La Lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente.

La Lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente. Si tratta di una lettera che io ricevetti da mio zio quasi venti anni fa in un periodo in cui regnava il vuoto della mia vita, è una lettera d’amore per una nipote e l’umanità . Le parole chiave della vita di mio zio sono sempre state condivisione e comunicazione, lui è uno scrittore e un giornalista, un fotografo e un frate cappuccino, quasi 47 anni fa lui mi ha battezzato e poi è partito per conoscere ed abbracciare il mondo, e mentre lui era missionario in Brasile dove la morte è cosa banale, e io che allora avevo 27 anni e mi sentivo così estranea alla vita gli scrissi e lui mi rispose in questo modo:

Imperatriz 24.03.1995

Cara nipote, sono tornato all’alba e ho trovato la tua che m’aspettava. Come sto? In questi giorni con una gran diarrea che mi butta giù! Torno da Belem dove sono stato ad aiutare un regista a fare un documentario sui ragazzi di strada… ecco come sto: i viaggi mi fanno vivere, mi ossigenano l’anima… Anch’io provo una certa incomunicabilità: da dove cominciare, dove trovare le parole per comunicare un’esperienza? A me succede il contrario: io so che cosa ci riempie, me lo ha insegnato la vita, non i libri, non le persone. Le persone fuori dal comune, al massimo, riescono a comunicarti il loro cammino, come è avvenuto il fenomeno. Ma l’esperienza di uno è sempre unica e irripetibile, ognuno deve camminare con le proprie gambe. Dunque il massimo che posso fare è mettere in comune l’itinerario percorso, niente altro, e se guardo indietro alla mia vita devo ammettere che il mio carattere era molto simile al tuo. Ho incominciato a vivere veramente quando ho incontrato don ****, primi anni 70, lui aveva quel pane che mi sfamava, aveva il dono di farmi sentire vivo, di farmi credere che valeva la pena spendere la vita per qualcuno. E tu che scrivi “e non sopporto più di non toccare altro che il vuoto di me”, ebbene io ti auguro di toccare il fondo, di esasperarti sul fondo di te vuoto: solo tu puoi fare il salto. Che cosa è il salto? il fidarsi, di sé e degli altri; di sé prima ditutto, poi degli altri; GLI ALTRI SONO IL PIENO DI NOI, GLI ALTRI FANNO IL PIENO DI NOI STESSI. Parole cifrate? Niente affatto e quando non dirai più come si fa sarai sulla strada giusta. Ed è un processo che si rinnova sempre nella vita; uno non potrà mai dire ora ho imparato il trucco, ho la soluzione in tasca, ogni volta bisogna rifare la tela di nuovo. Quando nella mia vita è apparsa R., la drogatina, ho ricominciato tutto di nuovo, perché era il nuovo che rompeva il mio guscio e mi imponeva di ricominciare . Poi un’altra rinascita quando sono venuto tra le vittime del terzo mondo e a tutt’oggi mi sembra di essere sulla soglia di un’altra tappa della mia vita: non è facile muoversi perché non esiste una mappa, tutto è sempre nuovo. Sempre bisogna ricominciare da capo, la lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente. Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia. Tu dici “non riesco a concepire e sentire l’esistenza di un altro”, a me succede il contrario, non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare.. Scrivi ancora “non so da che parte uscire…”, smetti di pensarlo ed esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura , scrivi ancora che sei “anelante a vivere ma con la paura di non riuscirci; vorrei tanto mettermi alla prova ma temo di non poter sopportare la realtà e gli altri e di non esserne in grado” Butta via questi pensieri, perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio? A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perchè tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno. Tu scrivi “temo di poterti deludere quando ci incontreremo”, non sono mica un giudice io. Un amico accetta l’altro come è, se fa qualcosa per farlo sentire diverso è già fuori dall’orbita dell’amicizia, non avere paura neppure della realtà diversa dalla tua: credo sia più facile di quello che credi, basta predisporre il cuore a fare ginnastica di ascolto, di capacità di accoglienza dell’altro come l’ALTRO. Il primo passo per varcare la soglia si fa quando qualcuno vi prende per mano. Io ho avuto don ****, la drogatina R., le vittime del terzo mondo e oggi i bambini delle favelas. È solo per questo che t’ho offerto una mano amica, al di là di ogni considerazione di successo o insuccesso. Uno per esempio mette al mondo un figlio prescindendo da tutto quanto, perchè è amore gratuito, non mira alla ricompensa, al contraccambio, lo stesso dovrebbe essere tra due che si amano… e poi alla fine ti accorgi che il mestiere più difficile è fare l’uomo, amare gli altri. Non ci hanno educati a renderci conto che tutti gli altri hanno bisogno di ciò che abbiamo bisogno noi, quindi la misura del come rapportarci è dentro di noi, non si tratta di una cosa astratta o difficile tanto meno impossibile. Forse dovresti cominciare ad amare te stessa, come sai scoprire il bello della natura, così devi cominciare a scoprire il bello di te. Come fai ad essere tanto sicura che non avrai figli? Perchè ti escludi questa esperienza che rasenta il mistero? E lodici con tale amarezza! Tu scrivi “non appena provo a mettere latesta fuori dal mio mondo resto delusa” e che importa? Questo può impedirci di tentare e ritentare a fare con quella fragile argilla che siamo noi un capolavoro? E se da noi venisse fuori una semplice brocca non sarebbe già una soddisfazione quella di essere utili a qualche cosa? Mi viene un dubbio:forse tu provi in momenti brevissimi le vertigini degli ideali più belli, ti sembrano irraggiungibili e quindi ti viene da rinunciare in partenza: come la volpe che diceva che l’uva non era matura solo perchè era troppo alta… se una cosa è troppo alta per me farò di tutto per crescere per potenziare la mia umanità, elasticizzare i miei sentimenti e i miei sogni fino a quando ci riesco, non ti pare? Nipote non aver paura tu sei molto meglio di quello che ti dipingi: ognuno di noi porta il negativo di sé ed è solo con il negativo che si può ricavare il positivo. Guai a disprezzare il negativo le ombre le tenebre. Non servono anche queste per dare risalto alla luce? E allora tira le conclusioni. Ad ogni modo sappi che io sono sempre disponibile, poi le cose, le vicende, gli avvenimenti ci aiuteranno a far maturare lesituazioni e le scelte; non credere che io sia esente da dubbi paure e interrogativi. Il viaggiatore fuori di me mi crea un fenomeno strano, mi aiuta a circolare sempre di più nelle mie vene, a scoprire il mio io più profondo, a far emergere quello che sogno di me: un uomo universale, un uomo che vive per portare tutti gli altri nel suo essere, nel suo intimo. Percorrere il mondo per me non è altro che sentirisi scorrere nelle vene l’umanità, ogni popolo è come una conchiglia sigillata il cui mistero m’attira. Mi affascina perché intuisco che mi arricchisce, mi alimenta, amplifica il cuore e i polmoni dell’anima. L’UNICA COSA CHE CI FA VIVERE E’ VIVERE ! Uscire dal guscio dei piccoli problemi personali, pensare in grande, buttarsi nella periferia di noi stessi. Ognuno di noi è come un mulino che ha bisogno delsuo grano da macinare, più il grano è di qualità, migliore è il prodotto finale, ecco perchè il mio mulino ha bisogno di esperienze umane. Quello che non puoi più permetterti è di non vivere, io non te lo permetto, non puoi condannarti a vivere contro la tua volontà, non ci è lecito negarci, occorre fare di tutto per dare corpo all’intuizione che noi portiamo in fondo al nostro essere. Se la barca rimane legata alla riva anche da un solo filo di rete non potrà mai prendere il largo. Ti ho pensato anche nei miei viaggi e ho desiderato scriverti ma fatico a scrivere senza un intreccio un dialogo. Ad ogni modo stai serena ed anche sicura che lo zio ti vuole bene. Non aver paura di buttare l’anima oltre gli steccati, gli ostacoli e le barriere. In fondo certe delusioni della vita servono a renderci conto che solo chi ama in grande pensa e agisce in grande; ti abbraccio tuo Zio Fausto.

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Esci al largo di te….

above-736879_1280Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura.

Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

(foto da Pixabay)

La circonferenza del tuo essere.

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Più ci si affina in umanità più si avverte quello che passa nell’intimo dell’Altro. E l’Altro non è più l’Altro, ma qualcosa che tu vivi come se fosse la circonferenza del tuo proprio essere.

Fausto da una lettera

Una domanda…

 

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Ed io mi dico: è vero! Perfino il Cristo, pur esaltando i perduti; pur riservando i primi posti del Regno a peccatori e prostitute; pur mettendo sul trono i poveri e gli oppressi; ecc. ecc. è pur vero che non li ha scelti come discepoli, non li ha chiamati al suo seguito.

Non è una riflessione da poco, perché io mi rodo fegato ed anima per chiederGli se non sia quasi una forma di “discriminazione”. Allora chi si è ridotto a spazzatura, chi è sprofondato nella depressione, nella disperazione è fatalmente destinato al nulla? Io non sono sceso nell’inferno della solitudine, frustrazione, delusione, depressione. Non conosco il buco nero della disperazione. Ne ho solo sentito gli echi nei loro racconti. Chi ricorre, come extrema ratio, alla droga o all’alcool deve essere perché non ce la fa più a sopportare se stesso, non accetta i suoi limiti, non resiste all’ignominia della sua fragilità. C’e’ chi per esempio, riesce a buttare fuori quello che gli fa male dentro, solo con l’aiuto dell’alcool. Altrimenti si tiene tutto dentro. Tutto cosa? Il desiderio di morire, l’angoscia di non riuscire ad accettarsi come è e come sono gli altri. Chi può misurare il dolore di un crocifisso dalla vita, dai suoi cari, da se stesso?

Dio mio, la domanda è per Te.

Fausto Marinetti in una lettera.

L’alba è l’infanzia della vita…

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L’alba avanza e m’appassiona sempre più. Come un bambino di luce che nasce. La sento arrivare anche ad occhi chiusi. La luce che sboccia tra le fragili braccia dell’orizzonte. L’alba mi fa più buono. Lo stesso fenomeno che innesca in me Luisinho, il bimbo più piccolo, quando lo prendo in braccio: m’impone d’essere più umano. Forse l’alba è l’infanzia della vita. Una lama di luce che avanza a tagliare le tenebre e far nascere il nuovo, a promettere una cascata di luce.

Tutto ciò che è piccolo ha più bisogno di cure, di premure. Ed io ricerco la compagnia dei pulcini, degli agnelli. Convivo con i fermenti della storia, le proiezioni in avanti, gli slanci, le frustrazioni: ingredienti che esigono un dosaggio equilibrato. Forse ci è dato di contemplare l’uomo universale solo in sogno. Ci è dato di sospirarlo, di struggerci dalla voglia di vederlo; ma è in gestazione nell’utero della storia. Nel frattempo possiamo mandargli lettere d’amore, offrirgli mazzi di colori.

Luisinho mette insieme dei suoni: «Didì (pulcino), gagà (gallina), mou (mucca), agún (acqua)». Tutti i momenti vuole prendere un pulcino. Sale sulle sedie, conquista i tavoli. Al mattino fa il suo giro del mondo in carriola e pare un principe. Gli occhi vivissimi che non si saziano mai di bere cose nuove. Mette e toglie coperchi; apre e chiude vasetti, serrature, interruttori: vivere è la sua passione. Piove fino fino. Ho giocato con lui ad afferrare l’acqua che cade dalla grondaia.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Il Dio dei poveri

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Il Dio che i poveri rivelano è pratico: se ne intende di riso e fagioli. Cristo è uno che si fa toccare con le mani; uno che entra nella tua vita con le carte in regola: le stigmate del dolore. È uno che sa piantare foreste, mari, stelle, albe e tramonti. Uno che ha riempito la terra di mele e di banane, di colori e di note. È uno che senti tra i denti quando mangi un frutto, la luce, la musica; quando ti nutri d’umanità. Io lo conosco solo attraverso la materia, la carne, un tessuto di cellule e di elettroni, lo stesso che veste me, la luna, il sole …

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Grazie ad Ilaria :
Empobrecidos – diario dalla periferia del mondo
https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Sul senso di scrivere

Un conto è mettersi a scrivere a tavolino macinando pensieri e mettendo insieme sentimenti, vestendoli di parole appropriate, e un altro conto è avere qualcosa dentro che vuole venire fuori perché non riesci a contenerlo.

Questa seconda posizione deriva da chi vive intensamente esperienze forti.

Guarda: ti dirò più apertamente: le cose che scrivo adesso le ho pensate 15 anni fa, ma allora erano intuizioni e quindi le scrissi in modo freddo e astratto, oggi le riscrivo vestendole di sentimenti, dandogli nomi e cognomi, fatti, incontri che toccano dentro.

Perché?

Perché la vita è più ricca del nostro pensiero e della nostra fantasia.

Va oltre, ecco tutto.

Fausto A. Marinetti

da lettere di uno zio per una nipote

Celebriamo il mese di maggio

Parlare di MAMMA alla latitudine dell’abbandono è assurdo, non-senso?

Ma se uno non ha mai sentito il calore di un cuore materno, come fa ad immaginare che cosa sia una mamma?

Da una Lettera di Fausto A. Marinetti:

Fortaleza, casa do menor, (centro di accoglienza per bambini e ragazzi abbandonati), 12 maggio 2016.

Ieri mattina è toccato a me, Fausto, a guidare la preghiera. Eravamo solo una dozzina: 10 adolescenti, e l’assistente Sheila.

Celebriamo il mese di maggio, il mese di ogni Maria, di ogni donna/mamma.

“Sheila, per piacere siediti qui davanti. Guardiamola bene. Non è come la nostra mamma? Pensiamo a chi ci ha portato nel ventre per nove mesi. Chiudiamo gli occhi, immaginiamoci nel grembo materno. Fatto? Cosa provavamo, cosa sentivamo? E cosa provava, cosa sentiva la nostra mamma? La nostra mamma potrà aver fatto questo e quello ma è pur sempre la nostra mamma, la nostra culla della vita. Ci ha dato quello che nessun altro ci può dare, neppure l’uomo più ricco al mondo: la Vita. Come un dono, il regalo più bello. Ci ha dato gli occhi, le mani, i piedi per correre nel mondo, il cuore per amare ed essere amati. Qualcuno riesce a ricordare quando era in braccio alla sua mamma?”

Silenzio di tomba.

Neppure io riesco a ricordarmi tra le braccia mia madre.

Vorrei dettagliare: “Ricordate quando vi abbracciava e baciava, dandovi la buonanotte?”, ma quel silenzio glaciale mi paralizza l’anima.

Metto su un’altra sedia vicino a Sheila la statua della Vergine Maria, invitando a fissare bene le due “mamme”.

Poi chiedo:

“Tu, Isaias, Izaquiel, Lucas, Eliù …c’è qualcuno che ha un po’ di rabbia per essere stato abbandonato?”

Solo Lucas ha detto di provare tanta rabbia verso sua madre.

“Perché?”.

“Perché neanche i cani abbandonano i loro cuccioli”.

Proseguo con un gruppo in gola:

“Chi ricorda l’ultima, proprio l’ultima preghiera di Gesù negli ultimi istanti della sua vita? Non era a letto bello tranquillo, ma sulla croce. E lì, sotto, c’era quella gente che Lui aveva guarito, cercato, amato. E loro gli hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi. Per immobilizzarlo, per uccidere il suo amore”

A quel punto Alex interviene:

“Ha detto: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”

“Come ha fatto a scusare, giustificare chi gli faceva un male così orrendo? Come ha fatto ad avere questo coraggio? E noi? Abbiamo il coraggio di perdonare chi ci ha abbandonato? Anche io, praticamente, sono stato abbandonato quasi come voi. Sono entrato in seminario a 11 anni e non riesco a ricordare, a vedermi in braccio alla mia mamma. Eravamo sette fratelli e mia madre è stata assente dalla mia vita…”.

Lucas è rimasto impassibile, la faccia dura, il cuore spento.

Come fargliene una colpa? Ed io:

“Va bene. Il Signore non ci chiede di pregare come ha fatto Lui sulla croce, perdonando i suoi nemici. Ma la nostra mamma può essere la nostra nemica? Può averci messo sulla croce dell’abbandono, piantato i chiodi per cattiveria? Da soli non riusciremo mai a perdonare la nostra mamma. Gesù è disposto a darci questa forza, questo coraggio. Pensiamoci bene: se non perdoniamo la nostra mamma non riusciremo a perdonare neppure noi stessi?”.

Poi, in cerchio, mano nella mano, abbiamo pregato per tutte le mamme che abbandonano i figli; per i 50 milioni di prostitute; per le bambine abbandonate e abusate…

“E, per finire, diamo un abbraccio a donna Sheila, come se lo dessimo alla nostra mamma, a tutte le mamme del mondo… Amen!”.

(Da una Lettera di Fausto Alberto Marinetti)

La verità ultima

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Forse la verità ultima circa la verità è l’amore.

Un qualcosa che ti fa relativizzare aspetti particolari, accidentali e ti induce a ricercare la verità ultima, quella di prospettiva, che è oltre i nostri piccoli orizzonti.

L’amore non c’impone di accettarci al di là di tutto, perché la persona viene prima di tutto?

La verità è in funzione della persona non viceversa?

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Tutto serve…

Ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano.

E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

La tua amicizia è come luce nel mio cammino.

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Da una lettera per Fausto :

La tua amicizia è come luce nel mio cammino. Questa conoscenza dei poveri che mi ferisce e mi costruisce è luce. Mi conferma che l’amicizia è una tra le più grandi espressioni della presenza di Dio, della sua tenerezza. E sacramento di Lui. Vivo l’amicizia, come un abbraccio. E mi dà gioia. La conosco in me come fonte di unificazione o di crescita serena, equilibrata. Penso ai miei amici come ai «collaboratori della mia gioia» e vorrei essere altrettanto per loro.

Da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti

Io vedo col cuore.

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Quando qualche anno fa Papa Francesco è andato ad Assisi, e prima di visitare il santuario di pietra ha voluto visitare i santuari vivi in un istituto per non vedenti.

Tra questi, nel cuore, c’era la presenza di Gianmarco M.

Gianmarco è disabile grave non vedente.

Egli è un dono del cielo perché è nato per sorridere alle cose della Terra e a quelle del Cielo…

Gianmarco non parla ma chi l’ha detto che non parla? Gianmarco ha il suo modo di comunicare, che  è  oltre alle parole. E non ha bisogno di vedere con gli occhi perché vede con il cuore.

Questa è la sua lettera al papa:

Caro papa Francesco,

c’ero anch’io tra i miei fratellini disabili di Assisi.

C’ero, perché so di essere nel tuo cuore.

Ti sei emozionato, commosso, vergognato di leggere il testo preparato a tavolino e ti sei lasciato trascinare dal cuore. Dal nostro e dal tuo, vero?

Mi chiamo Gianmarco (Joao Marcos).

Sono nato nel nordest del Brasile in una clinica a pagamento. Eravamo due, io e il mio gemello, e ci hanno messo in una sola incubatrice, arrugginita. Il pediatra ha detto che io ero spacciato ed il mio fratello sicuro. Dopo due giorni lui è partito ed io sono rimasto per “sorridere”, perché è questo lo scopo della mia esistenza.

Sorrido a tutti, al Cielo, alla terra, alla lune e alle stelle.

A tutti, anche a te.

Sai, quando sono nato, piangevo come un’aquila. Tutte le sere cominciava il Calvario per me e per i miei genitori. Non riuscivo a liberarmi dai gas intestinali. Il mio papi ha vissuto una tragedia dell’anima. La mattina si alzava presto, usciva di casa, andava in mezzo ai banani si bagnava di rugiada, voleva cantare con gli uccellini, ma non ci riusciva. L’anima gli piangeva senza volerlo. Pensava a me e minacciava il Cielo con il pugno. Lo sentivo dire: “Che vigliaccheria, Dio! Perché te la prendi con un innocente? Prenditela con me, non con mio figlio”.

Poi mi faceva il bagnetto in piscina, danzava e piangeva. Cercava di occultare il pianto per non farmi soffrire, ma io lo sentivo e gli sorridevo. Allora lui dimenticava tutto, mi portava in groppa a visitare il “mondo”, accarezzare il gattino, prendere in mano i pulcini, passare la mano sulla pale delle banane e mi lavava viso ed anima con la rugiada…

Hai detto:

Qui siamo tra le piaghe di Gesù che sono anche un dono per noi… ma queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute”…

Caro Papa, vorrei dirti che voi non potete capire il nostro mondo.

Sai chi ha aiutato mio padre a vedermi come “un dono”?

Dei genitori che hanno figli come me.

Gli dicevano:

“Tu soffri, perché vedi le cose dal punto di vista di quello che la società ci impone, volendoci tutti aitanti, belli, primi della classe. Cosa manca a tuo figlio? Ha l’affetto, il cibo, le cure, tutto ciò di cui ha bisogno. Vedi che lui è felice e tu, crogiolandoti nel tuo inutile dolore perché non è “come gli altri”, gli trasmetti tristezza? Lui è perfetto nel suo modo di essere, non gli manca niente”.

Da quel giorno papi è risuscitato.

Io non parlo? Chi l’ha detto?

Io ho il mio modo di comunicare che non ha bisogno delle parole, è oltre.

Non ho bisogno di vedere con gli occhi, vedo col cuore.

Non ho bisogno delle gambe per camminare, cammino con le gambe di papi.

Sai? La mia passione è il treno. Papi mi porta alla stazione e noi corriamo dietro al treno. Spesso andiamo alla fermata successiva e torniamo indietro. Devi vedermi in treno: non sto nella pelle e la mia anima canta, fischia con il treno. Poi faccio il tifo per la musica e anche lì corro tutto il giorno su e giù dalle scale musicali. Amo i cantautori brasiliani, che cantano il riso, i fagioli, la luna, l’amore.

Forse hai ragione a dire che noi siamo le piaghe del Cristo. Di quale, quello del venerdì santo o quello dell’alba di resurrezione? Forse si può dire che all’inizio le nostre “piaghe sono da venerdì santo”, ma i nostri genitori a furia di amore le trasformano in “piaghe di luce”, quelle del risorto. Tu, forse, lo intuisci, ma per i nostri genitori è una certezza.

Non essere triste per noi, ti prego.

Guardami: io sorrido, sono felice.

E’ per questo che sono nato.

E ti mando un abbraccio grande come il Cielo,

tuo Gianmarco M. </blockquote
(Fausto e Gianmarco Marinetti, padre e figlio)

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia.

Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura. Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

 

 

 

Quando qualcuno ti prende per mano…

 

gecko-800887_1280Un amico accetta l’altro come è, se fa qualcosa per farlo sentire diverso è già fuori dall’orbita dell’amicizia, non avere paura neppure della realtà diversa dalla tua: credo sia più facile di quello che credi, basta predisporre il cuore a fare ginnastica di ascolto, di capacità di accoglienza dell’altro come l’altro.

Il primo passo per varcare la soglia si fa quando qualcuno ti prende per mano.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

Che contrasto…

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Imperatriz, Maranhao, Brasil, 21-4-1992

Che contrasto tra la bellezza sfolgorante del creato e il disordine ad opera dell’uomo! Lo notavo all’alba mentre tutto si colorava di un rosa travolgente che si rovesciava senza misura sui tetti, sulle campagne, scendendo lungo le dodici palme dei babaçu. La tenerezza del cielo prendeva corpo in quel colore rosa che inteneriva l’universo e la storia. Dio, la terra degli scomunicati dalla vita è assetata della tua tenerezza. Poi la festa dei colori. E gli uccelli ad esaltarla in coro. La preghiera scorre dentro spontanea, come il ruscello là, dietro ai cespugli. I banani con immense pale verdi a tessere storie di clorofilla, approvvigionamento d’acqua e di calore per produrre il frutto. La spirale della vita riprende la sua marcia… Per saldare tutto insieme :note ed elettroni, colori ed onde, stelle e fiori, uomini e popoli.

(da Ai confini di Dio) Fausto A. Marinetti

(foto da pixabay)

Little Love Letter

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Sento saudade di tutto ciò che ha segnato la mia vita

Quando vedo ritratti, quando sento profumi,

quando ascolto una voce, quando mi ricordo del passato,

sento saudade… Clarice Linspector

La lettera che segue io l’ho ricevuta a 40 anni, sono poche righe ma dicono tanto…

mia madre me la regalò in occasione  del mio quarantesimo compleanno.

Sapete che, allora nel 1966, non c’era il telefono fisso nelle case e così si scrivevano lettere di carta tra fidanzati, genitori e figli, nonni e nipoti ,che vivevano lontani, in due città diverse, poi arrivò il telefono e distrusse questa piccola magia, questo piccolo incantesimo di inchiostro parole ed emozioni.

Per lungo tempo i miei genitori conservarono le loro lettere da fidanzati, io ho sempre avuto la segreta speranza che me le avrebbero lasciate in eredità, invece un giorno mi comunicarono di averle bruciate !

Si salvarono dal fuoco le lettere che i genitori di mia mamma le scrivevano nel lontano 1966 dopo che, appena sposata, mia madre era andata a vivere dalla Romagna a Milano. Le lettere coprono un periodo di tempo che va dal 1966 al 1969, nel luglio 1969 io avevo un anno.

Questa letterina è datata 18 agosto 1969, io e mia mamma ci trovavamo in vacanza in Romagna dai nonni materni mentre mio padre era dovuto rientrare a Milano per controllare i lavori nel nostro nuovo appartamento dove a breve ci saremmo trasferiti. Ecco cosa scrive mio padre a mia madre:

“Carissima,                                                                                                    18 luglio 69

il viaggio con mio fratello è andato bene… abbiamo trovato molto traffico tra Bologna e Parma e poi…solo milanesi. Tra la posta ho trovato quello che aspettavamo dal notaio per la nostra casa, è tutto a posto.

Cara mi raccomando di CURARE benissimo la nostra AMATA BIMBA, ti prego di non lasciarla un momento sola…. spero che ora stia meglio e che inizi a mangiare di nuovo, sono veramente preoccupato per il suo stato, spero molto che anche tu sia ritornata in piena salute, io ho cominciato il lavoro, ho trovato un mucchio di cose da fare…quindi…al lavoro sotto a tutta forza…”

una lettera molto semplice che a 39  anni di distanza mi ha fatto commuovere , io vi leggo tenerezza e speranza e energia per l’inizio di una nuova vita insieme, che poi è stata molto bella e ricca.

La voglia di essere universali

Vedi?

TV, cultura, stampa, tutto ci impone  la superficialità, la stupidità di certe mode, di certe onde di conformismo.

Ci fanno credere che siamo liberi e poi siamo condizionati persino nella scelta del dentifricio. Che farsa!

Ecco perché devono crescere giovani sensibili vivi con la voglia di essere universali !

Io dico planetari perché è la dimensione del nostro tempo, la prospettiva del futuro.

Dimmi tu chi si sforza di darci un’educazione o educarci a vedere l’universo e ad amarlo come la propria casa? O se vuoi come il proprio corpo?

Non siamo intessuti dello stesso materiale di cui sono composte le stelle, i mari, le foreste?

 

da lettere di uno zio per una nipote

Noi non ci apparteniamo

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Scrivo per pagare un debito con gli amici. Bisogna buttare nella spazzatura le false umiltà: è un dovere mettere in comune le ricchezze interiori. Perché noi non ci apparteniamo. Se uno ha un cerino non può tenerlo per sé, ma deve accenderlo sulla piazza del mondo, dove c’è tanto buio.

(da Ai confini di Dio di  F. A. M. )

(foto da pixabay )

L’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse.

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All’alba vivo un fenomeno strano. Il corpo riposato, rilassato sembra liberare lo spirito. Ed allora vivo la vita in trasparenza. Una specie di smaterializzazione. Quando le prime luci colorano il mattino, il mio essere lievita sotto l’influsso di colori. L’anima si fa più leggera. E’ il momento più propizio per rileggere la propria storia nella controluce del nuovo giorno. Ci sono esperienze così forti nella nostra esistenza che per coglierne tutto il significato bisogna riemmergersi in esse a più riprese. Come I pescatori di perle. Qual è stata l’esperienza più forte della mia vita, quella che è servita da interruttore per accendere in me una nuova energia, questa corrente che mi pervade?

La prima perla si chiama Rita. Un essere fragile, tremante, scosso dalla disperazione, assetato di bontà. Tremava come una foglia. Ed aveva solo sedici anni. Minuta, sqonquassata, scampata ad un uragano. Ridotta ad un rottame. Una drogatina con sei tentati suicidi alle spalle. I cocci di questa creatura avevano il potere di travolgermi, di rivelarmi quello che né nei libri, né università mi avevano rivelato. Il Cristo non è né di gesso, né di legno, né di carta. Entra nella tua vita quanto meno te lo aspetti. E diventa esigente. Vuole tutto da te. Ti chiede l’impossibile. Che tenerezza le sue lacrime, le ribellioni, le bizze per l’astinenza! Quel parlare sconclusionato, la psicologia a pezzi. Una personalità tutta scollata. Notti insonni. Pazienza senza fine. Si disperava perchè tutti esigevano da lei che fosse un’altra, che smettesse di fare questa o quella pazzia: ubriacarsi, smaniare per la droga, una sigaretta dietro l’altra. Non voleva condizioni né ricatti. Non sopportava nulla perchè aveva sopportato tutto. Solo il fiele dell’abbandono e del diprezzo. Mi metteva alla prova. Voleva vedere fino a che punto resistevo alle sue stravaganze. Una creatura spaventata dalla vita. Parlava, buttava fuori tutto il male che aveva ricevuto. Senza padre, né madre. Due tentati suicidi sotto ai miei occhi. Per vedere l’effetto che faceva su di me. Per capire se la consideravo importante.

Una volta ha buttato giù una ventina di Valium. Fingevo che quel gesto non mi riguardasse. Poi, con un colpo inprovviso, le ho buttato via il mucchietto di pillole. Le ha raccolta ad una ad una. L’ho lasciata fare. Fino in fondo. Con il cuore in gola. Inebetiti tutti e due. Io volevo vedere fino a che punto arrivava lei e lei fino a che punto arrivavo io. Raccoglieva ed inghiottiva. La vedevo inghiottire la morte. Eppure volevo vedere fin dove arrivava. Poi fuggì in mezzo ai campi ed io cominciai a disperare.

In Rita ho scoperto che tutte le vittime del mondo preferirebbero morire piuttosto che vivere senza amore.

Un ‘infinita sete di amore.

E tu ti trovi ad un bivio: la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.

Da Canto l’ Uomo.

Fausto A. Marinetti

 

Anestesia generale : Carnival !

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foto da Pixabay di KRiemer

Anestesia generale ovvero il Carnevale in Brasile.

Fortaleza 6 marzo 1984

Per quattro giorni tutto chiuso, tutto bloccato.

Il Brasile vive il suo Carnevale.

Quattro giorno di follia, intitolano I giornali. Anche per I poveri. Specialmente per I poveri, perché I ricchi hanno mille altre distrazioni.

Ho tentato di capire, ma ci ho rinunciato. Qui il Carnevale non è un concetto ma una realtà che va oltre ogni logica, ogni visione razionale. Televisione radio giornali tutto è in funzione del Carnevale. Siccità. Flagelli, debiti con l’estero, elezioni, ecc, tutto rimane nel cassetto. Quello che conta è ballare, saltare, lasciare libero corso alla fantasia, sognare tutti insieme con l’aiuto della musica, della birra, della casciassa.

Nelle grandi città il Carnevale è commercializzato in funzione del turismo e del consumismo. La cosa più genuina non sono le sfilate dei carri allegorici e delle scuole di samba in competizione, ma I gruppi spontanei che scendono in strada vestiti di stracci per dire con tutto il loro corpo che esistono anche loro. Anche loro hanno il diritto di sfilare sotto gli occhi della storia.

Qui, nella capitale del più grande flagello che esista (28 milioni di nordestini sono colpiti dalla siccità), è impossibile spiegare la profusione di luci, di suoni, lo sfoggio dei costumi. Neppure l’opposizione si lamenta. E che? Vorreste togliere ai miseri anche questo piccolo analgesico?

Mi sono immerso nel cuore, nelle viscere del popolo danzante. Travolgente! Fiumi di birra. Musica assordante. Una sagra popolare. Uomini donne bambini anziani ci sono tutti all’appuntamento, alla festa del popolo. Qualcosa di ancestrale. Forse una religiosità naturale, sotterranea, che unisce tutti. Erano questi gli unici giorni in cui gli uomini si sentivano uomini? E’ bello vedere tanta gente riunita. Tutti legati dallo straordinario potere della danza!

Molti poveretti risparmiano tutto l’anno per comprarsi il vestito di Carnevale. Un miraggio in mezzo a 361 giorni di deserto? Oppure un sorso di speranza?

Da L’olocausto degli empobrecidos di F. A. M.

Frutti sull’albero della mia piccola vita.

Lasciamo al tempo far maturare le nespole.

A qualsiasi costo, anche a costo di non mangiarle mai, di non assaggiarle mai

Ma intanto devo dire quello che vivo, quello che mi fa vivere, altrimenti sono già morto.

Riguardo al mio scrivere, devi capire che io non riesco a scrivere per scrivere, per il gusto di produrre intuizioni, creare fantasie, elaborare pensieri raffinati.

Quanto scrivo è il risultato di un’esperienza viva; quindi diciamo così si tratta di fiori che sbocciano dal vissuto, oppure di frutti che vengono a maturare spontaneamente a maturare sull’albero della mia piccola vita.

Un tempo io ricercavo la parola, adesso è tutto diverso:

è come se la parola cercasse me!

Se non riesco a scrivere, ad esternare quello che vivo dentro, il mio paesaggio interiore, a mettere in comune con qualcuno quello che vivo mi sembra di essere una macchina allo stop, oppure di avere messo l’anima in parcheggio, o i sogni al ricovero. Quindi hai pienamente ragione: scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare.

Sono nato per questo e per che altro?

da lettere di uno zio per una nipote

Che vuol dire comunicare e con chi ?

“La salvezza non è nello scrivere ma nel riuscire a comunicare.”

Ottimo, perfetto, se hai capito questo hai capito quasi tutto!

L’impulso che io sento, quel non so che  mi sveglia e mi pungola e mi lascia inquieto fino a quando non ho messo giù quello che mi freme dentro, non è questione neanche per me di lasciare qualche cosa per i posteri! Ci sputo sopra alla fama, sai?

La salvezza viene dalla condivisione, va bene!

Ma il difficile è proprio qui : che vuol dire comunicare e con chi ?

Io forse pretendo troppo e dico che non mi basta neppure la comunicazione, pur ammettendo che è un primo passo essenziale.

Io aspiro sogno voglio la condivisione!!!

Provalo esperimentalo e … me lo dirai!

Perché laddove c’è condivisione c’è l’Amore maiuscolo, c’è la donazione reciproca.

Quello che si può provare tra amici intensissimi, oppure tra fratelli e sorelle (non del sangue, chiaro), oppure tra coniugi, oppure tra persone che in nome di un ideale superiore si saldano insieme, oppure quando due si vogliono così bene da raggiungere una sintonia quasi perfetta.

da lettere di uno zio per una nipote

Hai bisogno di vivere

fiore blu 22Solo la vita sazia la vita !

Gettare lo sguardo oltre le cortine, oltre quello che ognuno di noi chiama ‘ il tutto della mia vita’.

Perché oltre al nostro piccolo tutto c’è un altro tutto.

Chi crede di poter bastare a se stesso non si rende conto di morire in un bicchiere d’acqua, di chiudersi in un orizzonte tanto piccolo che meschino.

Quello che tu cerchi è quanto io ho sempre tentato di trasmetterti: solo l’esperienza, solo l’immersione della vita come in apnea ci può dare quello che tu aneli. Se io guardo la mia piccola esperienza devo dire che più ho vissuto intensamente fatti avvenimenti incontri più mi sono sentito vivo, carico, entusiasta fino al punto di doverlo comunicare, da qui deriva il mio scrivere, cioè un impulso a condividere con altri ciò che mi ha dato vita, che mi ha vissuto, che mi ha fatto esplodere di gioia.

Per questo ripeto ancora una volta che tu hai bisogno di vivere, vivere, vivere!

Chiaro, tu dirai ma vivere che cosa? E’ qui il punto: tutto! Tutto ciò che ti fa sentire viva, tutto ciò che ti arricchisce. Ogni esperienza umana, ogni situazione che ti rifletta l’Uomo e la sua vicenda, ogni lacrima e ogni trionfo.

La mia vita è stata molto movimentata e credi che io sia appagato? Che mi sia passata la voglia di affondare il cuore nell’elemento Umano? Tutt’altro! Sembra un fuoco che con gli anni invece di diminuire si accresce.

Mi interessa vivere, perché solo la vita sazia la vita.

da una lettera di Fausto Marinetti, scrittore giornalista, autore di Canto l’uomo e di L’olocausto degli empobrecidos.

Mettersi in cammino.

cammino

E come avrai qualcosa da raccontare, qualche cosa che sia nuovo se non ti butti oltre te stessa?

Non è che il viaggiare produca automaticamente l’effetto anti solitudine, ma è l’atteggiamento di andare, di mettersi in cammino che ti costringe ad uscire da te stessa, a guardare oltre al vuoto che ti porti dentro.

Dico viaggiare nel senso di assumere vita e storia degli altri, penetrare nell’esistenza di altri popoli, usi, costumi, culture.

Uscire da se stessi è un’operazione purificatrice.

Qualche cosa che arricchisce e sfama la nostra fame di umanità.

Ma come mettere sulla carta e farci stare in misere parole quello che provo e vorrei comunicarti?

sempre tuo zio.

da lettere di uno zio per una nipote

La spinta per prendere il volo. (ultima lettera )

La spinta per prendere il volo.

ultima lettera

Açailandia 30.9.1994

Cara nipote,

non credere: io capisco benissimo quanto tu dici di apprezzarmi e di avere paura nello stesso tempo. Tu avverti che dietro alle mie parole ci sono delle proposte, delle possibilità che ti costringono a prendere delle decisioni, che fanno crollare il tuo attaccamento quasi morboso alla solitudine.

Non credo che sia impossibile che tu mi dia una mano per fare qualche lavoro di giornalista qui in America Latina! Che ne diresti? Solo come esperienza. Mi rendo sempre più conto che abbiamo bisogno di stare insieme qualche tempo. Senza impegno sai? Non credere che io voglia fare il salvatore della patria o che coltivi desideri di vederti dipendente da me, per carità! Io amo la mia libertà e quella degli altri. Ho l’impressione che ci può fare bene un periodo di tempo insieme. Ma non sentirti vincolata.

Sii te stessa, non quella solitudine che ti fa vivere in ghiacciaia! Esagero lo so ma solo per farti capire. Lo so, lo si legge che ami la natura, l’universo, il mare, il sole. Hai delle pennellate sul mare, sul lago, sul vento, sulle stelle, sulla luna, sulle stelle che mostrano tutta la tua sensibilità.

Mi piace rileggerti nella lettera quando urli ‘ho bisogno di altro, sto aspettando altro! sento l’urgente necessità di appartenere a qualcosa, ad un’idea, ad una persona, a me stessa. Appartenere, essere parte di qualcosa contro la solitudine e la separazione, non sentirsi esclusa, divisa dal mondo ma esserne parte, farne parte. Aderire, essere inclusa in tutto, accettata, accolta.’

Tu sai di cosa hai bisogno, ma non ne hai la forza, non hai quella spinta che ti faccia prendere il volo.

Vedi? Mi è sfuggita la parola volo, volo in tutti i sensi.

Volare dal nido che sei tu, il tuo passato, quello che tu descrivi così bene: ‘mi sono scoperta vuota, indecisione e confusione, non so ancora fare della mia vita, vorrei avere risposte certe, non nutrirmi di illusioni. Non desidera più sperare, vuole poter credere, cioè possedere la sicurezza della realtà che accoglie il sogno.’

Come potrai lasciar cantare la tua anima finché non riuscirai ad abbattere, per quanto tu lo desideri, il muro che ti divide dal mondo.

Scrivi: ‘Perché la sola parola che riesco a pronunciare è io, perché non riesco a dire tu come dico io? Potessi dirlo il muro crollerebbe e l’incomunicabilità sarebbe abbattuta.’

Così lucide queste parole! ma lo so che non è sufficiente sapersi radiografare. Specie quando si tratta di ferite interiori ricevute nell’infanzia e si ha bisogno di una spinta esterna per liberarsene.

Riguardo alla famiglia quanto ci sarebbe da scavare. I genitori trattano i figli come dei vegetali, non per cattiveria ma per impreparazione. Un falso concetto d’amore fa sì che si occulti a loro tante cose, per preservarli, cioè per non farli vivere. Si cerca di dare tutto e non si dà l’indispensabile. Ma qui si tratta di diagnosticare tutta una cultura e una società. Un lavoro non da poco.

Tu scrivi ancora: ‘ So che non voglio più scrivere di solitudine, non voglio più girare intorno alle mie pareti bianche’. Applausi per favore! e poi ancora: ‘non credo più di bastare a me stessa, le pareti bianche devono crollare.’

Capisco che la condivisione ti possa fa paura, ma credi si tratta di un orizzonte tutto da scoprire. Non credi che possa essere esattamente il contrario delle pareti bianche?

Nel racconto di te io ho dovuto remare controcorrente, tra gli scogli e la corrente gelida della solitudine, a me non riesce di immaginare una cosa del genere perché non ne ho esperienza, la mia vita è stata sempre in comunità, in condivisione con gli altri. Io spesso ho vissuto il desiderio opposto, cioè quello di isolarmi per stare con me, per avere e vivere il diritto di ascoltarmi.

Sono solo un amico e un fratello che per meritare di essere tale, deve passare se stesso e gli altri attraverso il crogiolo della sincerità.

Credilo e credimi sempre, tuo zio.

Sempre la realtà ci tradisce perché ci offre la brutta copia dei nostri sogni e ideali.

ho inseguito Il tuo camminare, inciampare, crescere, morire, rinascere. una lettura dal Brasile di Appunti di Giovinezza.

Açailandia 5.6.1994

Nipote carissima, rispondere alla lunga lettera del tuo libro, Appunti di Giovinezza, non è cosa da poco! Io l’ho letto così l’ho visto così! E m’è parso di vivere con te, di ripercorrere con te quello che hai vissuto. Passando per le stanze dei sogni, delle angustie, delle perplessità, delle illusioni, della volontà di cogliere quella realtà che pare sempre un miraggio. Ho inseguito con il filo di inchiostro qualcosa altro dalle parole: TE, come persona. Il tuo camminare, inciampare, crescere, morire, rinascere. E devo dire che sei riuscita a magnetizzare la mia curiosità o meglio il mio interesse! Nella tua ultima dici ‘ a volte ho pensato che scrivere sia un modo d’amare’. Questo è quello che vivo più intensamente. Per me è così. E forse nel mio caso l’ultima forma che mi è rimasta di amare. Perché? Perché tutto ( o quasi tutto ) il resto io l’ho già provato. Ho inventato mille maniere per amare gli altri, non ultima il farmi in quattro, rischiare la vita (i pistoleiros), escogitare nuove forme di condivisione, di solidarietà, di giustizia sociale. Che cosa è rimasto? Molta disillusione, molta amarezza. I più mi hanno tradito, non hanno avuto fiducia, i restanti mi hanno abbandonato. E sono ancora qui a leccarmi le ferite. Chiaro, sono stato molto ingenuo : il povero non è da mitizzare, non bisogna farne un assoluto, altrimenti ti delude, la sua cultura è di dipendenza. Devi immaginare che quando facevamo i progetti rotativi, (dare un capitale per avviare un’iniziativa), io lavoravo con loro per trasmettere la volontà di condivisione, di stare per almeno qualche ora alla pari. E loro invece sono convinti che se uno da mille è perché riceve diecimila! Siccome tutti arraffano non riescono a credere che uno sia diverso dagli altri. Ed io ci ho giocato la vita. Ma vedi io riprendo a parlare di me mentre questa volta vorrei parlare di te a tutto campo. Il libro, dunque, autobiografico : Eva! E’ stata un’ottima idea di fare una cosa autobiografica, ti costringe ad aderire alla realtà, la fiction non mi convince molto, sai? Io preferisco cose vere, storie vive. Il resto non riesce a prendermi. Ho fatto varie sottolineature, ad esempio: – ‘le pareti di questa stanza sono strette, non riescono a contenermi, io sono più grande’ Splendido, sei riuscita a dire, con una pennellata, un mondo di cose, di sentimenti, di emozioni. – La figura di Jonathan viene fuori piano piano per ciò che significa, per ciò che rappresenta. Ottima questa maniera di farlo affiorare adagio adagio, come lo sviluppo di un negativo da cui si ricava il positivo. E’ il tuo sogno, la persona che segui e che idealizzi. E poi alla fine il tradimento, che non è solo di Jonathan, ma della vita, della realtà. Sempre la realtà ci tradisce perché ci offre la brutta copia dei nostri sogni e ideali. ‘ Vorrei sapere se sei parte del mio mondo o se rimani solo un pensiero non corrispondente alla realtà.’ – A dirti il vero mi ha trasmesso qualcosa di deprimente la libertà concepita alla maniera di Karen, ‘ Inseguimi ma non raggiungermi’, per Karen l’amore è perdita della libertà, non vuole consegnarsi intera nelle mani di un ‘altra persona, vuole essere libera e sola. Ecco la solitudine, che è la negazione dell’amore. L’amore è proprio il contrario : donazione incondizionata, al di là di ogni calcolo. Se un giorno sarai madre, chissà, ti si apriranno nuovi orizzonti su questa realtà ma detesto dare definizioni o teorie perché solo la vita può definire qualche cosa. – Ottimi interrogativi posti tra un sentiero e l’altro, tra una curva e l’altra della vita. ‘ Può l’amore bastare a se stesso? E’ sufficiente, può dare un senso alla vita? Essere una risposta, una soluzione?’ La tua risposta arriva all’ultima pagina, le ultime battute: ‘ L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile.’ Sì, forse una conclusione necessaria alla vita di ognuno di noi. Un po’ da adolescenti delusi. Vedi come è diversa la vita? Io pur da disilluso non riesco se non eternamente innamorato della vita, delle albe e dei tramonti che mi esplodono davanti con l’innocenza del cielo. Non so spiegarti, nel mio prossimo libro troverai che faccio l’amore coi colori e con la luce. – Mi ha lasciato così così il tuo approccio con la sfera sessuale, o è forse intenzionale? Le prime volte risulta una dimensione scialba, quasi esclusivamente fisica e questo deprime. E tu lo riconosci quando l’abbandono di Jonathan, quando lo sfaldarsi di un sogno che riporta alla realtà. Oppure quando scrivi: ‘ Deve esserci di mezzo l’Amore altrimenti non ha senso. L’Amore, qualcosa di grande.’ Certo altrimenti diventa una realtà scialba, senza cielo. Guarda che non faccio il moralista, per carità! Ma credo che l’amore sia fatto di attesa, di sogno, di idealizzazione e tanto altro. Il sesso nudo e crudo, il sesso per il sesso svuota, lascia la bocca amara. La persona ha molto di più da dare all’altro. E se non c’è quel di più la cosa rischia di fare male, di ottenere l’effetto contrario. Ma di questo dovremmo parlarne a voce. Chissà che un giorno non possiamo incontrarci e stare insieme per narrarci a vicenda le cose più belle che la vita ci ha fatto vivere. – Si nota in te una grande capacità di ascolto della natura. Una sorta di intimità. E questo è molto bello, arricchente. Non ti dico come io vivo il mio rapporto con le cose, specialmente i colori, l’alba, il tramonto, le piante, gli animali. Tieni presente che nella nostra piccola fattoria abbiamo galline, pulcini, pecore, capre, mucche, vitelli, cavalli. I ragazzini che sono rimasti con noi sono quattro, i più sono stati ripresi dai parenti che si sono rifatti vivi. Io ho con loro un rapporto paterno-fraterno, con me ci sono due volontari, poi c’è il vaqueiro, l’uomo che sta dietro alle mucche e vende il latte in città. Vedere per credere! – ‘Non hanno risposta per l’amore, non sono neppure in grado di descriverlo. Non sanno cosa sia. ‘ Ottima questa maniera di far intravedere l’oltre; che l’amore, anche quando ti pare di averlo afferrato (tutto o in parte), non ti lascia soddisfatto. Qualcosa che non spegne mai la sete. E ancora : ‘L’amore è sole che brucia i nostri occhi e ci fa andare ciechi verso l’altro come trasportati da un vento del nord, senza sapere che la felicità ci inganna.’ – ‘Scrivo perché ne ho bisogno, perché non ne posso fare a meno. Questa rivelazione descrive anche la mia situazione interiore nei confronti dello scrivere. Io vivo un impulso tale che è come se qualcuno mi spingesse a scrivere. Qualcuno che mi sveglia all’alba e mi spinge alle spalle. Spesso mi siedo alla macchina da scrivere e non so cosa ne verrà fuori. Ma bisogna che prima io abbia vissuto un’emozione, un sentimento molto vivo, intenso, altrimenti non viene fuori niente. Capita così anche a te? – ‘Senza sogni la vita non ha senso’ ‘Eva non vuole più essere cieca. Rinuncia a comprendere il significato dell’amore. Non fa per lei. L’amore torna ad essere un’oscurità inesplorata, a cui è vietato l’accesso.’ Mi pare un po’ la favola della volpe e dell’uva, non riesce a raggiungerla e dice che è acerba! Forse anche tu hai bisogno di procedere nella vita, fare altre esperienze, altre conquiste per vedere oltre quel tipo di amore che hai conosciuto finora. Forse è vero quello che dici tu: ‘L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile.’ Io non sono d’accordo con questa conclusione, perché ho vissuti altre esperienze, altre realtà che negano la tua affermazione. Come dirtelo a parole? E poi lo si può svelare in parole? Ci sta dentro? Non ci credere. Posso muoverti qualche critica costruttiva? – Lo stile a volte è brillante, conciso e nervoso, altre volte perde quota in mille particolari, io preferisco meno dettagli, più emozioni e sentimenti. -Il racconto dovrebbe avere una trama più consistente, si avverte che si tratta di una specie di diario, il titolo Appunti forse sarebbe meglio trasformarlo in Agenda interiore o storia di una ragazza qualunque. Sai bisognerebbe avere un filo conduttore che faccia da supporto a tutta la vicenda. Nel tuo testo si tratta dello scorrere del tempo secondo Eva. Il tema di fondo è l’inseguimento dell’amore, è chiaro. Ma i fatti sono il quotidiano, l’esperienza umana è molto più ricca e il mondo è più ampio che ci oltrepassa… -Se rileggi quanto ti ho già scritto capirai perché ti dicevo della necessità di fare esperienze, di viaggiare, di immergerti in altre realtà che non hai conosciuto. Quando viaggio io mi ossigeno l’intimo o l’anima se vuoi. Spazio là dove i miei sogni mi hanno prevenuto. Se non si alimenta il mondo interiore non si procede nella vita. per ora ti saluto, un abbraccio da tuo zio.

Scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare.

Scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare. Sono nato per questo e per che altro?

Açailandia 30.3.1994

E’ l’una di notte. Spesso mi capita di non riuscire a dormire, mi alzo, leggo, scrivo solo in compagnia di persone care. Ti ho pensato parecchio nel dormiveglia. Mi pareva di chiacchierare con te nella tua casa di campagna. Oppure in un bar sulle stelle. Non so più dove. So che era una bella cosa: scambiarsi idee, esperienze, vita. Vedi? Io sono innamorato della vita, per questo detesto tutto ciò che parla di morte, fame, miseria, denutrizione.

Sai di cosa parlavamo? Volevo convincerti a scrivere un libro su di me, un libro di questo tipo ‘ la vita di mio zio’

Che vergogna, che presunzione! Non volevo dirtelo ma se non te lo dicessi non sarei me stesso. Che ci vuoi fare? Sopportami come sono, per favore!

Sai perché dico così? Non perché ci tengo che si parli di me, dio me ne liberi! E’ per via delle esperienze fatte, per l’eredità ricevuta da don **** , la mia persona conta poco. E per riuscire a tirare fuori quello che ho dentro ho bisogno di uno specchio, qualcuno che mi aiuti a tirar fuori quello che ho dentro. Ma adesso è prematuro parlare di questo…lasciamo al tempo far maturare le nespole. A qualsiasi costo, anche a costo di non mangiarle mai, di non assaggiarle mai. Ma intanto devo dire quello che vivo, quello che mi fa vivere, altrimenti sono già morto.

Riguardo al mio scrivere. Devi capire che io non riesco a scrivere per scrivere, per il gusto di produrre intuizioni, creare fantasie, elaborare pensieri raffinati. Quanto scrivo è il risultato di un’esperienza viva; quindi diciamo così si tratta di fiori che sbocciano dal vissuto, oppure di frutti che vengono a maturare spontaneamente a maturare sull’albero della mia piccola vita.

Un tempo io ricercavo la parola, adesso è tutto diverso: è come se la parola cercasse me!

Se non riesco a scrivere, ad esternare quello che vivo dentro, il mio paesaggio interiore, a mettere in comune con qualcuno quello che vivo mi sembra di essere una macchina allo stop, oppure di avere messo l’anima in parcheggio, o i sogni al ricovero. Quindi hai pienamente ragione: scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare. Sono nato per questo e per che altro?

Aspetto di ricevere il tuo primo libro. A questo punto non è più curiosità ma molto di più.

Riguardo al fenomeno della paura, forse è meglio rimandare a quando avremo l’opportunità di parlare a voce.

Se vuoi puoi leggere il mio ultimo libro in anteprima, è forte, non riesco ad uscire dallo stile epistolare e anche questo è un fenomeno che devo approfondire, ma ti anticipo che deve essere una cosa legata al comunicare, quindi ad una forma d’amore.

Forse ti ho detto troppe cose e ti faccio fare indigestione, essendo così non mi resta che salutarti, augurarti di non aver paura di vivere e di essere te stessa. Ti auguro di volerti bene, di amare te stessa, di accettarti. E’ quello che tento di fare anche io, benché l’abbia capito più tardi di te.

un caro abbraccio da tuo zio (non vi va giù di essere zio, sono qualcosa di più).

Perché la vita è più ricca del nostro pensiero e della nostra fantasia. Va oltre, ecco tutto.

Non aver paura di viaggiare. Viaggiare rende più aperti, più universali, sei costretto a confrontarti con gli altri, devi aver bisogno degli altri per andare in un posto, per capire la loro realtà, provare per credere.

Carissima nipote,

Açailandia 29.3.1994

mi piace la tua sincerità.

Vedo che lo zio suscita in te reazioni opposte ma grazie al cielo riesci a dire quello che ti passa dentro! Quindi di paura te ne metto poca. Meglio così. Non importa la confusione nella quale ti dibatti. E’ inevitabile, specie in giovane età e senza avere, vicino a te, un sostegno, un termine di confronto all’altezza del tuo carattere e dei tuoi sogni. Se permetti, io voglio continuare ad essere me stesso con te : cioè ciò che tu hai già indovinato nelle precedenti lettere.

Non ti preoccupare della collaborazione, magari potresti venire qui a passare un periodo per conoscere aprire gli occhi e vedere una realtà come questa.

Tieni presente che io in questi tempi mi trovo in una situazione di stallo, di attesa…per spiccare altri voli.

L’esperienza della comunità agricola è passata; quella dei bambini è a rilento perché siamo rimasti con pochi (diversi sono tornati dai parenti); quello che mi rimane da sperimentare, l’ultimo volo dell’anima, sarebbe viaggiare nelle vene dei popoli. Cioè : è un desiderio che coltivo da diversi anni, per questo volevo studiare giornalismo, si trattava del pretesto per poter viaggiare e conoscere altre espressioni di vita umana, rompere il guscio della mia cultura occidentale, varcare i limiti di essere europeo. Sai, qualcosa che spinge ad andare oltre me stesso…difficile farlo stare dentro a delle parole.

Non si tratta di curiosità per l’esotico, ma per conoscere dio attraverso le sfaccettature dei popoli suoi figli! Adesso te l’ho detto troppo velocemente… vivo l’intuizione che l’uomo è immagine di dio non solo come singolo ma anche i popoli come tali sono in qualche modo sua immagine. E io lo vorrei scoprire attraverso l’esperienza diretta perché queste cose non si possono scoprire a tavolino.

Vedi? forse è questo di cui anche tu hai bisogno: non aver paura della realtà, degli incontri, delle esperienze. Io posso dire di essere io, cioè l’insieme delle esperienze che mi hanno costruito.

Probabilmente in te c’è una frattura, una spaccatura nel tuo subconscio: siccome la realtà non corrisponde ai tuoi sogni, alle tue aspirazioni, la senti distante, nemica o per lo meno pericolosa, qualcosa da cui difendersi.

Anche io avevo un carattere molto chiuso e timido, arrossivo per ogni apparizione forzata in pubblico, avevo paura della mia ombra. Questo tipo di carattere aiuta ad essere più riflessivi, più inclini a guardare dentro alle cose, rifuggire dalla superficialità, ricercare il contatto con la natura.

Quindi, mi raccomando, cerca di fare esperienze vive e arricchenti. Non aver paura di viaggiare. Viaggiare rende più aperti, più universali, sei costretto a confrontarti con gli altri, devi aver bisogno degli altri per andare in un posto, per capire la loro realtà, provare per credere.

Posso darti un suggerimento? Approfitta del laboratorio fotografico in cui lavori. Io ho imparato a fare fotografie in laboratorio, sai? Bianco e nero, chiaro! Attraverso la macchina fotografica si impara a leggere la realtà con un taglio speciale. Ma prima devi imparare un minimo di tecnica: stampare e sviluppare. Lo so che oggi i laboratori sono tutti automatizzati, ma prova a vedere se nel tuo c’è la possibilità di imparare a fare le cose manualmente, cioè con l’occhio del cuore… difficile dire certe cose!

Io so che amo di più la natura, anche perché la vedo con occhio da fotografo, cioè con occhio che valorizza il taglio della luce, dei colori, delle posizioni. L’immagine è viva e parla.

Probabilmente il dilemma viaggiare – o -scrivere va superato trovando un equilibrio tra le due componenti, non ti pare? Viaggiare scrivendo!

Un conto è mettersi a scrivere a tavolino macinando pensieri e mettendo insieme sentimenti, vestendoli di parole appropriate, e un altro conto è avere qualcosa dentro che vuole venire fuori perché non riesci a contenerlo. Questa seconda posizione deriva da chi vive intensamente esperienze forti. Guarda: ti dirò più apertamente: le cose che scrivo adesso le ho pensate 15 anni fa, ma allora erano intuizioni e quindi le scrissi in modo freddo e astratto, oggi le riscrivo vestendole di sentimenti, dandogli nomi e cognomi, fatti, incontri che toccano dentro.

Perché? Perché la vita è più ricca del nostro pensiero e della nostra fantasia. Va oltre, ecco tutto.

Non aspettare tempo per viaggiare perché poi diventi più pesante per gli spostamenti, capisci? Bisogna viaggiare quando si hanno forti slanci e ideali da verificare.

Cosa aspetti?

Tuo zio.

Le cose umane sono troppo complesse. Vivere e sopravvivere.

Açailandia 27.9.1994

Cara nipote,

solo oggi riesco a stare con te. Sono tornato dalla Bolivia il 23, sono stato con il fratello e collega Benoit. Ti ho letto nella tua del 18.8.94, discorsi iniziati e incompiuti. Provo il desiderio di chiacchierare, come fossimo due vecchi amici, o se vuoi dei fratelli. Ieri sera sono stato fino a tardi con te: mezzanotte! per me è una cosa eccezionale perché sono abituato a coricarmi presto: ore 21! Quindi è stata una serata straordinaria.

Sai? Prima di tutto vorrei riuscire a dirti che in tante cose mi ritrovo molto simile a te. Anche la mia infanzia è stata come la tua: gracile, debole, vergognoso, incapace di comunicazione, il peso di una famiglia che si preoccupava più di tirarti su che di formarti. Credo che sia lì l’origine, la radice di tutto il resto. Senza giudicare o condannare nessuno. Le cose umane sono troppo complesse. Io forse ho avuto il vantaggio di stare a contatto con tante persone: il seminario, la vita di comunità, gli spostamenti continui, l’incontrare persone sempre nuove, tutto mi ha costretto ad uscire da me stesso. Magari controvoglia. Ritroso, scontroso. Il seminario ha inciso negativamente soprattutto dal punto affettivo, il mondo intellettualistico mi ha fatto male. Per i sognatori e gli idealisti ci vuole ben altro!

Imbocco questi discorsi e subito mi accorgo che la carta è troppo neutrale, opaca, fredda per quanto vorrei mettere in comune per te. Anch’io come te desidero la comunicazione a voce prima di tutto perché la parola viva trasmette molto di più. Perché con essa c’è la presenza, ci sono le persone presenti con il loro carico di umanità, il bagaglio della loro storia, l’accumulo delle esperienze, le ricchezze interiori. E poi come manifestare ad un pezzo di carta quello che ho provato, come ho reagito alla lettura di te?

Per ora accontentati di reazioni e riflessioni confuse e disordinate in attesa di una comunicazione diretta.

Ci sono delle cose molto belle nella tua lettera, emozioni, vibrazioni d’anima, riflessioni che toccano il fondo dell’esistenza. Provi una congerie di sogni, di ansie, di incubi, di solitudini, di vuoti, di voragini. Ti stai imponendo di buttarti fuori, di rovesciarti all’esterno per dire a te stessa, prima che ad altri, che ci sei. Che sei lì, che esisti. Anche se piagata di vuoto spinto. Anche se ferita e insanguinata. Ma hai bisogno di urlare la tua esistenza e fai bene a farlo. Una specie di catarsi, di purificazione esistenziale. Guai se non lo facessi.

L’inconsistenza della tua esistenza permea tutto, dentro e fuori di te. Come il sole di una costellazione, che ritiene di essere e non essere allo stesso tempo. E quindi tutta la costellazione ne risente : sa di incompiuto, di esistente a mezzo, vive o non vive, è o non è.

Tu scrivi : ‘sono abituata a mostrare la crosta, la superficie del mio essere, talvolta mi chiedo quanto io sia in grado di ascoltare gli altri o se è solo una finzione, un gioco attraverso il quale ingannare sé e gli altri, so che al fondo d’ogni cosa mi attende la solitudine, impossibile da eludere e l’unica amante fedele che mai può disattendere le mie speranze.’

E’ la tua fotografia. Non credi che questa possa essere solo una fase della nostra esistenza ma che se si rimane sempre e solo in questo stadio ci limita, facendo di noi delle persone incompiute? Ricordi quella famosa statua di Michelangelo? E’ vero che poco o tanto siamo tutti degli essere incompiuti, ma credo che sia importante fare di tutto per procedere, per guardare al di là di noi stessi. Cerco di capire le tue ossessioni, m’impongo di entrare nel tuo santuario dalle pareti bianche in punta di piedi.

Procedi oltre! Non fermarti nella solitudine come in una conchiglia, tu dai l’immagine di una ragazza dentro ad un’armatura.

Anche la farfalla nasce da un bozzolo, il pulcino da un uovo, l’uomo da una famiglia guscio

Credo che lo scrivere ti abbia aiutato fino ad ora a dipingerti. Non ti pare che ora sia giunto il momento per oltrepassarti per raggiungere finalmente la donna che desideri essere, quella che porti dentro di te, sia pur nella crisalide, con tutte le sue ansie, le sue aspirazioni e la voglia di vivere e non solo quella di sopravvivere?

Dico così perché credo sia difficile uscire dalla ripetizione di certi temi, solitudine angoscia incubi, senza fare esperienze alternative o se vuoi complementari.

Ecco perché la mia intuizione buttata lì come un invito o una provocazione: diventare corrispondente o giornalista.

Tu stessa per altra via lo ammetti quando dici che i tuoi orizzonti sono ristretti, non solo perché lavori in un laboratorio fotografico e fai un lavoro insoddisfacente, ma perché per coltivare te stessa (la scrittrice dei tuoi sogni), per alimentare il sogno hai bisogno di attraversare gran parte di questo mondo. Di assimilare quello che di te è rimasto sepolta, nascosta, non coltivata, non cresciuta tra le pieghe di una giovinezza vissuta tra presenze poco consistenti (per non dire vuote). Mi capisci? Capisci perché preferirei parlare di queste cose a voce?

E come avrai qualcosa da raccontare, qualche cosa che sia nuovo se non ti butti oltre te stessa?

Non è che il viaggiare produca automaticamente l’effetto anti solitudine, ma è l’atteggiamento di andare, di mettersi in cammino che ti costringe ad uscire da te stessa, a guardare oltre al vuoto che ti porti dentro.

Dico viaggiare nel senso di assumere vita e storia degli altri, penetrare nell’esistenza di altri popoli, usi, costumi, culture.

Uscire da se stessi è un’operazione purificatrice.

Qualche cosa che arricchisce e sfama la nostra fame di umanità.

Ma come mettere sulla carta e farci stare in misere parole quello che provo e vorrei comunicarti?

sempre tuo zio.

Vivi, immergiti nella vita, conosci il mondo, la realtà dei popoli e ti sentirai più viva.

Vivi, immergiti nella vita, conosci il mondo, la realtà dei popoli e ti sentirai più viva. Per me è più importante cercare e produrre sentimenti, sensibilità nuove, più che parole nuove.

Cara nipote,

Açailandia 3.12.1993

grazie per quello che dici e soprattutto per quello che sei: sensibile, ammiratrice, fan del ‘mistero dell’uomo’. Sono contento di aver trovato in te una mia lettrice, non per aumentare il mio cachè di scrittore ma perché credo che gli impoveriti abbiano guadagnato in te un’alleata o se vuoi una sorella, scegli tu.

Sei l’unica nipote che mi scrive. Meglio pochi ma buoni. Mi ricordo benissimo di te. Come di una bambina e poi una ragazza un po’ schiva, appartata, riflessiva. Ma mi piace sentirti dire che sei sensibile. E lo dimostri nelle cose che dici. Hai saputo cogliere molto più di quello che le mie parole cercano di trasmettere. Fino ad ora sei l’unica che mi ha parlato dell’episodio del ladro e lo ha saputo valorizzare come io desideravo. Grazie, complimenti!

Non preoccuparti molto di credere o meno in dio perché questo dio così inflazionato, condito in tutte le salse, contrabbandato da tante religioni non ha deluso solo te ma tanti altri. Vedi? il dio ufficiale è molto in ribasso…

l’altro anno sono stato nello Sri Lanka, ho conosciuto la cultura buddhista, mi sono fatto molti amici e l’esperienza è stata arricchente. A me quello che piace del buddismo è che ci tiene a dichiarare che non è una religione, che gli uomini non hanno fatto altro che manipolare dio a piacimento, quindi meglio puntare tutto sull’uomo. Il Buddha è un semplice uomo padrone di sé che vive su un fiore! Devi vedere quante statue immagini foto ritratti di questo uomo sereno felice perché non si è fatto dominare né possedere dalle cose materiali. Propone l’uso moderato del mondo, la parsimonia e la saggezza. Ho incontrato un amico gesuita che dirige un centro. L’Oriente ha una ricchezza di valori che è ancora tutta da scoprire. E noi europei che ci riteniamo l’ombelico del mondo, che schifo!

Il linguaggio universale potrà nascere quando l’umanità supererà tutti i nazionalismi, divisioni, e quando ci saranno una cultura e un’etica planetari.

E’ questo l’uomo che mi appassiona e per il quale voglio spendere la mia vita, sai? Non importa se ci vorranno secoli per farlo venire alla luce. L’importante è che qualcuno cominci a sognarlo! E che riesca a contagiare tanti altri, per sognare tutti insieme questa nuova umanità. Che ne dici?

I ragazzini del centro in cui opero non mi danno la possibilità di sentirmi solo. Tutt’altro! Io sospiro per qualche momento di solitudine, di silenzio! Solo di notte o alla mattina presto riesco a nascondermi nei miei pensieri, mettere in ordine i miei sentimenti, respirare la vita, il cosmo e la storia. Sto preparando un libro che racconta le esperienze coi ragazzini abbandonati, è bello vedrai perché loro sono freschi e ti danno tanto, ti trasmettono la voglia di vivere.

Bello che anche tu scrivi! Posso esprimere un’opinione? Io scrivo solo dopo aver vissuto intensamente un fatto, un incontro, una realtà della vita. Le cose astratte, inventate, fiction non mi interessano.

Vivi, immergiti nella vita, conosci il mondo, la realtà dei popoli e ti sentirai più viva. Per me è più importante cercare e produrre sentimenti, sensibilità nuove, più che parole nuove.

Vedi? TV, cultura, stampa, tutto ci impone la mentalità della Coca cola, la superficialità, la stupidità di certe mode, di certe onde di conformismo. Ci fanno credere che siamo liberi e poi siamo condizionati persino nella scelta del dentifricio. Che farsa!

Ecco perché devono crescere giovani come te: sensibili vivi con la voglia di essere universali ! Io dico planetari perché è la dimensione del nostro tempo, la prospettiva del futuro.

Dimmi tu chi si sforza di darci un’educazione o educarsi a vedere l’universo e ad amarlo come la propria casa? O se vuoi come il proprio corpo? Non siamo intessuti dello stesso materiale di cui sono composte le stelle, i mari, le foreste? Ce ne sarebbe da dire.

Io non punto più sul numero, sui grandi progetti ai quali mi sono dedicato in passato. Credo di dover andare in profondità. Anche se le cose sono meno appariscenti, meno gratificanti dal punto di vista dell’efficienza. Non mi interessa. Mi interessa invece riuscire a mettere sulla carta quello che vivo dentro e comunicarlo agli amici.

Lasciare ai posteri la mia anima, il mio sogno dal cuore e dalla coscienza planetari.

E’ finita per me l’epoca dei giri di conferenze e delle chiacchiere.

Voglio scavare nella direzione uomo universale.

sono felice che tu abbia saputo cogliere il cuore del mio libro.

Guarda che a me non interessa scrivere libri, ma comunicare, mettere in comune quello che di meglio viviamo dentro!

Suor Clarissa è una persona vera, sai? La puoi anche andare a trovare e lei ti accoglierà come ha accolto me : come una mamma. E’ una donna semplice che ha vissuto dietro alle grate come se fosse sulla piazza del mondo e della storia. Capisce quello che voglio dire? Non una persona che ha voluto fuggire dal mondo ma che si è portata dentro, nel cuore, l’umanità e tutto ciò che la affligge e la coinvolge pienamente.

Mandami qualcosa di quello che hai scritto.

Adesso ti lascio perché i ragazzini si stanno alzando, (sono le sei e un quarto) e devo andare a preparare la colazione.

Ti faccio tanti auguri di essere felice e di trasmettere la gioia a chiunque ti avvicina. Cosa costa in fondo? Che c’è da perdere?

Un carissimo saluto e un abbraccio da tuo zio.

“La salvezza non è nello scrivere ma nel riuscire a comunicare.”

“La salvezza non è nello scrivere ma nel riuscire a comunicare.”

“Perché laddove c’è condivisione c’è l’Amore maiuscolo, c’è la donazione reciproca.

Açailandia 8.6.1994

Nipote carissima,

ti ho scritto ma non ero riuscito a spedire, meglio così perchè arriva la tua a dire tutto quello che io non riuscivo a dire. Sai ? Il tratto, la maniera di trattare le persone come si usa qui mi condiziona e faccio fatica a sbattere le cose sul muso. Per cui sono felicissimo che tu stessa stia dandoti conto di tante cose, che non sono riuscito ad esprimere dopo la lettura del tuo testo cioè di te. Faccio solo qualche sottolineatura per dare risalto a quanto dici.

“La salvezza non è nello scrivere ma nel riuscire a comunicare.” Ottimo, perfetto, se hai capito questo hai capito quasi tutto! L’impulso che io sento, quel non so che che mi sveglia e mi pungola e mi lascia inquieto fino a quando non ho messo giù quello che mi freme dentro, non è questione neanche per me di lasciare qualche cosa per i posteri! Ci sputo sopra alla fama, sai? E’ il libro sulla vita di don **** che merita di essere scritto. Io non c’entro niente, sono solo una controfigura e mi piace esserlo. La salvezza viene dalla condivisione, va bene! Ma il difficile è proprio qui : che vuol dire comunicare e con chi ?

Io forse pretendo troppo e dico che non mi basta neppure la comunicazione, pur ammettendo che è un primo passo essenziale. Io aspiro sogno voglio la condivisione!!!

Provalo esperimentalo e … me lo dirai!

Perchè laddove c’è condivisione c’è l’Amore maiuscolo, c’è la donazione reciproca. Quello che si può provare tra amici intensissimi, oppure tra fratelli e sorelle (non del sangue, chiaro), oppure tra coniugi, oppure tra persone che in nome di un ideale superiore si saldano insieme, oppure quando due si vogliono così bene da raggiungere una sintonia quasi perfetta.

“tornando allo scrivere direi che lo sento mancante di qualcosa di essenziale…” E’ verissimo! Perchè sei tu che devi trovarlo questo essenziale. E’ dentro di te che si deve fare chiarezza, capisci? Fin quando tu stai alla circonferenza di te, fin quando non cogli il midollo della vita, fin quando girovaghi attorno alle tue emozioni senza aggacciarti a niente di decisamente importante per te… è chiaro che proverai questo senso di vuoto, di sfuggente, di vivere di piccoli fenomeni accidentali che non conducono a nulla. Non può che essere così. Perciò insisto a dire che devi rompere il guscio, devi andare oltre te stessa, oltre i confini del proprio essere, aprirsi all’oltre, buttare il cuore al di là di ogni siepe, barriera, ostacolo.

Gettare lo sguardo oltre le cortine, oltre quello che ognuno di noi chiama ‘ il tutto della mia vita’.

Perchè oltre al nostro piccolo tutto c’è un altro tutto.

“Ho creduto di poter bastare a me stessa” ed io esulto a sentirtelo dire, bravissima e ti abbraccio.

Chi crede di poter bastare a se stesso non si rende conto di morire in un bicchiere d’acqua, di chiudersi in un orizzonte tanto piccolo che meschino.

Che bello sentirti dire ‘scrivere non mi basta più’ .

Non ti è mai bastato e mai ti basterà.

Posso darti un bandolo?

Quello che tu cerchi è quanto io ho sempre tentato di trasmetterti: solo l’esperienza, solo l’immersione della vita come in apnea ci può dare quello che tu aneli. Se io guardo la mia piccola esperienza devo dire che più ho vissuto intensamente fatti avvenimenti incontri più mi sono sentito vivo, carico, entusiasta fino al punto di doverlo comunicare, da qui deriva il mio scrivere, cioè un impulso a condividere con altri ciò che mi ha dato vita, che mi ha vissuto, che mi ha fatto esplodere di gioia.

Per questo ripeto ancora una volta che tu hai bisogno di vivere, vivere, vivere!

Chiaro, tu dirai ma vivere che cosa? E’ qui il punto: tutto! Tutto ciò che ti fa sentire viva, tutto ciò che ti arricchisce. Ogni esperienza umana, ogni situazione che ti rifletta l’Uomo e la sua vicenda, ogni lacrima e ogni trionfo.

La mia vita è stata molto movimentata e credi che io sia appagato? Che mi sia passata la voglia di affondare il cuore nell’elemento Umano? Tutt’altro! Sembra un fuoco che con gli anni invece di diminuire si accresce.

Mi interessa vivere, perché solo la vita sazia la vita.

C’è un’altra tua frase che è perfetta ‘ il timore di scrivermi addosso’. Io l’ho vissuto fino a quando non ho conosciuto R* , la drogatina. La prima vittima con la quale ho avuto a che fare e che ha sconvolto per sempre la mia vita. Da quel punto è iniziata, per me, un’altra storia di me stesso. Io sono diventato un altro. Girovagavo nei miei pensieri e mi crogiolavo di mettere insieme parole. Una forma narcisistica per sentirsi vivi. Ma artificiale, una cosa montata, ingenuamente, inconsciamente. Poi la realtà, la dura reatà, mi ha riportato dalla tangente della vita al suo centro. Quando ho trovato gente disperata che mi urlava sul muso il bisogno di vivere, io sono stato costretto a relativizzare i miei acciacchi interiori e ho cominciato a guardare a me stesso attraverso la realtà e le ferite degli altri. E mi sono visto diverso. Cose che o si provano o non ci si capisce un fico secco.

“Non posso vivere senza un senso.” Esatto! Che bello sentirtelo dire senza mezzi termini! E dove sta, dove abita il senso? Ognuno lo deve scoprire con le proprie gambe, sai? Non credere che ci siano biglietti gratis in platea! Si tratta di lotta fuori e dentro di noi. Di ricerca instancabile. Buttarsi fuori di noi. Lanciarsi nella vita. Senza timori. Perchè la vita è la vita e non può che amarci e farci crescere.

“Dio è l’uomo? Io penso che tu risponda di sì.” Un bel niente! Io non rispondo, sono in una nuova fase della mia vita, tutto è in ridiscussione. Mi basta un Dio feriale, quotidiano. Quello che mi si comunica con l’alba e il tramonto, quello che bevo con i colori, con la rugiada o il sorriso di un bambino. Senza sentimentalismi perchè la vita è dura la sua parte. Ma si colora ogni momento. E il rosa mi intenerisce. Il cielo azzurro cobalto mi dà forza. E poi guardo e fisso gli spazi infiniti, la realtà senza fine. Come il cielo, il mare, gli occhi di chi incontro sul cammino.

Quella luce dalle pupille da dove viene?

Ti sei mai chiesta perché c’è luce negli occhi?

Fin qui ne hai troppo da macinare.

A te il resto!

Un caro abbraccio da tuo zio.

Fausto A. Marinetti

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