7-al mercato di Itapoan

Frutta e verdura nei banchi del mercato di  Itapoan, Salvador do Bahia, Brasile

Annunci

Cabossidi di Theobroma Cacao

Le cabossidi contengono i semi del cacao, hanno colorazione che va dal verde- giallo al rosso-bruno di fine maturazione, hanno un peso da un minino di 300 gr fino ad un 1kg, la buccia è solcata da 10 strisce longitudinali.

Theobroma Cacao appartiene alla famiglia delle Sterculiaceae, originaria dell’america latina.

I piccoli fiori riuniti in mazzetti fioriscono direttamente sul tronco o sui rami adulti.

Ebbi modo di visitare una piantagione nel gennaio 2008 nei pressi di Ilheus, nello stato di Bahia, Brasile. Nell’aria un incredibile profumo di cacao!

 

Le pozzanghere di Paraty

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAdal diario di viaggio:

la pioggia di Paraty colora di tenui pastelli le sue pozzanghere nei toni celesti verdi gialli arancio …

uscire con la pioggia a Paraty è un’esperienza nuova…

havaianas ai piedi… vestiti estivi… la pioggia è calda… è un morbido abbraccio, cielo e mare si uniscono, il mare entra ai piedi di paraty ma la pioggia entra nel cuore…

 

Progetto tartaruga

Sulla spiaggia del villaggio turistico di Praia do Forte, 70 km a nord di Salvador de Bahïa (Brasile) , è possibile visitare il centro del progetto Tamar (tartaruga) , è un ecomuseo dove si osservano le tartarughe marine nuotare all’interno di grandi vasche. Fu fondato nel 1980 per salvaguardare le specie di tartarughe marine a rischio che vengono a deporre le uova sulla spiaggia da settembre a marzo in aree protette. Il centro ospita le uova fino alla schiusa, quindi i piccoli vengono aiutati cresciuti e portati in mare.

Nel 2007 ho visitato questo centro e ho assistito alla schiusa delle uova e ho potuto prendere in mano un piccolo appena nato, fragilissima e tenera creatura.

Teobroma Cacao

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
Cabosse di Teobroma Cacao

 

 

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
Cabosse di Teobroma Cacao

Le Cabosse sono i frutti dell’albero del cacao, hanno l’aspetto di un melone allungato, ma molto più rugose, la durezza del guscio invece supera quella dell’anguria.
Il colore può essere giallo fino al rosso tendente al marrone.
Nascono sui rami più grossi dell’albero e sul fusto.

Per aprire le cabosse si utilizza lo stesso machete con cui sono state raccolte, con un colpo secco si spacca la scorza aprendo il frutto in due senza rompere le fave di cacao che altrimenti verrebbero compromesse.

Le fave sono contenute in una polpa bianca da cui devono essere separati.

Dalla polpa bianca zuccherina si producono gradevoli bevande.

La polpa e i gusci possono essere utilizzati come alimenti per il bestiame o per produrre pectine per l’industria alimentare.

PICT3626 (Medium).JPG
la polpa bianca, la placenta, che avvolge le fave di cacao

 

 

Le fave di cacao estratte avvolte dalla polpa bianca vengono lasciate fermentare per 5 giorni in appositi contenitori, casse di legno, che permettono il drenaggio della polpa liquefatta e una corretta aerazione delle fave. La fermentazione  è la fase serve a far sviluppare i tipici aromi del cacao.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
struttura per essicazione
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
essicazione delle fave

La fase successiva è quella dell‘ essiccazione.

Essa blocca la fermentazione, riduce l’umidità delle fave in modo da poterle conservare e non essere attaccate da muffe e altri microrganismi.
I semi vengono essiccati al sole stesi su appositi supporti in legno o anche su teli adagiati sul terreno. La durata dell’essicazione può variare dalle 2 alle 3 settimane.
Le fave devono essere rimescolate più volte per garantire un’essiccazione uniforme, inoltre in caso di pioggia devono venire coperte. Le strutture nella foto hanno tetti scorrevoli e apribili.
In questa fase si ha anche l’evaporazione dell’acido acetico sviluppato durante la fermentazione. L’azione del sole e dell’aria ha quindi l’effetto di ridurre l’acidità delle fave.

Alla fine di questo processo le fave sono stoccate in sacchi di iuta, pronti per la vendita e la spedizione all’estero. La granella di fave tostate viene ridotta tramite delle macine in una pasta grossolana: la Pasta di cacao o Massa di cacao.  Questa è la materia prima da cui si parte per ottenere cacao in polvere e burro di cacao o aggiungendo altri ingredienti cioccolato.

 

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
stoccaggio delle fave essiccate
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Visita ad una piantagione di Teobroma Cacao e ad un’azienda di trasformazione delle fave in cioccolato ad Ilheus, Stato di Bahia, Brasile, gennaio 2008.

(foto di Grande Luce)

Un frutto simpatico

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

un frutto  e di cajù è davvero simpatico con quella specie di virgola al cui interno vi è l’anacardo. Sì proprio l’anacardo che siamo soliti consumare negli aperitivi!

Il cajueiro (Anacardium occidentale L.) è una pianta tropicale originaria del Brasile e appartiene alla familia  delle Anacardiaceae. La maggior produzione è concentrata negli stati brasiliani Ceará, Piauí, Rio Grande do Norte e Bahia.

Il frutto rosso arancio viene usato per produrre succhi dolci gelati e liquori mentre l’anacardo si consuma in Brasile leggermente tostato ed è molto nutriente.

 

 

 

Dispettosi coati bevono latte

All’alba stavo nell’aia di una casupola sull’oceano atlantico, a sud dello stato di Bahia, in Brasile :sulla spiaggia, senza acqua potabile e luce elettrica, viveva una famiglia di pescatori.

La nonna di questa famiglia mi raccontò che nella notte i coati, una specie di procioni, avevano portato scompiglio in casa, si erano introdotti da una finestra socchiusa nella cucina avevano rovesciato il bidone della spazzatura

…che dispettosi coati, disse sorridendo e poi con un fischio li chiamò dalla foresta per dar loro una ciotola di latte. 

Diffidenti e affamati  si avvicinarono  alla ciotola del latte, io riuscii ad avvicinarmi a pochi metri mentre erano quella gente venivano a mangiare dalle mani.

( Grande Luce photos )

Al Jardim botanico di Rio de Janeiro

PICT5650 (Medium)
una scolaresca in visita
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
il giardino sensoriale
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
l’imperatore Joao VI e consorte

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
Orquidario
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
il giardino messicano
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
bambù bengala

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
lago delle ninfee Victoria amazonica

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERAKONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
palmeria imperial

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
Jequitibá branco
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
il giardino giapponese
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
Abricò de macaco
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
fontana chafariz das Musas

 

Il Giardino Botanico di Rio de Janeiro occupa un’area di 137 ettari, di cui solo 55 aperti al pubblico, fu fondato il 13 giugno 1808 per volontà dell’imperatore portoghese Joao VI inizialmente il proposito era quello di realizzare un giardino per l’acclimatazione di specie provenienti dalle indie orientali e in seguito si sviluppò la ricerca scientifica  di classificazione della flora proveniente da ogni stato del Brasile.

Il giardino che in ha l’aspetto di una vera e propria foresta si compone sia di flora brasiliana che esotica e oggi l’Istituto del Giardino Botanico di ricerca di Rio de Janeiro è un’agenzia federale sotto il Ministero dell’Ambiente ed è diventato uno dei centri di ricerca più importanti del mondo nel campo della botanica e della conservazione della biodiversità.

Casualmente la mia visita al Giardino avvenne proprio nel giorno della ricorrenza dei 200 anni, il 13 giugno 2008.

Per la visita è necessaria una giornata intera, e le piante e i fiori sono davvero tutti magnifici, vi sono diverse aree tematiche come il giardino sensoriale, l’orquidario con una vasta collezione di orchidee e di bromeliacee , il piacevole angolo zen giapponese, e poi le fontane, le cascate, i giochi d’acqua, i laghetti con le splendide gigantesche ninfe Victoria amazonica, il viale delle palme imperiali, le piante carnivore, il giardino di cactus… Numerose anche le specie animali vertebrate e invertebrate che abitano il giardino di giorno e di notte. Si possono facilmente vedere le chiassose scimmie cappuccine.

La visita segue il percorso storico del giardino ed è caratterizzata da 50 punti di rilevanza tra esemplari botanici, monumenti artistici e architettonici.

(foto non riproducibili di Grande Luce)

http://jbrj.gov.br/colecoes/biologicas

 

Curiosi coati a Rio.

Alle spalle del Cristo Redentor, sul monte Corcovado, nella foresta atlantica di Tijuca, a Rio de Janeiro, vivono questi curiosi coati, adattabili mammiferi onnivori appartenenti alla famiglia dei procionidi, sono innocui e addomesticabili, si lasciano facilmente avvicinare e fotografare, per niente intimoriti…

La cosa triste è che razzolano tra i bidoni in cerca di avanzi di cibo e di rifiuti dei tanti turisti, animali onnivori  non sempre innocui o addomesticabili…

Ritorno da Ilha Grande

Dal diario di viaggio

Lasciamo l’isola di Ilha Grande sul catamarano che scivola veloce sullo stretto di mare fino al porto di Angra do Reis, nello stato di Rio, la sera ci avvolge piano come una tenera coperta, l’isola si accende e Angra risponde di luci più intense man mano che ci avviciniamo… risate, sorrisi, racconti dei passeggeri, musica brasileira… una nuova partenza ci attende, la notte ci ha avvolto del tutto quando tocchiamo il porto, lenta si dissolve la suadade di Ilha Grande…

P1050122 (Medium)P1050139 (Medium)P1050129 (Medium)P1050127 (Medium)

 

Anita e il suo scialle.

scialle (Medium)
lo scialle in seta di Anita

Questo scialle in seta apparteneva ad Anita  ed è conservato nel piccolo museo civico Don Giovanni Verità a Modigliana (FC).

Il Museo ha sede nella casa in cui visse Don Giovanni Verità, nota figura di sacerdote e patriota del Risorgimento, che aiutò Giuseppe Garibaldi nell’agosto 1849 durante la storica fuga del generale in terra di Romagna dandogli rifugio.

Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva nasce il 30 agosto 1821 a Morrinhos, nello Stato brasiliano di Santa Catarina. I genitori hanno dieci figli e Ana Maria è la terzogenita. Suo padre e tre dei suoi fratelli muoiono prematuramente, per cui sua madre  deve occuparsi da sola  della famiglia  in una situazione di estrema indigenza. Ana sposa Duarte a quattordici anni nella città brasiliana di Laguna. Nel 1839 Giuseppe Garibaldi in fuga dall’Italia giunge a Laguna con l’obiettivo di fondare la Repubblica Juliana. Appena giunto in città, la sera stessa Garibaldi conosce Ana,  rimanendone affascinato e innamorato. Quasi subito Garibaldi è costretto a lasciare la città di Laguna e Ana decide di seguirlo nelle sue avventure, lasciando il marito.

E così da Ana diventerà Anita.

Que lindo o Corcovado

Um cantinho, um violão,
Esse amor numa canção,
Pra fazer feliz a quem se ama,
Muita calma pra pensar e ter tempo pra sonhar,
Da janela vê-se o Corcovado,
O Redentor que lindo…

Antônio Carlos Brasileiro de Almeida Jobim

(traduce Phlomis : un angolino, una chitarra, questo amore in una canzone, per far felice chi si ama, molto tempo per pensare e aver tempo per sognare, dalla finestra si vede il Corcovado, che bello il Redentore…)

Que lindo è una di quelle esclamazioni con cui i brasiliani esprimono stupore, quasi uno stupore infantile di fronte alla bellezza… Que lindo ebbi modo di dirlo anche io nella mia salita e visita al Corcovado da cui si ammira un panorama mozzafiato…

Rio de Janeiro, giugno 2008

Quali pregiudizi?

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
al meu cantinho, Itacarè

Solo se non si ha pregiudizi da entrambe le parti è possibile il vero incontro.

Nel luglio del 1997 trascorsi le mie ferie in Andalusia , a Granada visitai l’Alhambra e il quartiere di Sacromonte ,un luogo senza dubbio suggestivo, con le sue antiche grotte, inizialmente scavate nel XVI secolo dgli ebrei e dai musulmani , espulsi dalla città, che qui trovarono rifugio, e in seguito abitate dai gitani, da comunità hippies e rastafariane.

In alcune grotte erano accampate alcune imprecisate persone che dichiararono essere rastafari, avevano allestito un piccolo mercatino di prodotti artigianali da loro realizzati. Incuriosita mi intrattenni a dialogare con queste persone domandando del loro modo di vivere, non avevo alcun pregiudizio nei loro confronti, comprai un braccialetto, essi insistettero che dovevo comprare altri oggetti, io risposi di non essere interessata, i loro lavori era purtroppo poco originali e decisamente scadenti, tuttavia io non espressi alcun giudizio, gentilmente dissi che non mi serviva altro, e così dopo i sorrisi e il dialogo di due modi di vivere diversi arrivarono da parte loro questi insulti :

“imperialista, amica del presidente americano, consumatrice dissennata, capitalista piena di dollari …”

“prego?”

Io risposi che non ero amica di nessuno, che ero una semplice operaia, che mi svegliavo alle 5 per andare a lavorare in fabbrica , e che mi trovavo in Andalusia in ferie che mi potevo permettere grazie al mio lavoro tra la puzza degli acidi e lo squallore …

“sporca capitalista” continuò uno di loro con tono sempre più veemente, per riuscire a liberarmi dovetti comprare un altro braccialetto senza valore… ma mi ripromisi che da qual momento in poi mi sarei tenuta alla larga dai rastafari.

Nel gennaio 2008 visitai Itacarè, nello stato di Bahia, Brasile, cittadina turistica molto frequentata da surfisti e abitata da una piccola comunità rastafariana. Di giorno a Itacarè si fanno  escursioni e trekking tra spiagge e cascate fantastiche mentre la sera si girano i locali e i negozi.

Il tipico saluto bahiano è Beleza!, un’espressione di gioia e di allegria.

Una sera fui attirata dagli oggetti artigianali davvero originali di un piccolo negozietto, iniziai a curiosare, un ragazzo di colore mi invitò ad entrare, aveva un sorriso sincero e gentile, mi accorsi per via dei suoi capelli che era un rastafari!

Mi disse che mi aveva osservato da qualche sera e gli sembravo simpatica e che aveva sperato che venissi a conoscerlo. I suoi lavori erano davvero belli ed originali, e comprai diverse cose, iniziammo a parlare, io gli chiesi se potevo toccare i suoi capelli, lui mi disse sì e che non erano finti, mi spiegò che per lui la cura dei capelli era una religione, che i capelli sono come gli alberi, mi accennò la sua filosofia di vita, era una persona molto pacifica tranquilla e simpatica, io a mia volta gli raccontai del mio disastroso incontro con quegli pseudo rastafari incontrati a Granada.

Lui rise, e mi disse che l’accoglienza apparteneva alla sua cultura come alla mia, mi spiegò il significato del nome che aveva dato al suo negozietto, o meu cantinho, il suo angolino, un pezzetto del suo cuore in cui rifugiarsi e dare rifugio agli altri. Fui felice di averlo incontrato, prima di tornare in Italia andai a salutarlo, non potei comprare altro con mio rammarico, avevo terminato i soldi (non dollari ma reais), mi lasciò con que deus te acompahne sempre e io di cuore ricambiai il suo augurio ! che bello incontrarsi al di là di ogni pregiudizio o preconcetto !

 

La macchina per le bolle di sapone

Leggendo questo post di Clipax

Le bolle di sapone

mi sono chiesta da dove venissero le bolle di sapone e allora mi sono ricordata….

Embu das Artes è una coloratissima cittadina brasiliana, piena di negozi di artigianato artistico, souvenirs e minerali, è una visita rilassante a meno di un’ora dalla caotica San Paolo. E’ piacevole passeggiare per le sue tranquille vie  curiosando nel mercatino e nei numerosi e svariati negozietti.
D’un tratto delle bolle di sapone leggere nell’aria…
Da dove provengono?
Sollevando lo sguardo verso il cielo, su un tetto si scopre una macchinetta spara bolle di sapone ! Non ne avevo mai vista una né ne sospettavo l’esistenza!

Ecco da dove venivano le bolle di sapone di Clipax 🙂

 

 

P1050280 (Medium)

P1050281 (Medium)

Jemanjà, madre e regina del mare

Festa di Jemanjà , 2 febbraio 2007, spiaggia di Rio Vermelho, Salvador de Bahia, Brasile.

 Una festa affascinante e suggestiva di colori profumi canti danze fiori doni in omaggio alla dea madre e regina del mare nella tradizione bahiana del candomble`.

Impossibile da descrivere, lascio che siano le foto e un brano di Jorge Amado a darvene un assaggio :

 

Ma Jemanjà non viene così con semplici canti. Bisogna che vadano a cercarla, che le portino doni. E tutta quella gente sale sui saveiros.

La processione fende il mare. Le voci si alzano e acquistano un suono misterioso perché vengono dai saveiros e dalle barche e si perdono nell’immenso mare dove Jemanjà riposa. Alcune donne piangono, altre portano lettere e regali, tutti hanno una richiesta da fare alla madre d’acqua. Danzano nei saveiros e sembrano fantasmi, quei corpi di donna che si dondolano, quegli uomini che remano ritmicamente, quella barbara musica che attraversa il mare.

Le donne gettano i regali recitano le richieste (… che il mio uomo non resti nella tempesta… abbiamo due figli da allevare, mia santa Janaina…) e restano a lungo con gli occhi fissi per vedere se affondano. Perché se galleggiano vuol dire che Jemanjà non ha accettato il regalo e allora la disgrazia cadrà su quella casa.

da Mar Morto di Jorge Amado, 1936

Le jangadas di Morro Branco.

Morro Branco, stato del Cearà, Brasile, 2005.

La spiaggia è dei pescatori con le tipiche imbarcazioni nordestine, le jangadas.

 Le loro vele sfidano le forti correnti marine dell’Atlantico ritornando a riva con un variopinto e faticoso carico di pesce da un oceano difficile dai toni cupi, ora grigio, ora verde, ora azzurro.

 

(foto di Grande Luce, non riproducibili)

per altre notizie su queste particolari imbarcazioni :

https://en.wikipedia.org/wiki/Jangada#Popularity_in_the_isolated_Brazilian_North

in breve poche note da me tradotte:

La jangada raggiunse il Brasile come parte del ricco scambio tra India Africa Cina e Giappone nei primi due secoli della colonizzazione da parte del popolo portoghese.

Nella sua costruzione si utilizzano anche tecniche native brasiliane relative al taglio e alla lavorazione del legno e alla tessitura delle fibre in corda.

Le jangadas si trovano esclusivamente nella regione nord este del Brasile, negli stati di Rio Grande do Norte, di Cearà e di Piauì, a causa di curiose motivazioni storiche.

Ciò fu determinato all’eliminazione sistematica di tutte le imbarcazioni a vela che non potevano essere controllate dai portoghesi con una legge applicata dal XVII secolo a seguito dell’esplorazione del Minas Gerais. La legge doveva contrastare il traffico illegale di oro. Questa parte disabitata della costa del Brasile era impraticabile per le navi a vela transatlantica, poiché è attraversata da forti correnti marina provenienti dalla Guyana che rendono molto difficile la navigazione per le navi europee.

I primi marinai che misero in mare le jangadas  tra l’abbandono e l’isolamento e la solitudine facevano parte di diversi gruppi di immigrati che popolarono l’interno del Nord brasiliano durante la metà del XVII secolo, allevando il bestiame, la cui carne alimentava i lavoratori del Minas Gerais.

Con la sua mirabile capacità di navigare controvento e usando la forza del vento per battere le forti correnti oceaniche, la jangada ha trovato in questa parte della costa brasiliana il suo luogo ideale.

La conoscenza della costruzione della jangada è in via di estinzione e oggi è di fattura industriale, tuttavia sopravvivono originarie comunità di pescatori che le utilizzano quotidianamente per una piccola pesca o per usi turistici.

 

Anestesia generale : Carnival !

feather-1128204_1920
foto da Pixabay di KRiemer

Anestesia generale ovvero il Carnevale in Brasile.

Fortaleza 6 marzo 1984

Per quattro giorni tutto chiuso, tutto bloccato.

Il Brasile vive il suo Carnevale.

Quattro giorno di follia, intitolano I giornali. Anche per I poveri. Specialmente per I poveri, perché I ricchi hanno mille altre distrazioni.

Ho tentato di capire, ma ci ho rinunciato. Qui il Carnevale non è un concetto ma una realtà che va oltre ogni logica, ogni visione razionale. Televisione radio giornali tutto è in funzione del Carnevale. Siccità. Flagelli, debiti con l’estero, elezioni, ecc, tutto rimane nel cassetto. Quello che conta è ballare, saltare, lasciare libero corso alla fantasia, sognare tutti insieme con l’aiuto della musica, della birra, della casciassa.

Nelle grandi città il Carnevale è commercializzato in funzione del turismo e del consumismo. La cosa più genuina non sono le sfilate dei carri allegorici e delle scuole di samba in competizione, ma I gruppi spontanei che scendono in strada vestiti di stracci per dire con tutto il loro corpo che esistono anche loro. Anche loro hanno il diritto di sfilare sotto gli occhi della storia.

Qui, nella capitale del più grande flagello che esista (28 milioni di nordestini sono colpiti dalla siccità), è impossibile spiegare la profusione di luci, di suoni, lo sfoggio dei costumi. Neppure l’opposizione si lamenta. E che? Vorreste togliere ai miseri anche questo piccolo analgesico?

Mi sono immerso nel cuore, nelle viscere del popolo danzante. Travolgente! Fiumi di birra. Musica assordante. Una sagra popolare. Uomini donne bambini anziani ci sono tutti all’appuntamento, alla festa del popolo. Qualcosa di ancestrale. Forse una religiosità naturale, sotterranea, che unisce tutti. Erano questi gli unici giorni in cui gli uomini si sentivano uomini? E’ bello vedere tanta gente riunita. Tutti legati dallo straordinario potere della danza!

Molti poveretti risparmiano tutto l’anno per comprarsi il vestito di Carnevale. Un miraggio in mezzo a 361 giorni di deserto? Oppure un sorso di speranza?

Da L’olocausto degli empobrecidos di F. A. M.

Visitare Ilheus, capitale del cacao e città di Jorge Amado, stato di Bahia, Brasile, gennaio 2008.

bar vesuvio  Ilheus
“Vim prá’qui aos quatro anos. Aqui transcorreu a minha adolescência, vivi minha infância, corri nas ruas solto, livre, capaz de amar a liberdade sobre todas as coisas, pois a primeira lição que recebi desta terra foi a lição de liberdade. Ilhéus não é apenas uma bela cidade do sul da Bahia, com a tradição de luta, de violência, de vida espantosamente vivida. Ilhéus é bem diferente, é bem mais que isso. É a transformação de tudo isso em criação.”(Jorge Amado)

Ilheus 1
Ilheus significa letteralmente isole, quale nome più suggestivo per una città? e se poi aggiungiamo che è stato un porto importante, oggi scalo di navi da crociera, principale centro della produzione del cacao, luogo d’infanzia di Jorge Amado, si capisce perché non potevamo non visitarla.
Davanti alla spiaggia centrale vi è una piccola isola verde e selvaggia, dalla spiaggia guardando la città troneggia su tutto la chiesa di Sao Sebastiao contro il cielo azzurro e profondo di nuvole.
Il volo del 18 gennaio da Malpensa a Salvador, via Natal, è stato ottimo, il trasferimento in taxi dall’aereoporto alla rodoviaria dei bus è facile, siamo sbarcati alle ore 21 e subito alle ore 22, 50 saliamo su di un autobus semileito, destinazione Ilheus.
Guardando fuori dai finestrini del bus alle prime luci del mattino, sembra che il sole brasiliano ci abbia abbandonato, c’è una nebbiolina bassa e goccioline di umidità sono condensate sui vetri, pare quasi l’inizio di una giornata autunnale.
Una volta arrivati ad Ilheus l’umidità evapora, il cielo si pulisce e assume quel bel colore azzurro tipico di Ilheus.
Ci sistemiamo rapidamente alla pousada Encontro das Aguas sul lungomare della Praia do Cristo e usciamo subito a fare una passeggiata verso il centro per orientarci.
Alle ore 8, 30 di sabato mattino del 19 gennaio 2008 la piazza della chiesa di Sao Sebastiao con i tavoli all’aperto del bar Vesuvio è avvolta in un perfetto silenzio e in una pace assoluta, non c’è traffico, il sole illumina dolcemente la chiesa e la spiaggia, l’aria è dorata, lentamente aprono i negozi del centro, la gente si mostra per le strade, il via vai accresce, oggi è festa!
Que som é esse mano?
Que o povo tá dançando?
Que vem de lá prá cá?
É um som diferente
Que alucina a gente
E faz dançar…

É uma mistura de tambor
Violino e agogô
Que não deixa ninguém parado
Lá no fundo tá rolando
O som que vem empurrando
É o berimbau metalizado…
(berimbau metalizado, Ivete Sangalo)

ilheus
Un battere di tamburi, musica sparata a tutto volume, seguiamo il suono e raggiungiamo la piazza vicina, c’è una squadra colorata di percussionisti con i tamburi e gli atabaques pronti a dare il ritmo alla processione che si sta preparando, un camion corredato da casse amplificate li seguirà; si addensano in gruppetti le donne bahiane, nonne con le nipotine, indossano inamidati abiti di pizzo bianco, la teste sono avvolte in scialli bianchi lavorati a mano e recano anfore con fiori azzurri bianchi e gialli, hanno lunghe collane di perline colorate rosse e blu, sottobraccio hanno una scopa per il lavaggio rituale dei gradini della chiesa; jogadores do capoeira si esibiscono in evoluzioni al suono del berimbao, che è un arco musicale, accompagnato dal pandeiro, un tamburello a sonagli, e dal reco reco, una specie di “raspa” di legno.

Un jogador do capoeira in divisa, pantaloni bianchi e il cordel , cioè la cintura fatta di una treccia di nove fili, torso nudo, capelli rasta, 25 anni, ci invita alla festa, si chiama Moreno ma il suo nome d’arte è Boca Preta.

La lunga processione, a cui mano a mano si aggiunge una folla infinita, si snoda per tutta la città, camminiamo ore sotto al sole, compriamo anche le magliette della festa, lavagem do Sao Sebastiao 19-01-2008, i jogadores do capoeira compiono evoluzioni mentre le baiane in bianco invadono la scalinata della chiesa, rovesciando il contenuto delle loro anfore, acqua profumata e fiori sui gradini, e poi con la scopa iniziano a pulire energicamente i gradini, le mae de santo versano in una sorta di rito battesimale l’acqua sulla testa dei presenti, anche sulla mia, (c’è sempre bisogno di una benedizione in più), infine arriva il camion – cisterna che spara con gli idranti sulla folla entusiasta cannoni d’ acqua con la musica a pieno volume, mentre i tamburi ora sono al riparo in un angolo sicuro della piazza, i percussionisti si bagnano in mezzo alla folla, la processione e il lavaggio sono terminati, ritorniamo stanchi alla pousada, quella sera nella stessa chiesa ci sarà la celebrazione di un matrimonio.
Con Boca Preta e un suo amico ci troviamo a cena e ci accordiamo per la gita dell’indomani alla Lagoa Encantada.
Il giorno seguente con un taxi ci fermiamo in località Joja do Atlantico, alla casa di Maria che Boca Preta ci presenta come sua esposa.
Maria ha 50 anni, è nata a Malaga e fino a poco tempo fa viveva a Maiorca, dopo il divorzio è fuggita in Brasile e ora sta per ottenere la cittadinanza, ha comprato un lotto di terra di fronte al mare, ha costruito questa deliziosa casetta in cui al mattino entrano gli ucccellini cinguettando, ci racconta orgogliosa che sta per diventare ufficialmente brasiliana, una delle sue tre figlie già vive in Brasile, un’altra la raggiungerà, sta progettando di ampliare la sua casa per aprire una pousada.
Riprendiamo insieme il taxi fino ad un piccolo porto sul fiume Almada da cui si prende una lancia per raggungere le 2 cascate che costituiscono la lagoa Encantada, alla seconda è possibile fare il bagno in un ambiente incantato come dice il suo nome.

lagoa encantada
La lagoa è abbracciata all’intorno da una fitta verde foresta. Le rocce sono nere e l’acqua ha una colorazione scura per via dei sali minerali che vi sono disciolti. La cascata degrada dolcemente in piccoli sbalzi.
Tra le rocce e gli spruzzi Boca Preta bacia sulle labbra la sua Maria, prima Maria sulla barca mi ha confidato che lei lo sa che lui è solo un ragazzo, che ha la metà dei suoi anni, che potrebbe essere suo figlio ma ne è innamorata e non le importa quanto e come durerà, lei ora è felice e della sua felicità non ha vergogna.
Pranziamo insieme un ottimo pescado al ristorante presso il porticciolo, Boca Preta si addormenta appoggiando la testa come un bambino sulle ginocchia di Maria, lei lo guarda e sorride dicendo ‘ ieri alla festa si è stancato, giovane amore mio’.
La notte il lungomare di Ilheus si anima di bancarelle di cibo di strada e di generi vari, sulla spiaggia c’è una fiera dell’artigianato e prendiamo due fette di torta al cioccolato fatta in casa dalle bahiane, una delle più gustose torte al cioccolato che ricordiamo di avere mai assaggiato. Come potrebbe essere diversamente: Ilheus è la capitale del cacao!
L’indomani con un bus raggiungamo località praia do norte per visitare la fabbrica di chocolate caseiro di Ihleus, il piccolo edificio assomiglia ad uno chalet svizzero, la fabbrica non si visita, dalle due finestre esterne si possono vedere le abile artigiane, in guanti e cuffietta, confezionare a mano uno per uno i cioccolatini come dentro ad un quadro, nell’annesso negozio ci concediamo una mini degustazione. Prima di far ritorno in città passeggiamo lungo alla spiaggia di Praia do Norte, è alta marea e le onde sono forti e fragorose, al di là della strada ci sono povere case con piccoli cortili che si affacciano su un rio, adulti che giocano a carte e bambini che giocano con dei gattini, un bambino si accorge di noi, ci sorride e ci mostra un gattino, ecco che arriva il bus direzione Ilheus.
Ci sono ancora un paio d’ore prima che faccia buio, decidiamo di scendere alla praia di Sao Miguel in periferia della città, attraversiamo un ponte, la spiaggia è là con le sue palme, solitaria e bella come un miraggio, all’apparenza tutto è tranquillo, ci affacciamo sul ponte : la favela colorata è adagiata lungo al fiume là sotto, tra tetti di eternit, baracche improvvisate, confusione e sporcizia, ma al contempo è quasi una visione idilliaca.
Una signora con un bambino ci viene incontro dall’altra parte del ponte e ci blocca dove state andando?, ci dice con tono allarmato, tornate subito indietro, questa è una favela e la spiaggia non è sicura, vi lasceranno entrare ma uscirete in mutande, vi scongiuro andate via. Seguiamo il suo consiglio, riprendiamo il bus e scendiamo a praia do sul, nei pressi di un mega complesso alberghiero , è quasi l’imbrunire e ragazzi appaiono e scompaiono tra le dune, anche qui non è per niente sicuro, meglio tornare in centro.
Ancora un altro giorno a Ilheus, visitiamo l’ ecoparque di Una, 45 km a sud di Ilheus, importante per la presenza del mico leao da cara dourata, una piccola scimmia con una piccola criniera simile a quella di un leone, minacciata di estinzione, che però non riusciremo a vedere.
L’ andata è in taxi , l’appuntamento con le guardie ecologiche è alle 10 all’ingresso, il taxista ci lascia qui sulla statale, c’è un piccolo riparo, inizia a piovere sempre più forte, sempre più fitto, poi finalmente ci viene a prendere un camioncino trasformato in bus con alcuni sedili, la strada sterrata è in pessime condizioni, tutta buchi e sobbalzi , sono 6 km sotto alla pioggia, fortunatamente non appena arriviamo smette di piovere così possiamo iniziare la visita.
Per primo osserviamo l’estrazione artigianale della gomma naturale, il caucciù, dagli alberi di seringuera, si incide la corteccia da cui fuoriesce un liquido bianco che viene raccolto in una ciotola.
ecoparque de UnaLa particolarità di questo parco sono le passerelle sospese a 20 metri sopra alla foresta tropicale, sostenute da maglie in acciaio, si cammina in mezzo agli alberi, in un tempio verde pieno di vita.
Camminiamo anche lungo corso di un rio, raggiungendo una piccola cascata, la lu
ce del sole filtra tra le foglie sul’acqua, un momento di pace e silenzio. Ritorniamo alla struttura base in muratura, c’è un porticato con dei tavoli e delle panche, intorno ci sono alberelli con fiori e meline, da cui gli uccellini come il colibri e il tio sangre vengono attirati.
Il camion ci riaccompagna all’uscita dove aspettiamo il bus per Ilheus, scendiamo ad Olivença, centro d’ acque termali, con la bella spiaggia di Batuba, che ha un tappeto erboso che arriva fino quasi alla battigia, qui troviamo, mezza sprofondata nella sabbia , una composizione di candele del candomblè, un’offerta a Jemenjà, che disseppelliamo e metteremo in valigia.
Non mancate di visitare una piantagione di teobroma cacao, il centro del Ceplac e il centro per il recupero dei bradipi della biologa Vera de Oliveira, e di fare una gita a Castelo Novo con la guida Ivanildo e i suoi figli, e la notte di rivivere i fasti dello storico locale del Bataklan, di cui ho già raccontato in precedenti articoli.
Da Ilheus la meta successiva è Itacarè con spiagge e cascate fantastiche, ideale per gli amanti del surf e del trekking.

La duna del tramonto a Jericoacoara, stato del Cearà, Brasile 2006.


Ogni sera si rinnova a Jericoacoara il miracolo del tramonto, la gente come attirata da un magico richiamo sale sull’alta duna che sovrasta il paese, la duna del por do sol, (del tramonto ), per assistere al compiersi dello spettacolo della natura, persone sedute sulla sabbia con parei con la bandiera brasiliana o in piedi, persone allineate accomunate innamorate della medesima cosa : il tramonto sull’oceano : ogni sera si replica lo spettacolo del sole ed è gratuito.

Si sale in processione e si attende il miracolo, intanto qualche capoerista si allena buttandosi giù per le dune rotolando in fantastiche evoluzioni e i bambini giocano imitandoli.

L’ora è calda, il mare si tinge di azzurro tiepido e poi le nuvole rafforzano l’oro e il rosso.

Si ridiscende in silenzio, nell’oscurità, verso il paese con il cuore riscaldato e acceso, è l’ora di una birra o di un succo di frutta tropicale nei baretti in spiaggia, la marea è salita inaspettatamente e si guada verso la luce del paese, poi la gente ci si disperde…

Nel cielo perdura quell’oro e rosso fusi insieme nel blu delle nuvole.

La notte ci si ritrova tutti nel centro del paese a vedere uno spettacolo di capoeira.

le dune del Cearà con emozione e senza emozione? (Brasile marzo 2015)

marzo 2005, nel Cearà, le dune con emozione e senza emozione?

Nel Cearà, nord est del Brasile, i buggies sfrecciano sulla sabbia, marea permettendo, tra falesie e dune, uno dei maggiori divertimenti con il buggy è scalare la duna più alta, arrivare in cima sull’orlo del precipizio, allora l’autista si ferma un istante e ti chiede com emoçao o sem emoçao? Con emoçao! e l’autista si butta giù con il buggy a rotta di collo; cose per turisti ma è molto divertente. Sei in alto alla duna, trattieni un istante il fiato e poi ti tuffi giù con emoçao.

La prima e ultima volta che ci trovammo in un resort di lusso, facemmo qualche escursione in buggy con altri turisti italiani, quei compagni di viaggio che insistono per scambiarsi le email e poi non si fanno mai più sentire, questi avevano la mania di dire Italia uno! e l’autista non capiva e rispondeva triste Brasile zero.

A nord del Cearà c’è una famosa località che si chiama Jericoacoara, Jeri per comodità, io temo che oggi a 10 anni di distanza sia molto cambiata, ma allora le vie del paesino erano ancora di sabbia e l’illuminazione scarsa.

Da Fortaleza occorrono 7 ore di bus fino a Jijoca e da qui si cambia mezzo di trasporto, un camion aperto con panche per passeggeri per altri 24 km di percorso accidentato in mezzo alle dune.

Noi arriviamo a notte fonda, facendo amicizia con Marçio, un ragazzo di Sao Paulo che ha solo uno zaino con sé mentre noi abbiamo due ingombranti e pesantissime valigie per le quali dobbiamo chiedere il suo aiuto per caricarle sul camion. Jeri è un posto da zaino leggero e spensierato e libero.

Dopo un tragitto veramente accidentato tra buche e dune il bus arriva in fondo ad una strada senza uscita, spegne il motore a pochi metri dalla spiaggia, davanti alla pousada Casa do Turismo, dove prendiamo una camera, ma io decido quasi subito che non vi avrei trascorso una seconda notte a causa dei rumorosi e infernali condizionatori, non quello della nostra camera perché io non l’accendo mai ma quello delle camere adiacenti, così al mattino comunico alla ragazza della reception che non sono riuscita a dormire e desidero cambiare pousada, lei mi guarda in modo interrogativo, perché? Io dico c’è rumore. E lei mi guarda perplessa come a dire ti sembra questo un posto dove c’è rumore? Bhè non importa io cambio pousada. A colazione un gatto ci chiede un poco di cibo e in cambio ci condurrà nella pousada di fronte, la pousada Atlantis, dopo però aver faticosamente strisciato nella sabbia le nostre pesanti valigie…

Che bello questa pousada non ha l’aria condizionata, (quel mostro infernale) , ma dispone di ventilaçao natural, ovvero è aperta in alto appena sotto a dove inizia il tetto e così l’aria circola liberamente, e la camera è molto spaziosa, la pousada è a conduzione familiare ed è piena di gatti neri e tigrati che noi adoriamo. Conosciamo la persona che fa le pulizie e allora capisco che non è il caso di far lavare ogni giorno l’asciugamano perchè lei lava tutto a mano, non c’è lavatrice, oggi sua figlia compie 18 anni e ci chiede la cortesia di farle delle foto, sono due donne molto belle, sia la mamma che la figlia, sembrano sorelle.

Non molto lontano da Jeri vi è la lagoa do paraiso, una laguna paradisiaca circondata da dune e su cui si affaccia la fazenda Sitio Verde del signor Hilton.

Hilton si è trasferito nel Cearà dal piccolo stato Piauì e ha comprato un pezzo di terra vista lagoa, ha costruito da solo la casa e la pousada, ha piantato diversi alberi da frutti, tra cui l’albero di acerola, che dà piccole ciliegie con alto contenuto di vitamina C, e l’albero di cajù, il cui frutto assomiglia ad un piccolo peperone arancione con un ricciolo a forma di virgola nella parte inferiore, dalla polpa del peperone si estrae un succo dolciastro mentre da quella specie di virgola si estrae il famoso anacardio.

Un altro giorno, un’altra escursione in buggy con autista a nord di Jeri, corriamo lungo alla costa fino alla barra di un fiume, il buggy sale sulla balsa, mentre noi passeggeri su una barca più piccola e attraversiamo il fiume che al suo interno si dirama in vari bracci tra radici di mangrovie in cui vivono cavallucci marini e granchietti rossi, pescatori immersi fino al collo gettano le reti nel fiume, c’è quell’istante in cui raccolgono la rete e poi la lanciano nell’acqua e la rete si allarga come una maglia, c’è quiete e silenzio e un senso di sospensione, rimaniamo pure noi in un silenzio ammirato.

Ripreso il buggy attraversiamo Guriù, una zona di alberi morti pietrificati a causa della salinità dell’acqua, fino a Tatajuba, la città fantasma sommersa dalle dune mobili, la città è stata spostata e ricostruita altrove, sono rimaste alcune pietre sparse a testimonianza di ciò, vi è un’unica cabina telefonica, una pousada chiusa, e una chiesa che si è miracolosamente salvata dall’invasione della sabbia.

Proseguiamo oltre Tatajuba su bellissime e alte dune, su una di esse ci fermiamo a contemplare lo spettacolo: siamo circondati da dune e dune e si vede il mare e una laguna, il cielo è così nuvoloso da rendere il colore della laguna di un verde intenso e magnetico in mezzo al deserto, più attraente del mare, uno smeraldo nel nulla, scendiamo con emoçao dalla duna verso la lagoa di Torta. E’ attorniata da un lato da palme verdi e dall’altro da dune, una barchetta fa attraversare il lago ai turisti, sulla sua vela è scritto “Siate i benvenuti, se venite alla laguna e non fate un giro con Zezinho è lo stesso che visitare Roma e non vedere il Papa”, le amache sono sospese sul pelo dell’acqua a due pali di legno, e tavolini e sedie sono pure nell’acqua, mentre i magri maialini selvatici si avvicinano per bere, vi è un gazebo ristorante con tetto in paglia di palma. su una barchina dice le amache stanno sospese su due pali in legno sopra all’acqua e anche tavolini e sedie dentro all’acqua, c’è un gazebo ristorante con tetto in paglia di palma. mentre i magri maialini selvatici si avvicinano all’acqua senza paura della gente. E’ ora di pranzo e noi ci gustiamo aragostelle grigliate, dalle dune avanza una vecchia con una pentola di alluminio, vende un dolce di leite e di cocco caramellato prodotto in casa, ogni pezzetto è avvolto scrupolosamente in carta trasparente e costa appena 1 real. Le chiediamo come si chiama e quanti anni ha, la nonnina è in forma, è pulita e dignitosa, estrae dalla tasca un foglietto dov’è scritto il suo nome , Sergia, e la sua età , 88 anni, complimenti!

A me fa tanta tenerezza questa nonnina e mi ricorda mia nonna Maria che ho perso qualche anno prima, le chiedo di sedersi con noi e le offro da bere, beve coca cola dalla cannuccia, indossa una maglietta bianca pulita extra large su cui sono stampati i numeri 45455, una gonna a fiori, un cappellino con la scritta imago, lei aspetta che le compriamo i dolci, ne ha rimasti nove, li conta uno per uno, ci chiede di comprarli tutti così può tornare a casa contenta, e così li compriamo tutti e facciamo bene perché sono dolci squisiti e molto energetici.

Il tempo si rannuvola e iniziano a cadere le prime gocce di pioggia, dobbiamo tornare indietro subito a causa della marea, se dovesse salire non potremmo tornare a Jeri, la via più corta e più veloce è la battigia, via in fretta, per fortuna sono solo poche gocce d’acqua e un vento fresco, questa volta dune senza emoçao…

 

Esdras, il poeta dell’amore tra il sole e la luna. (seconda parte.)

rovine nella mata

Esdras, il poeta dell’amore tra il sole e la luna. (seconda parte.)

Sabato non ci vedemmo , ma per la domenica si era deciso che avremmo fatto una gita insieme nel mistico nord, noi e il poeta, ci chiese soltanto il costo del carburante, nonostante la simpatia che provavamo per lui capimmo ben presto che non era stata una buona idea, ovvero la prima parte della giornata fu ottima , ma la seconda si trasformò in una quasi tragedia. Partimmo con il buggy lungo alla battigia, la prima fermata fu al centro tamar, dove dei volontari preservano le zone della deposizione delle uova delle tartarughe marine e ne tutelano la schiusa , poco dopo ci fermammo a salutare un’amica che aveva la casa sulla spiaggia, facemmo una deviazione su asfalto verso Lucena per visitare il santuario di Nostra Senhora do Guia del 1500 con annesso cimitero, andammo a casa del custode perchè venisse ad aprirci e conoscemmo la sua famiglia , conclusa la visita proseguimmo fino alla casa sul mare del dottor Bergson , viceprefetto di Lucena, qui ci fu il ristoro con carne allo spiedo e birra, finalmente raggiungemmo la nostra meta, la spiaggia isolata di Bom successo, dove sfocia il fiume Miriri, ci inoltrammo a piedi nella foresta e ecco che apparvero le rovine della chiesa di Bom Successo, era come un miraggio, il poeta abbracciò un albero, e in preda a delirio panteistico iniziò a recitare la storia del luogo, declamò che un uccellino aveva mangiato un frutto e poi cacò (usò proprio questa parola) sul tetto della chiesa un semino e dal semino nacque un fico e il fico crebbe fino ad abbracciare con le sue radici l’intera chiesa, quanta poesia e intensità in tanta semplicità! Ma i frati dalla pelle nera non potevano essere sepolti all’interno della chiesa come i bianchi, infatti lì all’esterno scavando se ne trovano i resti. Tornati in riva al mare si tuffò in mare nelle onde come un bambino mentre gli urubu banchettavano coi pesci morti.

Il ritorno fu drammatico, iniziò a fermarsi in ogni baretto sulla spiaggia a bere birra, tornammo a casa del viceprefetto, dove gli ospiti continuavano a bere birra e a mangiare carne allo spiedo no stop, mentre noi avremmo desiderato andare a vedere il tramonto alla vicina praia do Jacarè, finalmente ripartimmo per tornare a casa ma le birre bevute da Esdras erano troppe, ad un certo punto dovevamo salire su un ferry boat e lui iniziò ad andare a zig zag con il buggy ed io ero terrorizzata, non so come ma riuscì a salire e poi forse con l’aria fresca la sbornia calò, io speravo che ci riaccompagnasse al più presto alla pousada, invece volle fermarsi a tutti i costi in un centro sportivo dove vi era una festa per la scarcerazione di un detenuto innocente, c’erano Grazia e alcuni amici da Rio e ci invitarono a mangiare una zuppa di fagioli neri con le cotiche, io rifiutai, una signora carioca si accorse che ero un poco tesa e si offerse per farmi un massaggio, io ero a disagio, rifiutai, ma lei si avvicinò decisa e  mi tolse il fazzoletto, io dissi no che non era il caso in più avevo vergogna dei miei capelli bianchi, il poeta mi disse beh ora non farai la timida e la signora sconosciuta ebbe la meglio su di me, e quando alla fine mi chiese come stavo dovetti rispondere che era stato un magnifico massaggio, ah come ero rilassata!, ora posso tornare in pousada per favore?

Il giorno dopo il poeta venne a prenderci per accompagnarci alla stazione dei bus ma prima avevamo qualche ora per visitare il parco della mata atlantica., dove vedemmo alcuni bradipi in libertà, un jacarè nella palude, alcune formiche giganti, e alberi giganteschi come una magnifica gameleira.

Esdras si scusò , forse ieri aveva bevuto un pochino di troppo, poi mentre aspettavamo un passaggio in auto, visto che avevamo perso il bus, facemmo l’ultima bevuta (cioè lui birra noi succhi di frutta) insieme e ci confidò di avere tre relazioni stabili con 3 donne, la prima con la quale conviveva e aveva un figlio, la seconda che avevamo conosciuto e con la quale usciva a ballare per i locali, e la terza con la quale praticava il tantra, non so per quante ore, anzi adesso andava da lei per rilassarsi.

Per fortuna che noi eravamo in partenza! Ne avevamo avuto abbastanza di lui! Ma davvero Esdras era un poeta!

Esdras, il poeta dell’amore tra il sole e la luna. (parte prima.)

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

Esdras, il poeta dell’amore tra il sole e la luna. (parte prima.)

Dopo Porto de Galihnas ci trasferimmo in taxi a Joao Pessoa, il tassista aveva bisogno di lavorare così ci fece un prezzo stracciato, assomigliava un poco a Sean Connor e aveva una voce impostata da cantante lirico, ci sistemò in un hotel di sua fiducia sul lungomare della capitale del Paraiba, il tempo di lasciare i bagagli e scendemmo sulla spiaggia, per puro caso vi erano alcuni buggies e buggereiros, ovvero conducenti di buggies, indossavano la maglietta di guida ufficiale, ci informammo sulle escursioni nei dintorni, se vi era la possibilità di cambio euro e di un locale in cui cenare, una guida si fece avanti, disse che ci avrebbe accompagnato al cambio e poi al ristorante.

la guida si chiama Esdras Alves Pessoa filho, è decisamente un tipo, mezzo barbone e mezzo artista, la mia stessa età, è del 68 come me, barba e occhi neri, racconta di aver viaggiato tre mesi lo scorso anno in Francia e Spagna per una rassegna di danza e musica folk , parcheggia davanti al negozio di cambio sul lungomare, scende dal buggy, d’un tratto si accorge della luna che sta sorgendo sul mare e preso da raptus inizia a declamare una poesia d’amore per la luna, noi rimaniamo a bocca aperta ammaliati dalla sua poesia e dal suo modo di recitare , anche se capiamo una parola sì e una no, restiamo incantati e incuriositi dalla sua personalità.

Dopo aver cambiato euro in reais, invitiamo Esdras a cenare con noi, ci porta in uno dei migliori ristoranti tipici della città, il Mangai, è un self service a chilo con un ottimo rapporto prezzo qualità, la cui specialità è la carne do sol. C’è subito sintonia con Esdras e ci racconta del suo libro in versi, il poema d’amore del sole per la luna, dalla borsa sdrucita di cuoio estrae la sua tessera di guida neo diplomato, un ritaglio di giornale dove si annuncia la pubblicazione del suo libretto e una copia di questo, che noi compriamo facendocela autografare, dopo cena scappa via dalla famiglia, ha un figlio, siamo d’accordo per rivederci domani prima a cena nello stesso luogo e poi a compiere una visita notturna alla città.

Quella notte all’ hotel non fu delle migliori . Il lungomare era ordinato tranquillo con le palme precise tutte in fila e la gente che al mattino fa jogging, tutto perfetto tranne che sotto all’hotel vi era un bar che faceva musica fino a tarda notte e i vetri della camera erano rimasti bloccati aperti e non si riuscivano a chiudere, così nonostante i tappi non riuscii a chiudere occhio, mi ero decisa che l’indomani la prima cosa che avrei fatto sarebbe stata di cambiare hotel, non riuscivo neppure ad apprezzare la tranquillità del lungomare, certo di giorno era tranquillo ma la notte quel bar infernale rovinava ogni cosa!

Così dopo colazione facemmo armi e bagagli e ci spostammo a piedi di un 300 mt in un altro hotel, ma era al completo e poi costava troppo, capirai circa 35 euro in due, e così ci segnalarono una piccola pousada nella strada parallela a questa, fui molto soddisfatta perchè costava la metà anche se in realtà era proprio una bettola, uno di quei posti in cui vanno le coppie clandestine, ma vi era un gran silenzio e la camera era proprio spaziosa anche se il bagno era appena sufficiente ma vi era pace!

Così quella sera Esdras il poeta fu molto sorpreso dal nostro cambio di hotel e probabilmente realizzò che eravamo in economia, infatti ci chiese sempre dei prezzi molto contenuti per il suo lavoro di guida. Tardammo un attimo ad uscire dalla camera e lo trovammo a fare gli occhi dolci alla ragazza della reception, non perdeva mai un secondo!

Ritornammo a cenare al Mangai, Esdras ci raccontò del cangaceiro Lampeao, al cui costume sono ispirati l’arredo del locale e la divisa dei camerieri, questo brigante si confezionava da solo gli abiti con la pelle delle capre e aveva creato una specie di moda, Lampeao è diventato una leggenda ed è molto amato.

Joao Pessoa è fortemente caratterizzata dall’amore per il teatro e per la danza folkloristica. nome della città è un omaggio al politico Joao Pessoa che fu ucciso da J. Dantas, la cui moglie era l’amante di Pessoa, la bandiera dello stato del Paraiba porta il logo EU NEGO, da questo piccolo particolare si intuisce la forte personalità di questa città e dei suoi abitanti. E’ la città dei teatri, è la città in cui il teatro e l’arte sono palpabili nelle strade e tra la gente comune, la città nutre i suoi abitanti di teatro ed essi la respirano notte e giorno.

Non solo, ma Joao Pessoa è anche la capitale brasiliana maggiormente arborizzata, è circondata da un pezzo di mata atlantica originaria, in genere quando si parla di mata si intende la secondaria, cioè quella che è ricresciuta dopo l’intervento dell’uomo, l’originaria è ancora più antica di quella amazzonica, inoltre il suo litorale è di una bellezza spettacolare.

La visita notturna con Esdras fu molto entusiasmante, Joao Pessoa ci rapì.

La parte alta della città è bohemien, il ritrovo degli artisti di strada e dei poeti mezzi barboni e mezzi ubriachi come Esdras, ci sono localini e baretti negli antichi edifici dalle tinte pastello, azzurro verde e rosa, nella parte bassa nella piazza principale erano state allestite delle tende dei presidi di scioperanti, ci fermammo a scambiare due chiacchiere con loro, erano insegnanti, anch’essi parlavano come se stessero recitando, glielo facemmo notare e furono molto colpiti dalla nostra osservazione, non ne avevano coscienza. La città nutriva i suoi abitanti di teatro e teatralità.

Il teatro Santa Roza era chiuso, ma Esdras sapeva come entrare e ci ritrovammo nei camerini degli attori, dietro alle quinte e poi sbucammo sul palco in legno, si accesero tutte le luci, il teatro vuoto era tutto nostro.

La sera seguente usciti dalla pousada trovammo il nostro poeta in auto che guardava fisso fisso negli occhi una donna e gli sussurrava poesie, lui pareva trasformato in preda ad una visione mistica, pareva che quella donna fosse l’unica della sua vita, che lei fosse tutta la sua vita, noi salutammo scusate ma ci siamo anche noi, la donna si presentò come Grazia e ci spiegò che lei era la luna, sì proprio quella luna e che Esdras era il sole! Bene sarebbe stato credibile se non fosse stato che la sera precedente, facendo il giro nei locali da ballo, Esdras si era messo a flirtare con almeno altre due donne per non parlare della ragazza della reception!

Cenammo insieme al Mangai, poi tanto per far trascorrere un poco di tempo facemmo un giro in un ipermercato, lì ebbi modo di osservare i due amanti, lei era una donna colta ed elegante, era una dirigente di azienda, lui invece aveva tutta l’aria e il fascino di uno scalcinato poeta più simile a un barbone che altro, eppure lei ne era innamorata e fingeva di non sapere che avesse delle altre perché quando erano insieme lui la faceva sentire l’unica.

Andammo a bere qualcosa in un bar sul lungomare con musica dal vivo, parlammo di tutto di politica di religione di lavoro, poi facemmo un salto in un locale di forrò dove lui si avvinghiò ad una ballerina, infine andammo in un altro posto a sud sul lungomare a Capo Branco, da qui si aveva la visuale su tutta la città allungata sul mare con tutte le sue luci fino in collina e ancora la luna, anche qui i poeta approfittò della situazione romantica… era venerdì sera, era la sera di Grazia.

to be continued

Prigionieri del fascino liberty di una cittadina brasiliana.

Prigionieri di Penedo, stato di Alagoas, 2007.

La notte prima la trascorremmo a Maceiò, in un locale con ristorante e spettacolo di ballo, uscimmo con brasiliani e argentini conosciuti nell’escursione dela giornata, il posto si chiama Lampeao come un famoso e affascinante cangaceiro del sertao della prima metà del 900, la sua compagna era Maria Bonita, fecero però una brutta fine, furono decapitati.

Nel locale vi era un attore che interpretava Lampeao con fucile a tracolla e cappellaccio e mi fece travestire da Maria Bonita, tutti i nostri compagni vollero farsi una foto con me, ero una Maria Bonita perfetta! Quella notte facemmo tardi ma ci divetimmo molto, così al mattino arrivammo in ritardo al punto bus e così perdemmo il primo combi, aspettammo il secondo, un ‘ora e mezza dopo partimmo per raggiungere Penedo, una cittadina coloniale sul fiume San Francisco, ad una trentina di km dal mare.

Il nostro arrivo a Penedo, il cui nome significa grande pietra, fu da colpo di fulmine, era primo pomeriggio, la città deserta, atmosfera coloniale di una città che era stata ricchissima e ora in declino, il fascino di un fiume che è movimento, l’atmosfera liberty e i colori pastello delle costruzioni come in una foto a colori sbiadita.

Chiediamo una camera alla pousada colonial, la famosa stanza numero 21 è libera, stile coloniale, pavimento in legno rilevigato, fascino del passato, un balconcino in legno che da sul fiume e sulla vicina chiesa das Corrientes e 2 finestre con un’ altrettanto incredibile vista sul fiume, qui c’è tranquillità pace e magia, se avessi visto passare un fantasma di certo non mi sarei stupita, ma la cosa più fantastica era che da quel balconcino si assisteva ad uno dei più favolosi tramonti sul fiume, uno spettacolo irrinunciabile…

La notte poi avremmo dormito con tutte le finestre aperte e anche la porta del balconcino spalancata, con la luna e il rumore del fiume e il silenzio misterioso, l’abbaiare lontano dei cani…

Questa pousada era l’abitazione dei Lemos, ricchi portoghesi abolizionisti della schiavitù, a fianco fecero costruire la chiesa, dentro alla quale, in un vani segreti, nascondevano gli schiavi fuggitivi, fornendo loro un falso lasciapassare. Quindi chissà che storie, che fantasmi, che anime si potevano ancora respirare in quelle camere!

Dovevamo fermarci solo 1 notte e poi ripartire verso sud ma l’atmosfera particolare, l’antico fasto del passato che ancora riluceva, il fiume con i suoi ritmi, l’ora colorata e intensa del tramonto, il mercato, le chiese, i musei e la notte di Penedo e la camera 21 ci resero prigionieri.

Dopo cena iniziammo a vagabondare per la città, ammaliati dal suo fascino notturno, non vi era nessuno, a parte un ubriaco o qualche povero che dormiva nelle panchine davanti alla chiesa degli angeli, nell’aiuola proprio di fronte alla chiesa di stile plateresco con riccioloni e angeli paffuti, c’era un cavallo libero che rovistava nel bidone osservato da un gatto bianco.

Le chiese illuminate, quella luce soffusa come di nebbia, il caldo della notte brasiliana così avvolgente, un senso di pace, la camera 21 che ci attendeva…

Difficile, anche volendo, ripartire da qui, mi ero informata sull’esistenza di un autobus per raggiungere Bahia, ma in realtà non c’era, occorreva passare con un traghetto dall’altro lato del fiume nel Sergipe e da lì forse… e così facemmo, riuscimmo in effetti a trovare un passaggio su un’auto collettiva fino alla stazione di Aracaju, in Sergipe, 150 km più sotto, senza aria condizionata e stretti come sardine, circa 3 ore, e dalla rodoviaria di Aracaju altri 200 km con un lussuoso autobus di linea fino a Praia do Forte, in Bahia, dove arrivammo verso le 17.

La magia di Penedo era scomparsa e Praia do Forte, a parte la spiaggia con le sue maree e le sue piscine, era più simile ad un mega villaggio turistico , davvero poco conservava del carattere brasiliano.

Invece di mattino a Penedo la gente va al fiume per lavare i panni e per lavarsi direttamente da vestiti, i panni vengono stesi ad asciugare per terra, tra cavalli capre e topi, i bambini che giocano nel fiume ti vengono incontro sorridenti per farsi fotografare.

Sul lungofiume c’è un ristorante dove servono carne di coccodrillo, proveniente da allevamento nel Paranà, dicono che sa di pollo.

Il mercato ortofrutticolo è un dedalo di bancarelle, l’odore è molto forte, c’è di tutto anche per terra, certe blatte gigantesche, frutta verdura carne gamberetti disidratati spezie anacardi cd abbigliamento scampoli di stoffa reti antizanzare…

Con una guida compiamo la visita di Penedo tra chiese monumenti e casa della cultura, che più che un museo è una specie di memoriale, Penedo è una miniera di storia e di arte, è una citta di culto.

Un’altra gita irrinunciabile è la navigazione sul fiume fino alla sua foce e alle dune di Peba, occorre andare in minivan da Penedo fino a Piaçabuçu, un paesino vicino, da qui partono battelli ed escursioni fino alla foce.

Il paesaggio alla foce è splendido seppure nella sua nudità, dune e piccole lagune, qualche palma solitaria, una barca rovesciata si trasorma in banchetta per vendere piccoli oggetti in terracotta, statuine di presepio fuori stagione, è fine gennaio!

Piaçabuçu è allegra e colorata di gente che lava le stoviglie i panni e se stessa e i propri figli sugli scalini e sulle rampe che scendono dentro al fiume, il fiume va e trascina tutto con sè, bambini e signore che vogliono farsi fotografare per venire con noi in Italia, davanti alla chiesa azzurra un vecchio lunapark, forse anni 60, è tristemente allegro e colorato come la città stessa, alla fermata dell’autobus incontriamo una mamma che spinge una cariola con dentro i suoi quattro figli.

signora ma dove sta andando, possiamo farvi una foto?

No, sto andando al fiume a lavare i miei figli, sono tutti sporchi!

Siete bellissimi così!

Siamo sempre più colpiti da questo miscuglio di razze e colori, in questa zona sono passati anche gli olandesi e i geni si sono rimescolati, e quindi ci sono bambini straordinariamente belli con la pelle scura i capelli biondi mossi e gli occhi azzurri, oppure capelli neri lisci e occhi da indios, e comunque questi bambini sono sempre molto belli perchè sorridono sempre, alcuni vogliono farsi fotografare insieme a me.

Decidiamo di fermarci altre due notti, tuttavia a me sembrerà di essere rimasta molto più a lungo perchè ogni giorno a Penedo è molto intenso di incontri e di colori, tante chiese e musei da visitare o semplicemente strade in cui vagabondare, case in stile liberty azzurre versi e rosa da fotografare, girare senza meta nel mercato, oppure camminare sul lungofiume e salire su uno di quei traghetti rosso e arancio, oppure verde giallo, che conducono in 10 min sull’altro lato dove vi è Santana, una cittadina rinomata per la produzione di terrecotte e di ceramiche. Da questa parte del fiume si è nello stato di Alagoas e dall’altro nello stato di Sergipe.

La camera 21 è sempre prenotata mesi in anticipo, non c’è camera nella pousada che ne uguagli la bellezza e la vista, è l’unica camera con balconcino, in realtà la facciata esterna della pousada è scrostata e con segni di muffa come tutte le chiese ma quella camera ha qualcosa di particolare, come il sole la luna e il fiume e gli alberi coi fiori arancioni vi entrano, Penedo ha una luce calda e dorata, le nuvole passano in un cielo tridimensionale, sul davanzale della finestra dai vetrini colorati io distendo il mio pareo con la bandiera brasiliana, sembra di rivivere un tempo passato, e poi quel tramonto che solo da qui è così magico…

Al ritorno dalla gita sul fiume, troviamo tutte le nostre cose traslocate in un’altra camera perchè è arrivata la coppia che aveva prenotato la nostra camera per il weekend… io non riesco a trattenere il mio “disappunto” e scateno una scenata

devo vedere il tramonto!, quando mi capiterà ancora di venire a Penedo?

e così “molto gentilmente” gli ospiti brasiliani che avevano prenotato ci lasciano rimanere nella nostra camera 21…, poi mi scuserò molto di ciò… ma davvero quando potrò ritornare a vedere il tramonto sul fiume dal balconcino della camera 21 alla pousada Colonial ?

Anche Jorge Amado e Zelia amavano Penedo e ogni tanto venivano per vedere la luce dorata della città sul rio S.Francisco.

Un piccolo paradiso. Castelo Novo , Ilheus, Bahia, Brasil 2008.

Il piccolo paradiso di Ivanildo a Castelo Novo , Ilheus, Bahia, Brasil 2008.

teobroma cacaoAd Ilheus c’è la piazza del cacao, sulla Lonely Planet c’è scritto che è l’unica piazza del suo genere in America latina, ci si immagina una grande area , ma in verità è più simile ad un’aiuola spartitraffico che ad una piazza, qualche panchina e pochi alberelli di Teobroma Cacao, in un angolo di questa incontriamo Ivanildo e i suoi due figli di 6 e 7 anni, un bambino e una bambina in abiti folkloristici, vendono semi di cacao e raccontano la storia del cacao, Ivanildo ci mostra un libro di storia della piccola cittadina in cui vive e cioè Castelo Novo, vicino a grandi fazende produttrici di cacao. In questa piazza aspetta i crocieristi della Costa che fanno scalo ad Ilheus. Ivanildo si definisce guida di turismo culturale rurale. Ci propone una visita guidata naturalistica a Castelo Novo e alla fazenda Renascer, a 1 ora e mezzo di bus da Ilheus. Concordiamo la visita per l’indomani con uno sconosciuto appena incontrato in una piazza del cacao, ma noi gli crediamo, non è un truffatore o un imbroglione, parla con la passione di chi ama e conosce il luogo in cui vive, per questo ci fidiamo di lui e accettiamo con entusiasmo, una gita nella natura tra fiumi e cascate e fazendas del cacao.

Incuriositi dalle sue parole rimandiamo la partenza di un giorno, saremmo dovuti partire quel giorno stesso nel primo pomeriggio, cioè poche ore dopo, le valigie erano già chiuse in hotel e il conto già pagato, ma decidiamo di rimandare la partenza per Itacarè di un giorno, così alla mattina seguente all’ora indicata da Ivanildo ci rechiamo alla stazione dei bus locali e prendiamo il bus per Castelo novo, 1 ora e mezzo, di cui l’ultimo tratto è di strada non asfaltata, il bus arriva al capolinea dove ci accoglie Ivanildo, la nostra guida. Ci dicono che nel periodo delle piogge questo tratto è impraticabile da qualsisi mezzo e il paese si raggiunge solo a piedi. Attraversiamo il campo di calcio e scendiamo verso al fiume, che costeggiamo saltando da un masso all’altro non senza qualche difficoltà.

E’ il fiume Almada, lo stesso che forma la Lagoa Encantada , e il suo percorso è a tratti sinuoso tra piccole rapide e cascate o tranquillo e navigabile come davanti al paesino di Ivanildo. Un paesaggio assolutamente bucolico, da paradiso perduto.

Ivanildo si arrampica facilmente su una palma a prenderci un frutto, si tuffa vestito nelle rapide per pescarci i gamberi di fiume, ne ha preso uno tra i denti e ce o mostra. Ritorniamo al campo di calcio e ci dirigiamo in un’ampia radura dove il fiume scorre tranquillo, c’è gente che fa pic nic, gente che si tuffa , escursionisti in cajak, donne che portano i panni in un catino sul capo per lavarli al fiume, mucche e cavalli che pascolano tranquille, panni stesi sul prato ad asciugare.

Ivanildo è orgoglioso di mostrarci la casa che sta costruendo per sé e i suoi figli, è fatta di pali in legno intrecciati e mattoni di fango, accende una lampadina come se fosse la prima luce accesa da un uomo, alziamo gli occhi e ci accorgiamo che la copertura del tetto è in eternit, e frammenti di eternit sono sparsi dappertutto sul pavimento di terra battuta, noi cerchiamo di spiegargli la pericolosità dell’eternit ma lui dice che è molto efficace per ripararsi dal sole e non riesce a capire ciò che diciamo, a noi piange il cuore quando dice ‘ questa è la camera dove dormiranno i miei figli’.

Dice che qui il costo della terra è basso e che con poco ti costruisci una piccola casetta vista fiume, verrebbe proprio da comprare un pezzo di terra in tale paradiso.

Sono le 3 del pomeriggio e noi iniziamo ad avere fame, in paese c’è un piccolo negozietto di generi vari, dove compriamo un pacchetto di wafer mentre aspettiamo il bus per raggiungere la vicina fazenda Renascer. Ivanildo non pranza, mangia una volta al giorno, è abituato a fare una sostanziosa colazione alle 5 del mattino con fagioli neri e tapioca, durante alla giornata beve solo qualche birra senza mangiare nulla. Ivanildo si meraviglia del fatto che noi mangiamo dei biscotti : che sostentamento dei wafers? Eppure ci fa i complimenti perchè abbiamo tenuto bene il suo passo al fiume.

Ivanildo è saggio nella sua semplicità, ha compreso che se desidera lasciare questo paradiso intatto ai suoi figli e nipoti, occorre rispettare la natura, lui crede in una sorta di turismo rurale eco sostenibile, che possa dare un lavoro e un reddito e quindi una qualità di vita migliore rispetto a quello che da la coltivazione del cacao, un turismo che dia proventi ma senza alterare l’ambiente in modo irreparabile. Se pensiamo all’eternit in frantumi sul terreno e ai suoi rischi ci si stringe il cuore, gli auguriamo tutto il meglio e che il suo paradiso resti intatto per lui e i suoi figli.

La fazenda Renascer è una grande proprietà con una dimora principale in cui doveva vivere un potente colonnello, alcune casette bianco azzurro, il deposito del cacao, visitiamo una parte della piantagione, ci sono diverse varietà di cacao, la colorazione e la grandezza dei frutti sono variabili, ci sono frutti gialli arancio rosso marrone e scuri color cioccolato con striature gialle, sul tronco fioriscono direttamente i fiori. Qui è stata girata una popolare telenovella , c’è anche la cascata che sgorga dal verde di una collina, dopo ad una prima cascata si entra in mezzo a delle rocce nere fino ad una seconda piccola cascata, dove si può restare invisibili e nudi al resto del mondo e qui ci regaliamo un bagno frizzante.

Aspettiamo l’autobus per tornare a Ilheus, ci fermiamo all’ombra di un baretto che vende picolet, piccoli ghiaccioli di frutta.

Ivanildo ci spiega la sua filosofia di vita, la sua idea di turismo rurale, le sue speranze per i suoi figli, la sua fiducia in un futuro buono e pulito, noi gli regaliamo una cartolina del nostro paese in Italia a suggello di una sorta di gemellaggio, lui ci domanda di scrivergli un feedback positivo sulla giornata trascorsa insieme come referenza da mostrare ai crocieristi di passaggio.

Quanto vorrei che tra quei crocieristi ci fosse davvero qualcuno che creda in Ivanildo e che faccia come noi, che decida di fidarsi di lui e di compiere un ‘escursione fantastica e unica, questa di oggi rimarrà una delle più belle escursioni che abbiamo mai fatto.

Buona fortuna, Ivanildo!

Ecco il bus che ci riporta a Ilheus dove ci aspetta il taxista Rodrigo che ha già caricato i nostri bagagli per il trasferimento a Itacarè.

Ciao Ilheus!

Quando non si conosce bene una lingua ecco cosa succede : l’hotel dell’amore a Sao Paulo.

L’hotel dell’amore a Sao Paulo.

Quando non si conosce bene una lingua ecco cosa succede.

La notte prima del volo per il Brasile non sapevamo ancora dove avremmo trascorso le prime due notti a Sao Paulo, avevo studiato tutti quartieri alla ricerca di una zona tranquilla, non pericolosa, mi immaginavo che appena scesa dall’aereo i malviventi mi avrebbero assaltato, arrivare a Sao Paulo di notte mi sembrava molto rischioso, e non riuscire a trovare una sistemazione sicura era un grosso scoglio, avevo trascorso sere a cercare su internet, a studiare la cartina, a vagliare il livello di pericolosità di quello o di quell’altro quartiere. Il problema era rappresentato dal fatto che saremmo scesi dall’aereo alle 20, 30 e perciò non saremmo potuti essere in un hotel prima delle 22, e questo non era un buon orario per muoversi, inoltre io avevo scartato a priori la possibilità di prendere un taxi, troppo caro!, e volevo assolutamente prendere l’autobus che usano i locali e non quello dei turisti, ( bus dei locali 4 reais, bus per turisti 25 reais! ), fuori dall’aeroporto l’aria era afosa e la notte soffocante, prendemmo il nostro comodo bus locale senza problemi con bagagli a seguito, ( tutte le volte non capisco perchè sono così pesanti, sempre più pesanti) scendemmo dal bus alla stazione del metrò, era la prima volta a Sao Paulo e devo dire che ce la cavammo bene considerato che per raggiungere il quartiere dell’hotel occorrevano 2 cambi di linea di metrò e tutto di notte, dopo 12 ore di aereo, con le solite valigie pesanti e i passaporti nelle mutande, andò tutto liscio come l’olio, in fondo Sao Paulo non mi sembrò per niente pericolosa, e quando scendemmo alla fermata giusta avevano una sessantina di metri a piedi fino all’hotel, tutto alla mano, senza neppure dovere attraversare il viale, più facile di così!

“Boa noite chegamos agora da Italia, ho telefonato ieri sera si ricorda signora?” eravamo arrivati!

Sì, quanto tempo vi fermate?

Questa notte di sicuro.

Ah tutta la notte? Sò pernoite?

Sì, domani vediamo.

Va bene, la camera è di sopra, prego.

ma la sala della colazione dov’è?

La colazione è servita in camera, voi telefonate e ve la portiamo!

Sinceramente io ero talmente stanca dal viaggio che soltanto dopo la doccia incominciai a capire che c’era qualcosa di strano nella camera.

Innanzitutto il grande quadro sopra al letto, un disegno di una ragazza nuda, ma non vi era nessuna volgarità, però era un poco strano e poi davanti al letto c’era un grande specchio, il materasso era all’acqua, oltre la TV vi era anche la radio incorporata alla testata, notai sul muro accanto alla porta uno sportellino e pensai ma guarda c’è anche la cassaforte, ma era senza chiave, e meno male che non vi nascosi niente.

Dormimmo stecchiti e al mattino suonò il telefono, chi poteva essere? non rispondemmo, poi suonò ancora e poi qualcuno bussò alla porta, io mi alzai e corsi a vedere chi era, ma non c’era più nessuno, si era sentito il rumore di uno sportellino che si era aperto e poi richiuso e così guardando fuori dalla porta notai che vi era uno sportellino identico a quello che c’era in camera, aprii dentro vi era un piatto con due semplici panini vuoti! Quella era la colazione!

Ripensai allo strano dialogo avuto all’arrivo, quanto tempo vi fermate, tutta la notte, sò pernoite?

Era un hotel dell’amore!

Ne avevamo già sentito parlare, gli hotel dell’amore sono molto diffusi in Brasile perchè la famiglia è numerosa, a casa la coppia non ha intimità e spesso i figli dormono nella stessa camera e così si viene qui per qualche ora, coppie sposate e coppie clandestine e coppie di tutti i generi, il garage è nascosto così c’è molta riservatezza, si entra in auto in garage e da qui si sale direttamente in camera, si tratta di alberghi ad ore ecco perchè la signora ci aveva chiesto quanto ci fermavamo, ma secondo lei venivamo dall’Italia per andare nell’Hotel dell’amore?

Ora ripensandoci la telefonata che avevo fatto la notte prima del volo mi era parsa un poco strana. A me premeva sapere se il quartiere era pericoloso visto che arrivavamo di notte, e il quartiere tranquillo lo era per davvero.

“Pronto, chiamo dall’Italia, avete un casal, una camera matrimoniale per domani notte, io parto domani e volevo sapere se la zona è tranquilla o pericolosa.” io mi riferivo alla delinquenza.

il tono della voce femminile che mi rispose fu molto rassicurante:

“è tutto tranquillo, di pericoli non ci sono, il quartiere è molto fine e signorile, e il nostro hotel è molto riservato. Desidera prenotare?”

era quello che avrei voluto sentirmi dire e così prenotai e studiai la mappa di Sao Paulo per capire come raggiungere l’hotel con la minima spesa! Ah il prezzo dell’hotel era anche molto economico, aveva detto pernoite 45 reais, pernoite mi sembrò strano, di solito si parla di diaria, cioè di tariffa giornaliera, ma pensai ci avrà fatto lo sconto visto che è bassa stagione.

dopo i due panini vuoti della colazione, scendiamo alla reception, c’è il proprietario un signore sui 60 anni, è un portoghese, ora capiamo la tabella dei prezzi, il pernoite, ovvero l’uso della camera di notte, costa 45 reias , mentre la diaria costa 80 reais.

Il portoghese se la ride, ha capito che non avevamo capito! E ridiamo anche noi!

però tra i vantaggi di questo hotel ci sono il silenzio, la discrezione e le lenzuola e gli asciugamani puliti ogni mezza giornata, a casa raccontai ai miei genitori questa storia e si divertirono molto e decisero che se un giorno sarebbero venuti in Brasile, cosa che mi hanno promesso, avrebbero voluto alloggiare nello stesso hotel Rodriguez Alves, hotel dell’amore nel quartiere Ana Rosa, alla fermata del metrò Ana Rosa, Sao Paulo.

Una semplice ricchezza. (Paraty, RJ, Brasil , giugno 2008),

Il fascino di Paraty, stato di Rio de Janeiro, è tutto nelle sue pozzanghere, in cui si riflettono le case colorate tutte in fila in stile coloniale e le loro porte verniciate a nuovo , niente scarpe con i tacchi alti non solo a causa delle pozzanghere ma anche per via del pavimento a grosse pietre irregolari, chiamato pe’ de moleque. Le maree dominano la cittadina, porto coloniale ai tempi dell’estrazione dell’oro, la marea sale e inonda la città, assi di legno improvvisano ponti sospesi, il mare entra dentro alla città, dicono che questo era un sistema molto semplice per pulire la città, i rifiuti se li portava via la marea…

Passata la marea restano pozzanghere ovunque in cui la città magicamente si specchia.

Oggi nella piccola stazione rodoviaria di Paraty stiamo aspettando un autobus locale per raggiungere Paraty Mirim a 10 km, vogliamo visitare un’ aldeia india. Sono le 9 ma l’autobus è in ritardo, alla stazione c’è tanta gente diversa da osservare. Io adoro le stazione degli autobus : ci sono i baretti economici, il giornalaio coi titoli dei giornali da leggere, e tanta gente diversa da osservare e da cui farsi osservare, (noi di solito non passiamo inosservati perché gringos e con un seguito di voluminose valigie).

Ma come mai l’autobus è in ritardo? Inizio a spazientirmi, chiedo informazioni al mio vicino, un signore di pelle bianca e con un fisico massiccio, ci racconta che è di origine genovese da parte del nonno che emigrò in Brasile, è un ex nuotatore professionista e ora insegnante di nuoto, e aggiunge ” l’autobus è in ritardo, ma tranquilla tà chegando (sta arrivando)”. Io approfitto per chiedergli informazioni riguardo agli indios che stiamo per andare a visitare, lui risponde così:

“questi indios sono pacifici, gli piacciono i soldi, non lavorano, viaggiano gratis in autobus, vendono collane ed altri piccoli oggetti in legno, cioè non fanno niente.”

Accanto a lui è seduta una signora india anziana, con il viso tutto a grinze, ci sono i suoi nipoti e la figlia e il marito della figlia, che è un ubriacone, si è già avvicinato a noi chiedendoci pochi cent per un caffè, altro che caffè questo vuole prendersi una cachaça!

Un problema diffuso tra gli indios maschi è l’alcolismo, pare che non riescano a digerirlo, ma non diventano violenti, l’alcool li fa cadere a terra in un grave stato di prostrazione.

Dopo 40 minuti normali di ritardo arriva l’autobus, la fermata per l’aldeia degli indios è a richiesta sulla strada bianca che conduce a Paraty Mirim. Scendiamo e ci avviciniamo ad una grande casa capannone e chiediamo se sia possibile incontrare gli indios, il ragazzo che ci risponde non è indio e dice che è possibile ma con il permesso del capotribù Trapiche.

Trapiche sta distribuendo il becchime alle galline e arriva, è anziano, un vecchietto piccolino, basterebbe una spinta per farlo cadere, ha un’età indefinita, lui è il rispettato capo villaggio, ci spiega in breve la vita degli indios in questo campo, si nutrono delle galline e della frutta della foresta tropicale, la terra non è di loro proprietà ma data loro in concessione. Intanto ci guardiamo intorno: in mezzo al cortile c’è una fiat cinquecento sfasciata da cui entrano ed escono bambini indios completamente nudi e giocano tra la sporcizia e pozze d’acqua scura in cui fanno indistintamente la pipi, di noi non si accorgono neppure.

Io azzardo a chiedere: “ma siete contenti di vivere qui, vivete bene?”

“Sì, viviamo bene, nel senso che non ci manca niente, viviamo tranquilli.”

Trapiche ha viaggiato in lungo e in largo per il Sud America prima di stabilirsi qui, ha visto e sa tante cose, parla correttamente diverse lingue, è una persona tranquilla e pacata nonostante una vita molto movimentata.

Inizio a capire ciò che rende diversi gli indios, non c’è traccia di aggressività né di fretta, non hanno il senso del tempo, non capisco se vivono alla giornata o se si lasciano vivere, guardo i loro figli che giocano nudi tra quelle pozze scure.

Ci guardiamo intorno, vorremmo visitare il villaggio ma Trapiche si limita ad indicarci con un gesto la casa cucina-mensa, la casa scuola, la casa chiesa, dice casa ma sarebbe meglio dire casupole modeste.

Arrivano due giovani ragazze mamme e ci domandano se desideriamo vedere e comprare le loro collane e altri piccoli oggetti in legno, diciamo di sì e ci apprestiamo a seguirle ma loro ci fermano un gesto della mano: ‘aspettate qui, non muovetevi mentre noi andiamo a prendere le cose.’

Ecco che tornano, stendono un telo per terra e vi dispongono la loro mercanzia.

Le due ragazze tengono in braccio ciascuna un figlio di 8 o 10 mesi dal viso tondo e ben pasciuto e occhi attenti. Chiediamo il nome dei bambini. Gli indios hanno 2 nomi, un nome indio ed uno occidentale. Una delle due ragazze ha chiamato la sua piccolina Renata, noi sorpresi le chiediamo come mai abbia scelto un nome italiano, e lei risponde stupita che non c’è un perchè, le piaceva quel nome.

Compriamo alcune collane e un archetto con le frecce decorate con piume colorate, le due ragazze non insistono a venderci le cose, ma sul prezzo non si tratta, se dicono un prezzo è quello e basta, fanno i conti a mente.

Chiedo informazioni sulle collane, loro spiegano che i semi usati per le collane sono naturali mentre la paglia colorata con cui intrecciano i ventagli e i cestini la comprano, sono limpide e sincere, non mentono spacciando per originale una cosa che non è.

A Paraty per le strade coloniale si vedono le donne indie coi loro piccolini seduti a terra con un telo su cui espongono i loro prodotti, mai insistono o infastidiscono i turisti, si capisce che hanno un’altra filosofia, se vendono bene se non vendono fa lo stesso però i conti li sanno fare bene.

Effettuata l’acquisto la nostra visita sarebbe conclusa.

In verità ci eravamo aspettati qualcosa in più ma rispettiamo la loro riservatezza.

Le due ragazze, che prima avevano decisamente rifiutato, accettano ora di essere fotografate con i loro bimbi e si mettono in posa sorridenti, anche Trapiche accetta di farsi fotografare insieme a me.

Trapiche indossa una maglia bucata, è così debole in apparenza, un vecchietto che il primo soffio di vento potrebbe far volare via, ma è una figura di grande dignità, di cortesia e di intelligenza, una vita semplice, nomade che forse ora ha trovato una base, un poco di stabilità, quel “qui si sta bene, abbiamo tutto quello che ci serve” racchiude forse una grande e semplice ricchezza.

“la libertà io la incontro solo in teatro”, Josè Delmo, Ilhues,Bahia, Brasil 2008.

 

Le sue parole di José Delmo ( artista attore e colonnello del cacao) :

“Fazer arte qualquer arte, práticar , consumir arte, é liberdade, é que o que importa é o essencial, penso como um filósofo, mas eu não sei se ben o qual , Nietzsche ou Schopenhauer, mas diz que felices homens que nao precisan de otros homens para sobreviver, ou de tanta o outras pessoas para sobreviver. às vezes eu penso que sim , às vezes eu acho que não, é bom que as gente nasce para brigar

Eu sou um artista , eu sou um poeta, eu gosto de fazer arte, e isso é o que eu faria até a morir

liberdade que eu encontro sò no teatro, allì eu posso dizer o que eu quiero, eu posso ser realmente eu, uso o teatro para mostrar minhas idéias, como ser a vida ou como não ser, para mostrar o meu direito individual de pensar assim, para mostrar minhas idéias, issa é a liberdade, eu sou um ativista pela liberdade” Josè Delmo ( da youtube bicho grilo con Josè Delmo)

“Fare arte qualsiasi arte, praticare consumare arte, è libertà, è questo che interessa è l’essenziale, io penso come un filosofo ma non so bene quale se Nietzsche o Schopenhauer che sono felici gli uomini che non hanno bisogno degli uomini per sopravvivere o di tante altre persone per sopravvivere; a volte io penso di sì a volte penso di no, è buono che la gente nasce per combattere

io sono artista sono poeta, mi piace di fare arte e questo è quello che io vorrei fare fino a morire

la libertà io la incontro solo in teatro, lì posso dire tutto ciò che voglio, posso essere realmente chi sono io, uso il teatro per mostrare le mie idee, come deve essere la vita o come non deve essere, per mostrare il mio diritto individuale, come deve essere la vita di pensare così come voglio, per mostrare le mie idee, questa è libertà, io sono un attivista della libertà.”

Lo incontriamo ad Ilheus, anni 20- 30 , città coinvolgente, culturalmente ricca, piena di chiese e di teatri, capitale del cacao, porto in espansione, lui è in strada davanti al teatro popolare che è la sua casa, potrebbe essere un barbone, ma con quel completo elegante di lino bianco, un panama per cappello e il bastone da passeggio e la cravatta seppure allentata, lui è un carismatico e potente proprietario terriero con un gran numero di schiavi e di figli illegittimi, lui è il colonnello del cacao. Una cinquantina d’anni, una barba grigia ben curata, capelli scuri ondulati, corporatura magra ma scattante, il viso scavato, occhi scuri penetranti, voce profonda incantatrice, Josè è il mio colonnello del cacao, o coronel do cacau, ed io me me innamoro subito. Mi fermo per conoscerlo per sapere la sua storia e lui mi invita a teatro per sentirlo recitare la sua storia che è la storia anche di Ilheus e di Bahia.

Josè è un attore di teatro e poeta, è un contador di storie grapiuma, come suona bene questa parola grapiuma, già da sola dà idea di leggerezza, di qualcosa trasportato dal vento, la voce narrante dell’artista. Le storie grapiuma sono quelle storie che vanno leggere come il vento e si posano qua e là. In molte cittadine brasiliane abbiamo incontrato questo gusto per la recitazione, questa passione per il teatro . La lingua brasiliana con quel tocco infantile e diretto ha in sè una grande musicalità, ci sono tante parole che in italiano non hanno il corrispettivo, e spesso ho scoperto che per esprimere certe cose la lingua italiana è carente, bisognerebbe inventarle le parole per dire quella certa cosa perchè mancano.

Quante volte ci siamo incantati a guardare le persone, ad ascoltarle recitare non solo i tanti artisti di strada incontrati ma pure la gente comune sui bus ai ristoranti nei parchi…

Senza capire le parole ma lasciandoci incantare dal loro suono. Pura innata inconscia teatralità. Fantastico. Molti altri sono musicisti, magari fanno i tassisti e poi dopo la corsa ti vendono il loro cd.

Il Brasile è fatto di arte e bellezza, di musica e poesia, le scuole di capoeira salvano dalla strada i bambini, che altrimenti si perderebbero nella droga a basso costo, dando loro qualcosa da fare e da sognare. Diventare un mestre do capoeira è un sogno positivo per i bambini e le bambine, a loro volta un giorno essi insegneranno qualcosa di buono e giusto, qualcosa che dia speranza, qualcosa in cui credere.

Josè si accorge del mio innamoramento per lui e dice ‘mi guardi con certi occhi’ , io però ci gioco, sono entrata nella parte anch’io, facciamo qualche foto insieme davanti alla casa della cultura a fianco della casa natale del mio amato Jorge Amado.

In teatro Josè appoggia il suo cappello e con gli occhi accesi inizia il racconto della fondazione della città, ogni tanto fa piccole pause battendo il bastone sul pavimento, 10 minuti di Josè 10 euro, mica male!

Concluso il racconto ci conduce in visita per il teatro e il piccolo museo, dove sono conservate le vecchie scenografie, i costumi di scena, gli antichi arredi, firmiamo il libro delle visite, compriamo un libretto di letteratura de cordel. Questa letteratura popolare in Brasile è molto diffusa, viene stampata su carta riciclata, sono piccole storie della tradizione orale, racconti brevi di saggezza antica o poesie di strada, anche questo è un mondo affascinante e ricco.

Visitiamo anche la Casa di Amado, è ariosa e solare, alla cassa vi è una ragazza che pare una polinesiana, un fiore di hibisco sui lunghi capelli neri e un florido corpo baiano, che alla prima gravidanza si disferà. In Brasile il seno di una donna è la maternità, così capita di vedere mamme e mammelle allattare tranquillamente dovunque, anche sugli autobus.

Di sera allo storico bar Vesuvio si cena insieme al busto di Amado seduto ad un tavolino mentre due attori recitano le parti di Gabriela e di Nacib Saad in mezzo ai tavoli; all’interno del bar attraverso un passaggio segreto i ricchi colonnelli del cacao accedevano senza essere visti al cabaret Bataklan.

La notte il Bataklan rivive i suoi fasti e le sue gaiezze per i turisti, è un museo che ospita bar e ristoranti, attori e attrici in abiti d’epoca occhieggiano maliziosi, arredi squisitamente anni 20-30, lampadari in vetro di murano, le foto appese alle pareti testimoniano la ricchezza dell’epoca d’oro del cacao, al bar incontriamo la piccola Lorena, 7 anni, figlia del barista, vuole che le facciamo alcune foto, scrive alla lavagna il suo nome e poi tenta di scrivere i nostri.

Poi Ilheus è tanto altro ancora…

Una visita particolare. (Rio de Janeiro, Brasile), giugno 2008.

Al santuario delle pietre preziose, gioielli e minerali, da Stern, (Rio de Janeiro, Brasil), giugno 2008.

Avevo letto sulla lonely planet, la mia bibbia,( in Italia di giorno l’avevo sempre con me in borsa e la sera sul mio comodino) , che una visita al negozio di Stern a Rio era una cosa imperdibile e così una mattina ci presentammo da Stern senza né telefonare senza né prenotare, appena entrammo ci rendemmo conto di aver commesso due piccoli non trascurabili errori, il primo errore era il nostro abbigliamento poco consono, eravamo vestiti da mare, bermuda e canottiera e sandali, anzi eravamo anche un poco insabbiati, a Copacabana un’onda malefica aveva cercato di inghiottirmi a tradimento mentre passeggiavo e nella furia di scappare ero caduta e l’onda aveva tentato di risucchiarmi via in quel mare grigio azzurro e plumbeo nella giornata nuvolosa, il secondo errore fu che non avevamo nessun invito e non alloggiavamo in un 5 stelle e nemmeno in 4 stelle bensì in un ostello in un favela. Oggi ha cambiato nome e si chiama Lisetonga Hostel, Ladeira Ari Barroso, Casa 15, Leme, allora era gestito da un ragazzo svizzero, simpatico e spartano.

Eravamo al termine del nostro viaggio, avremmo trascorso gli ultimi giorni a Rio prima del volo di ritorno, uno dei principali problemi nella pianificazione del viaggio era stato appunto dove avremmo dormito a Rio, gli hotel a 4 e 5 stelle di Copacabana non sono sicuri, i male intenzionati si appostano all’uscita dall’ hotel e poi ti assaltano, oppure ti entrano in camera a rubare, gli ostelli mi parevano la soluzione più sicura ed economica, ne studiai alcuni per prezzo posizione e qualità dei servizi, alla fine scelsi un piccolo ostello sulla collina sopra Leme, che è la naturale continuazione di Copacabana, le sue recensioni erano ottime, il proprietario era descritto come un ospite perfetto, gentile e disponibile, e dalle foto l’ostello era fantastico con ampi spazi e una vista straordinaria, diceva che si trovava in una favela dalla gente accogliente e tranquilla, e così prenotammo lì.

Il taxista non conosceva il posto e dovemmo insistere non poco perché ci accompagnasse sul morro (collina)  della favela Babilonia, ci disse ma lo sapete che questa è una favela, lo sapete cosa è una favela, lo sapete che c’è la guerriglia, lo sapete e lo sapete….

Giungemmo davanti al cancello chiuso dell’ostello e la prima occhiata non fu positiva, vi erano accumuli di sacchetti dell’immondizia, (tra poco sarebbe passato il camion della nettezza urbana a caricarli), ed io non ero più tanto sicura della mia scelta al punto che supplicai il taxista di aspettaci un minuto e se nessuno fosse venuto ad aprirci saremmo scesi insieme a lui, il taxista disse ok ma solo un minuto, qui io non ci resto un minuto di più, tà muito perigoso, io risposi tà bon, espera o minutinho, por favor.

Suonammo il campanello, l’ansia e la paura aumentavano al trascorrere dei secondi, più mi guardavo attorno più il luogo mi sembrava pericoloso, ma una voce ci rispose quasi immediatamente, un ragazzo giovane alto magro dal viso molto simpatico venne ad aprirci e ci sorrise, ogni mio dubbio sparì all’istante e feci cenno al taxista che era tutto ok, noi ci fermavamo lì.

“Ma quanti bagagli avete?”, si sorprese divertito il nostro ospite, io di solito giro con uno zaino, “eh caro, io risposi, anche a me piacerebbe girare con uno zaino leggero ma poi le sabbie per la mia collezione e i pezzi di legno e le conchiglie e i minerali dove li metto?”

Comunque fu molto gentile e disponibile come da recensioni, e anche l’ostello era fantastico, si trattava di casa anni 60 con molto stile, c’era poca gente essendo bassa stagione, un’ampia sala di ricreazione con computer e tv e stereo, una cucina maiolicata con frigo a nostra disposizione, e una grande terrazza sul tetto con una splendida vista, specie di notte, la camera non era proprio quella della foto ma era tranquilla, senza rumori molesti, e sicura, il bagno in comune era immenso anche se un poco sporco, va bhè a me basta che l’acqua sia calda o caldissima, discreta posizione per raggiungere le attrazioni della città.

E la favela Babilonia?

la favela era all’apparenza tranquilla, probabilmente proseguendo sulla collina le cose sarebbero cambiate ma qui era ok, poco più su vi era un posto di blocco della polizia e a nord la favela era chiusa da una zona militare con filo spinato.

Il proprietario dell’ostello ci disse che ci avrebbe accompagnato giù a piedi fino a Leme così tutti ci avrebbero visto in sua compagnia e avrebbero saputo che eravamo suoi ospiti, e non c’era pericolo di aggressioni o di scippi, tà tranquilo la gente è boa, qui ci vive povera gente che lavora onestamente ma non può permettersi alloggi o affitti costosi. Da Leme per salire all’ostello vi era anche un servizio di moto taxi ma noi la facemmo sempre a piedi di giorno e di sera max le 22, la notte tardi non uscimmo mai, gli altri ospiti ci invitarono ad andare con loro nei locali della Lapa ma sinceramente dopo aver camminato tutto il giorno tra Jardim botanico, Cristo Redentor, Corcovado e pao do Azucar eravamo stanchi e così l’ostello di notte era tutto nostro e potevano andare dove volevamo, dal tetto la vista notturna era splendida: Rio ci circondava da 3 lati , con le sue piccole luci delle favelas e le grandi luci dei viali e il Cristo Redentor che troneggiava da lassù protettivo, la città così illuminata ci apparteneva.

Il proprietario lasciava le finestre spalancate e la porta della terrazza sul tetto era aperta, anche al mattino noi eravamo soli in cucina, eh gli altri dormivano ancora dopo la nottata a Lapa, c’era un bicchierino di vetro dello yogurt con il bicho preguiça e io me lo misi in valigia (mi piaceva e non sapevo dove comprarlo).

Una mattina scendendo a Leme trovammo un sagui morto stecchito da scarica d’alta tensione, una signora disse oh povero piccolino, poco più giù c’era anche una scuola di capoeira e sulla spiaggia la notte giocavano le squadre di calcio dei bambini, una sera cenammo al miglior ristorante di Leme spendendo pochisssimo e un’altra sera andammo al sindacato do Chopp ( è la birra) e un’altra sera passeggiammo in centro fino alle nove, dopodichè è meglio rientrare, poche ma essenziali le precauzioni, essere vestiti semplicemente non ostentare orologi o macchine fotografiche, tenere pochi soldi in tasca e stare in mezzo alla folla, non prendere vicoletti.

Bene eccoci da Stern, nonostante fossimo vestiti da pezzenti e non disponessimo di invito contrassegnato dal circuito di hotel a 4 e 5 stelle, alla reception ci ammisero al santuario dei gioielli delle pietre preziose e dei minerali. Dapprima si visita il laboratorio da cui si è separati da un vetro, e tabelle spiegano le varie fasi della lavorazione, al termine vi è una hostess multilingue che ci accoglie e ci conduce in una sala e ci fa sedere in un tavolo e ci chiede a che pietre saremmo interessati, che pietre vorremmo visionare. Io, un poco in imbarazzo, mi guardo attorno e vedo seduti ad altri tavoli facoltosi acquirenti, elegantemente vestiti, vedo anche quello che mi sembra uno sceicco, vedo la ragazza d’alta società che è venuta a scegliere insieme al fidanzato il brillante, ed io penso ed ora come facciamo ad uscire di qua?

“Allora cosa volete vedere?” , ci ripete la commessa estraendo dal tavolo vetrato un vassoio di preziosi misti, io prontamente rispondo che sono interessata al topazio imperiale, eh certo ad uno dei preziosi più pregiati e costosi, il loro prezzo dipende dal loro colore che va dal rosa sbiadito al rosa rosso, quanto più il colore è intenso più il prezzo sale. La nostra commessa è molto gentile, sorride o ride, deve avere intuito che di soldi noi non ne abbiamo e così ci dirotta in un’altra sala, quella dei gioielli, c’è la linea più classica e quella ispirata agli indios, noi ci profondiamo in mille complimenti, magnifico stupendo favoloso, “quale vuoi provare ?”, mi chiede la signora mentre un cameriere dai guanti bianchi ci serve un aperitivo.

“no senti”, le risponde mio marito con la sua parlantina che incanta le persone,” tu sei molto gentile ma noi eravamo solo curiosi di visitare Stern, per noi è un mito, la nostra vacanza sta per terminare e abbiamo finito i soldi…”

“Non fa niente, voi siete molto simpatici, tornate a trovarci ogni volta che lo desiderate!”

E così caduta la maschera beviamo anche un secondo aperitivo e ci intratteniamo a chiacchierare con lei, ci racconta che la vita a Rio non è più così tranquilla come una volta e che lei inizia a temere per il futuro dei figli, noi le facciamo notare che lavorare da Stern è un’ottima cosa, lei dice di sì e ci accompagna all’ultima sala, quella più economica, quella dei visitatori per caso un poco come noi, ci sono splendidi pezzi di ametista e ogni tipo di minerale bruto ma è comunque tutto molto caro…

A questo punto il lettore può pensare che abbiamo preso la porta d’uscita e ce ne siamo andati lentamente senza dare nell’occhio, vista la figura fatta, essere andati senza saperlo in un super negozio museo e essere riusciti a svignarsela senza comprare nulla, bhè non è certo una cosa da poco!

Ma non è finita qui, al banco della reception ci regalano una scatolina a testa con 3 piccoli minerali, ecco il trofeo di Stern da mostrare agli amici al mio ritorno in Italia!, e poi vogliono sapere di quale hotel 4 o 5 stelle siamo ospiti, io e Gianluca ci guardiamo un secondo e ora cosa ci inventiamo?

” non mi ricordo, risposi, ma si trova a Leme.”

“ah perfetto voi alloggiate all’Othon Palace Hotel, vero?” e mi pare che il ragazzo mi faccia l’occhiolino.

” certo, proprio quello!”

“quando volete vi accompagneremo a casa in taxi o minivan per la sicurezza vostra e dei vostri acquisti.”

” grazie, ora però vorremo fare un giro a Ipanema.”

“Non c’è problema, tornate verso le 17 e saremo lieti di accompagnarvi. ”

E così fu, torniamo al garage di Stern alle 17, i taxi sono riservati allo sceicco e alla coppia dei fidanzati e ai loro acquisti, eh sì loro hanno comprato di sicuro, forse lo sceicco una valigetta di pietre preziose e la ragazza il suo mega brillante. Noi saliamo sul minivan con tanto di autista con guanti e cappello!

“Noi siamo a Leme, all’Othon”, mi affrettò a dire io, così ci riaccompagnano al nostro hotel a 5 stelle, ci fanno scendere proprio davanti all’entrata, il boy dell’hotel è pronto ad aprirci i battenti e sta per aprirli quando non appena saliti i primi due scalini io esclamo:

” oh cielo ho finito i miei cioccolatini preferiti, facciamo un salto a comprarli poi torniamo”

Che dici, sarò stata convincente?

un viaggio che ci ha cambiato: il nostro primo incontro con il Brasile, 2003.

avete mai fatto un viaggio in particolare che ha cambiato un poco la vostra vita o vi ha lasciato dentro qualcosa di speciale?

per me uno di questi fu il nostro primo viaggio in Brasile, nel 2003.

quando andai in Brasile la prima volta mi trovavo in una fase di scollamento nella vita e nel lavoro, non mi riconoscevo nell’immagine che gli altri avevano di me, così avevo una sola settimana di ferie e volai in brasile con una super offerta in un resort di lusso ad un prezzo stracciato, quanto avevo desiderato andarci e adesso mi trovavo in un comodo resort sull’oceano e alle spalle un paese immenso sconosciuto misterioso, vedevo i turisti all inclusive bere e mangiare a tutte le ore e giocare a ridicoli giochi di società ma che ne sapevano dove si trovavano? e che ne sapevo io? questi turisti da batteria che ne sapevano di dove si trovavano chiusi nel recinto, dietro al muro alto del resort?

Appena dietro all’angolo c’era un mondo tutto nuovo e diverso!

certo il brasile non è un paese idilliaco o bucolico che qui desrivo, lo so, e lo sapevo ancora più da quello che mio zio scriveva, pistoleiros garimperos poco rispetto per la vita tanta ignoranza bassa scolarizzazione l’infanzia devastata dal crac, ect ect . Quel nostro primo incontro fu fortunato, ci conquistò l’allegria, la gioia di vivere, il saper sorridere comunque e sempre.

Mettemmo il naso fuori dal muro, attenti ci disse la guida non andate vicino ai bamboo, là ci sono i cobra, non scendete dal taxi, non ostentate macchine fotografiche, vestite abiti semplici, niente borse, nè orologi, tornate sempre in taxi, appena fa buio c’è il coprifuoco, ect ect..

Ma lì ci trovavamo in un paesino sull’oceano, lontano dalle grandi città, il turismo era appena all’inizio, la pesca era abbondante e le piante da frutto tropicali regalano frutta energetica in qualsiasi momento dell’anno, per esempio il cacao dà 9 raccolti all’anno. Facemmo lunghe passeggiate sulla spiaggia deserta, con i buggies che sfrecciavano da ogni parte, e il ritmo delle maree, le falesie di sabbie colorate, il rumore del silenzio…i cavalli correvano liberi in spiaggia, le donne lavavano le stoviglie di alluminio nel fiume, i bambini giocavano nel mare e ci sorridevano invitandoci a sorridere, i pescatori ritornavano a riva con le loro jangadas cariche di pesce colorato e ce lo mostravano…e proprio dietro all’angolo c’era una casetta gialla, con la scritta Forrò P., era un piccolo bar che due volte alla settimana si trasformava in balera, il forrò è un tipico ballo nordestino, ci avvicinammo alla casetta in modo amichevole, alcuni di quei ragazzi lavoravano nel resort e ci avevano riconosciuto, facemmo un poco di amicizia spontanea, l’anziano capofamiglia ci volle mostrare la sua casa, pochi mobili, solo un cassettone su cui troneggiava una piccola tv per l’immancabile calcio e la telenovela, niente letti solo amache appese, la sala della balera era una specie di garage con grandi casse stero, dietro alla casa c’era un piccolo cortile e l’anziano signore ci indicò orgoglioso il bagno, mentre la sua vasca da bagno era una tinozza all’aperto che a me ricordò quando facevo il bagno a casa dei nonni in campagna 40 anni fa , o come mia mamma faceva sempre da piccola, più di 65 anni fa .

Scattammo qualche foto, rapidamente avemmo intorno tutti i bambini del paese, una piccola folla multicolore, pur fratelli ognuno aveva un colore di pelle e di capelli diverso dall’altro e così il taglio degli occhi, tutti si volevano rivedere e toccavano lo schermo della macchina digitale segnando con il dito e pronunciando il nome di ognuno…Io che non ero abituata al contatto con i bambini, ma qui mi stavano quasi addosso, facendo a gara tra loro…ci vollero anche mostrare il piccolino di un mese, lo svegliarono apposta e anche la signora più anziana disse io non ho mai fatto una foto e sedette in posa con i nipoti, poi arrivò un ragazzino e disse qualche parola in uno scarno inglese e ne era molto orgoglioso…

Alla casetta gialla ci domandarono curiosi di noi, dell’Italia, quanto era lontana, perchè io portavo quel fazzoletto in testa ero forse malata?, ed io rispondevo no è per il sole e loro non capivano, ci chiesero se avevamo figli, no, e loro peccato perchè un bambino è una grande gioia e poi ne nascono di tutti i colori… Una signora ci disse io ho 3 figli e sono tutti bianchi come mio marito e nessuno è nero come me, che peccato! un bimbo di 16 mesi già ballava a ritmo di samba…

Tra questi incontri che mi riportavano indietro ad una specie di infanzia primitiva, le passeggiate sulla spiaggia fino all’incontro del fiume con il mare, il rumore del silenzio dentro al canyon, l’arrivo delle jangadas con il pesce, alla fine della settimana io arrivai all’areoporto che non sapevo più dove era andato a finire il biglietto , non ero stata ferma un momento, sempre in giro a vedere ad assaporare un piccolissimo pezzo del Brasile, il paese che avevo sempre desiderato conoscere a causa di mio zio, ed ero consapevole di stare assaggiandone soltanto una briciola, ma quella briciola aveva un sapore di allegria di gioia di vivere di sentire me stessa diversa più viva, migliore di quanto credevo di essere, fu questo l’inizio di una grande passione, appena potemmo, 3 mesi dopo rivolammo nello stesso paesino, mai più resort, mai più compagnia di turisti da batteria, ma la gente la gente, invece dell’ all inclusive fu full immersion anche senza sapere bene il brasiliano, e tornammo dai nostri amici e portammo qualche foto e qualche cosa per la scuola di cui ci eravamo informati, e una maglia del calcio per l’anziano capofamiglia, e alla fine loro insistettero per riaccompagnarci alla pousada e ci regalarono un vaso di areias coloridas…

e questa fu la nostra prima di un viaggio che è ancora in corso.

incontro con il bradipo, in Brasile.

cropped-cropped-pict047911.jpg

Tante volte la lingua brasiliana mi fa sorridere per le sue parole a volte così infantili ingenue e istintive, come questa il bicho preguiça, ovvero l’animale lentezza, cioè il bradipo, rende bene l’anima di questo animale, ma si dice anche di persona, prediguiçosa quando è pigra e oziosa, oppure anche di un fiume il cui corso è molto lento.

Nel 2006 ci trovavamo a porto de Galinhas, (le galline erano gli schiavi che provenivano dall’Angola ), nel mare vi sono magnifiche piscine naturali e piccole barchine con vele colorate ti accompagnano laggiù, a 70 km da qui si trova la cascata Urubu nel villaggio Primavera, un parco naturale al cui interno vi è una cascata, un ristorante e una specie di fattoria didattica, con diversi animali come l’ armadillo, il capibara, il lagarto, molti saguì, piccole scimmiette, e il bicho preguiça. Così il signore del ristorante ci mostrò prima un falco ferito che stava curando e … poi ci mise in braccio un bradipo con nostra grande sorpresa.

L’ abbraccio di questo animale, nonostante le sue impressionanti unghie, è avvolgente e sembra di tenere in braccio un bambino, le sue zampe ti abbracciano e ti si aggrappa, è un animale indifeso e tranquillo, il suo simpatico musetto sembra sorridere, il suo pelo però non è affatto morbido ma è ispido e infeltrito. in natura è difficile vederli, sono molto riservati. nello stato del Minas Gerais, dove vorrei andare, vivono anche nei parchi della città, ma sono molto delicati specie i piccolini se restano orfani.In questo parco ce ne erano tre, probabilmente nati in cattività o catturati, lo so che questo è sbagliato però erano tranquilli come se fosse la cosa più normale arrampicarsi sugli ombrelloni e sui tavolini. Per noi questo incontro fu comunque molto bello e fortunato perchè finora non ci è più ricapitato di tenere in braccio un bradipo. Nel 2008 eravamo ad Ilheus, Bahia, Ilheus è la capitale del cacao e l’aria profuma di cacao. Andammo a visitare una riserva zoobotanica statale, il Ceplac, sull’autobus incontrammo un dipendente che ci fece entrare nonostante fosse chiuso al pubblico, a pranzo poi ci fermammo con lui nella mensa. Vi era anche un rettilario con centro dei veleni, visitammo la piantagione di cacao con piccola fabbrica di cioccolato, i semi del cacao separati dalla massa bianca e gelatinosa fermentano 8gg in un grande cassone di legno, poi vengono stesi ad essicare al sole su letti di legno richiudibili in caso di pioggia, in seguito vengono stoccati in sacchi di iuta da 60 kg, prezzo 4 reais al kg, e conservati in magazzini in legno in cui l’umidità si mantiene costante. Abbiamo assaggiato anche il frutto fresco e bevuto il succo della massa biancastra, è dolciastro. Ci vollero regalare uno dei frutti più grandi che avevano e lo portammo in Italia. Quel giorno era capitata in visita una famiglia dalla Rondonia con tre figli, il padre era funzionario del centro Ceplac a Vila Velha, e così aveva approffittato della vacanza al mare per visitare i colleghi di Ilheus, ci regalarono un sacchetto di noci macadamia, dopo la visita partirono per la Rondonia in fuoristrada, un viaggio di più di 3000km. La cosa più bella di questa visita però fu l’incontro con la biologa Vera de Oliveira, detta Verinha, tutta una vita spesa per la cura dei bradipi feriti o rimasti orfani, il suo lavoro non ha orari. Vera dirige un centro recupero di scimmie e bradipi da reintrodurre in natura. Le chiedemmo se potevamo vederli da vicino, lei ci spiegò che essendo animali feriti o malati per loro sarebbe stato uno stress avvicinarvisi troppo . Restammo a guardarli da fuori della grande gabbia, ma poi Verinha capì il nostro amore e andò a prenderci dalla culla, un cestino ricoperto di foglie, un piccolino di bradipo di 8 gg, che tenerezza!, non dimenticherò mai lo sguardo d’amore di Verinha per questo essere così delicato e neppure dimenticherò come il piccolino la guardava davvero come se lei fosse stata la sua mamma, lei gli diede un bacino e il piccolino allungò la zampina verso di lei. Questo incontro valse tutto il viaggio!

Partenze e addii.

Il partire da casa è una cosa semplice prepari un viaggio per mesi, a volte per anni, poi mancano poche settimane, poi una settimana poi giorni, e poi un giorno, e tu in qualche modo sei pronto, e lo devi essere per forza, quando l’aereo si stacca dal suolo, sei partito, sei già lontano, hai fatto tutto, non puoi più tornare indietro.

E non so se davvero si torna cambiati da un viaggio, sicuramente gli orizzonti si sono allargati e ne esci che si è aggiunto qualcosa in più. Non serve a niente camminare l’uno verso l’altro, si rischia di camminare su rette parallele che non si incontreranno mai, non serve a niente fare questo sforzo di infrangere le barriere se poi non ci si scambia nulla, se poi si ritorna a casa e nulla è cambiato, se l’altro non mi ha dato qualcosa ed io non ho dato qualcosa di me.

Se torni a casa e non è cambiato nulla allora c’è qualcosa che non va, faresti meglio a restare a casa, come quelli che dicono ah ma poi alla fine come si mangia bene in Italia, ah ma poi alla fine quello che c’è in Italia, ah il pane che si mangia in Italia, ah il caffè che si beve in Italia e allora rimanete a casa.

Di un’unica cosa io ho sentito la mancanza fuori di Italia, ma non perchè sia un merito italiano, ma perchè è un’eredità che viene dalla storia, ho sentito la mancanza della mia cultura perchè mi dava gli strumenti per capire e valutare il mondo, mi dava la chiave di scelta tra ciò che è giusto e sbagliato, tra cià che è bene o male, tra essere umani e non esserlo, tra il rispetto della vita e la mancanza di ciò. Non che in Italia in pratica ci sia tutto questo rispetto, non c’è di fatto, ma forse di pensiero e di cultura in astratto c’è.

Quando siamo stati assaliti da due ragazzini in un paesino in Brasile, certo che volevamo giustizia, certo che volevamo rientrare in possesso degli oggetti rubati, specie della carta di credito, di quella piccola cosa da cui escono i soldi per pagare hotel ristorante e un volo aereo, ma poi ci dissero che si trattava di due ragazzini sbandati, che facevano uso di crac e che in breve sarebbero stati presi e fermati, il che equivaleva catturati e condotti in un bosco e ammazzati come cani randagi. La mia cultura poteva tollerare ciò?

L’unico addio che io concepisco è quello della morte, questo è l’addio definitivo da parte di chi se ne va.

Poi da un viaggio occorre tornare e a volte non si ha tempo per organizzare il ritorno si deve fare in fretta, c’è l’ultimo autobus che passa, c’è l’ultimo volo che parte e non c’è tempo, infili tutto alla rinfusa in valigia e parti e chissà se tornerai e quando, pensi sempre che tornerai, ma poi non si sa se la vita te lo permetterà, se le cose lo permetteranno.

in Brasile l’ultimo taxi, la valigia chiusa per forza, se si è dimenticato qualcosa pazienza, la corsa per raggiungere l’ultimo bus utile per raggiungere Rio che è lontano 1000 km, lungo la strada diritta a fianco ad alberi diritti coltivati per la produzione della cellulosa, ci volle pure accompagnare il caro vecchietto Vicentinho, l’ultimo saluto, e poi l’ultima attesa di un bus, gli ultimi bambini che vendono gelati e picolè, piccoli ghiacchioli, bambini che ci salutano e ridono e saltano e ci chiedono ma in Italia ci sono camion grandi come questi che trasportano la legna, ci sono autobus con ruote così grandi, ci sono strade così lunghe, tanto lunghe che non finiscono più?

e ci sono cuori che amano per sempre e ci sono anime che sognano viaggi che non si concludono, e ci sono scarpe che non si consumano mai, e ci sono idee che sopravvivono per sempre, e ci sono amori che non finiscono mai, e ci sono amicizie così grande che sfidano le distanze , e ci sono oceani che non possano essere navigati e ci sono cieli e pianeti e stelle e galassie senza fine?

e che cosa rimane alla fine di un viaggio, di una storia d’amore, alla fine di una vita? un senso di stordimento, un non sapere perchè, la certezza che rimane indietro qualcosa di non spiegato, di non spiegabile, di sfuggente e su quello che sfugge ci si sbatte la testa, ce la si rompe a furia di pensarci e ripensarci, capire perchè qualcuno ci dice addio o perchè l’abbiamo detto o perchè ce lo siamo fatti dire perchè siamo stati così stupidi da farcelo dire. Perchè sarebbe stato per sempre, così semplice come bere un bicchiere d’acqua fresca, dirsi per sempre e poi finire, arrestare la corsa, fare scendere qualcuno, scaraventarlo giù, perchè quando si poteva fare se non tutto il viaggio insieme almeno una parte per essere meno soli, per essere meno disperati?

Chi ti dice addio non ti lascia via di scampo, non ti lascia possibilità d’appello, è una condanna anche questa per sempre. E pensi che cosa ho sbagliato, se non avessi detto quella parola, se avessi taciuto, se avessi amato di meno…

L’ultimo bus delle 16, 45 e sono rimasti 10 minuti per salutarsi per lasciarsi un segno, per scambiarsi qualcosa.

Jair, brasiliano tutto d’un pezzo, sessantenne dal cuore duro e sgarbato, ci mostra il video dei suoi figli e nipoti che vivono a 3000 km di distanza da lui, e si commuove e piange e dice il Brasile è un paese meraviglioso, che Dio ha creato un paese meraviglioso, ma la gente non è tutta buona, manca di umanità, di educazione, di cultura, c’è violenza, mancanza di dignità e di rispetto della vita umana, assassinii, furti, ogni sorta di violenza… Dice con amarezza che si vergogna di tutto ciò.

” e voi avete incontrato cose brutte e io vorrei chiedervi scusa di ciò, ed ecco io vorrei regalarvi la maglietta del calcio che mio figlio mi ha portato dal suo viaggio di 3000 km, e ora questa è una cosa che per me è molto cara e io vorrei darla a voi in segno di amicizia…”

” non non è necessario Jair, è un regalo speciale di tuo figlio, non possiamo accettare…”

“Prendetela così vi ricorderete di Jair, questo vecchio burbero e scontroso ma che piange vedendo il video dei suoi figli e nipoti….”

e tutto di fretta arriva il bus e occorre fermarlo in quella strada sull’oceano, la fermata è a richiesta, l’autobus che ci porterà via da Jair e dagli altri amici e via da questo paesino perduto in Brasile, e domani ancora un taxi e un altro bus e un altro aereo per l’Italia, e in valigia una denuncia per furto contro due ragazzini drogati e una maglietta che celebra l’amicizia più sincera.

Arrivederci Brasile.

Ilha Grande, RJ, Brasil, 2010

2010, Ilha Grande, stato di rio de Janeiro, un’isola con bellissime spiagge selvagge e una rigogliosa foresta atlantica dove vive una specie particolare di scimmia urlatrice, non riuscimmo a vederla ma ne potemmo udire i richiami.

Vila do Abraao con il suo porto è la zona più turistica dell’isola ma resta comunque tranquilla, dal porto partono gite in barca oppure per gli amanti del trekking non mancano i sentieri, è proibito il transito alle auto.

Questa volta la nostra pousada è veramente di buon livello gestita da un brasiliano di origine tedesca, Marcus. E’ un gigante buono, lunghi capelli biondi raccolti in una coda,un buon camminatore, classico bevitore di birra, sembra uscito dall’oktoberfest , è un gestore perfetto, disponibile e assente nel senso che ci lascia piena libertà di andare e venire a tutte le ore. Al nostro arrivo al porto lui è là ad accoglierci e al ritorno insiste per accompagnarci.

La pousada si trova in una zona silenziosa di Vila do Abrao, è accogliente, stile country ma elegante, un posto in cui riposarsi con amache colorate appese in cui oziare, un giardino ben tenuto, a colazione arrivavano le scimmiette sagui a prenderci dalle mani una fettina di banana, e tanti uccellini tra cui lo splendido tio do sangre, un uccellino di un rosso brillante, e gli immancabili colibri, c’è anche una gatta senza una zampina che allatta i suoi gattini nel patio della colazione e ci chiama per mostrarceli orgogliosa. Marcus ci racconta che la gatta probabilmente deve aver subito un attacco da un jaguaritica e un giorno se le è vista arrivare dalla foresta e accasarsi qui.

Il seondo mattino della nostra permanenza a colazione si siede accanto al nostro tavolo un tipo strano, io l’avevo già notato il giorno precedente per le vie del paese con un taccuino in mano a chiedere informazioni e prenderne nota. Anche a colazione ha con sè l’immancabile moleskine nera, è di carnagione molto chiara, alto, con occhiali e come lui stesso ci dice in un buon italiano è americano dello stato del Vermont, “scusate, attacca discorso, ma ho sentito che siete italiani, mi piace tanto sentir parlare in italiano”, si presenta, è Gregor Clark, un nome quasi da attore americano anni 60, poi ci confida abbassando la voce (ma io l’avevo già capito) di essere un giornalista della Lonely Planet, io sto quasi per inginocchiarmi al suo cospetto perchè a casa tengo la guida della lonely planet del brasile sul mio comodino, è la mia Bibbia! Lui ha viaggiato in Italia per lavoro, doveva scrivere due pezzi per la Lonely uno sulla Sicilia e l’altro sull’Emilia Romagna in un mese di tempo, ebbene ci confessa di essere rimasto talmente affascinato dalla Sicilia da trascorrervi la maggior parte del tempo, destinando all’Emilia Romagna gli ultimi giorni realizzando così un pessimo servizio. Io naturalemte lo invito a tornare in Romagna come nostro ospite, abbiamo alcuni contatti con la delegazione del touring club di Cesena che potrebbe essergli utile. Verso sera lo incontriamo sul lungomare a prendere appunti sui trasferimenti Ilha Grande- Rio, ci dice che ha dormito tutto il pomeriggio, il suo viso è arrossato, forse ha preso troppo sole oppure ha bevuto troppa birra, ora chiede a noi cosa c’è da vedere, cosa abbiamo fatto noi, quali itinerari gli potremmo consigliare…, bhè noi abbiamo attraversato l’isola a piedi e camminato 7 ore mentre lui si è riposato e questa notte andrà a cenare in uno dei locali più cari dell’isola, mentre noi mangeremo pescado frito e macaxeira! sai cos’è la macaxeira o l’ aipim? é tapioca fritta simile alle patatine ma molto più gustosa, io l’adoro ma non si trova sempre in tutti i ristoranti. Quando chiedo aipim o macaxeira il cameriere mi guarda con un misto di approvazione e di ammirazione come a dire tu sai cosa è! oramai aspiro a diventare di diritto un poco brasiliana anche io!

Tra i negozietti sul lungomare uno attira la nostra attenzione, a parte le solite cose vi sono piccoli oggetti in vetro fatti a mano e oggetti di fattura india. Il proprietario Juan Carlos Navarro è un argentino venuto a cercar fortuna in Brasile, a causa della crisi economica, ci spiega che è meglio avere una capanna in Brasile piuttosto che il più lussuoso appartamento a Buenos Aires, ci dice che gli oggetti in vetro sono di sua produzione mentre gli oggetti indios provengono dal villaggio di Paraty Mirim, si mostra sorpreso quando gli raccontiamo che noi ci siamo stati e che abbiamo conosciuto il capovillaggio Trapiche, un vecchino piccolino molto saggio. Ci mostra i suoi quadri ma sono poco più che croste con colori molto forti, ci fa vedere le foto dei suoi lavori con aerografo su auto e moto, e poi tira fuori il catalogo delle sue opere di body painting, all’inizio io sono prevenuta, ma in esse non vi è nulla di volgare, lui è davvero un grande e fine artista di body painting. Restiamo colpiti dalla sua rappresentazione della maternità, da come parla della modella, capiamo che deve trattarsi di una donna da lui amata, dice non fermatevi a guardare il suo corpo imperfetto, è una donna che ha avuto 4 gravidanze, e infatti questo noi non lo vediamo, vediamo il senso di ciò che lui ha raffigurato, cioè proprio il senso più intimo della maternità, il suo mistero e la sua bellezza. Torniamo ogni sera a parlare con lui, è una persona molto interessante, ci affascina con i suoi racconti, ha 4 figli, ha lavorato fin da giovanissimo sulla costa crociera così ha potuto viaggiare il mondo in Europa e in Oriente, ovviamente una fidanzata in ogni porto, ora ha tanti progetti ed uno di questo è di navigare su una casa galleggiante sul Rio delle Amazzoni, sognamo che un giorno lo realizzeremo insieme a lui, chissà…

Le galline di Markus a Praia do Pipa, (Rio Grande do Norte, Brasil), marzo 2006.

Praia do Pipa nel Rio Grande do Norte è terra rossa e rocce nere e mare verde, è selvaggia e forte. La cittadina è lunga e stretta, costruita in modo veloce e disordinato, in pochi anni Pipa è diventata un centro turistico importante e la gente del luogo è impazzita, da non avere che modeste capanne di pescatori ora quelle stesse capanne sono diventate case e oggetto di speculazione in vista di un soldo facile. Ma a parte il paese caotico, la bellezza del luogo è innegabile, è meta di surfisti per le onde straordinarie. Arrivare a Pipa da sud non è facile, perchè gli autobus di linea passano lontano dalla costa e quindi occorre arrivare al paese più vicino sulla statale e poi da qui prendere un minivan o un taxi collettivo, un’altra mezzoretta. L’arrivo a Pipa è un poco terrificante, c’è un sacco di gente che va e viene ai minivan e agli autobus che provengono da Natal, venditori ambulanti di pannocchie di mais e di formaggio infilanzato su un bastoncino e cotto al momento sulla carbonella e carellinii mobili di gelato. Non abbiamo prenotato alcuna pousada, Pipa è carissima per gli alloggi, io aspetto alla fermata con le valigie mentre mio marito cerca una sistemazione ad un prezzo giusto. Torna a prendermi con una ford Ka rossa insieme al gestore della pousada Kalunga, che è aperta da poco, noi staremo in una piccola dependance ma il costo è della metà rispetto alla camera regolare, bene! Il fatto è che non appena cambio gli euro io mi metto a pensare in reais, non che voglia risparmiare però inizio a pensare in reais e così penso questo è caro e questo no! Poco dopo di noi arriva una coppia di argentini sui 30 anni e si sistemano in una camera per 100 reais mentre noi per la metà, gli argentini sono più ricchi degli italiani? Io penso che con quei 50 reais risparmiati  posso anche cenare e fare una merenda! Comunque la nostra sistemazione è buona, vista diretta sulla piscina! Il gestore della pousada si chiama Markus, ed è un amico di fiducia del proprietario, il campione di surf Kalunga, che per il momento è assente, è sempre via ad inseguire le onde. Markus aiuta in tutto Kalunga più per passione che per lavoro, è un signore alto, un gigante, una cinquantina d’anni, al secondo matrimonio, pelle un poco giallastra, occhiali, è appassionato di cucina, è cuoco autista giardiniere tuttofare in pousada. Giusto all’ora del tramonto, 17e 30, scendiamo verso la spiaggia per lo stretto sentiero di terra rossa dall’alto della falesia fino al mare, l’acqua è caldissima e io mi lascio andare ad un bagno rigenerante e totale con le onde che mi ricaricano di energia. Ma la notte inizia a piovere e il mattino il tempo non promette nulla di buono, mi rifaccio con la colazione, tanto di cappello al gestore tuttofare, c’è di tutto frutta torte queijo e presunto e succhi freschi e le scimmiette sagui fanno capolino dagli alberi e prendono il cibo dalle nostre mani. Passeggiamo per le spiagge vicine, tra rocce vulcaniche nere e terra rossa, il contrasto è molto acceso e il verde del mare è tagliente. E’ il momento della bassa marea, con l’alta marea tutto muterà, cambiando fisionomia. Le nuvole si addensano rapidamente ed inizia a piovere, dalle alte rocce nere cadono torrentelli di acqua colorata nera e rossa. Tornati nel pomeriggio alla camera ci prepariamo ad uscire, appena cessato il forte temporale, ma va via la corrente e Pipa sarà completamente al buio per un’oretta, noi abbiamo la nostra pila a manovella così usciamo ugualmente, ristoranti bar e supermercati si sono attrezzati con candele, è un poco suggestivo! La nostra pousada si trova alla fine del paese e la passeggiata in centro è lunga specialmente quando si ha fame e non si trova un ristorante che accetta la visa. Di notte ricomincia a piovere, sono le piogge tropicali che mi fanno paura, la camera si allaga, ma al mattino come promesso da Markus il tempo si rischiara. Il tavolo della colazione sembra il tavolo dei giganti oppure siamo noi ad essere dei nanetti perchè è molto alto, creato e fatto su misura e a misura del buon Markus, ci ritroviamo insieme ai due argentini, Ezechiele e Carolina, parliamo sul da farsi per la giornata, qui interviene Markus che convoca un buggueiro e la gita è pronta, andiamo a sud di Pipa, Markus si raccomanda di fermarci al ritorno all’azienda di pescicoltura per comprare i gamberi, avrà il piacere di cucinarli per noi! Con il favore della bassa marea il buggy corre sulla battigia costeggiando falesie rosse d’un tratto interrotte da fasce di sabbia completamente bianca o sale e pepe tra le rocce nere, attraversiamo con la balsa il rio Catu, attraversiamo la mata estrela, sostiamo per un bagno alla lagoa Coca cola, così chiamata a causa del colore scuro delle sue acque per la presenza di ferro, e poi di nuovo in buggy fino alla frontiera del Rio grande do Norte con il Paraiba, un fiume fa da frontiera, lasciato il buggy con una barchina risaliamo il fiume fino ad una zona di argilla con cui ci ricopriamo viso e corpo, incontriamo altre barchine con altri esseri umani ricoperti d’argilla da capo a piedi, è divertente, la teniamo finchè non si asciuga poi ci laviamo nel fiume, si ritorna a Pipa ma prima ci fermiamo alla fazenda per comprare i gamberi, in una vasca ci sono anche due piccoli jacarè, in un recinto due tatù, cioè gli armadilli, che lasciati liberi corrono velocissimi, i brasiliani se ne cibano, cosa è che non mangiano? in  un altro recinto ci sono cavalli e struzzi, e nelle vasche granchi giganti blu e gamberi che saltano come cavallette nella nostra rete, ne compriamo 2kg per meno di 15 euro. Markus ci aspetta in cucina per prepararci la cena, io mi offro di fargli da assistente, è il minimo! Lui li salta in padella aglio e olio! I due kg gamberi sono pronti con una gustosa salsina rosa e con arroz branco,ci sono 2 kg di gamberi sul tavolo per noi 4, io mio marito e i due argentini. Carolina continua a ripetere ah que rico! ah que delicia! ( mentre in brasiliano si dice gostoso!), Ezechiele mangia senza parlare, noi mangiamo, eh sono proprio buoni e freschi, ottimo cuoco Markus! Markus non c’è, ci ha lasciato da soli con i gamberi e dopo poco i gamberi sono finiti, 2 Kg!  ecco che ricompare Markus, ” come va, tà gostoso?, vorrei tenerne da parte un piatto per assaggio a Kalunga e al suo ospite” d’un tratto noi quattro arrossiamo di colpo, sono rimasti solo la salsina e il riso bianco mentre la pentola coi gamberi è vuota! Che figura! Markus ci presenta il proprietario e surfista Kalunga, è appena tornato da un mese di allenamento sull’isola Fernando do Noronha e con lui è venuto un amico, un altro campione di surf, nativo di Noronha e questa è la prima volta che ha lasciato la sua isola e ha incontato quattro stranieri mangiatori di gamberi! Chissà quanto devono sembrargli strani questi due italiani e gli altri due argentini! Kalunga e l’amico sono di passaggio, partono subito per Natal. Continuamo la serata con Markus che ci prepara anche un succo fresco di cajà, mio marito ci filma mentre parliamo in un misto di brasiliano argentino e italiano, Markus è una persona colta e ha viaggiato molto in Brasile, parliamo come sempre di tutto politica sanità religione scuola e delle differenze tra Argentina Italia e Brasile, cerchiamo di scusarci ancora per i gamberi ma Markus sorride e ci invita per domani a pranzo. Il mattino seguente, digeriti perfettamente i gamberi, e senza esserci fatta mancare una ricca colazione, accompagnamo Markus al mercato a comprare le galline, due povere magre galline spennacchiate vive. Markus dice che il suo piatto preferito è carne di maiale bella unta e grassa coi fagioli neri ma anche la gallina è gostosa, bene oggi a pranzo ci sarà gallina almeno non è cotica di maiale! Comunque io informo Markus che mangerò formaggio perchè a parte il pesce non mangio carne e Markus ma che dici la gallina non è carne, è pollo! Io ribadisco che in ogni modo io non mangio neppure pollo. Markus sta meditando la vendetta per i gamberi sbaffati via! E così io mangio formaggio mentre i miei compagni mangiano le due povere galline spelacchiate uccise e cucinate da Markus, l’argentina dice ah que rico ma come l’hai preparato? Bhè le ho uccise e ne ho scolato il sangue e le ho cotte piano piano nel loro stesso sangue, gostoso neh? io ho visto impallidire i miei compagni e quando Markus ha chiesto gentilmente se ne volevano ancora loro hanno risposto di no! Markus è stato un ospite perfetto, alla nostra partenza (con la lauta mancia di 10 euro per la cena e tutto il resto!) ci accompagna pure in auto alla stazione degli autobus, torniamo a Natal direttamente in aereoporto per il volo del pomeriggio per l’Italia. In questa occasione l’autobus a circa un ‘ora da Natal e tre ore dalla partenza del volo si blocca in mezzo alla statale per un guasto,( panico, questo imprevisto non ci voleva), tutti i passeggeri e i loro bagagli sono invitati a scendere e aspettare un autobus di ricambio che in meno di mezz’ora ci viene a prendere e ci conduce in orario all’aereoporto. (i nostri amici argentini li riincontreremo qualche anno dopo in un altra vacanza nello stato di Rio, appena scesi dal traghetto sull’isola di Ilha Grande, ci sentiremo chiamare oi Lucas i Antonela ed erano Carolina e Ezechiele, increible!)

il mio vicolo cieco, dispersa in Brasile.

non so come ci sono finita ma ci sono finita, l’auto si è fermata e non c’è verso di farla ripartire, forse dovrei restare ferma, che so accendere un fuoco e attendere i soccorsi. ma mi decido a lasciare l’auto e attraversare il prato, un pezzo di campagna, la foresta, un rio, un ponte, ma appena partita mi accorgo di non avere né le scarpe adatte né l’abito adatto, ai piedi ho le havaianas, le famose ciabatte infradito brasiliane,  gli stivali di gomma li ho dimenticati in auto, troppo tardi… sotto ogni pietra sopra ogni albero può esserci un cobra in agguato…

il ponte sulle mangrovie è malmesso, le assi sconnesse e rotte in qualche punto, procedo adagio insicura e un poco impaurita, due briganti mi sono rapidamente alle spalle e mi intimano la borsa, gliela lascio e mi lasciano andare, poco più avanti incontro due persone distinte, sono professori, e mi dicono ” sei confusa, che cosa cerchi?” e io “cerco la mia strada” e loro “allora ti servono questi fogli e anche questi, fai una firma qui”, a fatica riesco a liberarmene.

Oh Mio DIO, io ho perso la mia fede, come vorrei tornare indietro alla mia vita di prima, non aver comprato l’auto, non essere finita in un vicolo cieco e poi in mezzo al prato, alla campagna, alla foresta e sul ponte, ora darei tutto ciò che possiedo per ritornare indietro e riavere la fede in TE.

Ma in qualche modo riesco a raggiungere la strada, passa un onibus, si ferma e mi accoglie, mi stendo sul sedile semileito e il viaggio è lungo nella notte, poche luci dei villaggi attraversati, paesaggi sconosciuti che non distinguo ma che avverto come stranieri e solitari nella notte scura e misteriosa, percepisco sogni irraggiungibili meravigliosi onirici notturni emozionanti, l’onibus non va né troppo forte né troppo piano, la pista in qualche punto  è accidentata, ma il rullio mi culla ed io riesco quasi a dormire e a non pensare più a nulla. Sto solo andando, sto solo viaggiando, sono in mezzo, non so dove, tra un punto e l’altro, dove non so, dispersa in Brasile.

Qualche volta ci si ferma in un autoposto ai margini della foresta atlantica, una tv parla di un delitto per pochi soldi e noi sconosciuti viaggiatori ci stringiamo attoniti mentre la morte è sullo schermo e noi viaggiando potremmo quasi eluderla.

Ad un posto di blocco della polizia sale sull’onibus una specie di Rambo con una rivoltella in pugno, è chiaro che è pronto ad usarla, ma per fortuna la persona che sta cercando non viaggia insieme a noi, ed io penso cosa sarebbe successo se avesse sparato, a cosa mi sarebbe servito il passaporto italiano cucito nelle mutande?

Dopo 800 km si giunge in una grande stazione, è affollatissima e tutti aspettano un onibus e tutti aspettano qualcosa o qualcuno ed io non so che fare, vorrei solo andare ancora per un po’ su un altro onibus, tutti mi sfiorano e mi parlano oppure nessuno mi guarda ed è come se io fossi trasparente ed io guardo e osservo senza toccare niente.

Poi qualche bimbo curioso mi si avvicina e mi sorride e anche qualche anziana mi sorride benevola, scambio poche parole umane, ed io sono qui in transito e non so che fare. Vorrei solo viaggiare altri 800 km nella notte e nell’onibus che mi culla e intorno oscurità e sentire un paese che pulsa e brulica vive ama gioisce e soffre e sentire me stessa sperduta in questo immenso paese, sentire me persa nel sonno e nel viaggio senza pensieri, puro movimento.

Ma poi c’è un’altra stazione e devo scendere e uscire all’esterno della stazione a sentire il sole e l’aria sulla mia pelle, mi accorgo che ho ancora ai piedi le mie havaianas e forse sarà un altro vicolo cieco.

(questo racconto è tratto da un’esperienza di viaggio, vuole rappresentare uno stato d’animo di smarrimento e di confusione, in esso è celato anche il nome di un amico/a perduto/a)