Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti ora è in formato ebook

Un libro di Fausto A. Marinetti : Ai confini di Dio: lettere tra monache e meninos de rua. 

Essendo fuori ristampa da molti anni, ho pensato con il consenso di mio zio di pubblicarlo in formato ebook . Ogni eventuale ricavo sarà girato a Fausto e alla sua famiglia.

Cosa c’è di più lontano e di più vicino di un monastero di clausura e una vita sulla croce della strada?

Queste lettere ci raccontano l’incontro tra le monache di clausura e la vita di strada di bambini nel Maranaho, Brasile, anni 90, al calvario del mondo.

Ai confini di Dio fu pubblicato da Morcelliana, ora è fuori catalogo, così ho chiesto a Fausto, mio zio, di poterlo editare in self publish e pubblicare in formato ebook, per non perdere questo patrimonio di umanità.

Non credo ci sia migliore presentazione di questa lettera di Fausto ad una clarissa in monastero, dall’inferno della vita alla pace della preghiera:

Carissima,

scrivo per pagare un debito verso gli amici. Bisogna buttare nella spazzatura le false umiltà: è un dovere mettere in comune le «ricchezze» interiori. Perché noi non ci apparteniamo. Se uno ha un cerino non può tenerlo per sé, ma deve accenderlo sulla piazza del mondo, dove c’è tanto buio.

Cosa ho a che fare io, così sprofondato nelle problematiche sociali, con le contemplative? Mi pare di vivere seduto su un vulcano. E i monasteri, invece, sembrano oasi di pace. Perché turbarli, far irrompere i poveri cristi nei corridoi gonfi di arcano? Procedo nella bruma. O forse ricerco, tra le righe della storia, «la comunione dei santi»? Nel corpo mistico di Cristo ci deve essere una specie di legge della compensazione: uno ha il carisma di buttarsi nel sociale, l’altro quello di scandagliare il mistero. Tutti e due sono necessari e bisogna trovare il modo di far rifluire le scoperte dell’uno nelle vene dell’altro. Per esempio: io sono uno che somatizzo il dolore degli altri. Come faccio a sopravvivere se non ho qualcuno che mi fa compagnia con la sua tenerezza? Oppure il desiderio di comunicare con le contemplative deriva dal sapervi più vicine al centro della storia, all’asse portante della vita? Ed allora siete in grado di capirmi meglio, perché Dio vi ha reso capaci di intendere il suo linguaggio, quello dei poveri.

Non puoi immaginare cosa producano in me parole come le tue: «Io ho il lusso di stare faccia a faccia con Dio, nella fede. Ma questo apre in me un abisso senza fondo. E chi credi che scenda in questo abisso del cuore, chi credi che lo venga ad abitare? Per chi credi che si apra un cuore di carne dopo che è stato faccia a faccia con Dio? Fausto: Dio apre il nostro cuore nella preghiera, perché lasciamo entrare l’uomo, al cui servizio tu ti dedichi. Non un uomo astratto. Non un’umanità senza nome, ma degli uomini come te che hanno l’ardire di comunicare, di ferire, di gridare, di farsi carico delle moltitudini.

A che serve la contemplazione se non a farci inginocchiare davanti all’uomo?».

A volte non so più cosa inventare per fare breccia nel cuore dell’uomo. Ecco perché insisto nel dire che voi siete donne: avete l’istinto della vita, l’attaccamento ad essa in una forma materna, che è unica. Solo voi avete un grembo! Non ce l’hanno né i capi di Stato, né papi, né preti. Lo volete capire? Ed allora certe sensazioni per la vita in pericolo sul pianeta potete sperimentarle solo voi.

Se uno ama sul serio non ce la fa a contenere lo Spirito. Prendiamo Gesù di Nazaret: deve aver accumulato tanta passione per l’uomo, che, alla fine, ha affrontato tutto, anche la croce, pur di buttare fuori quello che aveva dentro. Deve essere passato attraverso un martirio interiore nei giorni dell’attesa. Essere fedele alle stagioni del Padre; calarsi nel tempo degli uomini; crescere piano piano; educarsi alla pazienza della storia. Qualche cosa del genere sta capitando a me. Fremo dalla voglia di comunicare quanto Dio ci vuol bene. Poi ho a che fare con l’istituzione … Te lo immagini un Cristo pompiere? Me la prendo con le istituzioni, perché so che potrebbero fare tanto per l’uomo. Anche i popoli sono diventati orfani. Non hanno sicurezze. E le cercano. Nelle sorgenti inquinate degli imperi. Ma voi, vi sentite «madri» anche dei popoli?

Chi è della razza del Cristo, gli scorre nel sangue questo amore universale, per il quale sente che tutti gli uomini gli sono consanguinei. Abbiamo bisogno d’una invasione dello Spirito per superare i ghetti e le barriere innalzate da coloro che danno più importanza ai sabati e ai templi, che agli uomini in carne ed ossa. Oh se nascesse una rivolta nella chiesa, non di chiacchiere, ma di opere concrete! Per esempio: «Ecco: noi crediamo che non ci spetti più di tanto; facciamo i conti in piazza di quello che ci è lecito spendere, consumare, inquinare. Diamo l’esempio per indurre tutti quanti ad ammettere che è possibile essere uomini e non lupi!». Cosa aspettiamo a sfidare i grandi con cose piccole come i sassi della fionda di Davide?

Insomma: io voglio una fede degna della stoffa del Cristo: quella che sposta le montagne. Non riesco a accettare supinamente che venga svilita, ridotta ad un pietismo, ad un sacramentalismo festivo. Il Cristo è un uomo con le braghe. La storia ce lo ha sfregiato. Lui non aspetta, ma prende l’iniziativa: previene. Dove lo trovi un uomo così?

di capirmi meglio, perché Dio vi ha reso capaci di in­tendere il suo linguaggio, quello dei poveri. Non puoi immaginare cosa producano in me parole come le tue:

«Io ho il lusso di stare faccia a faccia con Dio, nella fede. Ma questo apre in me un abisso senza fondo. E chi credi che scenda in questo abisso del cuore, chi credi che lo venga ad abitare? Per chi credi che si apra un cuore di carne dopo che è stato faccia a faccia con Dio? Fausto: Dio apre il nostro cuore nella preghiera, perché lasciamo entrare l’uomo, al cui servizio tu ti dedichi. Non un uomo astratto. Non un’umanità sen­za nome, ma degli uomini come te che hanno l’ardire di comunicare, di ferire, di gridare, di farsi carico del­le moltitudini.

A che serve la contemplazione se non a farci ingi­nocchiare davanti all’uomo?».

A volte non so più cosa inventare per fare breccia nel cuore dell’uomo. Ecco perché insisto nel dire che voi siete donne: avete l’istinto della vita, l’attaccamen­to ad essa in una forma materna, che è unica. Solo voi avete un grembo! Non ce l’hanno né i capi di Stato, né papi, né preti. Lo volete capire? Ed allora certe sensazioni per la vita in pericolo sul pianeta potete sperimentarle solo voi.

Se uno ama sul serio non ce la fa a contenere lo Spirito. Prendiamo Gesù di Nazareth: deve aver accumulato tanta passione per l’uomo, che, alla fine, ha affrontato tutto, anche la croce, pur di buttare fuori quello che aveva dentro. Deve essere passato attraverso un martirio interiore nei giorni dell’attesa. Essere fedele alle stagioni del Padre; calarsi nel tempo degli uomini; crescere piano piano; educarsi alla pazienza della storia. Qualche cosa del genere sta capitando a me. Fremo dalla voglia di comunicare quanto Dio ci vuol bene. Poi ho a che fare con l’istituzione … Te lo immagini un Cristo pompiere? Me la prendo con le istituzioni, perché so che potrebbero fare tanto per l’uomo. Anche i popoli sono diventati orfani. Non hanno sicurezze. E le cercano. Nelle sorgenti inquinate degli imperi. Ma voi, vi sentite «madri» anche dei popoli?

Chi è della razza del Cristo, gli scorre nel sangue questo amore universale, per il quale sente che tutti gli uomini gli sono consanguinei. Abbiamo bisogno d’una invasione dello Spirito per superare i ghetti e le barriere innalzate da coloro che danno più importanza ai sabati e ai templi, che agli uomini in carne ed ossa. Oh se nascesse una rivolta nella chiesa, non di chiacchiere, ma di opere concrete! Per esempio: «Ecco: noi crediamo che non ci spetti più di tanto; facciamo i conti in piazza di quello che ci è lecito spendere, consumare, inquinare. Diamo l’esempio per indurre tutti quanti ad ammettere che è possibile essere uomini e non lupi!». Cosa aspettiamo a sfidare i grandi con cose piccole come i sassi della fionda di Davide?

Insomma: io voglio una fede degna della stoffa del Cristo: quella che sposta le montagne. Non riesco a accettare supinamente che venga svilita, ridotta ad un pietismo, ad un sacramentalismo festivo.

Il Cristo è un uomo con le braghe. La storia ce lo ha sfregiato. Lui non aspetta, ma prende l’iniziativa: previene. Dove lo trovi un uomo così?

Per quel sorriso

Ieri sera ho telefonato a mio zio Fausto, il padre di Gianmarco, che è disabile grave. Fausto era sfinito… il ritorno dal Brasile in Italia con tanti dubbi sul possibile intervento che Gianmarco dovrebbe subire alla schiena. In Brasile Gianmarco è stato a lungo in ospedale, un ospedale che di ospedale ha solo il nome… non aggiungo altro…

Gianmarco ora si alimenta solo con la sonda, mio zio mi ha detto ” sono tornato ma sono frastornato, devo adattarmi all’uso della nuova sonda che la sanità italiana fornisce, ho portato Gianmarco a fare una passeggiata, lui sorride ancora ma non come prima…”

non ho saputo rispondergli anche se l’ho sentito forte questo dolore che ti annienta, che non ti fa dormire, che ti fa pregare e sperare.

il dolore di un padre, il dolore di una madre sta tutto qui:

in un figlio che non sorride, in un figlio che non sta bene, in un figlio a cui vorresti dare tutto e di più, in un figlio che vorresti sentire felice, in un figlio che vorresti solo vedere sorridere …

Cosa non si farebbe per quel sorriso!

Non importa tutto il resto, non importa nulla se non quel sorriso…

Un padre lo sa, una madre lo sa…

(e leggo anche qui su WP le vostre storie di dolore e vi sono vicina nel silenzio)

 

Fidarsi

È grazie ai piccoli che io sto facendo l’esperienza più forte della mia vita: quella di Dio. Quando il più piccino si abbandona nelle mie braccia mi dico:

«Ecco Dio! Non deve essere così anche Lui? Uno che si fida, si consegna, si mette nelle nostre mani, fino al punto che possiamo farne quello che vogliamo. Fidarsi di un altro non è un gesto tutto divino? Se i teologi studiassero un bambino, se si mettessero alla sua scuola, come sarebbero diverse le religioni!»

«Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». Perché? Perché Dio deve avere le caratteristiche di un bambino, che non perde mai l’innocenza. Difficile procedere su questo sentiero. Mi accontento di contemplare a lungo il più piccolo quando dorme.

All’alba tutto s’è fatto trasparente come la rugiada.

Quale il potere di un bambino?

Fidarsi, lasciarsi fare dalle mani di un altro.

Nasciamo con questa caratteristica divina e poi cadiamo in un processo d’involuzione: perdiamo la capacità di fidarci; non abbiamo fede nell’altro; s’innesca la paura dell’altro.

Competizione, arrivismo, carriera, invidia: malattie che inquinano l’anima e spengono il processo divino in noi.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

 

Quale Dio? Quale Uomo?

vivere la luce

 

Dobbiamo filtrare il nostro Dio attraverso l’esperienza delle vittime. È troppo comodo il «dio» che ci hanno iniettato: non scandalizza, non polemizza, non sciopera, rigetta gli spiriti ribelli. Uno che è per lo status quo non è automaticamente contro i popoli comprati e venduti come merce?

Ricerco Dio, percorrendo le arterie dei poveri. Pare contro quella versione di sé inscatolata, formalizzata, disimpegnata dei manuali. Loro hanno acceso in me la rivolta contro il dio delle istituzioni primo-mondiali, perché è «dai frutti che si conosce l’albero»: strutture di peccato, delitti sociali, un terzo alla deriva. Lui stesso s’è stancato di lasciarsi manipolare, perché sa di correre il rischio d’essere connivente col male. Ha rinunciato alla teologia e s’è fatto antropologia, pur di provare quello che noi – oppressi – proviamo. A me interessa un Dio indiscutibile, che non lascia margine alle sbavature della storia e del pensiero umano. Un Dio che non bara, che sta sul serio dalla parte dei poveri. Poveri anche di piaceri mistici. Un Dio palpabile, incarnato, storia, volto, braccia e (perché no?) labbra per baciare ogni figlio prodigo (immagina la festa quando torneranno a casa i popoli prodighi!). Questo è un Dio su misura anche per l’ateo, l’agnostico, il disperato, i dannati della terra. Un Dio che parla attraverso l’evidenza, reclamo! E Lui s’è fatto evidente attraverso le vittime. Puoi criticarle, ma non puoi negare la loro presenza. Forse all’evidenza si giunge attraverso la contemplazione?

Il dio dei ricchi non può essere quello dei poveri. Quello dei sazi deve essere il dio della coca-cola, un dio «usa-e-getta». Perfino i governanti ci tengono a nominarlo, farsi vedere praticanti: lo usano per farsi una buona popolarità e poi lo gettano quando firmano leggi inique, che sentenziano la Sua morte.

Il Dio degli ultimi è tutto inedito. Bisogna farlo emergere dalle lacrime e dal sangue.

Non credere sia sufficiente trasferire le tue sorelle nelle borgate romane. Quanti missionari sono partiti dal primo mondo e non sono mai arrivati col cuore nel terzo mondo! Ci arrivano con la testa, col loro dio e impiantano l’ideologia della «salvezza delle anime», dell’evangelizzazione dei pagani. E non si rendono conto che, spesso, il loro è un dio europeo. O il trasloco interiore è globale o si riduce a un cambiamento meramente geografico.

A contatto con le vittime (l’immondezzaio umano) il dio del seminario, il «mio dio» è andato in crisi con me. Le baracche di fango non facevano che rimbalzare il ritornello della vita conventuale: «Il primo bisogno dell’uomo è incontrare Dio». Come parlare di Dio su una terra nella quale l’uomo è trattato come uno straniero? Fare qualcosa per lui senza umiliarlo, senza sostituirsi al popolo, al quale spetta, prima di tutto, risolvere i problemi dei suoi figli? È con le leggi, non con le elemosine che si risolvono i problemi del mondo! Nessuno può sottrarre al popolo le sue responsabilità. Quante volte ho aiutato i poveri! È gratificante! Ma quando più ne aiuti, più ne vengono ad invadere la tua anima, che fai? Come trovare Dio in situazioni di emergenza imposta, di calamità procurata? Come può il Figlio dell’uomo fare propria l’esperienza collettiva di popoli schiavizzati? Il Cristo si identifica non solo con la vittima singola, ma anche con i popoli sfruttati come animali da soma. Egli si perpetua attraverso le vittime di tutti i tempi per completare ciò che manca alla sua pienezza. La nostra è la spiritualità del conflitto: come convivere tra vittime e carnefici? Come amarli tutti e due?

In fondo il copione ha ragione: «Incontrare Dio è il primo bisogno dell’uomo».

Quale Dio? Quale uomo?

Pretendi forse che, a chi mi chiede un piatto di cibo, dia un facile dio, un piatto di sana dottrina o di ostie? Sono stato mandato ai pagani per portare un dio ufficiale. E, quando sono sbarcato nell’inferno dei dannati della terra, mi sono accorto che Lui era già là. Al di là del libro dei battezzati, al di là delle etichette, al di là dei registri canonici. Era là ad aspettarmi: «Fratello! – sussurrava – vuoi stare dalla nostra parte? scendi dal piedistallo del tuo “stato di perfezione”; rinnega il tuo privilegio di “santa povertà”; rinuncia alla tua casta. In estrema necessità si è tenuti a correre tutti quanti per spegnere un incendio, per arginare un fiume in piena. Vuoi incontrare Dio? Devi attraversare le nostre lacrime, le nostre disperazioni, le nostre croci».

Quale Dio? Quello che chiacchiera, condanna a voce i sistemi economici ingiusti, ma non muove un dito per «convertirli»? Non siete anche voi – cristiani – oppressori delle minoranze religiose, fondamentalisti, settari, proselitisti?

Quale il primo bisogno di un denutrito, di una moltitudine di malati per fame? Anche loro hanno il diritto di incontrare Dio. Dove se non dentro di sé, nelle loro stigmate?

«La vita consacrata afferma il primato di Dio e lo annuncia». E quale il primato per un anemico, per chi vive con i vermi, per un abbandonato? Credi che Dio sia così crudele da dire che è Lui il primo bisogno per i miserabili, come un bambino capriccioso che vuol essere a tutti i costi il primo della classe? Perché separare ciò che Lui ha unito, Dio-uomo, Dio-sua immagine, Padre- figli? Forse che un papà davanti ai figli affamati può dichiararsi «il primo»? Gli antichi, benché pagani, hanno raccolto il suo messaggio: Primum vivere, deinde… tutto il resto. Il primo bisogno di chi ha fame è il pane. Ecco perché Dio l’ha scelto come sigillo della storia (Mt 25). Gesù ha celebrato la festa del pane non per fare della poesia, del cultualismo festivo, ma per consumare con gli amici la gioia della condivisione: «Io mi faccio pane per te e tu per me. Prendi e mangia, sono io». L’Eucarestia, prima di essere un rito religioso, è un bisogno che Dio è venuto a celebrare con l’uomo.

E il primo bisogno di Dio? Correre incontro ai popoli prodighi, chinarsi sulle religioni prostituite, abbracciare le razze calpestate, baciare le stigmate dei popoli crocifissi. Da dove parte Dio? Da una culla, da tutte le Betlemme della storia, dalle cose piccole e insignificanti per il mondo: un agnello, un bambino, un atomo, un popolo perduto e indebitato.

Se ti trovassi su una zattera alla deriva, quale il tuo primo bisogno? Che cosa vorresti sentirti annunciare? la fuga mundi, la «salvezza dell’anima»?

II primo bisogno di Dio e dell’uomo non è forse quello di salvare la specie umana? O gli stati di perfezione si confrontano con le vittime, con la vita in pericolo sul pianeta, oppure diventeranno sale insipido.

Fausto Alberto Marinetti da Ai Confini di Dio

Vivere la Luce !

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La vigilia di Natale ho fatto un lungo viaggio: 500 km in Toyota con i più grandicelli del centro dei meninos de rua : Eliton, Rone, José. Ho percorso la notte e le sue gradazioni di luce fino all’esplosione finale (verso le cinque). Una luce tenue, blanda, timida. Che spettacolo, Dio, ti compiaci degli estremi, vero? O giochi con i grandi contrasti (luce-tenebra, acqua-fuoco, cielo-terra, Dio-uomo) oppure ti effondi in infiniti dosaggi di tenerezza. Frugavo l’orizzonte in cerca del primo bagliore. La luce del mattino non è abbagliante come i fari delle macchine che accecano. La tua è una luce tenera, morbida, radente. Come dita delicate di donna a svegliare i fiori, gli uccelli, le onde, il creato. Non finivo di riempire gli occhi e l’anima. Berti, Dio, con gli occhi. Assimilarti per osmosi. Vivere la luce come la tua carezza per l’universo.

Potrei interrompere il viaggio – pensavo – e entrare in una chiesa per farti i complimenti. Ma non è questa – l’universo – la tua chiesa, la più spaziosa, la più accogliente, la più universale? Voglio una chiesa come questa, dove posso celebrare, fare festa con i disperati, i delinquenti, le prostitute.

Vivere la luce la vigilia di Natale!

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Una festa di luce?

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Sapete?…

Avere come destino la luce e doversi calare nelle tenebre…

Oppure la morte è la notte che le nostre cellule devono attraversare con gli atomi dell’universo per pervenire alla sponda della luce senza tramonto? Diventeremo di luce senza interruzione? Questa è la vita eterna? Una festa di luce mai senza fine? Per saziarsene. Per inebriarsene. Persino i pori dell’Universo ne saranno saturi.

La luce toglie il fiato, il figlio dell’uomo rimane attonito.

Senza parole, si meraviglia e torna bambino. Inizia il processo della contemplazione. L’Oltre rapisce, le parole sono di troppo.

Sai cosa ti dico Dio?

La luce deve essere il tuo occhio che contempla i tuoi figli, vero?

Fausto A. Marinetti da una lettera del 1/1/98 Imperatriz, Maranaho

La sfida di Gianmarco per andare Oltre.

La sfida di Gianmarco per andare Oltre.

Vedi… è questa la sfida di Gianmarco – devo accoglierlo così come è. Lui mi costringe ad andare OLTRE il razionale, la comunicazione orale, le chiacchiere, le teologie, la compassione, ecc. ecc.

Lui, oggi, è il mio maestro di Vita. Da lui ho mille cose da imparare – valorizzare il treno, il movimento, il miele, la piscina, la musica, le piccolissime cose che noi diamo continuamente per scontate, ecc. ecc. Un eccetera eccetera senza fine come senza fine è il suo sorriso. Ed è questo, il suo SORRISO, che è la mia università di Vita, la presenza di quell’ OLTRE che prende viso, espressione, manifestazione attraverso di lui.

Gianmarco. E’ lui la presenza del mio OLTRE. E’ lui che me lo rende presente, che me fa lo vivere, vibrare.

Datemi una mano. Perché senza un interlocutore non riesco ad esternare quello che vivo dentro.

Ho scritto qualche cosa, ma mi rendo conto, che oggi è diverso. Lui invade la mia giornata e la mia anima, portando primavera, fiori, sorrisi senza fine.

Sorrisi, ho detto, vero…

E’ quello la presenza visiva del mistero, dell’Oltre… e non ho più parole per procedere.

Lui è più anima che materia…

Come trovare le parole adeguate per esprimerlo come lo sento, come lo vivo…?

Accettate la sfida di Gianmarco per andare Oltre?

Fausto A. Marinetti

(Gianmarco è figlio di Fausto ma anche il suo più grande Maestro di Vita, ha 18 anni, è affetto tetraparesi spastica e atrofica ottica ma la sua anima è tra le più libere e sorridenti che io conosca…)

Camminare insieme nel viaggio della Vita, accogliendo l’Altro come l’Oltre

 

parachute-704416_1280Questa riflessione nasce dall’incontro di due viaggi, quello di Fausto e Phlomis, che si incontrano e si accolgono…

Per camminare insieme, o semplicemente fianco a fianco, nel VIAGGIO della vita – unico per ciascuno di noi – sarebbe bello riuscire davvero ad ACCOGLIERCI l’un l’altro. E per fare questo credo sia importante conoscersi meglio condividendo quello che abbiamo dentro.

Senza forzature, senza invasioni, senza presunzioni, senza pre-giudizi.

Potremmo accorciare le distanze tentando di accogliere – che è OLTRE al capire con la sola testa – l’ Altro.

La vita ci riserve sempre delle sorprese, a volte gradite, il più delle volte sgradite. Occorre imparare a valorizzare al massimo le sorprese belle e se possibile provare a capovolgere la nostra visione, e se le cose brutte che continuano a succedere, indipendentemente dall’impegno e dell’amore che vi poniamo, fossero piuttosto delle opportunità ?

Tutte le nostre esperienze servono a farci crescere in Umanità. La nostra e quella degli altri.

Non è questo forse il senso ultimo della nostra Vita?

Occorre entrare con delicatezza nella vita degli altri, in punta di piedi come davanti ad un mistero sacro, rispettando e amando quell’Oltre che sfugge alla nostra capacità di comprensione e che camminarsi incontro sia proprio questo un superamento dei pre-giudizi o della paura di ciò che non conosciamo. Non basta camminarsi incontro per arrivare ad incontrarsi, occorre scambiarsi qualcosa altrimenti è solo una bella conversazione.

Camminiamo insieme, a lato, con tenerezza e clemenza verso noi e gli altri, andando OLTRE…

(foto di Skeeze da pixabay)

Io sono la Luce

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La luce m’imbeve. M’inebria. Toni caldi e teneri. Abbraccio divino destinato a tutto l’universo. E il figlio dell’uomo riecheggia tra le tinte morbide ed infuocate dell’alba.

Io sono la luce del mondo” e ci invita ad essere altrettanto.

Io sono come la luce?

Chi mi darà braccia tenere e forti per abbracciare l’Universo?

Per essere presente ad ogni creatura ed avvolgerla d’amore?

Chi mi darà la sua forza travolgente e la sua dolcezza?

Di quante albe ti sei nutrito, Cristo, per arrivare a dichiarare alla storia

io sono la luce del mondo?

Quante volte i tuoi occhi si sono inebriati di luce?

Lunghe ore di attesa nella notte.

E poi lo scoppio dell’incendio sul filo dell’orizzonte.

E tu là incollato alle labbra del nuovo giorno…

Fausto A. Marinetti da una lettera del 1/1/98 Imperatriz, Maranhao

(foto di AdinaVoicu da pixabay)

Sentire l’Umanità

da l’ultima intervista del 4 gennaio 1981 di Antonio Donat Cattin (giornalista RAI) a Don Zeno, fondatore di Nomadelfia, qualche giorno prima della sua morte.

D: “Per tutta la vita ha cercato l’uomo. Lo ha trovato a 80 anni?”.

R:“L’ho trovato in me, prima di tutto. Ho visto in me stesso tutti gli uomini. L’uomo, quanti tipi! Uno più vivo dell’altro. Se tutti ci mettessimo d’accordo: noi siamo uomini, tutti uguali… Ma sa cosa vuol dire persuadere la gente che siamo uomini? Se uno riuscisse a vedere l’uomo nell’uomo, il mondo non farebbe la guerra. Prima o poi scoppia e la colpa è nostra, mi ci metto anch’io, mi sento responsabile. Cosa si può fare? Cercare l’uomo, amare l’uomo. Si fanno delle iniziative ma non reggono, perché non si fanno fratelli. Non si fa così a fare guerra alla guerra. C’è poco da sperare, se non saltano fuori dei movimenti disarmati che facciano i conti, mettano insieme le ricchezze e comincino a dividere”.

D:“Qual è dunque la strada per salvare l’umanità?”.

R:“La prima cosa è la giustizia. Non è che prima siamo cristiani, prima siamo uomini. La solidarietà umana è scritta nella natura, non è una religione. Cosa vuoi pregare se sei ingiusto? Si fa i conti, questa è l’unica via per creare un mondo nuovo. Sono bianchi, rossi, di tutte le tinte ma hanno una sete di verità che mi fa paura… Abbiamo visto delle persone che non credevano in niente eppure hanno fatto delle grandi cose in favore dell’uomo.

Anche questo incontro fra noi, per esempio, ci fa sentire l’umanità. L’unica cosa che rimane, quando ci lasciamo, è che ci siam trovati uomini. Il contatto è arrivato, c’è stata una corrente tra noi, ci siam sentiti fratelli, uomini.

Immaginate se si comincia a dir tutti che siamo uomini!”

tratto dal libro  Don Zeno, Obbedientissimo Ribelle di Fausto Alberto Marinetti

 

In evidenza

Incontro con Gianmarco

Dopo molti anni che non ci vedevamo lo scorso 24 luglio ho incontrato mio zio Fausto, sua moglie Luiza e il loro figlio Gianmarco.

Mio cugino è disabile grave non vedente, eppure i suoi occhi sono magnifici e il suo sorriso e la sua felicità contagiose.

Certo i suoi genitori si occupano di lui a tempo pieno, giorno e notte, con un amore, una dedizione e un sorriso che mai vengono a meno.

Gianmarco ama molto andare in stazione e sentire i treni passare e anche salirvi e fare piccoli tragitti in treno. E così dopo il pranzo di festa per esserci ritrovati, siamo andati insieme alla stazione a gioire insieme a Gianmarco. Al solo sentire le parole treno e stazione Gianmarco si illumina e scoppia in un riso vero di pura gioia. La sua felicità è fatta di tante altre piccole cose…per esempio le parole affettuose di mamma e papà, la musica che ascolta con le cuffie, il rombo di un aereo, la gratella di un tombino su cui passa sopra con la carrozzina…

La felicità di Gianmarco è semplice e pura e fa stare bene chi gli è vicino, è contagiosa, restituisce il valore autentico della Vita, semplice pura e viva come lui a dispetto della sua grave disabilità. Gianmarco è un autentico Maestro di Vita.

Mio zio racconta:

“Frequento la scuola di Vita di mio figlio Gianmarco da 18 anni e sono ancora all’abc. Io non finisco mai di imparare da Gianmarco. Vado alla stazione quasi tutti i giorni e comincio a godere con lui del treno, delle botole, delle “graticole” (per strada). Lui percepisce quando entriamo nel sottopassaggio e sa già che io farò il verso del treno a tutto volume, incurante dei passanti, i quali sorridono, sorridono…

Mi fermo in sosta quando sento un uccellino che canta e lo invito, a gran voce, a cantare ancora per Gianmarco. I cani, poi, vengono invitati ad abbaiare delicatamente…

E poi c’è l’orchestra del mare. Rimaniamo a lungo ad ascoltarla, applaudirla, viverla con tutti i pori del corpo e dell’anima.

Ieri sono andato in treno con Gianmarco da Senigallia fino a Pesaro.

Non stava nella pelle… dovevi vederlo per sentire le sue vibrazioni di gioia e piena felicità. Forse può bastare un viaggio in treno per sentirsi vivi, felici?

Quando stai insieme a Gianmarco  mi passa tutto, ogni turbamento, ogni sofferenza, ogni dolore, tutto, perché mi costringe ad essere felice per trasmettergli felicità, anzi, è una simbiosi: lui trasmette a me ed io a lui. Vedrai, provare per credere.

Anche stasera siamo andati alla stazione… ormai piace anche a me:

movimento, vita, correre dietro a un sogno che viaggia senza fine… come il treno della Vita!”

(nella foto Fausto Gianmarco Phlomis )

gianmarco

Esci al largo di te….

above-736879_1280Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura.

Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

(foto da Pixabay)

Senza misura

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Quindi, guardare avanti, Fausto, guardare Oltre.
Imparare dalle delusioni e dalle  sconfitte ad amare ad oltranza, altrimenti è un piccolo amore da due soldi.
L’amore non è quello che calcoliamo noi, che preventiviamo sulla nostra misura. O è senza misura o non è amore.
Fausto A. Marinetti da una lettera

Una domanda…

 

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Ed io mi dico: è vero! Perfino il Cristo, pur esaltando i perduti; pur riservando i primi posti del Regno a peccatori e prostitute; pur mettendo sul trono i poveri e gli oppressi; ecc. ecc. è pur vero che non li ha scelti come discepoli, non li ha chiamati al suo seguito.

Non è una riflessione da poco, perché io mi rodo fegato ed anima per chiederGli se non sia quasi una forma di “discriminazione”. Allora chi si è ridotto a spazzatura, chi è sprofondato nella depressione, nella disperazione è fatalmente destinato al nulla? Io non sono sceso nell’inferno della solitudine, frustrazione, delusione, depressione. Non conosco il buco nero della disperazione. Ne ho solo sentito gli echi nei loro racconti. Chi ricorre, come extrema ratio, alla droga o all’alcool deve essere perché non ce la fa più a sopportare se stesso, non accetta i suoi limiti, non resiste all’ignominia della sua fragilità. C’e’ chi per esempio, riesce a buttare fuori quello che gli fa male dentro, solo con l’aiuto dell’alcool. Altrimenti si tiene tutto dentro. Tutto cosa? Il desiderio di morire, l’angoscia di non riuscire ad accettarsi come è e come sono gli altri. Chi può misurare il dolore di un crocifisso dalla vita, dai suoi cari, da se stesso?

Dio mio, la domanda è per Te.

Fausto Marinetti in una lettera.

L’alba è l’infanzia della vita…

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L’alba avanza e m’appassiona sempre più. Come un bambino di luce che nasce. La sento arrivare anche ad occhi chiusi. La luce che sboccia tra le fragili braccia dell’orizzonte. L’alba mi fa più buono. Lo stesso fenomeno che innesca in me Luisinho, il bimbo più piccolo, quando lo prendo in braccio: m’impone d’essere più umano. Forse l’alba è l’infanzia della vita. Una lama di luce che avanza a tagliare le tenebre e far nascere il nuovo, a promettere una cascata di luce.

Tutto ciò che è piccolo ha più bisogno di cure, di premure. Ed io ricerco la compagnia dei pulcini, degli agnelli. Convivo con i fermenti della storia, le proiezioni in avanti, gli slanci, le frustrazioni: ingredienti che esigono un dosaggio equilibrato. Forse ci è dato di contemplare l’uomo universale solo in sogno. Ci è dato di sospirarlo, di struggerci dalla voglia di vederlo; ma è in gestazione nell’utero della storia. Nel frattempo possiamo mandargli lettere d’amore, offrirgli mazzi di colori.

Luisinho mette insieme dei suoni: «Didì (pulcino), gagà (gallina), mou (mucca), agún (acqua)». Tutti i momenti vuole prendere un pulcino. Sale sulle sedie, conquista i tavoli. Al mattino fa il suo giro del mondo in carriola e pare un principe. Gli occhi vivissimi che non si saziano mai di bere cose nuove. Mette e toglie coperchi; apre e chiude vasetti, serrature, interruttori: vivere è la sua passione. Piove fino fino. Ho giocato con lui ad afferrare l’acqua che cade dalla grondaia.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Il Dio dei poveri

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Il Dio che i poveri rivelano è pratico: se ne intende di riso e fagioli. Cristo è uno che si fa toccare con le mani; uno che entra nella tua vita con le carte in regola: le stigmate del dolore. È uno che sa piantare foreste, mari, stelle, albe e tramonti. Uno che ha riempito la terra di mele e di banane, di colori e di note. È uno che senti tra i denti quando mangi un frutto, la luce, la musica; quando ti nutri d’umanità. Io lo conosco solo attraverso la materia, la carne, un tessuto di cellule e di elettroni, lo stesso che veste me, la luna, il sole …

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Grazie ad Ilaria :
Empobrecidos – diario dalla periferia del mondo
https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Sul senso di scrivere

Un conto è mettersi a scrivere a tavolino macinando pensieri e mettendo insieme sentimenti, vestendoli di parole appropriate, e un altro conto è avere qualcosa dentro che vuole venire fuori perché non riesci a contenerlo.

Questa seconda posizione deriva da chi vive intensamente esperienze forti.

Guarda: ti dirò più apertamente: le cose che scrivo adesso le ho pensate 15 anni fa, ma allora erano intuizioni e quindi le scrissi in modo freddo e astratto, oggi le riscrivo vestendole di sentimenti, dandogli nomi e cognomi, fatti, incontri che toccano dentro.

Perché?

Perché la vita è più ricca del nostro pensiero e della nostra fantasia.

Va oltre, ecco tutto.

Fausto A. Marinetti

da lettere di uno zio per una nipote

Come chicchi di pannocchie

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Un’artigiana è venuta al centro ad insegnare a lavorare ai bambini di strada a lavorare il gesso e a fare cestini. Ci teniamo che i bambini imparino perché possano vedere uscire dalle loro mani delle cose belle, apprezzate dalla gente. Il pomeriggio vanno a scuola. La maestra li prende ad uno ad uno e li spidocchia. Per ora la lotta più grande è insegnargli l’igiene, l’ordine, leggere e scrivere. Le ho detto: «Parti sempre da un’esperienza viva. Si scava il pozzo? Portali là a parlare con gli operai; fagli vedere il fiume più vicino. Che vivano, prima di tutto». Studiano il cavallo? Prima ci vanno in sella. Studiano la canna da zucchero, la banana? Prima se la mangiano. Dico loro: «Vedete le pannocchie come sono gialle? Hanno immagazzinato sole e pioggia. Ogni chicco restituisce tanti chicchi. Anche voi dovete restituire l’amore che ricevete. Ci aiuterete a raccogliere altri bambini abbandonati quando sarete adulti?». Poi mi rivolgo a Dio: “Che risorse hai tu per non lasciar perdere l’umanità? Che significa, per te, essere papà di tutti gli uomini?”.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Il sacchetto di popcorn

Fortaleza 22.5.2016

Le stelle sono venute a parlarmi da un pezzo. Cantavano le canzoni dei popoli abbandonati, quelli alla deriva di un pianeta senza amore.

Mi è giocoforza condividere. Per non scoppiare.

(resoconto di una visita ricevuta alla casa do menor di Fortaleza)

Ieri, come ogni fine settimana, sono venuti i benefattori in visita al nostro centro di accoglienza, la casa del minore. Questa volta sono dei piccoli scout in uniforme perfetta: pantaloni neri, camicia bianca, scarpine eleganti. Si sono messi a marciare, cantare, fare giochi. Ed i nostri piccoli clienti ad osservarli come belle statuine, marionette mosse da fili invisibili. Anche loro sono venuti a portare se stessi e i loro doni. Per i nostri, la distribuzione è il clou di tutto: è saltato fuori un sacco di popcorn e, tutti in fila, a ricevere la propria parte, quella che gli spetta. Un “soldatino” è venuto gentilmente a mettere un sacchetto tra le mani di Gianmarco, mio figlio disabile grave, ed aspettava che lo afferrasse. A quel punto ho dovuto sussurrargli all’orecchio:

Lui vede solo col cuore… Credi che gli basti un po’ di popcorn per farlo felice? Sai? Forse un bacino lo farà sorridere…”. E così è stato. Anche se un po’ impacciato, forzato. Non è stato educato a dare bacini a ragazzini non vedenti, non deambulanti…

Poi, l’inaspettato. Uno dei nostri, sui 3/4 anni, mentre s’ingozza di popcorn prende il sacchetto di Gianmarco e se lo tiene stretto, con aria da furbo, osservando che effetto che fa negli adulti. Mariangela, la pedagoga, gli dice di restituire: “E’ brutto, è brutto fare così…”.

Io lascio fare per vedere come va a finire. Lui ripete il giochino un po’ di volte, una bambina gli strappa il sacchetto e lo rimette tra le inutili mani di Gianmarco. Dentro di me risuonano le parole di don Zeno : “I bambini sono istintivi, egoisti per natura. Bisogna educarli a dare, non solo a ricevere”.

Poi l’addio con quelle grida tipiche degli scout. Io non smettevo di studiare le responsabili: tacchi da dieci cm., divisa impeccabile, sorriso smagliante, gratificate, felici di fare del bene a dei poverini come noi. (non sono contro la bella apparenza, l’eleganza, ma qui, in mezzo a degli straccioni nei loro confronti, la cosa stonava).

Ecco a cosa si è ridotto Fausto nel bosco del sub-mondo. Un recipiente per ricevere elemosina, compassione…

Vedi? Sono popoli interi nelle condizioni di Gianmarco, che non sono in grado di trattenere il sacchetto delle loro materie prime, della loro economia di sopravvivenza ed altri popoli arraffano tutto, li spogliano vivi delle loro risorse, perfino di quelle bellezze naturali, che diventano paradisi turistici per i ricchi. Gli USA hanno più di 400 basi militari sparse per il mondo. Non so quante ne abbia la Russia. E poi, oggi, la guerra (la politica economica con altri mezzi) si fa con le multinazionali che sono entrate in tutte le case e che conquistano i mercati e  vanno a caccia di potenziali consumatori e persino i poveracci ne diventano facili prede, clienti dipendenti e acritici, ecc.

E allora, Fausto, che ci stai a fare qui?

Fausto A. Marinetti da una lettera

Celebriamo il mese di maggio

Parlare di MAMMA alla latitudine dell’abbandono è assurdo, non-senso?

Ma se uno non ha mai sentito il calore di un cuore materno, come fa ad immaginare che cosa sia una mamma?

Da una Lettera di Fausto A. Marinetti:

Fortaleza, casa do menor, (centro di accoglienza per bambini e ragazzi abbandonati), 12 maggio 2016.

Ieri mattina è toccato a me, Fausto, a guidare la preghiera. Eravamo solo una dozzina: 10 adolescenti, e l’assistente Sheila.

Celebriamo il mese di maggio, il mese di ogni Maria, di ogni donna/mamma.

“Sheila, per piacere siediti qui davanti. Guardiamola bene. Non è come la nostra mamma? Pensiamo a chi ci ha portato nel ventre per nove mesi. Chiudiamo gli occhi, immaginiamoci nel grembo materno. Fatto? Cosa provavamo, cosa sentivamo? E cosa provava, cosa sentiva la nostra mamma? La nostra mamma potrà aver fatto questo e quello ma è pur sempre la nostra mamma, la nostra culla della vita. Ci ha dato quello che nessun altro ci può dare, neppure l’uomo più ricco al mondo: la Vita. Come un dono, il regalo più bello. Ci ha dato gli occhi, le mani, i piedi per correre nel mondo, il cuore per amare ed essere amati. Qualcuno riesce a ricordare quando era in braccio alla sua mamma?”

Silenzio di tomba.

Neppure io riesco a ricordarmi tra le braccia mia madre.

Vorrei dettagliare: “Ricordate quando vi abbracciava e baciava, dandovi la buonanotte?”, ma quel silenzio glaciale mi paralizza l’anima.

Metto su un’altra sedia vicino a Sheila la statua della Vergine Maria, invitando a fissare bene le due “mamme”.

Poi chiedo:

“Tu, Isaias, Izaquiel, Lucas, Eliù …c’è qualcuno che ha un po’ di rabbia per essere stato abbandonato?”

Solo Lucas ha detto di provare tanta rabbia verso sua madre.

“Perché?”.

“Perché neanche i cani abbandonano i loro cuccioli”.

Proseguo con un gruppo in gola:

“Chi ricorda l’ultima, proprio l’ultima preghiera di Gesù negli ultimi istanti della sua vita? Non era a letto bello tranquillo, ma sulla croce. E lì, sotto, c’era quella gente che Lui aveva guarito, cercato, amato. E loro gli hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi. Per immobilizzarlo, per uccidere il suo amore”

A quel punto Alex interviene:

“Ha detto: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”

“Come ha fatto a scusare, giustificare chi gli faceva un male così orrendo? Come ha fatto ad avere questo coraggio? E noi? Abbiamo il coraggio di perdonare chi ci ha abbandonato? Anche io, praticamente, sono stato abbandonato quasi come voi. Sono entrato in seminario a 11 anni e non riesco a ricordare, a vedermi in braccio alla mia mamma. Eravamo sette fratelli e mia madre è stata assente dalla mia vita…”.

Lucas è rimasto impassibile, la faccia dura, il cuore spento.

Come fargliene una colpa? Ed io:

“Va bene. Il Signore non ci chiede di pregare come ha fatto Lui sulla croce, perdonando i suoi nemici. Ma la nostra mamma può essere la nostra nemica? Può averci messo sulla croce dell’abbandono, piantato i chiodi per cattiveria? Da soli non riusciremo mai a perdonare la nostra mamma. Gesù è disposto a darci questa forza, questo coraggio. Pensiamoci bene: se non perdoniamo la nostra mamma non riusciremo a perdonare neppure noi stessi?”.

Poi, in cerchio, mano nella mano, abbiamo pregato per tutte le mamme che abbandonano i figli; per i 50 milioni di prostitute; per le bambine abbandonate e abusate…

“E, per finire, diamo un abbraccio a donna Sheila, come se lo dessimo alla nostra mamma, a tutte le mamme del mondo… Amen!”.

(Da una Lettera di Fausto Alberto Marinetti)

Ogni bambino porta un mistero e un messaggio…

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Una sera, come tante, nel centro di accoglienza per i meninos de rua, i bambini si riuniscono intorno a Fausto per giocare con il più piccolo. (Maranhão, Brasile, 13 aprile 1993)

I Bambini hanno invaso la mia stanza, nella quale mi rifugio a giocare con L., il più piccolo di pochi mesi. Tutti vogliono farlo divertire per farmi contento. Ed io non ho il coraggio di mandarli via, perché si vede che vogliono la loro parte d’intimità, di attenzione. È il più piccolo che fa dimenticare la fatica, le disillusioni, e tutto il resto della nostra stretta convivenza al centro con i suoi lati piacevoli e meno piacevoli.  L. ha il potere di trasmettere voglia di vivere. Ogni sera bisogna cercargli un nuovo giochino. Conosce tutti gli oggetti di casa, comprese le pentole e gli utensili. La sua passione sono le serrature, le pile, le posate. Gli metto in mano i pulcini, gli faccio accarezzare il gattino e il cagnolino. Credo che ogni bambino sia un «mandato» da oltre per portare un mistero e un messaggio. Studio i suoi progressi e le sue reazioni. Quando è riuscito a stare in piedi per la prima volta e a battere le manine, l’abbiamo applaudito. Ogni cosa nuova gli fa lanciare un gridolino, come stesse assaporando una nuova goccia di vita. Va matto per tutto ciò che è componibile e scomponibile: tappi, coperchi, cosine da avvitare e svitare. Pare considerare il nuovo come un dono. Quando si stanca di tutto lo metto in groppa e gli dico: «Andiamo a fare il giro del mondo!». E lo porto a vedere i conigli, i maiali, i pulcini, le pecore. Che gridolini di conquista quando riesce ad afferrare le corna di un capretto oppure lo mettiamo in sella a Raio. Le sere di luna piena lo porto a vedere lo spettacolo del cielo. Per effetto ottico sembra più grande e più vicina e L. allunga le manine per afferrarla. Quando il cielo è stellato saluta le stelle con la manina. Crescendo si perde la freschezza della curiosità; non si è più capaci di stupirsi; tutto diventa routine. Un bambino piccolo aiuta a riscoprire il sapore della vita. Anche Dio deve dimenticare tante cose quando guarda i bambini, tutto ciò che ha bisogno di tenerezza. Non è per questo che il Cristo cercava la loro compagnia, ce li proponeva come modelli e sgridava gli apostoli che glieli allontanavano? Perché un bambino tanto piccolo ha il potere di trasmetterci tanta gioia? Chi non prova qualcosa di umanizzante quando vuole afferrare la pioggia, la luce, la fiamma della candela, quando fa ciao alla luna e alle stelle?

(da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti)

Domande senza risposte

da una lettera -dialogo tra me e Fausto sulla sua esperienza coi bambini abbandonati

Fausto :
Ma chi ha ricevuto solo botte, chi è stato abusato dal padre, chi è stato torturato dalla madre, chi non ha mai avuto un bacio, una carezza, come può essere in grado, permettersi di amare? Chi è nato per nutrirsi di spazzatura come fa a non sentirsi un rifiuto come Marcelo?
Io:
Occorre trovare e costruire un senso per vivere
a questi bambini che ti chiedono perché sono nati tu cosa rispondi ?
Fausto:
per fortuna non me lo chiedono con le parole, ma con gli occhi sì.
Cosa rispondo? Non ci saranno mai parole adeguate, capaci, in grado di rispondere ad un abisso di vuoto spinto, di male assoluto.
No. Non rispondo. Me ne sto zitto, contemplo in fondo ai loro occhi la loro fame di amore e li abbraccio forte forte, per farmi perdonare…
 

8 maggio 1993, una festa della mamma

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Ecco come si svolge la festa della mamma in un centro d’accoglienza per i bambini di strada, Acailandia, Brasile 8 maggio 1993.

La festa della mamma è una buona occasione per rinnovare la biancheria.

Luiza, la catechista, ha scelto i capi di vestiario secondo la necessità di ognuno. E così, dopo cena, la festa davanti casa. Prima i canti, poi la presentazione dei regali. Su un ceppo c’era un gran catino pieno di pacchetti. Il bambino più piccolo, gli occhi bendati, faceva vari giri poi consegnava allo Zio il pacco per leggere il nome del destinatario. Il «graziato» ringraziava, esibendosi in una espressione artistica: Ronaldo ha fatto un miagolio, Rone ha imitato la capretta, Ivan s’è sbizzarrito a fare il pagliaccio, Tereza ha recitato la poesia della mamma, con inchini e moine. Eliton e José hanno fatto scena muta. Erle, come al solito ha pianto d’invidia per quello che vedeva nel pacco degli altri. Ruse non stava nella pelle: con gli stivali nuovi di zecca, adesso poteva dire di essere un vero vaqueiro.

Luiza ha imboccato il discorso sulla «Mamma», ma s’è inceppata. Come si fa a celebrare una mamma che abbandona i figli come dei cani?

È difficile far venire a questi bambini il gusto di tenersi in ordine, lavarsi, pettinarsi. Se non hanno mai ricevuto amore, come fanno ad amarsi?

E io batto e ribatto: «Perché non ti curi un po’? Non ti senti in famiglia, in casa tua?»

Rimangono in silenzio e mi guardano con gli occhi vuoti. Continuano a fare la popò a pochi metri da casa. Pretendo ciò che non possono dare o devo lasciargli il tempo di rifarsi?

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

 

Impastati di luce e tenebra

27.9.1993 Maranhão, Brasil

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L’alba mi fa stare bene.

La vita rinasce ad ogni nuovo giorno. A fermentare il cosmo, a lievitare l’anima dell’universo.

La luce sveglia la vita.

Vivo l’alba come un fenomeno sempre nuovo. Qualcosa che esercita su di me una magia. La luce che sgorga dalle tenebre mi rapisce. Una materia luminosa che nasce dalla materia opaca. Alla stessa maniera osservo il bambino più piccolo e mi chiedo: come è possibile che da due esseri opachi – come noi adulti – possa nascere un esserino così meraviglioso. Anche noi siamo impastati di luce e tenebra?

Fausto A. Marinetti da Ai Confini di Dio

 

Diario dalla periferia della storia

Fausto e Phlomis ringraziano La il@  https://semidapiantare.wordpress.com per il prezioso contributo.

Semi da piantare

“Io sono convinto che se il mondo ponesse tra le sue priorità la lotta contro l’indigenza, potremmo costruire una realtà di cui saremmo giustamente orgogliosi, mentre oggi proviamo solamente vergogna.”

“Gli economisti hanno contribuito in modo determinante a modellare il mondo in cui viviamo…senza timore di essere smentiti, hanno completamente fallito nell’ambito delle scienze sociali…hanno trascurato l’esistenza dei poveri e hanno eluso la dimensione sociale dei problemi…rivolti al fenomeno e le cause della ricchezza, mai …le cause della povertà.”

Muhammad Yunus

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La giustizia prima dell’amore

18 luglio 1993, Açailandia Brasile, centro di accoglienza per bambini di strada.

Da tempo rifletto e non sono soddisfatto della mia delusione nei confronti degli adulti. Ci vorrebbe un equilibrio divinamente umano per misurare fino a che punto si aiuta sul serio, si favorisce l’indolente o si diventa conniventi con l’approfittatore.

Dosare giustizia e amore. Convengo che l’amore va oltre il calcolo, la riconoscenza, il risultato. Ma ci può essere amore senza reciprocità, senza i due sensi di marcia, andare e venire, dare e ricevere? Lo so che chi lotta per emergere dal nulla non ha se non il nulla da dare. Anche il mio rapporto con Dio è cambiato. Gesù ha detto che il Padre ci ama come lui stesso ci ama. Se vuole che lo ami mi deve mettere alla pari con Lui, altrimenti non esiste neppure la possibilità di un rapporto d’amore. O mi tratta come tratta se stesso, altrimenti lo rifiuto. Non sono né servo né schiavo e neppure un oggetto che serve per aumentare la sua gloria. A chi è condannato a vivere in condizioni di emergenza bisogna restituire ciò che gli è stato sottratto. La giustizia precede ogni carità. In seminario non ti danno questa passione. La giustizia rimane un buco nero. Ecco perché hanno fatto di noi dei professionisti dell’assistenzialismo e hanno spento in noi la sete per la giustizia. Ciò che mi fa paura non è amare senza alcuna programmazione, ma fare il benefattore, perché odiabili sono tutti i benefattori. Non rallentano il cammino della storia, la conquista a proprie spese della giustizia e della libertà? Perché sono così radicalmente contro 1’assistenzialismo? Perché impedisce l’avvento della giustizia; mistifica le cose; manipola i poveri, li strumentalizza per la teologia delle «opere buone». Questo deforma le coscienze. Le mette in pace con due pacchi dono, con qualche ora o qualche anno di volontariato. Chiediamolo alle vittime se gli sta bene così, con l’equazione tanti benefattori, tanti beneficati. Con questo sistema che cosa è cambiato nella storia? Appellare alle parole del Cristo «I poveri li avrete sempre con voi», è piegare il «Verbo» per giustificare le nostre colpe sociali.

Non radicalizzo. Chi non sa che una società non si può fare a meno del pronto soccorso, dell’intervento d’emergenza, dei fondi sociali? Abbiamo bisogno di Madre Teresa, ma guai se non ci fossero gli assetati di giustizia! Non ti pare che abbiamo ridotto l’assistenzialismo a regola e non ad eccezione? E la giustizia, che dovrebbe essere «l’ordinaria amministrazione», non solo è diventata eccezione, ma non sappiamo neppure che cosa sia. Chi reclama la restituzione delle culture, religioni indigene? A quale tribunale dovrebbero appellare i discendenti degli schiavi, perché siano restituiti ai loro avi la dignità, l’onore che i cristianissimi popoli europei hanno vilipeso? E non esiste perdono senza riparazione dei danni e restituzione della refurtiva.

Fausto Marinetti da Ai confini di Dio

Amore e reciprocità

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Certo che l’amore va oltre il calcolo, la riconoscenza, il risultato.

L’amore incondizionato è possibile ma ci priva della nostra umanità.

Come lo so che la non – reciprocità  fa male.

Ci può essere vero amore senza reciprocità, senza i due sensi di marcia, andare e venire, dare e ricevere?

Perché senza reciprocità non c’è rapporto alla pari, che è conditio sine qua non per un rapporto d’amore.

Se non ci trova sullo stesso piano è impossibile amarsi sul serio, vero?

Reciprocità significa mettersi sullo stesso piano.

Phlomis e Fausto A. Marinetti

 

 

 

 

La verità ultima

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Forse la verità ultima circa la verità è l’amore.

Un qualcosa che ti fa relativizzare aspetti particolari, accidentali e ti induce a ricercare la verità ultima, quella di prospettiva, che è oltre i nostri piccoli orizzonti.

L’amore non c’impone di accettarci al di là di tutto, perché la persona viene prima di tutto?

La verità è in funzione della persona non viceversa?

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Tutto serve…

Ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano.

E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

True Love

E tu ti trovi ad un bivio: la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.

Due volte Fausto è rinato all’amore, diventando una creatura nuova, la prima volta con Rita, una ragazzina drogata che tentava il suicidio e l’ha messo di fronte alla disperazione di una vita senza un senso ( https://ioinviaggio.wordpress.com/2016/02/19/lamore-vero-e-un-oltre-tale-che-incomincia-dove-finiscono-le-tue-risorse/) , e  la seconda volta con la nascita del figlio G., disabile grave, che con il suo sorriso ha instillato in lui la Speranza (https://ioinviaggio.wordpress.com/2016/04/07/io-vedo-col-cuore/ ).

Quando si nasce all’Amore vero?

E a voi quando è successo di rinascere all’amore vero?

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La tua amicizia è come luce nel mio cammino.

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Da una lettera per Fausto :

La tua amicizia è come luce nel mio cammino. Questa conoscenza dei poveri che mi ferisce e mi costruisce è luce. Mi conferma che l’amicizia è una tra le più grandi espressioni della presenza di Dio, della sua tenerezza. E sacramento di Lui. Vivo l’amicizia, come un abbraccio. E mi dà gioia. La conosco in me come fonte di unificazione o di crescita serena, equilibrata. Penso ai miei amici come ai «collaboratori della mia gioia» e vorrei essere altrettanto per loro.

Da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti

Vi presento Fausto

Fausto Alberto Marinetti nasce a Milano nel  1942, diventa sacerdote nel 1968, licenziato in Teologia Pastorale, rinuncia al dottorato per entrare nell’«università del popolo».

Quattro esperienze in particolare segnano la sua vita:

La prima esperienza è la convivenza con i “rifiuti umani” scaricati ai margini della città, ciò gli insegna che i mali della società non si curano con palliativi.

La seconda esperienza lo vede impegnato per dieci anni nella comunità di Nomadelfia, accanto a Don Zeno, qui sperimenta l’avventura dell’uomo nuovo, della famiglia e della società nuova, vive la speranza dell’utopia.

La terza esperienza è trovarsi a vivere e sopravvivere per  vent’anni sul Calvario del terzo mondo nel Nordest brasiliano, qui incontra la più grande tragedia della storia: l’oceano della miseria e la sua disperazione, l’arricchimento del nord del mondo al prezzo dell’impoverimento del sud. Dai “depauperati del pianeta” impara che la cosa più urgente è un cambiamento di rotta.

Essendo egli stesso un testimone della storia,  Fausto diviene conferenziere e scrittore, denuncia le cause dell’ingiustizia istituzionale con libri-testimonianza: “L’olocausto degli empobrecidos” (1986, 7^ edizione), “Lettere dalla periferia della storia” (1989, 2^ ed.), “Canto l’uomo” (1990), “Ai confini di Dio” (1995), dal 1990 al 2000 visita vari paesi come reporter per diverse riviste missionarie, nel 2000 rientra in Italia e si dedica all’approfondimento e alla diffusione del messaggio di don Zeno e degli “empobrecidos”, attualmente vive a Fortaleza, Brasile.

Ma la quarta e fondamentale esperienza è quella di diventare padre di due figli, in particolare di Gianmarco, disabile grave e non vedente.

Ancora una volta e ancora di più Fausto sperimenta che l’amore è quella cosa che inizia laddove finiscono le nostre risorse, un andare oltre a noi stessi.

Fausto si trova ad un bivio come lui stesso scrive:

” la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.”

Il figlio Gianmarco insegna a Fausto a comprendere il più importante dei linguaggi, quello del cuore, comunicando con il suo sorriso che la tenerezza della vita è un bene prezioso e insostituibile.

Ninnare la vita

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Centro di accoglienza per bambini di strada, i meninos de rua, nel Maranhão, Brasile,  0ttobre 1993

Non esiste privacy per i poveri. Ieri sera per avere un poco di tempo per me, mi sono nascosto in camera. Le bambine A e S. mi hanno scovato e prima di addormentarci si è svolta questa piccola conversazione.

“Secondo voi da dove viene un bambino piccolo?”

“Dal ventre di sua madre”, rispondono le bambine

“Guardate L. , l’ultimo nato, negli occhi: non c’è della luce che viene dalle stelle?”

Stupore.

Una bimba esclama: “Allora prima si nasce sulle stelle e poi sulla terra?”

I suoi occhioni neri sembrano dilatarsi:

“Voglio sognare L. per sapere come era quando viveva sulle stelle…”

E L. non si decide a dormire. Gli canto tutte le ninna nanne che il convento mi ha insegnato: quella di Bramhs, del Somma, Adeste fidelis, Tu scendi dalle stelle.

Una sensazione divina cullare un bambino. Ninnare la vita. Cullare Luisinho non è cullare la stessa umanità di Cristo, la stessa dei popoli?

Ai confini di Dio. Fausto A. Marinetti

Io vedo col cuore.

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Quando qualche anno fa Papa Francesco è andato ad Assisi, e prima di visitare il santuario di pietra ha voluto visitare i santuari vivi in un istituto per non vedenti.

Tra questi, nel cuore, c’era la presenza di Gianmarco M.

Gianmarco è disabile grave non vedente.

Egli è un dono del cielo perché è nato per sorridere alle cose della Terra e a quelle del Cielo…

Gianmarco non parla ma chi l’ha detto che non parla? Gianmarco ha il suo modo di comunicare, che  è  oltre alle parole. E non ha bisogno di vedere con gli occhi perché vede con il cuore.

Questa è la sua lettera al papa:

Caro papa Francesco,

c’ero anch’io tra i miei fratellini disabili di Assisi.

C’ero, perché so di essere nel tuo cuore.

Ti sei emozionato, commosso, vergognato di leggere il testo preparato a tavolino e ti sei lasciato trascinare dal cuore. Dal nostro e dal tuo, vero?

Mi chiamo Gianmarco (Joao Marcos).

Sono nato nel nordest del Brasile in una clinica a pagamento. Eravamo due, io e il mio gemello, e ci hanno messo in una sola incubatrice, arrugginita. Il pediatra ha detto che io ero spacciato ed il mio fratello sicuro. Dopo due giorni lui è partito ed io sono rimasto per “sorridere”, perché è questo lo scopo della mia esistenza.

Sorrido a tutti, al Cielo, alla terra, alla lune e alle stelle.

A tutti, anche a te.

Sai, quando sono nato, piangevo come un’aquila. Tutte le sere cominciava il Calvario per me e per i miei genitori. Non riuscivo a liberarmi dai gas intestinali. Il mio papi ha vissuto una tragedia dell’anima. La mattina si alzava presto, usciva di casa, andava in mezzo ai banani si bagnava di rugiada, voleva cantare con gli uccellini, ma non ci riusciva. L’anima gli piangeva senza volerlo. Pensava a me e minacciava il Cielo con il pugno. Lo sentivo dire: “Che vigliaccheria, Dio! Perché te la prendi con un innocente? Prenditela con me, non con mio figlio”.

Poi mi faceva il bagnetto in piscina, danzava e piangeva. Cercava di occultare il pianto per non farmi soffrire, ma io lo sentivo e gli sorridevo. Allora lui dimenticava tutto, mi portava in groppa a visitare il “mondo”, accarezzare il gattino, prendere in mano i pulcini, passare la mano sulla pale delle banane e mi lavava viso ed anima con la rugiada…

Hai detto:

Qui siamo tra le piaghe di Gesù che sono anche un dono per noi… ma queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute”…

Caro Papa, vorrei dirti che voi non potete capire il nostro mondo.

Sai chi ha aiutato mio padre a vedermi come “un dono”?

Dei genitori che hanno figli come me.

Gli dicevano:

“Tu soffri, perché vedi le cose dal punto di vista di quello che la società ci impone, volendoci tutti aitanti, belli, primi della classe. Cosa manca a tuo figlio? Ha l’affetto, il cibo, le cure, tutto ciò di cui ha bisogno. Vedi che lui è felice e tu, crogiolandoti nel tuo inutile dolore perché non è “come gli altri”, gli trasmetti tristezza? Lui è perfetto nel suo modo di essere, non gli manca niente”.

Da quel giorno papi è risuscitato.

Io non parlo? Chi l’ha detto?

Io ho il mio modo di comunicare che non ha bisogno delle parole, è oltre.

Non ho bisogno di vedere con gli occhi, vedo col cuore.

Non ho bisogno delle gambe per camminare, cammino con le gambe di papi.

Sai? La mia passione è il treno. Papi mi porta alla stazione e noi corriamo dietro al treno. Spesso andiamo alla fermata successiva e torniamo indietro. Devi vedermi in treno: non sto nella pelle e la mia anima canta, fischia con il treno. Poi faccio il tifo per la musica e anche lì corro tutto il giorno su e giù dalle scale musicali. Amo i cantautori brasiliani, che cantano il riso, i fagioli, la luna, l’amore.

Forse hai ragione a dire che noi siamo le piaghe del Cristo. Di quale, quello del venerdì santo o quello dell’alba di resurrezione? Forse si può dire che all’inizio le nostre “piaghe sono da venerdì santo”, ma i nostri genitori a furia di amore le trasformano in “piaghe di luce”, quelle del risorto. Tu, forse, lo intuisci, ma per i nostri genitori è una certezza.

Non essere triste per noi, ti prego.

Guardami: io sorrido, sono felice.

E’ per questo che sono nato.

E ti mando un abbraccio grande come il Cielo,

tuo Gianmarco M. </blockquote
(Fausto e Gianmarco Marinetti, padre e figlio)

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia.

Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura. Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

 

 

 

Quando qualcuno ti prende per mano…

 

gecko-800887_1280Un amico accetta l’altro come è, se fa qualcosa per farlo sentire diverso è già fuori dall’orbita dell’amicizia, non avere paura neppure della realtà diversa dalla tua: credo sia più facile di quello che credi, basta predisporre il cuore a fare ginnastica di ascolto, di capacità di accoglienza dell’altro come l’altro.

Il primo passo per varcare la soglia si fa quando qualcuno ti prende per mano.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

Che contrasto…

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Imperatriz, Maranhao, Brasil, 21-4-1992

Che contrasto tra la bellezza sfolgorante del creato e il disordine ad opera dell’uomo! Lo notavo all’alba mentre tutto si colorava di un rosa travolgente che si rovesciava senza misura sui tetti, sulle campagne, scendendo lungo le dodici palme dei babaçu. La tenerezza del cielo prendeva corpo in quel colore rosa che inteneriva l’universo e la storia. Dio, la terra degli scomunicati dalla vita è assetata della tua tenerezza. Poi la festa dei colori. E gli uccelli ad esaltarla in coro. La preghiera scorre dentro spontanea, come il ruscello là, dietro ai cespugli. I banani con immense pale verdi a tessere storie di clorofilla, approvvigionamento d’acqua e di calore per produrre il frutto. La spirale della vita riprende la sua marcia… Per saldare tutto insieme :note ed elettroni, colori ed onde, stelle e fiori, uomini e popoli.

(da Ai confini di Dio) Fausto A. Marinetti

(foto da pixabay)

La voglia di essere universali

Vedi?

TV, cultura, stampa, tutto ci impone  la superficialità, la stupidità di certe mode, di certe onde di conformismo.

Ci fanno credere che siamo liberi e poi siamo condizionati persino nella scelta del dentifricio. Che farsa!

Ecco perché devono crescere giovani sensibili vivi con la voglia di essere universali !

Io dico planetari perché è la dimensione del nostro tempo, la prospettiva del futuro.

Dimmi tu chi si sforza di darci un’educazione o educarci a vedere l’universo e ad amarlo come la propria casa? O se vuoi come il proprio corpo?

Non siamo intessuti dello stesso materiale di cui sono composte le stelle, i mari, le foreste?

 

da lettere di uno zio per una nipote

Noi non ci apparteniamo

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Scrivo per pagare un debito con gli amici. Bisogna buttare nella spazzatura le false umiltà: è un dovere mettere in comune le ricchezze interiori. Perché noi non ci apparteniamo. Se uno ha un cerino non può tenerlo per sé, ma deve accenderlo sulla piazza del mondo, dove c’è tanto buio.

(da Ai confini di Dio di  F. A. M. )

(foto da pixabay )

L’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse.

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All’alba vivo un fenomeno strano. Il corpo riposato, rilassato sembra liberare lo spirito. Ed allora vivo la vita in trasparenza. Una specie di smaterializzazione. Quando le prime luci colorano il mattino, il mio essere lievita sotto l’influsso di colori. L’anima si fa più leggera. E’ il momento più propizio per rileggere la propria storia nella controluce del nuovo giorno. Ci sono esperienze così forti nella nostra esistenza che per coglierne tutto il significato bisogna riemmergersi in esse a più riprese. Come I pescatori di perle. Qual è stata l’esperienza più forte della mia vita, quella che è servita da interruttore per accendere in me una nuova energia, questa corrente che mi pervade?

La prima perla si chiama Rita. Un essere fragile, tremante, scosso dalla disperazione, assetato di bontà. Tremava come una foglia. Ed aveva solo sedici anni. Minuta, sqonquassata, scampata ad un uragano. Ridotta ad un rottame. Una drogatina con sei tentati suicidi alle spalle. I cocci di questa creatura avevano il potere di travolgermi, di rivelarmi quello che né nei libri, né università mi avevano rivelato. Il Cristo non è né di gesso, né di legno, né di carta. Entra nella tua vita quanto meno te lo aspetti. E diventa esigente. Vuole tutto da te. Ti chiede l’impossibile. Che tenerezza le sue lacrime, le ribellioni, le bizze per l’astinenza! Quel parlare sconclusionato, la psicologia a pezzi. Una personalità tutta scollata. Notti insonni. Pazienza senza fine. Si disperava perchè tutti esigevano da lei che fosse un’altra, che smettesse di fare questa o quella pazzia: ubriacarsi, smaniare per la droga, una sigaretta dietro l’altra. Non voleva condizioni né ricatti. Non sopportava nulla perchè aveva sopportato tutto. Solo il fiele dell’abbandono e del diprezzo. Mi metteva alla prova. Voleva vedere fino a che punto resistevo alle sue stravaganze. Una creatura spaventata dalla vita. Parlava, buttava fuori tutto il male che aveva ricevuto. Senza padre, né madre. Due tentati suicidi sotto ai miei occhi. Per vedere l’effetto che faceva su di me. Per capire se la consideravo importante.

Una volta ha buttato giù una ventina di Valium. Fingevo che quel gesto non mi riguardasse. Poi, con un colpo inprovviso, le ho buttato via il mucchietto di pillole. Le ha raccolta ad una ad una. L’ho lasciata fare. Fino in fondo. Con il cuore in gola. Inebetiti tutti e due. Io volevo vedere fino a che punto arrivava lei e lei fino a che punto arrivavo io. Raccoglieva ed inghiottiva. La vedevo inghiottire la morte. Eppure volevo vedere fin dove arrivava. Poi fuggì in mezzo ai campi ed io cominciai a disperare.

In Rita ho scoperto che tutte le vittime del mondo preferirebbero morire piuttosto che vivere senza amore.

Un ‘infinita sete di amore.

E tu ti trovi ad un bivio: la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.

Da Canto l’ Uomo.

Fausto A. Marinetti

 

Anestesia generale : Carnival !

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foto da Pixabay di KRiemer

Anestesia generale ovvero il Carnevale in Brasile.

Fortaleza 6 marzo 1984

Per quattro giorni tutto chiuso, tutto bloccato.

Il Brasile vive il suo Carnevale.

Quattro giorno di follia, intitolano I giornali. Anche per I poveri. Specialmente per I poveri, perché I ricchi hanno mille altre distrazioni.

Ho tentato di capire, ma ci ho rinunciato. Qui il Carnevale non è un concetto ma una realtà che va oltre ogni logica, ogni visione razionale. Televisione radio giornali tutto è in funzione del Carnevale. Siccità. Flagelli, debiti con l’estero, elezioni, ecc, tutto rimane nel cassetto. Quello che conta è ballare, saltare, lasciare libero corso alla fantasia, sognare tutti insieme con l’aiuto della musica, della birra, della casciassa.

Nelle grandi città il Carnevale è commercializzato in funzione del turismo e del consumismo. La cosa più genuina non sono le sfilate dei carri allegorici e delle scuole di samba in competizione, ma I gruppi spontanei che scendono in strada vestiti di stracci per dire con tutto il loro corpo che esistono anche loro. Anche loro hanno il diritto di sfilare sotto gli occhi della storia.

Qui, nella capitale del più grande flagello che esista (28 milioni di nordestini sono colpiti dalla siccità), è impossibile spiegare la profusione di luci, di suoni, lo sfoggio dei costumi. Neppure l’opposizione si lamenta. E che? Vorreste togliere ai miseri anche questo piccolo analgesico?

Mi sono immerso nel cuore, nelle viscere del popolo danzante. Travolgente! Fiumi di birra. Musica assordante. Una sagra popolare. Uomini donne bambini anziani ci sono tutti all’appuntamento, alla festa del popolo. Qualcosa di ancestrale. Forse una religiosità naturale, sotterranea, che unisce tutti. Erano questi gli unici giorni in cui gli uomini si sentivano uomini? E’ bello vedere tanta gente riunita. Tutti legati dallo straordinario potere della danza!

Molti poveretti risparmiano tutto l’anno per comprarsi il vestito di Carnevale. Un miraggio in mezzo a 361 giorni di deserto? Oppure un sorso di speranza?

Da L’olocausto degli empobrecidos di F. A. M.

Frutti sull’albero della mia piccola vita.

Lasciamo al tempo far maturare le nespole.

A qualsiasi costo, anche a costo di non mangiarle mai, di non assaggiarle mai

Ma intanto devo dire quello che vivo, quello che mi fa vivere, altrimenti sono già morto.

Riguardo al mio scrivere, devi capire che io non riesco a scrivere per scrivere, per il gusto di produrre intuizioni, creare fantasie, elaborare pensieri raffinati.

Quanto scrivo è il risultato di un’esperienza viva; quindi diciamo così si tratta di fiori che sbocciano dal vissuto, oppure di frutti che vengono a maturare spontaneamente a maturare sull’albero della mia piccola vita.

Un tempo io ricercavo la parola, adesso è tutto diverso:

è come se la parola cercasse me!

Se non riesco a scrivere, ad esternare quello che vivo dentro, il mio paesaggio interiore, a mettere in comune con qualcuno quello che vivo mi sembra di essere una macchina allo stop, oppure di avere messo l’anima in parcheggio, o i sogni al ricovero. Quindi hai pienamente ragione: scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare.

Sono nato per questo e per che altro?

da lettere di uno zio per una nipote

Che vuol dire comunicare e con chi ?

“La salvezza non è nello scrivere ma nel riuscire a comunicare.”

Ottimo, perfetto, se hai capito questo hai capito quasi tutto!

L’impulso che io sento, quel non so che  mi sveglia e mi pungola e mi lascia inquieto fino a quando non ho messo giù quello che mi freme dentro, non è questione neanche per me di lasciare qualche cosa per i posteri! Ci sputo sopra alla fama, sai?

La salvezza viene dalla condivisione, va bene!

Ma il difficile è proprio qui : che vuol dire comunicare e con chi ?

Io forse pretendo troppo e dico che non mi basta neppure la comunicazione, pur ammettendo che è un primo passo essenziale.

Io aspiro sogno voglio la condivisione!!!

Provalo esperimentalo e … me lo dirai!

Perché laddove c’è condivisione c’è l’Amore maiuscolo, c’è la donazione reciproca.

Quello che si può provare tra amici intensissimi, oppure tra fratelli e sorelle (non del sangue, chiaro), oppure tra coniugi, oppure tra persone che in nome di un ideale superiore si saldano insieme, oppure quando due si vogliono così bene da raggiungere una sintonia quasi perfetta.

da lettere di uno zio per una nipote

Hai bisogno di vivere

fiore blu 22Solo la vita sazia la vita !

Gettare lo sguardo oltre le cortine, oltre quello che ognuno di noi chiama ‘ il tutto della mia vita’.

Perché oltre al nostro piccolo tutto c’è un altro tutto.

Chi crede di poter bastare a se stesso non si rende conto di morire in un bicchiere d’acqua, di chiudersi in un orizzonte tanto piccolo che meschino.

Quello che tu cerchi è quanto io ho sempre tentato di trasmetterti: solo l’esperienza, solo l’immersione della vita come in apnea ci può dare quello che tu aneli. Se io guardo la mia piccola esperienza devo dire che più ho vissuto intensamente fatti avvenimenti incontri più mi sono sentito vivo, carico, entusiasta fino al punto di doverlo comunicare, da qui deriva il mio scrivere, cioè un impulso a condividere con altri ciò che mi ha dato vita, che mi ha vissuto, che mi ha fatto esplodere di gioia.

Per questo ripeto ancora una volta che tu hai bisogno di vivere, vivere, vivere!

Chiaro, tu dirai ma vivere che cosa? E’ qui il punto: tutto! Tutto ciò che ti fa sentire viva, tutto ciò che ti arricchisce. Ogni esperienza umana, ogni situazione che ti rifletta l’Uomo e la sua vicenda, ogni lacrima e ogni trionfo.

La mia vita è stata molto movimentata e credi che io sia appagato? Che mi sia passata la voglia di affondare il cuore nell’elemento Umano? Tutt’altro! Sembra un fuoco che con gli anni invece di diminuire si accresce.

Mi interessa vivere, perché solo la vita sazia la vita.

da una lettera di Fausto Marinetti, scrittore giornalista, autore di Canto l’uomo e di L’olocausto degli empobrecidos.

Mettersi in cammino.

cammino

E come avrai qualcosa da raccontare, qualche cosa che sia nuovo se non ti butti oltre te stessa?

Non è che il viaggiare produca automaticamente l’effetto anti solitudine, ma è l’atteggiamento di andare, di mettersi in cammino che ti costringe ad uscire da te stessa, a guardare oltre al vuoto che ti porti dentro.

Dico viaggiare nel senso di assumere vita e storia degli altri, penetrare nell’esistenza di altri popoli, usi, costumi, culture.

Uscire da se stessi è un’operazione purificatrice.

Qualche cosa che arricchisce e sfama la nostra fame di umanità.

Ma come mettere sulla carta e farci stare in misere parole quello che provo e vorrei comunicarti?

sempre tuo zio.

da lettere di uno zio per una nipote