Felicità… non ti inseguo più…

Ecco che c’è … che mi sono stancata, che non ti voglio più, Felicità non ti inseguo e provaci tu ad inseguirmi che scappo io…. Felicità falsa e ingannevole e soporifera come una pastiglia di valeriana non ti voglio più…. Meglio soffrire, disperarsi, piangere, avere rabbia, sentirsi la pioggia addosso… ma essere vivi!

Ben detto Paola !!!!

https://paroledipolvereblog.wordpress.com/2018/02/01/posso-sapere-chi-cavolo-ha-deciso-che-bisogna-sempre-inseguire-la-felicita/

Finalmente qualcuno che lo dice a chiare lettere:

Felicità vai via!

E basta con sta felicità finta, per cortesia. Stai calmo e sii felice, sorridi e sii felice, sii grato alla tua vita e sii felice, la felicità non ha effetti collaterali……….davvero per cortesia.

cerco vita vera gente vera che sappia cosa sia il prezzo da pagare quando di felicità non ce n’è (Paola)

Giusto Paola!

Perché quando soffri, quando piangi, ti rotoli nel fango o ti hanno fatto rotolare sei vero! Ho bisogno di gente che vomita, di gente che piange, di gente che ti sputa in un occhio, di gente che non abbassa lo sguardo, di gente che si strappa il cuore e le viscere, di gente che spacca i tavoli… ma gente viva….

Non di morti che camminano che non sanno neppure che sono morti….

domani ultimo giorno in quel mortorio!

ultimamente di colore in un posto che era nato per essere il regno del colore non ce ne era per niente, dal grigio si è passati ad un bianco sporco, incolore, uniforme e assorbente….

Ma gli zombie non mi prenderanno…

Domani ultimo giorno di lavoro… io ne uscirò forse triste, forse sconfitta, forse rabbiosa,  ma viva!

 

 

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Solo poco più in là

La libertà è solo un passo più in là… dietro a quelle sbarre, dietro a quel cancello, oltre alla nostra mente…

(Due giorni alla fine di 30 anni di lavoro…)

Fine del lavoro

Inizia domani la mia ultima settimana di lavoro dopo 30 anni di lavoro in Extracolor… Tante volte ho pensato che sarei stata felice della fine di questo lavoro. Tante volte ne ho desiderato la fine. Invece ora che il momento è arrivato, la realtà è ben diversa… finisce una parte lunga della mia vita e a luglio compierò 50 anni e non riesco a non pensare che una gran parte della mia vita è finita e non tornerà e non so venerdì starò meglio senza extracolor. E’ la fine delle cose e tempo di bilancio per me, non troppo positivo. Non so come sarà dopo. So solo quello che ho perso e che non tornerà. So ciò a cui ho rinunciato e non potrò più avere. So che indietro non si torna e che ho un’età in cui le scelte della vita sono già state fatte e non si possono più fare. Non so come sarà il mio domani. E non penso solo al lavoro ma a tutta la mia vita.

Tempo di bilanci…

Speriamo di ritrovare la serenità

Maschere e … una mascherina :)

C’è sempre una prima volta!

Non ero mai stata a Venezia per il Carnevale!

E non avevo mai indossato una mascherina…

lunedì 27 febbraio 2017, Venezia

(da ieri sono in contratto di solidarietà, ciò significa che sarei stata tra i 15 licenziati nell’azienda in cui lavoro da molti anni, ho deciso di reagire e di non abbattermi e così ieri ho fatto una delle tante cose che in vita mia non ho mai fatto, andare al Carnevale di Venezia,  e mi sono molto divertita e rilassata, è stata una giornata spensierata e felice)

Tutto quello che può essere raccontato finisce?

TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO FINISCE?

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Quando stampavo i negativi e facevo ingrandimenti stavo nel mio camerino o meglio uno sgabuzzino scuro da sola e non avevo alcun contatto con i miei colleghi, così ascoltavo la radio, specialmente radio rai1 e radio rai3 mi tenevano molta compagnia, niente musica solo trasmissioni o d’attualità o di letteratura, adoravo anche la trave nell’occhio di Fiammetta  e Fabio.

 Le voci della radio hanno su di me una grande suggestione, mi piacevano molto anche i radiodrammi o le letture ad alta voce o in genere ascoltare le storie o i racconti di vita delle Persone,  spesso registravo le puntate per non perderle o per riascoltarle.

Per tantissimi anni di solitudine nel mio camerino la radio fu il mio unico contatto con il mondo, le voci della radio mi tenevano compagnia, mi facevano pensare, mi facevano volare via con la mente mentre gli occhi filtravano i negativi, mi facevano sognare, mi facevano evadere da quelle strette pareti nere della mia anima.

Penso anche che la fotografia sia un modo come un altro per raccontare una storia o rivivere un’emozione, mi piaceva far scaturire i colori dai negativi. 

Aggiungo che proprio in quegli anni mi ero appassionata alla raccolta di sabbie marine e fluviali, catalogate una per una e raccolte in provette di vetro e a volte  scambiate tra collezionisti.

Questa storia è dell’ 8 settembre 2003, racconta di ricordi di vita e di sabbia, si tratta dell’ intervista di Gianluca Favetto a Vittorio Marchis.

domanda:

“Qual è la sabbia delle parole, delle emozioni, dei ricordi?”

risposta:

“Questa storia inizia da lontano quando ero giovane e senza soldi. Mi piacevano i libri perché credevo che essi contenessero tutte le storie dell’uomo della vita e del mondo; ma i libri più belli erano anche i più costosi e così non li compravo. Mi recavo ai mercatini dei libri e alla fine quando sgomberavano io raccoglievo da terra dei foglietti strappati dei frammenti di frasi di poesia e letteratura. In questo modo iniziai una strana raccolta di frammenti di vita, perché ANCHE IN UNA FRASE INCOMPLETA PUO’ ESSERCI IL TUTTO.

Più tardi, quando ne ebbi la possibilità, iniziai a viaggiare e scoprii che la scrittura non poteva contenere tutto quanto perché in fondo anch’essa finiva. Ebbi l’illuminazione che alla fine di tutto ogni cosa torna ad essere niente altro che polvere, sia uomo che montagna, e così ebbi l’idea di prendere le sabbie più disparate possibile e di mescolarle assieme come in questa provetta di vetro che rigiro tra le mani. Tutte le volte che mi ritrovo di fronte ad una piccola arena, l’arena di Roma come quella del porticciolo di Alassio, io raccolgo un pezzettino di sabbia e la mescolo con tutte le altre che ho trovato ed ecco la mia provetta.”

Domanda:

“E questo è raccogliere pezzi del mondo, ma senti, in una battuta:

TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO FINISCE?

risposta:

“TUTTO QUELLO CHE PUO’ ESSERE RACCONTATO LASCIA UNA TRACCIA, come la polvere e la sabbia”

e quale traccia lasceremo noi?

un figlio un fiore un giardino una stella?

quali tracce del nostro Amore?

 Petroglifi da decifrare?

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in onore dell’amico Geco G.

 

(foto da pixabay)

Scene d’ordinaria allegria natalizia.

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I colleghi e i capi festeggiano il natale, una finta grassa triste allegria, un brindisi al lavoro che è stato buono, un brindisi alla prossima cassa integrazione, chi pensa allo straordinario, chi al licenziamento, chi al fatturato alle stelle, gli occhi lucenti e le guance paonazze, c’è chi sfoggia assurde orecchie da renna, chi berretti con lucette rosse, mentre dall’altoparlante impazza uno sfrenato jingle bells tra improbabili foto di gruppo e improvvisati trenini d’ipocrisia…

(foto di BarbaraAlane da pixabay)

Obbrobrioso

Leggo dal dizionario :

obbrobrioso, agg

che è causa di disonore, infamia o vergogna; iperb. Orribile offensivo del buon gusto e del senso estetico

sinonimo disonorevole, infame, turpe

oggi  è stato usato questo aggettivo nei confronti di un mio lavoro  da parte di alcuni colleghi:

“Questo lavoro è proprio obbrobrioso, abbiamo verificato al computer e il file è perfettamente centrato, mentre il tuo lavoro è obbrobrioso, vedi di eseguirlo in modo perfetto.”

Il problema era la centratura di due bordi bianchi in una copertina di un libro fotografico.

Il mio lavoro consiste nella realizzazione semi manuale della copertina, uso una macchina che non è un computer, è un lavoro di manualità, e quando si passa dalla perfezione di un file all’esecuzione pratica le cose cambiano…

Prima di rispondere ho preso due pastiglie di valeriana per mantenere la calma, poi ho verificato se avevo effettivamente sbagliato, ma righello alla mano la copertina era centrata, i centimetri non hanno nulla di obbrobrioso (in nessun senso!), quindi sono andata dal mio capo-reparto a  chiedere dove era l’obbrobio, egli ha giudicato che  non vi era.

Io mi chiedo come sia possibile giudicare così pesantemente, con una parola così grave, il lavoro di un collega, c’erano infiniti altri modi per contestare quel lavoro, infiniti altri aggettivi o perifrasi…

Lasciando da parte la mia “suscettibilità”, la mia domanda è questa : perchè le parole non possono essere usate in modo appropriato e con gentilezza?  Perchè si usano le parole con tanta superficialità e altrettanta aggressività?

Che significato date all’aggettivo obbrobrioso? Quando usarlo?

La strana fortuna

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Indubbiamente il lavoro mi ha insegnato tante cose positive ma nel corso degli anni ho avuto anche la strana fortuna di imparare

che l’umiltà non è mai abbastanza,

che essere intelligenti non è richiesto,

che sei solo un numero del bilancio,

che ciò che pensi di valere non è quello per cui sei valutato,

che se una macchina ha un guasto sicuramente hai mentito al tecnico,

che per quanto ti svegli con il sorriso e con le migliore intenzioni c’è sempre qualcuno pronto a spegnerti e a godere delle tue cadute,

che per quanto ce la metti tutta qualcosa andrà male sempre,

la strana fortuna di imparare

che l’arroganza è vincente,

di capire l’ipocrisia perdendo l’innocenza,

la strana fortuna di imparare a difendermi

diventando insensibile.

(Questo è un resoconto puramente personale senza alcun intento accusatorio)

Un muro con papaveri.

Sempre più raramente si avvistano i papaveri nei campi coltivati; spodestati dalle campagne essi hanno traslocato in cerca di maggiore fortuna nelle periferie artigianali e industriali, ecco un esempio.

Un muro di una fabbrica con papaveri, zona artigianale nel forlivese a pochi metri dal termovalorizzatore … eppure questi papaveri sembrano esplodere di vita e di  colore…

Memorie dal sottosuolo fotografico.

Il lavoro di uno stampatore di foto è fatto di solitudine  e  di silenzio in un camerino scuro senza luce nè finestre, in una specie di loculo dove prende colore la vita nei fotogrammi scattate dagli altri. Una stampatore vede tutta la vita in tutte le sue fasi scorrere davanti  ai suoi occhi, nascita battesimo comunioni cresime matrimoni, compleanni, lauree, viaggi, vacanze, morte. E lo stampatore restituisce a questi ricordi una seconda vita, una seconda possibilità di esistere, di non sfocare via, di non estinguersi.

Prima della definitiva morte della stampa analogica io ho lavorato con una macchina stampatrice con sviluppatrice incorporata, mi sentivo io stessa un essere in estinzione, o meglio in rottamazione, e durante quegli ultimi anni resisteva ancora un esemplare di fotografo analogico, che chiamerò con nome di finzione Tac.

Di solito la direzione non fa entrare volentieri i fotografi dentro al laboratorio, a meno che si tratti di una visita guidata, perchè ti fanno perdere tempo e guadagnare poco, ma per lui si faceva uno strappo alla regola. A dire il vero la direzione lo sopportava ma l’accordo c’era e andava rispettato.

E così di primo mattino arrivava un distinto signore, molto simpatico, sui 65 anni, esigente e preciso, ma gentile e io facevo del mio meglio per stampargli delle belle stampe.

Dire belle stampe non è propriamente corretto…. in quanto le sue foto erano un poco strane, diciamo, e non si poteva dire che fossero belle nel senso tradizionale del termine.

Tac è un’artista, è  uno specialista nel documentare e denunciare il degrado ambientale, le rovine industriali, le costruzioni che stanno per crollare, i wc e le docce corrosi dal calcare, i chioschi malinconici della piadina romagnola in inverno, le crepe che si aprono sull’asfalto, le rocce che sembrano animali, il castagno di Dino Campana, le vie e le tapparelle della sua città, le fabbriche di scarpe, il senso del nulla nei supermercati , i peschi estirpati con le radici all’insù, e altre cose molto strane.

Possiamo anche sorvolare sui soggetti da lui prescelti che io di arte non ci capisco niente ma si può azzardare a credere che le sue foto siano perfette con magnifici colori, non che siano i colori a fare bella una foto però i colori devono stare al posto giusto.

Ma questo uomo simpatico e gentile non ha per nulla il senso del colore in senso tradizionale, le sue stampe sono anemiche, la predominante è  blu-verde, Tac detesta i cieli azzurri da cartolina, i suoi cieli sono anemici, scoloriti, candeggiati. Guai a fargli un cielo azzurro… lo vedreste inorridire…

E così arrivava con il suo pacchetto di negativi 6×6 tutti in ordine, catalogati e ordinati in un bel raccoglitore nero e si sedeva accanto a me e filtravamo insieme, poi usciva il lavoro dalla sviluppatrice e ci spostavamo sotto la lampada a visionarlo e a correggerlo.

E lì iniziavano i problemi…. i problemi per me, chiaro…

A me o ad un altro filtratore bastavano pochi secondi per decidere se in una copia vi era un giallo o un blu da correggere, mentre il mio simpatico ometto ci doveva ragionare per lunghi minuti, oh che mal di testa mi faceva veniva, lui mi diceva serio che c’era del porpora da togliere, invece la copia era già verde, io cercavo di dirgli ma guarda che va bene così, ma lui niente, lui sentenziava togli il porpora e niente, neppure se mi mettevo in ginocchio lui avrebbe cambiato la sua idea e mai la sua visione del mondo della fotografia.

Oh santa pazienza!

Ok , io capitolavo, facciamo come vuoi tu, e così tornavamo alla macchina e ricominciavamo da capo, lui mi passava I negativi, io inserivo la filtrazione numerica, e facevo la correzione e poi usciva nuovamente il lavoro e poi di nuovo a visionarlo.

Oh sì I lavori precisi, ma moltissimo precisi a Tac piacevano immensamente, a me invece facevano accrescere il mal di testa…

Secondo voi, ora a correzione avvenuta, le copie potevano essere di suo gradimento ?

No, era un disastro, tutto da rifare una terza volta, e poi una quarta… forse alla quinta iniziavamo ad esserci…

Per 10 copie impiegavamo 3 ore di lavoro quando di solito sono sufficienti 5 minuti, 10 ad esagerare!

Lui prendeva le copie in mano le guardava, le ruotava, sospirava, poi le appoggiava sul tavolo, si allontanava di un passo per osservarle meglio….

Ogni tanto io ci provavo e assumendo il tono più convincente possibile, gli dicevo questa copia è perfetta, lui per un istante pareva crederci,  poi scuoteva la testa, si mordeva le labbra sottili, e infine concludeva che no, non andava, che c’era ancora un 1 terzo di punto di colore da togliere… eh no proprio non mi riusciva di convincerlo…

E lui mi rincuorava dicendo iniziamo ad esserci… era la settima volta che ristampavamo la stessa foto!

Finalmente la copia era perfetta di colore ma d’un tratto esclamava no no no questa linea cade male! La dobbiamo assolutamente rifare…

Voi pensate che la linea fosse storta?

La linea era storta perché lui l’aveva fotografato storta e secondo lui io dovevo metterla a posto e mi diceva così così storza ( forma dialettale del verbo torcere) a destra no a sinistra no aspetta ecco, ora è perfetta!

( Anche io sto perdendo la pazienza…)

Non era uno stampare, con lui era una lotta!

Però Tac era gentile e simpatico!

E mi ha dato anche grandi soddisfazioni! Forse le uniche soddisfazioni che ho avuto dal mio umile lavoro.

Prima di tutto perché mi considerava un’amica e poi nei due suoi libri, a cui io collaborai con la stampa dei negativi originali, Tac mi fece l’onore di citare il mio nome come stampatrice e solo tra parentesi aggiunse il nome del laboratorio.

Per me si trattò di una piccola rivincita nei confronti di quel datore di lavoro che mi aveva detto che come persona valevo zero.

Tac mi diceva : Io nelle mie foto metto la mia verità, io mostro la mia verità, la realtà dei miei occhi…quella che io voglio mostrare.

Va bene, io pensavo, ma di queste foto di wc rotti e con il calcare se ne potrebbe anche fare a meno…

Le sue foto erano di denuncia sul degrado ambientale, una visione cinica e disincantata della realtà. Per esempio le foto delle campagne deturpate dall’estirpazione dei peschi improduttivi, quei peschi capovolti con le radici in su e il legno martoriato dalla sega assumevano una valenza drammatica e quegli erpici solitari bene suggerivano bene l’idea della desolazione in una campagna  fin troppo antropizzata e ora semi abbandonata.

Oppure prediligeva i chioschi della piadina, Tac aveva la passione per le linee che dovevano essere diritte e ben centrate come le righe delle tapparelle.

La sua foto più romantica ? Una foglia caduta in una pozzanghera! Io glielo feci notare e lui mi rispose che avevo ragione ma si trattava a uno scatto giovanile…di quando ancora era un giovane pieno di speranze.

Interessanti le sue foto sul territorio rurale e agricolo, degradato e  antropizzato, foto di desolazione e solitudine, di mezzi agricoli abbondonati in un campo come dimenticati…

Fra le mie memorie dal sottosuolo fotografico Tac è di certo un ricordo gentile.

 

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