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto”. 
“Addio”, disse il piccolo principe. 
“Addio”, disse il fiore. 

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Il piccolo fiore da niente sorrise al Piccolo Principe con il suo sorriso più bello per quanto potesse fare coi suoi tre semplici petali… ma era tutto ciò che aveva e che poteva offrire. Trovava molto grazioso quel bambino e avrebbe voluto essere suo amico, lo trovava anche un poco buffo con quella sciarpa al collo e quei capelli mossi che cercava di tenere sempre a posto con il gel. Ed era anche così gentile, la sua voce lieve e delicata, non ne aveva mai sentito di così belle… e peccato che invece la sua voce era così poco aggraziata e quei tre petali, insomma, era proprio un fiore da niente… I tre petali del fiore da niente erano arrossiti mentre il Piccolo Principe gli aveva rivolto la parola.

“Ma dove si possono trovare questi uomini, oggi? Dove si trova un posto in cui si possa comunicare?”

“Mah.. gli uomini vanno sempre di fretta, e nel deserto non viene più nessuno, se non di passaggio, a nessuno piace il deserto perché mette a nudo l’anima e ti mette in comunicazione con te stesso e oggi nessuno vuole più ascoltarsi e ascoltare gli altri… non c’è tempo… ma forse tu puoi provare su FB o su TW, magari trovi qualcuno con cui parlare, magari tra 5000 persone puoi trovare un amico vero…”

“Farò così, grazie piccolo fiore, sei stato molto gentile, addio.”

Il Piccolo Principe si allontanò con rapido passo, l’espressione assorta e preoccupata, era deciso a seguire quel valido consiglio, aveva desiderio di conoscenza. Non si accorse neppure di aver calpestato nella fretta aveva il fiore dai tre petali, e non udì neppure le  ultime parole del fiore nell’eco vuoto del deserto. Aveva fretta di incontrare gli uomini e qui nel deserto non vi era che un fiore…

“Ciao Piccolo Principe, sono grato per la tua visita, qui non passa mai nessuno… ciao…sii felice!”

Per qualche giorno, e i giorni nel deserto sono infiniti, il fiore da niente pianse per una segreta nostalgia, e si chiese più volte come mai il Piccolo Principe, tanto gentile e delicato, non avesse voluto essere suo amico, forse perché era un fiore da niente?, alla fine poi i suoi petali sfiorirono dolcemente ed egli si affidò sereno alla buona sabbia del Deserto, il ciclo della sua vita era concluso, seppe così che il suo senso era stato quello di tornare alla sabbia che lo aveva fatto nascere, nutrito e amato, il suo senso era stato quello di appartenere al Grande Deserto.

Il rossore dei suoi tre petali lasciò un sottile segno rosso sull’oro della sabbia, un serpente si trovò per caso a passare di lì e inavvertitamente lo cancellò.

( liberamente ispirato al Piccolo Principe di A. de Saint Exupery)

(foto di pezibear da pixabay)

Conversando con te sul tuo Pianeta

Mi domando se le stelle sono illuminate perché ognuno possa un giorno trovare la sua. (Il piccolo principe)

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E una volta, poco tempo fa, la notte quando, chiudendo gli scuri delle mie finestre, davo la buona notte alle stelle pensando a te, lontano, nel tuo mondo, nel tuo pianeta, io ero felice di pensare che eri in pace lassù e che eri sereno e che sorridevi guardando in un telescopio le stelle come i granelli di polvere innamorata o le lacrime o le altre invisibili cose. E sapevo che eravamo lontani e che lo stesso cielo di stelle ci univa e che eravamo vivi in questo unico imperdibile mondo. E questo ingenuo pensiero mi bastava per essere felice.

E tu scherzavi, dicendo che non c’era un citofono sul tuo pianeta…

e allora come bisognava fare per conversare con te?

e tu rispondevi:

basta dire il mio nome, farmi ricordare che ho un nome, dirmi che qualcuno sulla terra mi vuole, farmi sentire che qualcuno mi chiama piano e con delicatezza gentile,

e poi c’è pace sul mio pianeta, e’ pulito ed in ordine e sono sicuro che tu non lo rovineresti il mio pianeta …

e io rispondevo che mai l’avrei rovinato perché lo amavo cosi’ come era  e sempre ne avrei avuto cura…

e ora non so perché le cose si sono rovinate, se tu non rispondi più quando dolcemente chiamo il tuo nome… ma nessuno risponde se non l’eco triste della mia voce…

(liberamente ispirato al Piccolo Principe di A. de Saint Exupery)

(foto di Unsplash da pixabay)

Quello che io ho imparato dalla Volpe del piccolo Principe.

 

“ Bisogna essere molto pazienti”, rispose la Volpe, “In principio ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…” A. de Saint Exupery

Ecco quello che io ho imparato dalla Volpe del Piccolo Principe.

Non basta dire voglio un amico per averlo, sembra semplice e forse dovrebbe esserlo ma è una cosa difficile.

Cosa dice la Volpe al Piccolo Principe?

Dice questo (secondo me) : fai piano, un poco alla volta, con pazienza e cura, altrimenti io avrò paura di te, non fare tutto subito, altrimenti io mi spavento.

Rispetta i miei tempi e anche la mia paura e la mia fragilità

Lasciami , senza forzarmi, tutto il tempo di cui ho bisogno, aspettami anche quando sembro fuggire via ma poi mi fermo dietro ad un cespuglio a guardarti con la coda dell’occhio, e non andare via… dammi fiducia e io ne darò a te…

Lasciami il tempo di annusarti e sentirti familiare  perché io possa accoglierti al meglio.

Io ti accolgo, ma sono una Volpe, sono così come sono, accettami come sono, rispettami e amami.

Dammi tenerezza e gentilezza, non forzarmi, aspettami…

e così lo stesso io farò con te…

Semplice?

No, è difficile ma si può fare… “bisogna essere molto pazienti”

Perché  tu sei una Volpe ma lo sono anche io

Siamo diversi e uguali.

Siamo uguali e diversi.

Ma uguali.

e a voi cosa avete  “sentito” dalle parole della Volpe ?

La tenerezza delle lampade accese

lampadeIn fondo il Piccolo Principe si era sempre preso cura di sé e del suo pianeta senza problema alcuno e ora addormentato tra le braccia del pilota non si accorgeva che qualcuno si stava prendendo cura di lui come un fragile tesoro, una vita è sempre un fragile commovente tesoro, un miracolo di cellule e di anima. Come era tenero e un dolce fardello da portare alla luce della luna, come era naturale amarlo e volerlo proteggere, volere prendersene cura così , senza che lui quasi se ne accorgesse, di notte, alla luce della luna, mentre inconsapevole dormiva, come era dolce amarlo e pensarlo…

Un colpo di vento potrebbe spegnere le lampade … e con esse le speranze e la luce nei suoi limpidi occhi.

Occorre prendersi cura delle lampade affinché non si spengano, con tenera delicatezza e leggerezza, senza farsi scoprire, almeno fin al momento in cui il Piccolo Principe si sveglierà…Phlomis

“Sì, dissi al Piccolo Principe, che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile”

“Sono contento, disse il Piccolo Principe, che tu sia d’accordo con la mia volpe”

Incominciava ad addormentarsi, io lo presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla terra. Guardavo alla luce della Luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo:

“ Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile…”

e siccome le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi dissi ancora:

“ ecco ciò che mi commuove di più in questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una lampada anche quando dorme…”

e lo pensavo ancora più fragile. Bisogna ben proteggere le lampade: un colpo di vento le può spegnere…

Antoine de Saint-Exupery

Bisogna cercare con il cuore.

Vorrei riuscire a vedere tutti i giorni con gli occhi limpidi del cuore e ritrovare un pozzo con una carrucola e un secchio e una corda nel deserto più arido e solitario.
E vorrei che anche tu lo facessi insieme a me.
Stasera sono grata a questa semplice e vera acqua di pozzo.

Phlomis

Il pozzo che noi avevamo raggiunto non assomigliava ai pozzi sahariani.

I pozzi sahariani sono dei semplici buchi scavati nella sabbia. Questo assomigliava ad un pozzo di villaggio. Ma non c’era alcun villaggio intorno, e mi sembrava di sognare.

E’ strano, dissi al Piccolo Principe, è tutto pronto: la carrucola il secchio e la corda…”

Rise, toccò la corda, mise in moto la carrucola. E la carrucola gemette come geme una vecchia banderuola dopo che il vento ha dormito a lungo.

“Senti , disse il Piccolo Principe, noi svegliamo questo pozzo e lui canta…”

Non volevo che facesse uno sforzo.

Lasciami fare, gli dissi, è troppo pesante per te.”

Lentamente issai il secchio fino all’orlo del pozzo. Lo misi bene in equilibrio. Nelle mie orecchie perdurava il canto della carrucola e nell’acqua che tremava ancora, vedevo tremare il sole.

Ho sete di quest’acqua, disse il Piccolo Principe, dammi da bere…”

E capii quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa. Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un dono…

Da te gli uomini coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…”

Non lo trovano”, risposi.

E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…”

“Certo”, risposi

E il Piccolo Principe soggiunse:

Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare con il cuore.”

Avevo bevuto. Respiravo bene. La sabbia, al levar del sole, era color del miele.

Antoine De Saint-Exupery, Il Piccolo Principe

La questione della museruola.

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Antoine de Saint Exupery nel finale del Piccolo Principe racconta questo:

“Ma ecco che accade una cosa straordinaria.
Alla museruola disegnata per il piccolo principe, ho dimenticato di aggiungere la correggia di cuoio!
Non avra’ mai potuto mettere la museruola alla pecora. Allora mi domando:
“Che cosa sara’ successo sul suo pianeta? Forse la pecora ha mangiato il fiore…”
Tal altra mi dico: “Certamente no! Il piccolo principe mette il suo fiore tutte le notti sotto la sua campana di vetro, e sorveglia bene la sua pecora…”

Allora sono felice.
E tutte le stelle ridono dolcemente.
Tal altra ancora mi dico: “Una volta o l’altra si distrae e questo basta!
Ha dimenticato una sera la campana di vetro, oppure la pecora e’ uscita senza far rumore durante la notte…”

Allora i sonagli si cambiano tutti in lacrime!
E’ tutto un grande mistero!”

Vi siete mai chiesti ma alla fine come è andata a finire questa questione in sospeso della museruola tra la pecora e la rosa del piccolo principe, cosa sarà mai accaduto?

In attesa di leggere le vostre risposte, vi racconto questa breve storia.

A fine marzo ero nel mio giardino e stavo potando quei rami degli ulivi che erano stati danneggiati dall’ultima nevicata quando sentii una voce molto lieve e delicata.

“Noo, non si fa, nel mio pianeta taglio mai gli alberi e più che mai la mia rosa, e i miei mai sono molto categorici, perché stai lo facendo ?

Mi accorsi subito che avevo di fronte il piccolo principe, sì proprio lui, ma non avevo tempo per mostrarmi sorpresa o per fare stupide domande e così risposi prontamente :

“La neve ha danneggiato gli ulivi e io devo potarli per restituire loro armonia e forma.”

“Ah, che cosa strana tu vuoi dare armonia alla pianta…” , sorrise dolcemente il Piccolo Principe,” io taglio mai i capelli se non una volta all’anno, li taglio a Novembre, faccio loro seguire le stagioni e poi non mi piace andare dal parrucchiere.”

Restai un poco confusa per l’accostamento rami degli alberi e i suoi capelli, e risposi :

“So che non è una cosa piacevole per gli alberi ma cerco di farlo gentilmente, te lo assicuro…”

“sì , ti prego di farlo molto molto gentilmente…”

Approfittai di quel momento per porgli una domanda a cui pensavo da lungo tempo:

“Già che sei qui…puoi dirmi come è andata a finire tra la pecora e la rosa visto che il tuo amico non sapeva disegnare così bene e ha dimenticato la correggia, la museruola era dunque inservibile?”

Lui piegò leggermente il capo a destra e aggrottò le ciglia, poteva sembrare arrabbiato ma non lo era, era solo un pochino contrariato come a dire ma come ancora con questa storia della museruola, tuttavia disse:

“La pecora non ha mangiato la rosa e non è scappata.
Perché il piccolo principe ama la pecora e la rosa.

Ed è MOLTO importante, questa cosa, delle rose e delle pecore, e i
grandi non capiranno mai davvero. MAI.”

Mi scivolarono le forbici e mi girai per prenderle, quando sollevai gli occhi il piccolo principe se ne era già andato….

E voi che ne pensate?

Le accenderai tu le stelle?

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Come tutte le sere io lo stavo aspettando, non ero certa che sarebbe venuto…lo aspettavo come le cose che non si aspettano più, lo aspettavo come il profumo di un fiore in un soffio di vento che arriva all’improvviso o  come il fresco sorriso di un bimbo…

Comunque  io lo aspettavo con la tenerezza di una notte estiva.

Sola nel giardino, gli occhi al cielo, mi sentivo immersa nel liquido amniotico dell’ universo. La pace della notte risuonava nel canto dell’allocco e nel gracidare lontano delle rane.

Il sole era appena tramontato, l’ora blu sfumata in un cielo di stelle e io pensavo a lui nel giardino  estivo e solitario, lo tenevo stretto nei miei pensieri, così vicino a me che vi dialogavo continuamente nella mia mente e mi pareva di udire le sue risposte.

Le lucciole nel prato davano la sensazione che il cielo si fosse capovolto a testa in giù, distesa nella mia amaca fluttuavo in un doppio cielo …

Ecco che quando non lo attendevo più, udii un lieve fruscio, non mi spaventai, poteva essere il gatto Zorro, invece era lui, il Piccolo Principe.

Ogni volta che ritornava dalle sue silenziose assorte assenze io mi sorprendevo e gliene ero grata, vivevo la sua presenza  come un dono.

“Ciao, scusami…”

disse in un sorriso, il capo leggermente inclinato a destra, gli occhi vivaci e indecifrabili, nel suo sguardo vi era un qualcosa che non saprei spiegare. Spesso capitava che nel corso di una conversazione lui mi lasciasse a metà discorso e  che io continuassi a parlare finché non mi accorgevo della sua assenza, ma non ci facevo caso più di tanto, perché lui era così, sempre impegnato e preoccupato a riordinare il mondo, una cosa mica da poco. Ogni volta riprendevamo il filo interrotto del nostro precedente discorso come se non ci fossimo mai separati…

“Immagino che tu abbia avuto da fare ad accendere tutte le stelle e che tuoi 43 tramonti ti abbiano dato non poche preoccupazioni…”

“Sai…in realtà ora le stelle si accendono da sole, ho installato il sensore crepuscolare… e per i tramonti c’è il timer…”

“Ma sei sicuro che tutto funzioni bene? e se timer e sensore  si dovessero rompere, le accenderai tu le stelle?”

“Se si rompono timer e sensore, le accendo io, le stelle e i tramonti. Io ho tanto tempo.”, si mise a guardare in alto, quel mantello blu notte trapuntato di diademi, forse cercava il suo pianeta, il suo sguardo si perdeva nell’infinito, lui era lì in carne ed ossa vicino a me ma lontanissimo con il pensiero.

“Oh sì, accendili tu, risposi, ecco io ora sto più tranquilla…”

Lui era sempre preoccupato e pensieroso che quasi mai io avevo il coraggio di chiedergliene il motivo, lo rispettavo profondamente e non osavo infrangere il suo perfetto e intenso silenzio.

 Si parla anche con i gesti, con gli sguardi, con i movimenti del corpo. Si parla con il Silenzio.”  aveva detto una volta e io il suo silenzio lo conoscevo bene e lo amavo quanto  le sue parole.

D’un tratto mi disse:

“ Sai Phlomis, io ora devo partire per un piccolo viaggio, poi torno. Poi torno.”

Quel ‘ poi torno’ ripetuto due volte doveva servire a rassicurare  me o  forse più se stesso, non vi diedi peso, io pure stavo con il naso all’insù, nell’universo io vi vedevo riflessa la sua immagine.

Eh sì io lo amavo di una tenerezza infinita…

” E se qualche stella scivolasse via e diventasse una stella cadente… oh eccola…, esclamai, ti è  appena scivolata via una stella, Piccolo Principe, esprimi un desiderio ! “

Mi voltai verso di lui ma era già sparito, niente di strano, lui era così…

Il prato e il cielo scintillavano ugualmente di stelle...

Di nuovo era tutto silenzio, il canto dell’allocco risuonava in fondo alla valle, avvertii il lieve tocco della zampina del gatto Zorro che reclamava il suo posticino sull’amaca, allora lo espressi io  un desiderio per il piccolo principe :

” che la tua stella possa portarti tutto ciò che desideri…

e quanto a me… io spero di poterti rivedere presto…”

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(foto da pixabay )