“la libertà io la incontro solo in teatro”, Josè Delmo, Ilhues,Bahia, Brasil 2008.

 

Le sue parole di José Delmo ( artista attore e colonnello del cacao) :

“Fazer arte qualquer arte, práticar , consumir arte, é liberdade, é que o que importa é o essencial, penso como um filósofo, mas eu não sei se ben o qual , Nietzsche ou Schopenhauer, mas diz que felices homens que nao precisan de otros homens para sobreviver, ou de tanta o outras pessoas para sobreviver. às vezes eu penso que sim , às vezes eu acho que não, é bom que as gente nasce para brigar

Eu sou um artista , eu sou um poeta, eu gosto de fazer arte, e isso é o que eu faria até a morir

liberdade que eu encontro sò no teatro, allì eu posso dizer o que eu quiero, eu posso ser realmente eu, uso o teatro para mostrar minhas idéias, como ser a vida ou como não ser, para mostrar o meu direito individual de pensar assim, para mostrar minhas idéias, issa é a liberdade, eu sou um ativista pela liberdade” Josè Delmo ( da youtube bicho grilo con Josè Delmo)

“Fare arte qualsiasi arte, praticare consumare arte, è libertà, è questo che interessa è l’essenziale, io penso come un filosofo ma non so bene quale se Nietzsche o Schopenhauer che sono felici gli uomini che non hanno bisogno degli uomini per sopravvivere o di tante altre persone per sopravvivere; a volte io penso di sì a volte penso di no, è buono che la gente nasce per combattere

io sono artista sono poeta, mi piace di fare arte e questo è quello che io vorrei fare fino a morire

la libertà io la incontro solo in teatro, lì posso dire tutto ciò che voglio, posso essere realmente chi sono io, uso il teatro per mostrare le mie idee, come deve essere la vita o come non deve essere, per mostrare il mio diritto individuale, come deve essere la vita di pensare così come voglio, per mostrare le mie idee, questa è libertà, io sono un attivista della libertà.”

Lo incontriamo ad Ilheus, anni 20- 30 , città coinvolgente, culturalmente ricca, piena di chiese e di teatri, capitale del cacao, porto in espansione, lui è in strada davanti al teatro popolare che è la sua casa, potrebbe essere un barbone, ma con quel completo elegante di lino bianco, un panama per cappello e il bastone da passeggio e la cravatta seppure allentata, lui è un carismatico e potente proprietario terriero con un gran numero di schiavi e di figli illegittimi, lui è il colonnello del cacao. Una cinquantina d’anni, una barba grigia ben curata, capelli scuri ondulati, corporatura magra ma scattante, il viso scavato, occhi scuri penetranti, voce profonda incantatrice, Josè è il mio colonnello del cacao, o coronel do cacau, ed io me me innamoro subito. Mi fermo per conoscerlo per sapere la sua storia e lui mi invita a teatro per sentirlo recitare la sua storia che è la storia anche di Ilheus e di Bahia.

Josè è un attore di teatro e poeta, è un contador di storie grapiuma, come suona bene questa parola grapiuma, già da sola dà idea di leggerezza, di qualcosa trasportato dal vento, la voce narrante dell’artista. Le storie grapiuma sono quelle storie che vanno leggere come il vento e si posano qua e là. In molte cittadine brasiliane abbiamo incontrato questo gusto per la recitazione, questa passione per il teatro . La lingua brasiliana con quel tocco infantile e diretto ha in sè una grande musicalità, ci sono tante parole che in italiano non hanno il corrispettivo, e spesso ho scoperto che per esprimere certe cose la lingua italiana è carente, bisognerebbe inventarle le parole per dire quella certa cosa perchè mancano.

Quante volte ci siamo incantati a guardare le persone, ad ascoltarle recitare non solo i tanti artisti di strada incontrati ma pure la gente comune sui bus ai ristoranti nei parchi…

Senza capire le parole ma lasciandoci incantare dal loro suono. Pura innata inconscia teatralità. Fantastico. Molti altri sono musicisti, magari fanno i tassisti e poi dopo la corsa ti vendono il loro cd.

Il Brasile è fatto di arte e bellezza, di musica e poesia, le scuole di capoeira salvano dalla strada i bambini, che altrimenti si perderebbero nella droga a basso costo, dando loro qualcosa da fare e da sognare. Diventare un mestre do capoeira è un sogno positivo per i bambini e le bambine, a loro volta un giorno essi insegneranno qualcosa di buono e giusto, qualcosa che dia speranza, qualcosa in cui credere.

Josè si accorge del mio innamoramento per lui e dice ‘mi guardi con certi occhi’ , io però ci gioco, sono entrata nella parte anch’io, facciamo qualche foto insieme davanti alla casa della cultura a fianco della casa natale del mio amato Jorge Amado.

In teatro Josè appoggia il suo cappello e con gli occhi accesi inizia il racconto della fondazione della città, ogni tanto fa piccole pause battendo il bastone sul pavimento, 10 minuti di Josè 10 euro, mica male!

Concluso il racconto ci conduce in visita per il teatro e il piccolo museo, dove sono conservate le vecchie scenografie, i costumi di scena, gli antichi arredi, firmiamo il libro delle visite, compriamo un libretto di letteratura de cordel. Questa letteratura popolare in Brasile è molto diffusa, viene stampata su carta riciclata, sono piccole storie della tradizione orale, racconti brevi di saggezza antica o poesie di strada, anche questo è un mondo affascinante e ricco.

Visitiamo anche la Casa di Amado, è ariosa e solare, alla cassa vi è una ragazza che pare una polinesiana, un fiore di hibisco sui lunghi capelli neri e un florido corpo baiano, che alla prima gravidanza si disferà. In Brasile il seno di una donna è la maternità, così capita di vedere mamme e mammelle allattare tranquillamente dovunque, anche sugli autobus.

Di sera allo storico bar Vesuvio si cena insieme al busto di Amado seduto ad un tavolino mentre due attori recitano le parti di Gabriela e di Nacib Saad in mezzo ai tavoli; all’interno del bar attraverso un passaggio segreto i ricchi colonnelli del cacao accedevano senza essere visti al cabaret Bataklan.

La notte il Bataklan rivive i suoi fasti e le sue gaiezze per i turisti, è un museo che ospita bar e ristoranti, attori e attrici in abiti d’epoca occhieggiano maliziosi, arredi squisitamente anni 20-30, lampadari in vetro di murano, le foto appese alle pareti testimoniano la ricchezza dell’epoca d’oro del cacao, al bar incontriamo la piccola Lorena, 7 anni, figlia del barista, vuole che le facciamo alcune foto, scrive alla lavagna il suo nome e poi tenta di scrivere i nostri.

Poi Ilheus è tanto altro ancora…

Una visita particolare. (Rio de Janeiro, Brasile), giugno 2008.

Al santuario delle pietre preziose, gioielli e minerali, da Stern, (Rio de Janeiro, Brasil), giugno 2008.

Avevo letto sulla lonely planet, la mia bibbia,( in Italia di giorno l’avevo sempre con me in borsa e la sera sul mio comodino) , che una visita al negozio di Stern a Rio era una cosa imperdibile e così una mattina ci presentammo da Stern senza né telefonare senza né prenotare, appena entrammo ci rendemmo conto di aver commesso due piccoli non trascurabili errori, il primo errore era il nostro abbigliamento poco consono, eravamo vestiti da mare, bermuda e canottiera e sandali, anzi eravamo anche un poco insabbiati, a Copacabana un’onda malefica aveva cercato di inghiottirmi a tradimento mentre passeggiavo e nella furia di scappare ero caduta e l’onda aveva tentato di risucchiarmi via in quel mare grigio azzurro e plumbeo nella giornata nuvolosa, il secondo errore fu che non avevamo nessun invito e non alloggiavamo in un 5 stelle e nemmeno in 4 stelle bensì in un ostello in un favela. Oggi ha cambiato nome e si chiama Lisetonga Hostel, Ladeira Ari Barroso, Casa 15, Leme, allora era gestito da un ragazzo svizzero, simpatico e spartano.

Eravamo al termine del nostro viaggio, avremmo trascorso gli ultimi giorni a Rio prima del volo di ritorno, uno dei principali problemi nella pianificazione del viaggio era stato appunto dove avremmo dormito a Rio, gli hotel a 4 e 5 stelle di Copacabana non sono sicuri, i male intenzionati si appostano all’uscita dall’ hotel e poi ti assaltano, oppure ti entrano in camera a rubare, gli ostelli mi parevano la soluzione più sicura ed economica, ne studiai alcuni per prezzo posizione e qualità dei servizi, alla fine scelsi un piccolo ostello sulla collina sopra Leme, che è la naturale continuazione di Copacabana, le sue recensioni erano ottime, il proprietario era descritto come un ospite perfetto, gentile e disponibile, e dalle foto l’ostello era fantastico con ampi spazi e una vista straordinaria, diceva che si trovava in una favela dalla gente accogliente e tranquilla, e così prenotammo lì.

Il taxista non conosceva il posto e dovemmo insistere non poco perché ci accompagnasse sul morro (collina)  della favela Babilonia, ci disse ma lo sapete che questa è una favela, lo sapete cosa è una favela, lo sapete che c’è la guerriglia, lo sapete e lo sapete….

Giungemmo davanti al cancello chiuso dell’ostello e la prima occhiata non fu positiva, vi erano accumuli di sacchetti dell’immondizia, (tra poco sarebbe passato il camion della nettezza urbana a caricarli), ed io non ero più tanto sicura della mia scelta al punto che supplicai il taxista di aspettaci un minuto e se nessuno fosse venuto ad aprirci saremmo scesi insieme a lui, il taxista disse ok ma solo un minuto, qui io non ci resto un minuto di più, tà muito perigoso, io risposi tà bon, espera o minutinho, por favor.

Suonammo il campanello, l’ansia e la paura aumentavano al trascorrere dei secondi, più mi guardavo attorno più il luogo mi sembrava pericoloso, ma una voce ci rispose quasi immediatamente, un ragazzo giovane alto magro dal viso molto simpatico venne ad aprirci e ci sorrise, ogni mio dubbio sparì all’istante e feci cenno al taxista che era tutto ok, noi ci fermavamo lì.

“Ma quanti bagagli avete?”, si sorprese divertito il nostro ospite, io di solito giro con uno zaino, “eh caro, io risposi, anche a me piacerebbe girare con uno zaino leggero ma poi le sabbie per la mia collezione e i pezzi di legno e le conchiglie e i minerali dove li metto?”

Comunque fu molto gentile e disponibile come da recensioni, e anche l’ostello era fantastico, si trattava di casa anni 60 con molto stile, c’era poca gente essendo bassa stagione, un’ampia sala di ricreazione con computer e tv e stereo, una cucina maiolicata con frigo a nostra disposizione, e una grande terrazza sul tetto con una splendida vista, specie di notte, la camera non era proprio quella della foto ma era tranquilla, senza rumori molesti, e sicura, il bagno in comune era immenso anche se un poco sporco, va bhè a me basta che l’acqua sia calda o caldissima, discreta posizione per raggiungere le attrazioni della città.

E la favela Babilonia?

la favela era all’apparenza tranquilla, probabilmente proseguendo sulla collina le cose sarebbero cambiate ma qui era ok, poco più su vi era un posto di blocco della polizia e a nord la favela era chiusa da una zona militare con filo spinato.

Il proprietario dell’ostello ci disse che ci avrebbe accompagnato giù a piedi fino a Leme così tutti ci avrebbero visto in sua compagnia e avrebbero saputo che eravamo suoi ospiti, e non c’era pericolo di aggressioni o di scippi, tà tranquilo la gente è boa, qui ci vive povera gente che lavora onestamente ma non può permettersi alloggi o affitti costosi. Da Leme per salire all’ostello vi era anche un servizio di moto taxi ma noi la facemmo sempre a piedi di giorno e di sera max le 22, la notte tardi non uscimmo mai, gli altri ospiti ci invitarono ad andare con loro nei locali della Lapa ma sinceramente dopo aver camminato tutto il giorno tra Jardim botanico, Cristo Redentor, Corcovado e pao do Azucar eravamo stanchi e così l’ostello di notte era tutto nostro e potevano andare dove volevamo, dal tetto la vista notturna era splendida: Rio ci circondava da 3 lati , con le sue piccole luci delle favelas e le grandi luci dei viali e il Cristo Redentor che troneggiava da lassù protettivo, la città così illuminata ci apparteneva.

Il proprietario lasciava le finestre spalancate e la porta della terrazza sul tetto era aperta, anche al mattino noi eravamo soli in cucina, eh gli altri dormivano ancora dopo la nottata a Lapa, c’era un bicchierino di vetro dello yogurt con il bicho preguiça e io me lo misi in valigia (mi piaceva e non sapevo dove comprarlo).

Una mattina scendendo a Leme trovammo un sagui morto stecchito da scarica d’alta tensione, una signora disse oh povero piccolino, poco più giù c’era anche una scuola di capoeira e sulla spiaggia la notte giocavano le squadre di calcio dei bambini, una sera cenammo al miglior ristorante di Leme spendendo pochisssimo e un’altra sera andammo al sindacato do Chopp ( è la birra) e un’altra sera passeggiammo in centro fino alle nove, dopodichè è meglio rientrare, poche ma essenziali le precauzioni, essere vestiti semplicemente non ostentare orologi o macchine fotografiche, tenere pochi soldi in tasca e stare in mezzo alla folla, non prendere vicoletti.

Bene eccoci da Stern, nonostante fossimo vestiti da pezzenti e non disponessimo di invito contrassegnato dal circuito di hotel a 4 e 5 stelle, alla reception ci ammisero al santuario dei gioielli delle pietre preziose e dei minerali. Dapprima si visita il laboratorio da cui si è separati da un vetro, e tabelle spiegano le varie fasi della lavorazione, al termine vi è una hostess multilingue che ci accoglie e ci conduce in una sala e ci fa sedere in un tavolo e ci chiede a che pietre saremmo interessati, che pietre vorremmo visionare. Io, un poco in imbarazzo, mi guardo attorno e vedo seduti ad altri tavoli facoltosi acquirenti, elegantemente vestiti, vedo anche quello che mi sembra uno sceicco, vedo la ragazza d’alta società che è venuta a scegliere insieme al fidanzato il brillante, ed io penso ed ora come facciamo ad uscire di qua?

“Allora cosa volete vedere?” , ci ripete la commessa estraendo dal tavolo vetrato un vassoio di preziosi misti, io prontamente rispondo che sono interessata al topazio imperiale, eh certo ad uno dei preziosi più pregiati e costosi, il loro prezzo dipende dal loro colore che va dal rosa sbiadito al rosa rosso, quanto più il colore è intenso più il prezzo sale. La nostra commessa è molto gentile, sorride o ride, deve avere intuito che di soldi noi non ne abbiamo e così ci dirotta in un’altra sala, quella dei gioielli, c’è la linea più classica e quella ispirata agli indios, noi ci profondiamo in mille complimenti, magnifico stupendo favoloso, “quale vuoi provare ?”, mi chiede la signora mentre un cameriere dai guanti bianchi ci serve un aperitivo.

“no senti”, le risponde mio marito con la sua parlantina che incanta le persone,” tu sei molto gentile ma noi eravamo solo curiosi di visitare Stern, per noi è un mito, la nostra vacanza sta per terminare e abbiamo finito i soldi…”

“Non fa niente, voi siete molto simpatici, tornate a trovarci ogni volta che lo desiderate!”

E così caduta la maschera beviamo anche un secondo aperitivo e ci intratteniamo a chiacchierare con lei, ci racconta che la vita a Rio non è più così tranquilla come una volta e che lei inizia a temere per il futuro dei figli, noi le facciamo notare che lavorare da Stern è un’ottima cosa, lei dice di sì e ci accompagna all’ultima sala, quella più economica, quella dei visitatori per caso un poco come noi, ci sono splendidi pezzi di ametista e ogni tipo di minerale bruto ma è comunque tutto molto caro…

A questo punto il lettore può pensare che abbiamo preso la porta d’uscita e ce ne siamo andati lentamente senza dare nell’occhio, vista la figura fatta, essere andati senza saperlo in un super negozio museo e essere riusciti a svignarsela senza comprare nulla, bhè non è certo una cosa da poco!

Ma non è finita qui, al banco della reception ci regalano una scatolina a testa con 3 piccoli minerali, ecco il trofeo di Stern da mostrare agli amici al mio ritorno in Italia!, e poi vogliono sapere di quale hotel 4 o 5 stelle siamo ospiti, io e Gianluca ci guardiamo un secondo e ora cosa ci inventiamo?

” non mi ricordo, risposi, ma si trova a Leme.”

“ah perfetto voi alloggiate all’Othon Palace Hotel, vero?” e mi pare che il ragazzo mi faccia l’occhiolino.

” certo, proprio quello!”

“quando volete vi accompagneremo a casa in taxi o minivan per la sicurezza vostra e dei vostri acquisti.”

” grazie, ora però vorremo fare un giro a Ipanema.”

“Non c’è problema, tornate verso le 17 e saremo lieti di accompagnarvi. ”

E così fu, torniamo al garage di Stern alle 17, i taxi sono riservati allo sceicco e alla coppia dei fidanzati e ai loro acquisti, eh sì loro hanno comprato di sicuro, forse lo sceicco una valigetta di pietre preziose e la ragazza il suo mega brillante. Noi saliamo sul minivan con tanto di autista con guanti e cappello!

“Noi siamo a Leme, all’Othon”, mi affrettò a dire io, così ci riaccompagnano al nostro hotel a 5 stelle, ci fanno scendere proprio davanti all’entrata, il boy dell’hotel è pronto ad aprirci i battenti e sta per aprirli quando non appena saliti i primi due scalini io esclamo:

” oh cielo ho finito i miei cioccolatini preferiti, facciamo un salto a comprarli poi torniamo”

Che dici, sarò stata convincente?

un viaggio che ci ha cambiato: il nostro primo incontro con il Brasile, 2003.

avete mai fatto un viaggio in particolare che ha cambiato un poco la vostra vita o vi ha lasciato dentro qualcosa di speciale?

per me uno di questi fu il nostro primo viaggio in Brasile, nel 2003.

quando andai in Brasile la prima volta mi trovavo in una fase di scollamento nella vita e nel lavoro, non mi riconoscevo nell’immagine che gli altri avevano di me, così avevo una sola settimana di ferie e volai in brasile con una super offerta in un resort di lusso ad un prezzo stracciato, quanto avevo desiderato andarci e adesso mi trovavo in un comodo resort sull’oceano e alle spalle un paese immenso sconosciuto misterioso, vedevo i turisti all inclusive bere e mangiare a tutte le ore e giocare a ridicoli giochi di società ma che ne sapevano dove si trovavano? e che ne sapevo io? questi turisti da batteria che ne sapevano di dove si trovavano chiusi nel recinto, dietro al muro alto del resort?

Appena dietro all’angolo c’era un mondo tutto nuovo e diverso!

certo il brasile non è un paese idilliaco o bucolico che qui desrivo, lo so, e lo sapevo ancora più da quello che mio zio scriveva, pistoleiros garimperos poco rispetto per la vita tanta ignoranza bassa scolarizzazione l’infanzia devastata dal crac, ect ect . Quel nostro primo incontro fu fortunato, ci conquistò l’allegria, la gioia di vivere, il saper sorridere comunque e sempre.

Mettemmo il naso fuori dal muro, attenti ci disse la guida non andate vicino ai bamboo, là ci sono i cobra, non scendete dal taxi, non ostentate macchine fotografiche, vestite abiti semplici, niente borse, nè orologi, tornate sempre in taxi, appena fa buio c’è il coprifuoco, ect ect..

Ma lì ci trovavamo in un paesino sull’oceano, lontano dalle grandi città, il turismo era appena all’inizio, la pesca era abbondante e le piante da frutto tropicali regalano frutta energetica in qualsiasi momento dell’anno, per esempio il cacao dà 9 raccolti all’anno. Facemmo lunghe passeggiate sulla spiaggia deserta, con i buggies che sfrecciavano da ogni parte, e il ritmo delle maree, le falesie di sabbie colorate, il rumore del silenzio…i cavalli correvano liberi in spiaggia, le donne lavavano le stoviglie di alluminio nel fiume, i bambini giocavano nel mare e ci sorridevano invitandoci a sorridere, i pescatori ritornavano a riva con le loro jangadas cariche di pesce colorato e ce lo mostravano…e proprio dietro all’angolo c’era una casetta gialla, con la scritta Forrò P., era un piccolo bar che due volte alla settimana si trasformava in balera, il forrò è un tipico ballo nordestino, ci avvicinammo alla casetta in modo amichevole, alcuni di quei ragazzi lavoravano nel resort e ci avevano riconosciuto, facemmo un poco di amicizia spontanea, l’anziano capofamiglia ci volle mostrare la sua casa, pochi mobili, solo un cassettone su cui troneggiava una piccola tv per l’immancabile calcio e la telenovela, niente letti solo amache appese, la sala della balera era una specie di garage con grandi casse stero, dietro alla casa c’era un piccolo cortile e l’anziano signore ci indicò orgoglioso il bagno, mentre la sua vasca da bagno era una tinozza all’aperto che a me ricordò quando facevo il bagno a casa dei nonni in campagna 40 anni fa , o come mia mamma faceva sempre da piccola, più di 65 anni fa .

Scattammo qualche foto, rapidamente avemmo intorno tutti i bambini del paese, una piccola folla multicolore, pur fratelli ognuno aveva un colore di pelle e di capelli diverso dall’altro e così il taglio degli occhi, tutti si volevano rivedere e toccavano lo schermo della macchina digitale segnando con il dito e pronunciando il nome di ognuno…Io che non ero abituata al contatto con i bambini, ma qui mi stavano quasi addosso, facendo a gara tra loro…ci vollero anche mostrare il piccolino di un mese, lo svegliarono apposta e anche la signora più anziana disse io non ho mai fatto una foto e sedette in posa con i nipoti, poi arrivò un ragazzino e disse qualche parola in uno scarno inglese e ne era molto orgoglioso…

Alla casetta gialla ci domandarono curiosi di noi, dell’Italia, quanto era lontana, perchè io portavo quel fazzoletto in testa ero forse malata?, ed io rispondevo no è per il sole e loro non capivano, ci chiesero se avevamo figli, no, e loro peccato perchè un bambino è una grande gioia e poi ne nascono di tutti i colori… Una signora ci disse io ho 3 figli e sono tutti bianchi come mio marito e nessuno è nero come me, che peccato! un bimbo di 16 mesi già ballava a ritmo di samba…

Tra questi incontri che mi riportavano indietro ad una specie di infanzia primitiva, le passeggiate sulla spiaggia fino all’incontro del fiume con il mare, il rumore del silenzio dentro al canyon, l’arrivo delle jangadas con il pesce, alla fine della settimana io arrivai all’areoporto che non sapevo più dove era andato a finire il biglietto , non ero stata ferma un momento, sempre in giro a vedere ad assaporare un piccolissimo pezzo del Brasile, il paese che avevo sempre desiderato conoscere a causa di mio zio, ed ero consapevole di stare assaggiandone soltanto una briciola, ma quella briciola aveva un sapore di allegria di gioia di vivere di sentire me stessa diversa più viva, migliore di quanto credevo di essere, fu questo l’inizio di una grande passione, appena potemmo, 3 mesi dopo rivolammo nello stesso paesino, mai più resort, mai più compagnia di turisti da batteria, ma la gente la gente, invece dell’ all inclusive fu full immersion anche senza sapere bene il brasiliano, e tornammo dai nostri amici e portammo qualche foto e qualche cosa per la scuola di cui ci eravamo informati, e una maglia del calcio per l’anziano capofamiglia, e alla fine loro insistettero per riaccompagnarci alla pousada e ci regalarono un vaso di areias coloridas…

e questa fu la nostra prima di un viaggio che è ancora in corso.

incontro con il bradipo, in Brasile.

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Tante volte la lingua brasiliana mi fa sorridere per le sue parole a volte così infantili ingenue e istintive, come questa il bicho preguiça, ovvero l’animale lentezza, cioè il bradipo, rende bene l’anima di questo animale, ma si dice anche di persona, prediguiçosa quando è pigra e oziosa, oppure anche di un fiume il cui corso è molto lento.

Nel 2006 ci trovavamo a porto de Galinhas, (le galline erano gli schiavi che provenivano dall’Angola ), nel mare vi sono magnifiche piscine naturali e piccole barchine con vele colorate ti accompagnano laggiù, a 70 km da qui si trova la cascata Urubu nel villaggio Primavera, un parco naturale al cui interno vi è una cascata, un ristorante e una specie di fattoria didattica, con diversi animali come l’ armadillo, il capibara, il lagarto, molti saguì, piccole scimmiette, e il bicho preguiça. Così il signore del ristorante ci mostrò prima un falco ferito che stava curando e … poi ci mise in braccio un bradipo con nostra grande sorpresa.

L’ abbraccio di questo animale, nonostante le sue impressionanti unghie, è avvolgente e sembra di tenere in braccio un bambino, le sue zampe ti abbracciano e ti si aggrappa, è un animale indifeso e tranquillo, il suo simpatico musetto sembra sorridere, il suo pelo però non è affatto morbido ma è ispido e infeltrito. in natura è difficile vederli, sono molto riservati. nello stato del Minas Gerais, dove vorrei andare, vivono anche nei parchi della città, ma sono molto delicati specie i piccolini se restano orfani.In questo parco ce ne erano tre, probabilmente nati in cattività o catturati, lo so che questo è sbagliato però erano tranquilli come se fosse la cosa più normale arrampicarsi sugli ombrelloni e sui tavolini. Per noi questo incontro fu comunque molto bello e fortunato perchè finora non ci è più ricapitato di tenere in braccio un bradipo. Nel 2008 eravamo ad Ilheus, Bahia, Ilheus è la capitale del cacao e l’aria profuma di cacao. Andammo a visitare una riserva zoobotanica statale, il Ceplac, sull’autobus incontrammo un dipendente che ci fece entrare nonostante fosse chiuso al pubblico, a pranzo poi ci fermammo con lui nella mensa. Vi era anche un rettilario con centro dei veleni, visitammo la piantagione di cacao con piccola fabbrica di cioccolato, i semi del cacao separati dalla massa bianca e gelatinosa fermentano 8gg in un grande cassone di legno, poi vengono stesi ad essicare al sole su letti di legno richiudibili in caso di pioggia, in seguito vengono stoccati in sacchi di iuta da 60 kg, prezzo 4 reais al kg, e conservati in magazzini in legno in cui l’umidità si mantiene costante. Abbiamo assaggiato anche il frutto fresco e bevuto il succo della massa biancastra, è dolciastro. Ci vollero regalare uno dei frutti più grandi che avevano e lo portammo in Italia. Quel giorno era capitata in visita una famiglia dalla Rondonia con tre figli, il padre era funzionario del centro Ceplac a Vila Velha, e così aveva approffittato della vacanza al mare per visitare i colleghi di Ilheus, ci regalarono un sacchetto di noci macadamia, dopo la visita partirono per la Rondonia in fuoristrada, un viaggio di più di 3000km. La cosa più bella di questa visita però fu l’incontro con la biologa Vera de Oliveira, detta Verinha, tutta una vita spesa per la cura dei bradipi feriti o rimasti orfani, il suo lavoro non ha orari. Vera dirige un centro recupero di scimmie e bradipi da reintrodurre in natura. Le chiedemmo se potevamo vederli da vicino, lei ci spiegò che essendo animali feriti o malati per loro sarebbe stato uno stress avvicinarvisi troppo . Restammo a guardarli da fuori della grande gabbia, ma poi Verinha capì il nostro amore e andò a prenderci dalla culla, un cestino ricoperto di foglie, un piccolino di bradipo di 8 gg, che tenerezza!, non dimenticherò mai lo sguardo d’amore di Verinha per questo essere così delicato e neppure dimenticherò come il piccolino la guardava davvero come se lei fosse stata la sua mamma, lei gli diede un bacino e il piccolino allungò la zampina verso di lei. Questo incontro valse tutto il viaggio!

Partenze e addii.

Il partire da casa è una cosa semplice prepari un viaggio per mesi, a volte per anni, poi mancano poche settimane, poi una settimana poi giorni, e poi un giorno, e tu in qualche modo sei pronto, e lo devi essere per forza, quando l’aereo si stacca dal suolo, sei partito, sei già lontano, hai fatto tutto, non puoi più tornare indietro.

E non so se davvero si torna cambiati da un viaggio, sicuramente gli orizzonti si sono allargati e ne esci che si è aggiunto qualcosa in più. Non serve a niente camminare l’uno verso l’altro, si rischia di camminare su rette parallele che non si incontreranno mai, non serve a niente fare questo sforzo di infrangere le barriere se poi non ci si scambia nulla, se poi si ritorna a casa e nulla è cambiato, se l’altro non mi ha dato qualcosa ed io non ho dato qualcosa di me.

Se torni a casa e non è cambiato nulla allora c’è qualcosa che non va, faresti meglio a restare a casa, come quelli che dicono ah ma poi alla fine come si mangia bene in Italia, ah ma poi alla fine quello che c’è in Italia, ah il pane che si mangia in Italia, ah il caffè che si beve in Italia e allora rimanete a casa.

Di un’unica cosa io ho sentito la mancanza fuori di Italia, ma non perchè sia un merito italiano, ma perchè è un’eredità che viene dalla storia, ho sentito la mancanza della mia cultura perchè mi dava gli strumenti per capire e valutare il mondo, mi dava la chiave di scelta tra ciò che è giusto e sbagliato, tra cià che è bene o male, tra essere umani e non esserlo, tra il rispetto della vita e la mancanza di ciò. Non che in Italia in pratica ci sia tutto questo rispetto, non c’è di fatto, ma forse di pensiero e di cultura in astratto c’è.

Quando siamo stati assaliti da due ragazzini in un paesino in Brasile, certo che volevamo giustizia, certo che volevamo rientrare in possesso degli oggetti rubati, specie della carta di credito, di quella piccola cosa da cui escono i soldi per pagare hotel ristorante e un volo aereo, ma poi ci dissero che si trattava di due ragazzini sbandati, che facevano uso di crac e che in breve sarebbero stati presi e fermati, il che equivaleva catturati e condotti in un bosco e ammazzati come cani randagi. La mia cultura poteva tollerare ciò?

L’unico addio che io concepisco è quello della morte, questo è l’addio definitivo da parte di chi se ne va.

Poi da un viaggio occorre tornare e a volte non si ha tempo per organizzare il ritorno si deve fare in fretta, c’è l’ultimo autobus che passa, c’è l’ultimo volo che parte e non c’è tempo, infili tutto alla rinfusa in valigia e parti e chissà se tornerai e quando, pensi sempre che tornerai, ma poi non si sa se la vita te lo permetterà, se le cose lo permetteranno.

in Brasile l’ultimo taxi, la valigia chiusa per forza, se si è dimenticato qualcosa pazienza, la corsa per raggiungere l’ultimo bus utile per raggiungere Rio che è lontano 1000 km, lungo la strada diritta a fianco ad alberi diritti coltivati per la produzione della cellulosa, ci volle pure accompagnare il caro vecchietto Vicentinho, l’ultimo saluto, e poi l’ultima attesa di un bus, gli ultimi bambini che vendono gelati e picolè, piccoli ghiacchioli, bambini che ci salutano e ridono e saltano e ci chiedono ma in Italia ci sono camion grandi come questi che trasportano la legna, ci sono autobus con ruote così grandi, ci sono strade così lunghe, tanto lunghe che non finiscono più?

e ci sono cuori che amano per sempre e ci sono anime che sognano viaggi che non si concludono, e ci sono scarpe che non si consumano mai, e ci sono idee che sopravvivono per sempre, e ci sono amori che non finiscono mai, e ci sono amicizie così grande che sfidano le distanze , e ci sono oceani che non possano essere navigati e ci sono cieli e pianeti e stelle e galassie senza fine?

e che cosa rimane alla fine di un viaggio, di una storia d’amore, alla fine di una vita? un senso di stordimento, un non sapere perchè, la certezza che rimane indietro qualcosa di non spiegato, di non spiegabile, di sfuggente e su quello che sfugge ci si sbatte la testa, ce la si rompe a furia di pensarci e ripensarci, capire perchè qualcuno ci dice addio o perchè l’abbiamo detto o perchè ce lo siamo fatti dire perchè siamo stati così stupidi da farcelo dire. Perchè sarebbe stato per sempre, così semplice come bere un bicchiere d’acqua fresca, dirsi per sempre e poi finire, arrestare la corsa, fare scendere qualcuno, scaraventarlo giù, perchè quando si poteva fare se non tutto il viaggio insieme almeno una parte per essere meno soli, per essere meno disperati?

Chi ti dice addio non ti lascia via di scampo, non ti lascia possibilità d’appello, è una condanna anche questa per sempre. E pensi che cosa ho sbagliato, se non avessi detto quella parola, se avessi taciuto, se avessi amato di meno…

L’ultimo bus delle 16, 45 e sono rimasti 10 minuti per salutarsi per lasciarsi un segno, per scambiarsi qualcosa.

Jair, brasiliano tutto d’un pezzo, sessantenne dal cuore duro e sgarbato, ci mostra il video dei suoi figli e nipoti che vivono a 3000 km di distanza da lui, e si commuove e piange e dice il Brasile è un paese meraviglioso, che Dio ha creato un paese meraviglioso, ma la gente non è tutta buona, manca di umanità, di educazione, di cultura, c’è violenza, mancanza di dignità e di rispetto della vita umana, assassinii, furti, ogni sorta di violenza… Dice con amarezza che si vergogna di tutto ciò.

” e voi avete incontrato cose brutte e io vorrei chiedervi scusa di ciò, ed ecco io vorrei regalarvi la maglietta del calcio che mio figlio mi ha portato dal suo viaggio di 3000 km, e ora questa è una cosa che per me è molto cara e io vorrei darla a voi in segno di amicizia…”

” non non è necessario Jair, è un regalo speciale di tuo figlio, non possiamo accettare…”

“Prendetela così vi ricorderete di Jair, questo vecchio burbero e scontroso ma che piange vedendo il video dei suoi figli e nipoti….”

e tutto di fretta arriva il bus e occorre fermarlo in quella strada sull’oceano, la fermata è a richiesta, l’autobus che ci porterà via da Jair e dagli altri amici e via da questo paesino perduto in Brasile, e domani ancora un taxi e un altro bus e un altro aereo per l’Italia, e in valigia una denuncia per furto contro due ragazzini drogati e una maglietta che celebra l’amicizia più sincera.

Arrivederci Brasile.

Ilha Grande, RJ, Brasil, 2010

2010, Ilha Grande, stato di rio de Janeiro, un’isola con bellissime spiagge selvagge e una rigogliosa foresta atlantica dove vive una specie particolare di scimmia urlatrice, non riuscimmo a vederla ma ne potemmo udire i richiami.

Vila do Abraao con il suo porto è la zona più turistica dell’isola ma resta comunque tranquilla, dal porto partono gite in barca oppure per gli amanti del trekking non mancano i sentieri, è proibito il transito alle auto.

Questa volta la nostra pousada è veramente di buon livello gestita da un brasiliano di origine tedesca, Marcus. E’ un gigante buono, lunghi capelli biondi raccolti in una coda,un buon camminatore, classico bevitore di birra, sembra uscito dall’oktoberfest , è un gestore perfetto, disponibile e assente nel senso che ci lascia piena libertà di andare e venire a tutte le ore. Al nostro arrivo al porto lui è là ad accoglierci e al ritorno insiste per accompagnarci.

La pousada si trova in una zona silenziosa di Vila do Abrao, è accogliente, stile country ma elegante, un posto in cui riposarsi con amache colorate appese in cui oziare, un giardino ben tenuto, a colazione arrivavano le scimmiette sagui a prenderci dalle mani una fettina di banana, e tanti uccellini tra cui lo splendido tio do sangre, un uccellino di un rosso brillante, e gli immancabili colibri, c’è anche una gatta senza una zampina che allatta i suoi gattini nel patio della colazione e ci chiama per mostrarceli orgogliosa. Marcus ci racconta che la gatta probabilmente deve aver subito un attacco da un jaguaritica e un giorno se le è vista arrivare dalla foresta e accasarsi qui.

Il seondo mattino della nostra permanenza a colazione si siede accanto al nostro tavolo un tipo strano, io l’avevo già notato il giorno precedente per le vie del paese con un taccuino in mano a chiedere informazioni e prenderne nota. Anche a colazione ha con sè l’immancabile moleskine nera, è di carnagione molto chiara, alto, con occhiali e come lui stesso ci dice in un buon italiano è americano dello stato del Vermont, “scusate, attacca discorso, ma ho sentito che siete italiani, mi piace tanto sentir parlare in italiano”, si presenta, è Gregor Clark, un nome quasi da attore americano anni 60, poi ci confida abbassando la voce (ma io l’avevo già capito) di essere un giornalista della Lonely Planet, io sto quasi per inginocchiarmi al suo cospetto perchè a casa tengo la guida della lonely planet del brasile sul mio comodino, è la mia Bibbia! Lui ha viaggiato in Italia per lavoro, doveva scrivere due pezzi per la Lonely uno sulla Sicilia e l’altro sull’Emilia Romagna in un mese di tempo, ebbene ci confessa di essere rimasto talmente affascinato dalla Sicilia da trascorrervi la maggior parte del tempo, destinando all’Emilia Romagna gli ultimi giorni realizzando così un pessimo servizio. Io naturalemte lo invito a tornare in Romagna come nostro ospite, abbiamo alcuni contatti con la delegazione del touring club di Cesena che potrebbe essergli utile. Verso sera lo incontriamo sul lungomare a prendere appunti sui trasferimenti Ilha Grande- Rio, ci dice che ha dormito tutto il pomeriggio, il suo viso è arrossato, forse ha preso troppo sole oppure ha bevuto troppa birra, ora chiede a noi cosa c’è da vedere, cosa abbiamo fatto noi, quali itinerari gli potremmo consigliare…, bhè noi abbiamo attraversato l’isola a piedi e camminato 7 ore mentre lui si è riposato e questa notte andrà a cenare in uno dei locali più cari dell’isola, mentre noi mangeremo pescado frito e macaxeira! sai cos’è la macaxeira o l’ aipim? é tapioca fritta simile alle patatine ma molto più gustosa, io l’adoro ma non si trova sempre in tutti i ristoranti. Quando chiedo aipim o macaxeira il cameriere mi guarda con un misto di approvazione e di ammirazione come a dire tu sai cosa è! oramai aspiro a diventare di diritto un poco brasiliana anche io!

Tra i negozietti sul lungomare uno attira la nostra attenzione, a parte le solite cose vi sono piccoli oggetti in vetro fatti a mano e oggetti di fattura india. Il proprietario Juan Carlos Navarro è un argentino venuto a cercar fortuna in Brasile, a causa della crisi economica, ci spiega che è meglio avere una capanna in Brasile piuttosto che il più lussuoso appartamento a Buenos Aires, ci dice che gli oggetti in vetro sono di sua produzione mentre gli oggetti indios provengono dal villaggio di Paraty Mirim, si mostra sorpreso quando gli raccontiamo che noi ci siamo stati e che abbiamo conosciuto il capovillaggio Trapiche, un vecchino piccolino molto saggio. Ci mostra i suoi quadri ma sono poco più che croste con colori molto forti, ci fa vedere le foto dei suoi lavori con aerografo su auto e moto, e poi tira fuori il catalogo delle sue opere di body painting, all’inizio io sono prevenuta, ma in esse non vi è nulla di volgare, lui è davvero un grande e fine artista di body painting. Restiamo colpiti dalla sua rappresentazione della maternità, da come parla della modella, capiamo che deve trattarsi di una donna da lui amata, dice non fermatevi a guardare il suo corpo imperfetto, è una donna che ha avuto 4 gravidanze, e infatti questo noi non lo vediamo, vediamo il senso di ciò che lui ha raffigurato, cioè proprio il senso più intimo della maternità, il suo mistero e la sua bellezza. Torniamo ogni sera a parlare con lui, è una persona molto interessante, ci affascina con i suoi racconti, ha 4 figli, ha lavorato fin da giovanissimo sulla costa crociera così ha potuto viaggiare il mondo in Europa e in Oriente, ovviamente una fidanzata in ogni porto, ora ha tanti progetti ed uno di questo è di navigare su una casa galleggiante sul Rio delle Amazzoni, sognamo che un giorno lo realizzeremo insieme a lui, chissà…

Le galline di Markus a Praia do Pipa, (Rio Grande do Norte, Brasil), marzo 2006.

Praia do Pipa nel Rio Grande do Norte è terra rossa e rocce nere e mare verde, è selvaggia e forte. La cittadina è lunga e stretta, costruita in modo veloce e disordinato, in pochi anni Pipa è diventata un centro turistico importante e la gente del luogo è impazzita, da non avere che modeste capanne di pescatori ora quelle stesse capanne sono diventate case e oggetto di speculazione in vista di un soldo facile. Ma a parte il paese caotico, la bellezza del luogo è innegabile, è meta di surfisti per le onde straordinarie. Arrivare a Pipa da sud non è facile, perchè gli autobus di linea passano lontano dalla costa e quindi occorre arrivare al paese più vicino sulla statale e poi da qui prendere un minivan o un taxi collettivo, un’altra mezzoretta. L’arrivo a Pipa è un poco terrificante, c’è un sacco di gente che va e viene ai minivan e agli autobus che provengono da Natal, venditori ambulanti di pannocchie di mais e di formaggio infilanzato su un bastoncino e cotto al momento sulla carbonella e carellinii mobili di gelato. Non abbiamo prenotato alcuna pousada, Pipa è carissima per gli alloggi, io aspetto alla fermata con le valigie mentre mio marito cerca una sistemazione ad un prezzo giusto. Torna a prendermi con una ford Ka rossa insieme al gestore della pousada Kalunga, che è aperta da poco, noi staremo in una piccola dependance ma il costo è della metà rispetto alla camera regolare, bene! Il fatto è che non appena cambio gli euro io mi metto a pensare in reais, non che voglia risparmiare però inizio a pensare in reais e così penso questo è caro e questo no! Poco dopo di noi arriva una coppia di argentini sui 30 anni e si sistemano in una camera per 100 reais mentre noi per la metà, gli argentini sono più ricchi degli italiani? Io penso che con quei 50 reais risparmiati  posso anche cenare e fare una merenda! Comunque la nostra sistemazione è buona, vista diretta sulla piscina! Il gestore della pousada si chiama Markus, ed è un amico di fiducia del proprietario, il campione di surf Kalunga, che per il momento è assente, è sempre via ad inseguire le onde. Markus aiuta in tutto Kalunga più per passione che per lavoro, è un signore alto, un gigante, una cinquantina d’anni, al secondo matrimonio, pelle un poco giallastra, occhiali, è appassionato di cucina, è cuoco autista giardiniere tuttofare in pousada. Giusto all’ora del tramonto, 17e 30, scendiamo verso la spiaggia per lo stretto sentiero di terra rossa dall’alto della falesia fino al mare, l’acqua è caldissima e io mi lascio andare ad un bagno rigenerante e totale con le onde che mi ricaricano di energia. Ma la notte inizia a piovere e il mattino il tempo non promette nulla di buono, mi rifaccio con la colazione, tanto di cappello al gestore tuttofare, c’è di tutto frutta torte queijo e presunto e succhi freschi e le scimmiette sagui fanno capolino dagli alberi e prendono il cibo dalle nostre mani. Passeggiamo per le spiagge vicine, tra rocce vulcaniche nere e terra rossa, il contrasto è molto acceso e il verde del mare è tagliente. E’ il momento della bassa marea, con l’alta marea tutto muterà, cambiando fisionomia. Le nuvole si addensano rapidamente ed inizia a piovere, dalle alte rocce nere cadono torrentelli di acqua colorata nera e rossa. Tornati nel pomeriggio alla camera ci prepariamo ad uscire, appena cessato il forte temporale, ma va via la corrente e Pipa sarà completamente al buio per un’oretta, noi abbiamo la nostra pila a manovella così usciamo ugualmente, ristoranti bar e supermercati si sono attrezzati con candele, è un poco suggestivo! La nostra pousada si trova alla fine del paese e la passeggiata in centro è lunga specialmente quando si ha fame e non si trova un ristorante che accetta la visa. Di notte ricomincia a piovere, sono le piogge tropicali che mi fanno paura, la camera si allaga, ma al mattino come promesso da Markus il tempo si rischiara. Il tavolo della colazione sembra il tavolo dei giganti oppure siamo noi ad essere dei nanetti perchè è molto alto, creato e fatto su misura e a misura del buon Markus, ci ritroviamo insieme ai due argentini, Ezechiele e Carolina, parliamo sul da farsi per la giornata, qui interviene Markus che convoca un buggueiro e la gita è pronta, andiamo a sud di Pipa, Markus si raccomanda di fermarci al ritorno all’azienda di pescicoltura per comprare i gamberi, avrà il piacere di cucinarli per noi! Con il favore della bassa marea il buggy corre sulla battigia costeggiando falesie rosse d’un tratto interrotte da fasce di sabbia completamente bianca o sale e pepe tra le rocce nere, attraversiamo con la balsa il rio Catu, attraversiamo la mata estrela, sostiamo per un bagno alla lagoa Coca cola, così chiamata a causa del colore scuro delle sue acque per la presenza di ferro, e poi di nuovo in buggy fino alla frontiera del Rio grande do Norte con il Paraiba, un fiume fa da frontiera, lasciato il buggy con una barchina risaliamo il fiume fino ad una zona di argilla con cui ci ricopriamo viso e corpo, incontriamo altre barchine con altri esseri umani ricoperti d’argilla da capo a piedi, è divertente, la teniamo finchè non si asciuga poi ci laviamo nel fiume, si ritorna a Pipa ma prima ci fermiamo alla fazenda per comprare i gamberi, in una vasca ci sono anche due piccoli jacarè, in un recinto due tatù, cioè gli armadilli, che lasciati liberi corrono velocissimi, i brasiliani se ne cibano, cosa è che non mangiano? in  un altro recinto ci sono cavalli e struzzi, e nelle vasche granchi giganti blu e gamberi che saltano come cavallette nella nostra rete, ne compriamo 2kg per meno di 15 euro. Markus ci aspetta in cucina per prepararci la cena, io mi offro di fargli da assistente, è il minimo! Lui li salta in padella aglio e olio! I due kg gamberi sono pronti con una gustosa salsina rosa e con arroz branco,ci sono 2 kg di gamberi sul tavolo per noi 4, io mio marito e i due argentini. Carolina continua a ripetere ah que rico! ah que delicia! ( mentre in brasiliano si dice gostoso!), Ezechiele mangia senza parlare, noi mangiamo, eh sono proprio buoni e freschi, ottimo cuoco Markus! Markus non c’è, ci ha lasciato da soli con i gamberi e dopo poco i gamberi sono finiti, 2 Kg!  ecco che ricompare Markus, ” come va, tà gostoso?, vorrei tenerne da parte un piatto per assaggio a Kalunga e al suo ospite” d’un tratto noi quattro arrossiamo di colpo, sono rimasti solo la salsina e il riso bianco mentre la pentola coi gamberi è vuota! Che figura! Markus ci presenta il proprietario e surfista Kalunga, è appena tornato da un mese di allenamento sull’isola Fernando do Noronha e con lui è venuto un amico, un altro campione di surf, nativo di Noronha e questa è la prima volta che ha lasciato la sua isola e ha incontato quattro stranieri mangiatori di gamberi! Chissà quanto devono sembrargli strani questi due italiani e gli altri due argentini! Kalunga e l’amico sono di passaggio, partono subito per Natal. Continuamo la serata con Markus che ci prepara anche un succo fresco di cajà, mio marito ci filma mentre parliamo in un misto di brasiliano argentino e italiano, Markus è una persona colta e ha viaggiato molto in Brasile, parliamo come sempre di tutto politica sanità religione scuola e delle differenze tra Argentina Italia e Brasile, cerchiamo di scusarci ancora per i gamberi ma Markus sorride e ci invita per domani a pranzo. Il mattino seguente, digeriti perfettamente i gamberi, e senza esserci fatta mancare una ricca colazione, accompagnamo Markus al mercato a comprare le galline, due povere magre galline spennacchiate vive. Markus dice che il suo piatto preferito è carne di maiale bella unta e grassa coi fagioli neri ma anche la gallina è gostosa, bene oggi a pranzo ci sarà gallina almeno non è cotica di maiale! Comunque io informo Markus che mangerò formaggio perchè a parte il pesce non mangio carne e Markus ma che dici la gallina non è carne, è pollo! Io ribadisco che in ogni modo io non mangio neppure pollo. Markus sta meditando la vendetta per i gamberi sbaffati via! E così io mangio formaggio mentre i miei compagni mangiano le due povere galline spelacchiate uccise e cucinate da Markus, l’argentina dice ah que rico ma come l’hai preparato? Bhè le ho uccise e ne ho scolato il sangue e le ho cotte piano piano nel loro stesso sangue, gostoso neh? io ho visto impallidire i miei compagni e quando Markus ha chiesto gentilmente se ne volevano ancora loro hanno risposto di no! Markus è stato un ospite perfetto, alla nostra partenza (con la lauta mancia di 10 euro per la cena e tutto il resto!) ci accompagna pure in auto alla stazione degli autobus, torniamo a Natal direttamente in aereoporto per il volo del pomeriggio per l’Italia. In questa occasione l’autobus a circa un ‘ora da Natal e tre ore dalla partenza del volo si blocca in mezzo alla statale per un guasto,( panico, questo imprevisto non ci voleva), tutti i passeggeri e i loro bagagli sono invitati a scendere e aspettare un autobus di ricambio che in meno di mezz’ora ci viene a prendere e ci conduce in orario all’aereoporto. (i nostri amici argentini li riincontreremo qualche anno dopo in un altra vacanza nello stato di Rio, appena scesi dal traghetto sull’isola di Ilha Grande, ci sentiremo chiamare oi Lucas i Antonela ed erano Carolina e Ezechiele, increible!)

il mio vicolo cieco, dispersa in Brasile.

non so come ci sono finita ma ci sono finita, l’auto si è fermata e non c’è verso di farla ripartire, forse dovrei restare ferma, che so accendere un fuoco e attendere i soccorsi. ma mi decido a lasciare l’auto e attraversare il prato, un pezzo di campagna, la foresta, un rio, un ponte, ma appena partita mi accorgo di non avere né le scarpe adatte né l’abito adatto, ai piedi ho le havaianas, le famose ciabatte infradito brasiliane,  gli stivali di gomma li ho dimenticati in auto, troppo tardi… sotto ogni pietra sopra ogni albero può esserci un cobra in agguato…

il ponte sulle mangrovie è malmesso, le assi sconnesse e rotte in qualche punto, procedo adagio insicura e un poco impaurita, due briganti mi sono rapidamente alle spalle e mi intimano la borsa, gliela lascio e mi lasciano andare, poco più avanti incontro due persone distinte, sono professori, e mi dicono ” sei confusa, che cosa cerchi?” e io “cerco la mia strada” e loro “allora ti servono questi fogli e anche questi, fai una firma qui”, a fatica riesco a liberarmene.

Oh Mio DIO, io ho perso la mia fede, come vorrei tornare indietro alla mia vita di prima, non aver comprato l’auto, non essere finita in un vicolo cieco e poi in mezzo al prato, alla campagna, alla foresta e sul ponte, ora darei tutto ciò che possiedo per ritornare indietro e riavere la fede in TE.

Ma in qualche modo riesco a raggiungere la strada, passa un onibus, si ferma e mi accoglie, mi stendo sul sedile semileito e il viaggio è lungo nella notte, poche luci dei villaggi attraversati, paesaggi sconosciuti che non distinguo ma che avverto come stranieri e solitari nella notte scura e misteriosa, percepisco sogni irraggiungibili meravigliosi onirici notturni emozionanti, l’onibus non va né troppo forte né troppo piano, la pista in qualche punto  è accidentata, ma il rullio mi culla ed io riesco quasi a dormire e a non pensare più a nulla. Sto solo andando, sto solo viaggiando, sono in mezzo, non so dove, tra un punto e l’altro, dove non so, dispersa in Brasile.

Qualche volta ci si ferma in un autoposto ai margini della foresta atlantica, una tv parla di un delitto per pochi soldi e noi sconosciuti viaggiatori ci stringiamo attoniti mentre la morte è sullo schermo e noi viaggiando potremmo quasi eluderla.

Ad un posto di blocco della polizia sale sull’onibus una specie di Rambo con una rivoltella in pugno, è chiaro che è pronto ad usarla, ma per fortuna la persona che sta cercando non viaggia insieme a noi, ed io penso cosa sarebbe successo se avesse sparato, a cosa mi sarebbe servito il passaporto italiano cucito nelle mutande?

Dopo 800 km si giunge in una grande stazione, è affollatissima e tutti aspettano un onibus e tutti aspettano qualcosa o qualcuno ed io non so che fare, vorrei solo andare ancora per un po’ su un altro onibus, tutti mi sfiorano e mi parlano oppure nessuno mi guarda ed è come se io fossi trasparente ed io guardo e osservo senza toccare niente.

Poi qualche bimbo curioso mi si avvicina e mi sorride e anche qualche anziana mi sorride benevola, scambio poche parole umane, ed io sono qui in transito e non so che fare. Vorrei solo viaggiare altri 800 km nella notte e nell’onibus che mi culla e intorno oscurità e sentire un paese che pulsa e brulica vive ama gioisce e soffre e sentire me stessa sperduta in questo immenso paese, sentire me persa nel sonno e nel viaggio senza pensieri, puro movimento.

Ma poi c’è un’altra stazione e devo scendere e uscire all’esterno della stazione a sentire il sole e l’aria sulla mia pelle, mi accorgo che ho ancora ai piedi le mie havaianas e forse sarà un altro vicolo cieco.

(questo racconto è tratto da un’esperienza di viaggio, vuole rappresentare uno stato d’animo di smarrimento e di confusione, in esso è celato anche il nome di un amico/a perduto/a)

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