La gratitudine va alla Vita

Penso che sia importante ogni giorno di essere grati alla Vita, a questo dono immenso che abbiamo ricevuto. Io non so se potrò restituire questo dono in un qualche modo. Non ho avuto la felicità di poter donare direttamente questo dono, penso ad un figlio, per esempio. Spero di poter assolvere a questo impegno della Vita in qualche altro modo… ma questo è un altro discorso…
Volevo domandarvi come vi sentite quando qualcuno vi ringrazia dell’amicizia o dell’amore che gli state dando? Vi sentite in imbarazzo come lo sono io, o ritenete che sia giusto essere ringraziati?
Io penso che se l’amore e l’amicizia sono davvero incondizionati, essi sono doni che per la loro gratuità non necessitano di gratitudine. Per questo io provo imbarazzo quando ricevo un grazie.
Perché la gratitudine vera va alla Vita. A quel qualcosa che va Oltre noi.
In fondo noi non siamo che polvere di stelle, e come dice un amico, noi non non siamo che polvere di stelle, innamorata….

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La storia di Volpina Blu ora è in formato ebook gratuito

https://www.bookrepublic.it/book/9788826402796-il-viaggio-di-volpina-blu-alla-ricerca-dellamicizia/?tl=1

“Non si diventa la Volpe del Piccolo Principe per caso, e non si nasce così, occorre un lungo percorso, un viaggio, tra incontri ed errori, tra amore e perdono finché forse un giorno si potrà diventare come quella Volpe che mostra al Piccolo Principe cosa è l’amicizia. Questa è una piccola storia di come, secondo me, potrebbero essersi svolto il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia.”

Grazie

Amici del blog, grazie. Siete un rifugio, un riparo, un’oasi di pace e di amicizia incondizionata. Grazie a tutti da Volpinablu-Antonella per i nostri momenti di vera condivisione.

Grazie per l’amicizia sincera

Leggendo i libri di Simone Stabilini

Il tema principale di Giona delle stelle cadenti è l’amicizia tra i due bambini Giona e Mattia. Giona  ha un animo profondamente sensibile, vive solo sulla collina, separato dal paese e un giorno un altro bambino, di nome Mattia, viene a fare la sua conoscenza, tra i due si instaura subito una  fraterna amicizia capace di  superare qualsiasi ostacolo.

Il libro è scritto come fosse una musica, ora dolce, ora vivace, ora incalzante con diversi colpi di scena, si arriva velocemente alla fine del racconto con l’augurio di leggere altre opere di questo delicato autore.

Io ebbi il piacere di leggerlo in anteprima , di ciò sono molto grata al suo autore, Simone Stabilini.

Per una settimana, ogni mattina, al mio risveglio, io trovavo un nuovo capitolo da leggere che Simone mi aveva inviato via mail. Preparavo il the per la colazione e siccome era inverno mi sedevo al caldo accanto alla stufa su una sedia a sdraio. Sola in casa, nel silenzio della campagna ancora avvolta dal crepuscolo, con una tazza fumante di the, mi immergevo nella lettura di Giona ed entravo nel suo mondo incantato, nella sua casa sulla collina, nel suo amato bosco, insieme a lui guardavo le stelle, e partecipavo alle sue avventure.

Lo stesso accadde con il suo secondo libro. Un’altra delicata storia scritta con elegante semplicità, prendendo come punto di vista i pensieri puliti e innocenti di un bambino, costretto suo malgrado a confrontarsi con una realtà dura e difficile.

Dobbiamo andare via: il mondo in dieci giorni è il diario degli ultimi dieci giorni di un bambino che deve lasciare la sua casa, la sua scuola e il suo paese a causa della scelta del padre di collaborare con la giustizia. Molto bella è la figura dell’insegnante Lia che aiuta con dolcezza il piccolo alunno a dire addio a quello che fino a poco tempo prima era il suo mondo sicuro e perfetto.

 

Due racconti preziosi, da amare, e che sono sicura che apprezzerete molto,  per la scrittura brillante ed emozionante di Simone Stabilini e per la naturale bontà dei giovani personaggi nei confronti di un mondo che non sempre è all’altezza delle loro speranze e dei loro sogni.

Per saperne di più su Simone Stabilini e le sue opere:

https://www.bookrepublic.it/books/publishers/simone-stabilini/

http://simonestabilini.com/it/

Grazie!

Giona delle stelle cadenti di Simone Stabilini

Giona copertina

Giona delle stelle cadenti di Simone Stabilini è un prezioso libretto che parla del valore dell’Amicizia tra due bambini Giona e Mattia, un’amicizia capace di superare qualsiasi ostacolo.

Giona è un bambino di dieci anni, che vive da solo in una casa di legno sulla collina, dimenticato da tutti tranne che da Mattia, un altro bambino che tutte le sere lo osserva contare le stelle da dietro le finestre della sua minuscola casa del villaggio, assieme alla sua mamma. Una sera Mattia chiederà alla madre di potere andare a conoscere Giona, e scoprirà così di essere più vicino a lui di quanto mai potesse immaginare.

Un’ amicizia fuori dagli schemi, due bambini molto particolari, un’avventura per fuggire da un villaggio dal cui stesso odio verrà distrutto.

Un racconto da leggere con gentilezza, perché Giona e Mattia sono profondamente buoni, e perché l’autore vi è profondamente affezionato.

Puoi leggere un estratto del libro qui:

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e, se vuoi, acquistare l’ebook a 2.99Euro su:

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e su molte altre piattaforme nel mondo

(cerca Giona delle stelle cadenti Simone Stabilini su google)

Grazie!

 

Grazie di cuore, cari amici virtuali

Cari amici virtuali,

grazie per avermi tenuto buona compagnia,

grazie per avermi mostrato amicizia,

grazie per i commenti stupendi che mi regalate.

GRAZIE DI CUORE

Sono stanca.

Credevo che la vita fosse un impegno a dare e qualche volta a ricevere. Soprattutto a dare.

Ma non è così, le esperienze e le delusioni passate mi stanno insegnando che la vita è tutta una perdita, è tutto un lasciare andare…

Sono stanca di scrivere le mie poesie e sono stanca di piangere da sola dietro lo schermo del pc o dietro a un cellulare quando ricevo i vostri graditi e amabilissimi commenti.

Sono stanca del mio dolore.

Ecco io lascio andare.

Lasciar andare sembra essere la vera finalità della nostra vita, io credevo fosse impegnarsi, fosse provarci a dire per sempre, per sempre a un amore, per sempre a un figlio, a un fratello, a un nipote, a un genitore, a un amico. Ho imparato dolorosamente che la Vita è perdita.

lascio andare il lavoro dal quale sarò licenziata

lascio andare l’amore che se ne è andato

lascio andare l’amore invisibile e sprecato

lascio andare il figlio che non è voluto restare

lascio andare il figlio immaginario

lascio andare il mio dolore

lascio andare le mie poesie

lascio andare i miei pensieri

lascio andare le mie notti insonni

lascio andare la mia scrittura

lascio andare me stessa

lascio andare alla deriva e alla sua naturale fine anche il blog, fine che avverrà tra un anno, circa. Lo so c’è ancora tempo, ma preferisco essere onesta con voi e spiegare ciò che avverrà, così siete preparati.

Lo spazio gratuito che WP mi ha reso disponibile gratuitamente si sta esaurendo, tutti i prossimi articoli sono programmati, fino all’esaurimento totale dello spazio, non ci sarà un ioinviaggio2, per cui arriverà un giorno che questo blog finirà come tutti i fatti della vita. Non so ancora se disabiliterò i commenti, per onestà vi informo di questa mia decisione, penso di continuare comunque a seguirvi se sarà vostro desiderio.

Io credevo molto nell’amicizia. Molto.

L’ho molto desiderata, cercata.

Per me l’amicizia è l’immagine di me e una mia amica, a 16 anni, a stare insieme a parlare di tutto o di niente, oppure rimanere in silenzio oppure ridere per un nulla, oppure piangere o trascorrere interi pomeriggi insieme.

Lo so che la vita è tutta diversa.

Ma io vorrei un’amicizia che non sia virtuale, vorrei un amico da guardare in viso con cui sorridere o piangere e magari scambiarci un abbraccio, ma non virtuale che alla fine io piango o rido dietro i tasti di un cellulare o dietro lo schermo di un pc … e così vorrei un figlio vero da accarezzare e da guardare e non uno da immaginare o da sognare…

Lascio andare le lacrime, i sorrisi, le speranze, le stelle… tutto

Infine per salutarvi ( vi saluto ora e non alla fine dello spazio del blog) prendo in prestito questi versi da https://danilocristianrunfolo.wordpress.com/2017/05/10/giocare-col-tempo/

solo chi torna ha capito la strada; perché ciò che torna è appena rinato.”

Ciao e GRAZIE di cuore,

sinceramente

Antonella

L’Amicizia è Blu

Aderisco molto volentieri all’invito di Milena di https://milesweetdiary.wordpress.com/  a sostenere la settimana dedicata all’autismo.

Io penso ai miei amici ogni giorno dell’anno.

L’Amicizia è Blu.

Ecco le parole di Milena:

La settimana dal 27 Marzo al 3 Aprile è la settimana dedicata all’autismo la cui giornata mondiale ufficiale è il 2 di Aprile. L’autismo è per me – tra gli altri – un tema molto caro. Il nipote di cui alle volte parlo nei miei articoli, ilmioamoreLorenzo, è un bambino – ora di 13 anni – autistico e non verbale.
Quello che mi piacerebbe vedere in quella settimana è un fiorire di BLU, il colore dell’autismo, non necessariamente come protagonista – un piatto è difficile ma non impossibile – anche solo un semplice elemento decorativo in una foto. L’autismo è una condizione, un modo di essere, sei autistico per tutta la vita. Prima durante e dopo il 2 di Aprile.

L’amicizia al tempo dei 4 anni

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Oggi mio nipote di 4 anni mi ha raccontato che ogni tanto litiga e si arrabbia con il suo migliore amico alla scuola materna.

“ sai, zia, che il mio amico mi perdona sempre?”

“ ma tu cosa gli fai?”

“ qualche volta lo picchio, giocando.”

“ può capitare di sbagliare, però il tuo amico è molto bravo a perdonarti… per te cosa è l’amicizia?”

“ l’amicizia è quando un amico ti perdona, sempre, anche se sbagli.”

Il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia

Il Viaggio

di Volpina Blu

alla ricerca dell’amicizia

Dedicato alla Volpe del Piccolo Principe e alla Volpina Blu che è dentro ognuno di noi

Premessa:

Non si diventa la Volpe del Piccolo Principe per caso, e non si nasce così, occorre un lungo percorso, un viaggio, tra incontri ed errori, tra amore e perdono finché forse un giorno si potrà diventare come quella Volpe che mostra al Piccolo Principe cosa è l’amicizia. Questa è una piccola storia di come, secondo me, potrebbero essersi svolto il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia.

Volpina Blu decide di lasciare il villaggio e di partire.

Nella grande pianura veniva una volpina, piccola e magra.

Camminava rapida scartando di lato le pietre e i cespugli spinosi.

Ogni tanto sollevava appena il musetto al cielo e parlava alla luna senza guardarla direttamente.

Ma davvero Volpina era blu?

Si sa che non esistono volpi di colore blu…

Volpina aveva alle estremità delle zampe due calzini blu.

Quasi tutti notavano in lui quel difetto, ma non credo si possa chiamare difetto ciò che in effetti è una particolarità o meglio un carattere distintivo, quelle zampette blu erano uniche e la rendevano diversa da tutte le altre volpi.

Aveva un sorriso simpatico e al collo portava una fettuccia di raso blu.

Volpina camminava nella pianura.

Era sola e la luna pure era sola.

Due solitudini si guardavano, la luna, lassù, maestosa, splendeva sola nella sua grandezza, e la volpe tanto piccola magra e sola…

Volpina pensava tu sei tanto lontana da me ma mi sembri così vicina… sei irraggiungibile per una Volpina come me eppure mi accompagni sempre, grazie amica Luna.

Volpina Blu, in verità il suo nome completo era Volpina dai calzini blu, si era messa in cammino già dall’imbrunire del giorno precedente.

A chi l’avesse incontrata avrebbe dato l’impressione che si trattasse di una volpe che sapeva il fatto suo per quanto camminava lesto e sicuro

Ogni tanto, Volpina si fermava per darsi una grattata ala schiena ossuta e per far riposare un attimo i piedini doloranti.

Quanta strada avevano macinato quelle zampette…

Era una volpina in fuga…

Nessuno la voleva, nessuno l’amava…

Eppure quanto aveva desiderato e quanto desiderava avere amici nella gran tana delle volpi.

Ma le giovani volpi, i suoi compagni, spesso l’ avevano derisa per quelle sue strane zampette blu perché spesso la diversità viene vista come una cosa spaventosa invece Volpina aveva un animo buono e gentile. Voleva soltanto essere accettato ed amato da tutti.

Non si capiva come mai Volpina fosse nato con le zampette blu…

Sua madre, Teresa, aveva pianto a lungo e aveva provato ogni tipo di prodotto e di solvente per smacchiarle e farle tornare rosse, aveva persino portato Volpina a far benedire nella chiesetta dove si era sposata, credendo in un maleficio.

Niente, le zampette erano rimaste blu.

Volpina blu non comprendeva la preoccupazione della madre che sperava lui diventasse uguale alle altri volpi temendo che essi l’avrebbero deriso ed escluso dal gruppo. Per questo Teresa ripeteva sempre a Volpina che era orgogliosa di lui e che lui doveva essere fiero di sé. A Volpina blu non dispiacevano le proprie zampette ma presto dovette convenire che sua madre aveva ragione. Quelle sue zampette iniziarono ben presto a dargli dei problemi, iniziarono gli scherzi e le prese in giro dei compagni e Volpina incominciò a soffrire e a rattristarsi.

Quanto avrebbe voluto avere quel bel pelo fulvo dei suoi compagni…

Tante volte le giovani volpi e anche alcune adulte lo avevano additato come un diverso, del resto Volpina non aveva mai saputo come fare per accattivarsi le simpatie del gruppo; anzi quasi ogni giorno c’erano dissidi e litigi con i compagni e spesso anche gli adulti le ringhiavano contro dei rimproveri.

E così un giorno, Volpina Blu era fuggito via, con il desiderio di conoscere il mondo e di incontrare nuove volpi, diverse da quelle che vivevano alla gran tana, magari avrebbe voluto incontrare un’altra volpina che gli assomigliasse, che avesse le zampette blu o anche di un qualsiasi altro colore. Soprattutto desiderava tanto trovare un amico, qualcuno che l’ accettasse così come era, qualcuno con cui non dovesse fingere di essere diverso da come era.

Tante volte Volpina si era rotolato nell’argilla e nella sabbia cercando di camuffare quel colore blu o si era macchiato con le bacche del sambuco ma inutilmente. Aveva provato di tutto ma proprio non era mai riuscito ad avere un vero amico.

Come si fa ad avere un amico? O meglio come si crea un’amicizia?

Non lo sapeva ma era disposto ad imparare le segrete e invisibili regole dell’amicizia. Lontano dalla gran tana, Volpina era sicuro che avrebbe conquistato il mondo e che il mondo l’avrebbe amato.

Volpina Blu era uno spirito incredibilmente libero. Ed era dolce buono e sensibile, anche se spesso appariva scostante e irascibile. Purtroppo spesso non sapeva dominare l’angoscia e la rabbia.

Ogni volta che aveva uno scontro con un compagno Volpina scappava via e andava a nascondersi nelle tane abbandonate nel vecchio uliveto, dove nessuno scendeva per il pericolo delle frane; là nascosto da tutti, piano piano si calmava rincorrendo per gioco uno scoiattolino oppure inseguendo il volo di una farfalla, tra i fiori selvatici ritrovava la quiete.

Quando, la sera, faceva infine ritorno a casa al villaggio, le altri volpi gli voltavano la schiena e lo ignoravano.

Così accadeva che Volpina Blu sparisse di nuovo e andasse a piangere senza farsi vedere nei pressi della saggia quercia.

Un giorno, dopo aver a lungo pensato, Volpina Blu prese la risoluzione di partire.

Si mise in cammino in una notte senza luna.

Non sarebbe mai più tornato al villaggio, e quelle giovani volpi che non l’accettavano e che la deridevano si sarebbero amaramente pentite di non averlo voluto. oh sì! …

Sentiva che un grande destino lo stava aspettando se solo ne avesse avuto il coraggio, sentiva che avrebbe di certo realizzato qualcosa di importante per il mondo, anche se ancora non sapeva né cosa, né come, né quando. Al momento gli parve che la decisione di partire fosse la scelta migliore.

Camminando si pensa meglio e chissà che via facendo non avrebbe trovato quello che cercava…

Volpina Blu in viaggio

E così Volpina era partito alla ricerca del senso profondo della sua esistenza, ma soprattutto di qualcuno che le volesse bene e a cui volere bene, di un Amico vero, di qualcuno che rispettasse la sua libertà di essere quello che era, senza voler cambiare colore alle sue zampe.

Nel cuore e nella mente Volpina aveva tanti pensieri buoni e belli, sentiva che poteva dare tanto amore al mondo se solo qualcuno l’avesse voluto.

Desiderava visitare il mondo, finora aveva conosciuto soltanto la Gran Tana, il suo villaggio al riparo tra gli antichi ulivi.

Come era il mondo al di fuori?

Da un lato lo attraeva, dall’altro lo spaventava.

Talvolta il mondo gli appariva come il riccio di una castagna, all’esterno le spine e all’interno la polpa dolce e che gli infarinava la bocca… ogni volta si pungeva per aprire il riccio ma poi si gustava il buon sapore della castagna… ecco così era il mondo…come il riccio di una castagna…

Il mondo era così difficile da capire …

Volpina conosceva la favola della volpe e l’uva e aveva capito che nella vita bisogna avere il coraggio di osare e di trovare la propria strada in mezzo a tante senza nascondersi dietro la scusa che l’uva non è matura. A Volpina l’uva non piaceva neppure e quindi non vi era problema.

Tante volte si era domandato come mai il mondo fosse in guerra, perché gli esseri umani sprecassero così tanto tempo a fabbricare armi di distruzione e di offesa invece che costruire ponti o inventare strumenti di pace?

Volpina aveva un cuore molto sensibile, piangeva per ore a volte, ma poi gli bastava guardare la sua amata luna per ritrovare la quiete.

Nelle notti senza luna camminava spedito senza sentire la fatica, invece, nelle notti di luna piena una specie di sconosciuta tenerezza lo invadeva.

Si ricordava quando da piccolo guardava i pulcini e ne aveva desiderava l’amicizia. L’amicizia, allora, gli era sembrava una cosa fatta di morbide piume e di infinita dolcezza.

Però succedeva che non appena i pulcini si accorgevano di lui, iniziavano a pigolare forte

e la chioccia accorreva e lo cacciava via…

Come si sentiva mortificato Volpina sebbene sapesse che ciò era una conseguenza del comportamento crudele di alcune volpi che si cibavano dei pulcini…

oh come poteva essere il mondo tanto crudele?

Volpina Blu camminava dall’imbrunire, era quasi le tre di notte quando decise di fare una breve sosta, raggomitolandosi nella sua coda e leccando i piedini sfiniti, guardò nella sabbia le sue impronte che lasciavano questi segni curiosi e si chiedeva a cosa assomigliassero… impronta-di-volpina impronta-di-volpina

Cammino facendo, Volpina scopriva il mondo, e annotava su un piccolo quaderno le cose che più lo colpivano, i suoi pensieri e i suoi sogni.

Osservava e apprezzare ogni cosa, anche l’esserino più piccolo, la farfallina, la cimice, il bruchino verde, le ragnatele brinate al mattino, le microscopiche tracce degli insetti sulla polvere del deserto, il profumo secco dello scirocco e quello umido del libeccio, lo sbocciare inaspettato di un fiore, l’odore della notte d’inverno con le stelle tanto vicine che sembrava di poter afferrare con le zampe.

Volpina si sorprendeva di quanta meraviglia e bellezza il mondo contenesse, praticamente inesauribili, per esempio l’ alba era uno spettacolo che si rinnovava quotidianamente e Volpina si commuoveva.

Di notte, tratteneva il fiato per ascoltare il linguaggio segreto degli alberi perché di notte gli alberi stanno svegli e riposano di giorno, ma solo per schiacciare un pisolino. Le foglie nel vento gli sussurravano delicate e gli ricordavano i suoi ulivi e i suoi carrubi alla Gran Tana, cosicché Volpina avvertiva meno la nostalgia di casa. In realtà non c’era molto tempo per provare nostalgia perché quando si è in viaggio si camminare e si deve guardare avanti, passo dopo passo, e non c’è tempo per i ricordi.

Occorreva percorrere la strada, farsi viaggio.

Erano già 1881 giorni che camminava…

Da molti mesi ormai aveva lasciato la sua terra tra le rocce e il mare, dove il clima era mite tutto l’anno, ed era arrivato al deserto.

Volpina Blu incontra il serpentello

Ecco una pianura con praterie desolate, cespugli spinosi, fiori di cardo e cactus e poi ecco di nuovo una foresta di spine che gli ferivano i magri fianchi.

Volpina si sentiva stanco, molto stanco e qualche volta aveva pensato di pregare l’avvoltoio perché lo facesse a pezzi. Poi riprendeva il cammino, solitario e fiero, senza bisogno di nessuno perché mostrarsi fragile era un segno di debolezza, e Volpina non poteva permetterselo.

Sapeva che il suo viaggio sarebbe stato lungo e non poteva abbattersi, doveva farcela, doveva andare avanti anche se era solo una piccola magra volpe dai calzini blu.

Un giorno aveva trovato in terra un paio di occhiali e li aveva indossati, gli pareva che gli attribuissero un aspetto più minaccioso, Decise che li avrebbe sempre portati con sé.

Può bastare un paio di occhiali per tenere a distanza il mondo e per difendersene?

Gli occhiali potevano aiutarlo ad avvistare un serpente e a schivarlo, per esempio.

Gli avevano raccontato che il serpente era un essere molto pericoloso, ma finora non ne aveva ancora incontrato uno. Era curioso di vederne uno e desiderava parlargli. Aveva la sensazione che i serpenti lo evitassero apposta.

Finalmente un giorno catturò un innocuo serpentello giallo. Trattenendolo tra i canini affilati gli disse:

Ti risparmierò se risponderai alla mia domanda perché tutti scappano da me e non mi vogliono?”

Tu stai nel tuo mondo e rifiuti gli altri.”

Volpina si innervosì e rispose seccato:

Io non ho bisogno di te e ora vattene all’inferno e riposa in pace, gentile serpentello.”

Il serpentello rotolò morto tra le spine di una rosa canina.

Volpina si allontanò ringhiando, il pelo arruffato, poi scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Inutili lacrime di pentimento…

Volpina non era cattivo, soltanto voleva sapere perché nessuno voleva stare insieme a lui, pure il serpente lo aveva respinto.

Era vero che lui non aveva bisogno di alcuno… ma ora si sentiva profondamente triste per la morte del serpentello.

Oh se esisteva un Dio delle Volpi, Volpina lo avrebbe pregato perché il serpentello fosse ancora vivo…

Quanto era triste e affranto! Volpina non sapeva davvero se c’era un Dio delle Volpi, eppure a suo modo egli pregava qualche volta…

Volpina Blu e la signora istrice

Di notte le stelle erano troppe e gli dolevano gli occhi, anche per questo teneva sempre gli occhiali, di giorno i suoi occhi si affaticavano molto per dovere stare attento alle pietre aguzze e alle spine che gli ferivano le zampe sensibili.

Forse le sue zampe erano così delicate proprio per il fatto che erano blu. Chissà…

Volpina si perdeva nella contemplazione le stelle, sapeva a memoria la mappa del cielo e tutti i nomi delle costellazioni e pensava che l’universo, lassù, era abitato e che magari in quel momento forse c’era qualcuno che pensava a lui.

Volpina lo sperava tanto!

Una notte, d’un tratto, mentre camminava distratto, inciampò in un istrice.

Ahi, disse Volpina, perché mi hai punto? E chi sei?”

Veramente sei tu che non mi hai visto e mi sei venuto addosso, maleducata di una volpe…”

Non penso proprio… tu mi hai punto, ma chi sei?”

Sono un istrice. Anzi una signora istrice.”

E perché mai hai tutte quelle spine e perché mai mi hai punto?”

Non l’ho fatto apposta, ci siamo scontrati per sbaglio ed io per autodifesa ho lanciato le mie spine, ma non è colpa mia, e poi non si chiamano spine, sai, la natura mi ha fornito di aculei…”

Però mi hai fatto male… sai essere così pungente!”

Scusami, non volevo, ma se tu ti avvicini piano a me, senza spaventarmi, vedrai che i miei aculei non pungono, sono solo un poco ruvidi…”

Ah ho capito… sei come il riccio della castagna?”

Quasi… se mi abbracci non aver paura… farò in modo che i miei aculei non ti pungano”

No. Non voglio!” gridò Volpina saltellando dal dolore, un aculeo era ancora conficcato in una caviglia.

Allora se tu non ti fidi degli altri, tu non sai cosa vuol dire voler bene.”

Volpina a queste parole fu molto mortificato.

Perché dici così?”

Perché è vero… ma un giorno imparerai… strada facendo, ciao. Io ora devo andare.”

L’istrice scappò via sorridendo, stava scherzando ma Volpina non lo capì e mostrò furioso i denti e lo rincorse ma il dolore alla caviglia si fece più intenso e così dovette fermarsi. Piano piano sbollì la rabbia che sentiva dentro. Si sedette tra l’erba con i ciuffi di menta che gli solleticavano le fini narici.

Un leprotto gli passò accanto di corsa, ignorando il suo pianto.

Improvvisamente Volpina si sentì ancora più solo. Solissimo.

Tante volte Volpina era stata tenero con i leprotti, li aveva protetti dalle altre volpi, ringhiando loro contro, e poi li aveva aiutati a nascondersi nel passaggio tra i capperi e i lentischi che solo lui conosceva. Le altre volpi lo deridevano di questa sua tenerezza per i leprotti e gli dicevano che era uno stupido.

Al chiarore della luna Volpina si specchiò in una pozzanghera, si vede brutto, il pelo spettinato opaco e il blu non era più tanto brillante, era quasi diventato nero, Volpina avrebbe voluto farsi un bel bagno nel torrente vicino al suo villaggio, dove amava andare a giocare, tentando di acchiappare quei piccoli arcobaleni che si formavano con le goccioline delle cascate oppure tentando di prendere qualche pesciolino.

Volpina era in pace quando lasciava fuori il giudizio delle altre Volpi o della signora istrice che aveva appena incontrato, come potevano giudicarlo senza conoscerlo per davvero?

Perché la signora istrice l’ aveva punto?

Era vero che era stata colpa sua che sbadatamente le era andato addosso.

Volpina rifletteva che quando se ne stava da solo tutto filava liscio e lui era tranquillo… quanta fatica faceva invece a rapportarsi con gli altri, a spiegarsi e a comprendersi e poi andava a finire, spesso, che con le volpi non ci si capiva mai, si litigava e non si voleva fare la pace.

Che gli importava degli altri?

Volpina stava benissimo da solo, aveva avuto ragione il serpentello, però allo stesso tempo, desiderava trovare un vero amico.

Il cuore di Volpina era come un campo su cui ha appena nevicato, puro, senza impronte ,vi regnavano amore e meraviglia per il creato, a parte quei momenti di rabbia in cui non riusciva a controllarsi e durante i quali diceva e faceva cose di cui poi si pentiva. Non sapeva dominarsi e le sue emozioni erano sempre troppo grandi e forti, le sue reazioni spropositate, poi magari si rammaricava ma ormai quello che era stato detto o fatto, era stato detto o fatto e non vi trovava un rimedio.

Volpina Blu e il topolino

Un giorno, sul sentiero incontrò un topolino, che lo salutò :

Ehi, ciao! Sai per caso dove si va per di là, possiamo fare un poco di strada insieme?”

Ma tu dove stai andando?”

Io ero insieme ad una carovana di beduini, stavano andando ad un mercato ma credo di essermi perduto… e tu dove vai?”

Vado a cercare un amico, disse Volpina blu, dove lo posso trovare?”

Io non lo so, dovevo incontrare alcuni amici al mercato ma a quest’ora mi sa che sono già partiti, senti potremmo camminare insieme, almeno per un pezzetto di strada. Se vuoi.”

Tu dici? Accompagneresti una volpina come me dalle zampette blu?”

Hai le zampette blu, che simpatico che sei, ma sai che io avevo un amico ghiro con le orecchie blu, davvero erano blu, mai visto orecchie tanto belle! Ma anche le tue zampe sono stupende!”

???Tu dici!!! Mi imbarazzi così…”

Facciamo un patto, mentre cammineremo insieme promettiamo che saremo sempre sinceri l’un con l’altro e che ci diremo sempre la verità.”

Va bene, accetto, sei gentile, Topolino.”

Senti, io resterò con te per il tempo che tu riterrai necessario, poi quando tu mi dirai di andare via, io me ne andrò. Vorrà dire che sarà arrivato il tempo per separarci. ”

No, mai succederà ciò, Topolino, se tu sarai sempre così delicato con me come lo sei ora. Io amo la delicatezza. ”

All’inizio camminarono scambiandosi soltanto qualche impressione generale sul tempo.

Ogni tanto Topolino gli faceva un sorriso ma Volpina non aveva alcuna voglia di sorridere, anzi non capiva per quale motivo questo topolino sorridesse sempre.

Poco a poco, camminando insieme, Volpina prese fiducia nel piccolo compagno di viaggio e iniziò a raccontargli qualcosa di sé e a porgli delle domande sui viaggi che Topolino aveva compiuto al seguito delle carovane dei beduini.

E poi arrischiò domande come queste.

Come si fa a diventare amici?

Cosa si prova quando qualcuno ti abbraccia?

Cosa si prova a condividere qualcosa con qualcuno?

Come succede che ci si prende per zampa?

Il topolino si mise d’impegno a rispondere a tutte le domande di Volpina ma mentre parlava si rese conto che erano cose che le parole non riuscivano a spiegare, che erano cose che si sentivano con il cuore oppure no, E che se si sentivano nel cuore, allora avvenivano. Come spiegare a parole la magia di un abbraccio o un bacio? No, non si poteva.

Quando la sera Volpina si raggomitolava per riposare, il topolino si accovacciava timidamente accanto alle sue zampette e così vicini si addormentavano.

Ma una notte Volpina fece un incubo davvero terribile e al risveglio prese a imprecare contro al topolino che non aveva colpa alcuna, e lo cacciò via violentemente.

Vattene via, non voglio più vederti, via vai via Topolino, non tornare mai più…”

Il topolino ci rimase male, era sinceramente affezionato a Volpina e gli voleva molto bene, ma a quelle cattive parole che non meritava sentì un forte dolore al cuore e si sentì gelare.

Provò a calmare l’amico che era fuori di sé per il cattivo sogno.

No no gridava Volpina, Topolino disse non può essere, non puoi fare così con me, io sono tuo amico, io ti ascolto sempre…

Volpina non ci vide più dalla rabbia, raccolse una pietra e la scagliò sul topolino uccidendolo.

Poi, Volpina corse via lontano lontano. Dopo alcune ore, dopo essersi calmato, senza ricordare cosa aveva fatto, tornò indietro sul luogo del delitto, ma il topolino non c’era più.

Volpina era nuovamente disperatamente solo. Aveva trovato un amico e gli aveva fatto del male. Ecco che avevano avuto ragione le altri volpi a non volerlo. Perché lui era cattivo. Volpina era cattivo.

Pianse per settimane, incapace di darsi pace, poi non ebbe più lacrime e riprese il cammino.

Volpina Blu e la pianta

E così giunse in una grande pianura, al centro della quale vi era una sola pianta verde simile ad una salvia con alti steli e corolle di fiori gialli, non era niente di particolare, ma era comunque una pianta in quel deserto.

La piccola volpe trotterellava, era molto piccolo e magro, però era carino con quelle zampette blu, non esistevano altre volpi come lui.

Nella pianura c’erano cactus, cespugli secchi spinosi , pietraie, qualche fiorellino dai toni violetto, formiche, scorpioni, insetti stecchi, lucertole.

Ad ogni passo Volpina Blu si distraeva a guardare queste piccole cose, d’un tratto si trovò vicino alla pianta, l’esaminò, gli sembrò una pianta tranquilla, senza pretese, non aveva spine come le altre ed era verde, Volpina le si avvicinò e a quel punto una foglia della salvia gli fece il solletico.

Volpina, che stava sempre all’erta, balzò rapido all’indietro per osservare meglio la pianta, e constatato nuovamente che si trattava di una semplice pianta verde, si riavvicinò con cautela, poi, siccome era sfinito, si addormentò lì sotto all’ombra della piantina.

Al mattino Volpina si svegliò, qualcosa gli sfiorava le punte delle orecchie, gli steli fioriti ondeggiavano eleganti nel vento. A Volpina parve di udire un suono, una specie di musica delicata, che diceva ti voglio bene.

Era la voce di Topolino che risuonava nel vento, dunque egli era vivo!

Volpina assaporò tutta la dolcezza di quel suono che veniva con la brezza del mattino, come un profumo o un sapore buono, sorrise, seppe che il topolino lo aveva perdonato. Anche lui voleva del Bene al topolino e sperava, pregava che anche lui lo avesse perdonato, oh Dio delle Volpi!

L’amicizia non è un gioco, non è una cosa che si usa e quando non serve si butta via, l’amicizia è un viaggio che ci cambia e implica fiducia e responsabilità l’uno verso l’altro.

Volpina sperò che Topolino tornasse ma quel giorno Topolino non tornò. Topolino aveva compreso che il suo amico doveva fare da solo fino in fondo la sua strada per diventare ciò che già era, senza saperlo.

E Volpina Blu si rimise in cammino… Forse un giorno il suo viaggio l’avrebbe fatto diventare la Volpe del Piccolo Principe….Chissà Voi che dite?

Fine

Epilogo:

Incontrai Volpina Blu, tanto tempo fa, diventammo amici, facemmo un pezzo di strada insieme, poi Volpina dovette partire e proseguire da solo, senza di me, il suo entusiasmante viaggio che si chiama Vita.

Dal momento in cui è partito, io sono diventata Volpina Blu inizialmente per onorare il ricordo di questa amicizia. Poi mi sono resa conto che Volpina blu sono anche io, che Volpina Blu rappresenta il mio sogno puro di amore e di bontà.

Per me, blu è il colore dell’amore incondizionato e dell’infinito, blu è la coperta della luna, trapuntata di stelle, blu è l’amore che si veste di delicata tenerezza.

Questa non è che una storia di Volpina Blu, questa è la Storia raccontata da me.

Favola di Antonella Marinetti

Progettato, stampato, illustrato e rilegato da TheFlowerAndTheStar

theflowerandthestar@gmail.com

 

E’ soltanto vivere…

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Aspettative legittime o illegittime?

Lavorare ed essere solo una contabilità,

Investire affetto in un’amicizia e perderla,

Cercare un senso e non trovarlo,

Desiderare di volare e restare a terra,

Sognare ed essere realisti,

Un abbraccio vero o solo un pensiero.

Di tante emozioni, di tante illusioni

può il cuore paralizzarsi?

È soltanto vivere…

(foto da pixabay di Kalle 2709 )

Tag : i posti che…

viaggi tag

Un tag dedicato al tema dei viaggi, dei luoghi cari, dei posti importanti della nostra vita…

Ringrazio ehipenny di https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2016/03/24/tag-i-posti-che/ per la nomina di molti mesi fa, mi scuso per il ritardo ma la ringrazio ancora per avermi fatto un viaggio nella memoria e nei ricordi.

Le regole:

● Riportare la foto del Tag
● Citare l’ideatore del Tag: Neogrigio di https://unavitanonbasta.wordpress.com/
● Ringraziare il blogger che vi ha nominato
● Rispondere alle domande
● Nominare 10 blog amici, soprattutto chi ama viaggiare, e avvisarli sulla loro bacheca, o comunque sincerarsi che abbiano ricevuto la nomination
● Aggiungere tra i Tag “ I posti che Tag”
● Inoltrare le vostre risposte al creatore del Tag (sempre Neogrigio), nominandolo come undicesimo o inoltrandoglielo per altra via.
E’ importante specificare che per posto non si intende esclusivamente una città, è infatti possibile anche menzionare un monumento, una piazza, una vista, qualsiasi cosa che abbia suscitato un’emozione, e se si è indecisi anche più soggetti per risposta.
Il posto …

1 … che porti nel cuore

la Finlandia, il mio primo viaggio da sola, avevo 19 anni e andavo dalla mia amica di penna finlandese, un viaggio avvolto dai colori del sole di mezzanotte e dalla dolcezza di questa amicizia; la casa dei nonni dove trascorrevo gran parte della mia infanzia con riti e sapori e visi che non ci sono più…; il rumore che faceva la torta allo yogurt di mia nonna Maria nel thè; l’abbraccio dei miei genitori da piccola quando bastava per farmi sentire al sicuro da ogni cosa

2 … più divertente

le feste con gli amici in casa dei miei genitori con mio padre che raccontava storie tanto divertenti che tutti avevano le lacrime agli occhi… sono sicura che se ne ricordano ancora tutti quanti…;

le feste di Carnevale in famiglia con la nonna Maria che si vestiva da araba;

le feste con mio nonno che ci preparava delle sorprese sotto ai piatti;

e altre cose semplici come queste…

3 … più commovente

l’ospedale in cui ho conosciuto per la prima volta mio nipote appena nato… era bellissimo!!! Prenderlo in braccio e ammirarlo per la prima volta: un dono immenso !!!

4 … più deludente
sinceramente il mio posto di lavoro ma non intendo lamentarmi, quando ero giovane ero molto illusa, ora lo sono meno ma non per questo soffro meno… il posto di lavoro non è che in piccolo lo specchio del mondo in cui si vive e pertanto non può che essere deludente

5 … più sorprendente

il Brasile! Un viaggio tra mille colori e contraddizioni, tra un senso semplice e gioioso della vita e un non valore della vita umana, tra la gioia e la disperazione, tra i sorrisi e lacrime, tra la poesia e la natura…;

6 … più gustoso

la cucina di mia madre e i risotti di mio padre, il cibo è amore!
7 … che ti hanno lasciato un ricordo particolare

l’incontro con mio zio e mio cugino Gianmarco e ogni incontro che sia di vera amicizia e di autentica condivisione;

il viaggio insieme a A. de Saint Exupery a conoscere il piccolo principe;

un breve viaggio a Roma per incontrare una Stella;

8 … più romantico
è un segreto !

ma in genere tutti i luoghi in cui si sente l’Anima della natura e la Forza della Vita

9 … che vorresti rivedere
il paesino in cui io e la mia amica del cuore trascorremmo insieme alcuni giorni d’estate  della nostra adolescenza, ma è un luogo a cui non si può più tornare indietro come tanti altri della nostra vita, il paesino c’è ancora e noi siamo ancora ottime amiche ma non siamo più le ragazze di un tempo e ci sembra impossibile che il tempo sia passato così rapidamente…;

un paese che si chiama Amicizia in cui gli amici confidino l’uno nell’altro con sincerità e fiducia;

un paese di parole buone e gentili e di reale accoglienza;

un paese di Sogno e di Amore per la Vita…

10 … dove ti piacerebbe andare

dove mi porta il cuore… in  un mondo in cui gentilezza, pace, rispetto, accoglienza , uguaglianza e Amore trovino ampio spazio, un mondo in cui ogni persona possa essere libera di essere ciò che è, senza maschere, senza corazze, senza  io parto e riparto ancora una volta solo da me, da ioinviaggio.

 

Buon viaggio a tutti, liberi viaggiatori !

 

 

 

 

Quello che io ho imparato dalla Volpe del piccolo Principe.

 

“ Bisogna essere molto pazienti”, rispose la Volpe, “In principio ti siederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino…” A. de Saint Exupery

Ecco quello che io ho imparato dalla Volpe del Piccolo Principe.

Non basta dire voglio un amico per averlo, sembra semplice e forse dovrebbe esserlo ma è una cosa difficile.

Cosa dice la Volpe al Piccolo Principe?

Dice questo (secondo me) : fai piano, un poco alla volta, con pazienza e cura, altrimenti io avrò paura di te, non fare tutto subito, altrimenti io mi spavento.

Rispetta i miei tempi e anche la mia paura e la mia fragilità

Lasciami , senza forzarmi, tutto il tempo di cui ho bisogno, aspettami anche quando sembro fuggire via ma poi mi fermo dietro ad un cespuglio a guardarti con la coda dell’occhio, e non andare via… dammi fiducia e io ne darò a te…

Lasciami il tempo di annusarti e sentirti familiare  perché io possa accoglierti al meglio.

Io ti accolgo, ma sono una Volpe, sono così come sono, accettami come sono, rispettami e amami.

Dammi tenerezza e gentilezza, non forzarmi, aspettami…

e così lo stesso io farò con te…

Semplice?

No, è difficile ma si può fare… “bisogna essere molto pazienti”

Perché  tu sei una Volpe ma lo sono anche io

Siamo diversi e uguali.

Siamo uguali e diversi.

Ma uguali.

e a voi cosa avete  “sentito” dalle parole della Volpe ?

La tua amicizia è come luce nel mio cammino.

ladyhug

Da una lettera per Fausto :

La tua amicizia è come luce nel mio cammino. Questa conoscenza dei poveri che mi ferisce e mi costruisce è luce. Mi conferma che l’amicizia è una tra le più grandi espressioni della presenza di Dio, della sua tenerezza. E sacramento di Lui. Vivo l’amicizia, come un abbraccio. E mi dà gioia. La conosco in me come fonte di unificazione o di crescita serena, equilibrata. Penso ai miei amici come ai «collaboratori della mia gioia» e vorrei essere altrettanto per loro.

Da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia.

Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura. Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

 

 

 

Un amico si riconosce (Vinìcius De Moraes)

L’Amicizia e’ un dono. Un amico non si ammaestra, un amico si riconosce e si ama con il cuore. Phlomis

Amici…

Ho amici che non sanno quanto siano miei amici.

Non percepiscono tutto l’amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.

L’amicizia è un sentimento più nobile dell’amore. L’amicizia fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l’amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.

Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!

Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza…

Alcuni di loro non li cerco, mi basta sapere che esistono. Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita. Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li amo. Essi non mi crederebbero.

Molti di loro, leggendo adesso questa storia, non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici. Ma è delizioso per me sapere e sentire di amarli,  anche se non lo dichiaro e non li cerco.

E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima idea di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché essi anno parte del mondo che ho faticosamente costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.

Se uno di loro morisse io diventerei storto.

Se tutti morissero io crollerei.

E’ per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.

E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere. Essa è forse il frutto del mio egoismo.

A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro. Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere…

Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, mentre vivo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano di esserlo o forse non sapranno mai di essere miei amici.

Un amico non si fa, si riconosce.

(Vinìcius De Moraes)

Iris e Thula, un’amicizia oltre l’autismo

una testimonianza importante

Belle Storie d'Amore e di Amicizia

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112112481-0338f926-e30f-4f7d-9984-9add9856ab94 Un disegno di Iris

Iris ha 4 anni e vive in un mondo fatto di arte, musica e amore. L’arte è quella dei suoi bellissimi dipinti, la musica è quella del violino che suona, l’amore è quello di due genitori attenti che dedicano alla bambina tutte le cure che l’autismo richiede.

L’ultima entrata in casa Halmshaw, in Gran Bretagna, è una gatto di nome Thula, che da qualche mese fa compagnia a Iris. “Con lei – raccontano i genitori –  Iris è migliorata molto: parla di più, è più aperta. Addirittura accetta di vestirsi più facilmente rispetto a prima. La bimba racconta a Thula le storie e le avventure che inventa con i suoi giochi, gioca a nascondino, spiega il procedimento dei suoi dipinti e la gatta, pazientemente, la segue in tutte le attività della sua giornata. La sera, poi, si addormentano insieme”.

FonteFonte

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Una semplice ricchezza. (Paraty, RJ, Brasil , giugno 2008),

Il fascino di Paraty, stato di Rio de Janeiro, è tutto nelle sue pozzanghere, in cui si riflettono le case colorate tutte in fila in stile coloniale e le loro porte verniciate a nuovo , niente scarpe con i tacchi alti non solo a causa delle pozzanghere ma anche per via del pavimento a grosse pietre irregolari, chiamato pe’ de moleque. Le maree dominano la cittadina, porto coloniale ai tempi dell’estrazione dell’oro, la marea sale e inonda la città, assi di legno improvvisano ponti sospesi, il mare entra dentro alla città, dicono che questo era un sistema molto semplice per pulire la città, i rifiuti se li portava via la marea…

Passata la marea restano pozzanghere ovunque in cui la città magicamente si specchia.

Oggi nella piccola stazione rodoviaria di Paraty stiamo aspettando un autobus locale per raggiungere Paraty Mirim a 10 km, vogliamo visitare un’ aldeia india. Sono le 9 ma l’autobus è in ritardo, alla stazione c’è tanta gente diversa da osservare. Io adoro le stazione degli autobus : ci sono i baretti economici, il giornalaio coi titoli dei giornali da leggere, e tanta gente diversa da osservare e da cui farsi osservare, (noi di solito non passiamo inosservati perché gringos e con un seguito di voluminose valigie).

Ma come mai l’autobus è in ritardo? Inizio a spazientirmi, chiedo informazioni al mio vicino, un signore di pelle bianca e con un fisico massiccio, ci racconta che è di origine genovese da parte del nonno che emigrò in Brasile, è un ex nuotatore professionista e ora insegnante di nuoto, e aggiunge ” l’autobus è in ritardo, ma tranquilla tà chegando (sta arrivando)”. Io approfitto per chiedergli informazioni riguardo agli indios che stiamo per andare a visitare, lui risponde così:

“questi indios sono pacifici, gli piacciono i soldi, non lavorano, viaggiano gratis in autobus, vendono collane ed altri piccoli oggetti in legno, cioè non fanno niente.”

Accanto a lui è seduta una signora india anziana, con il viso tutto a grinze, ci sono i suoi nipoti e la figlia e il marito della figlia, che è un ubriacone, si è già avvicinato a noi chiedendoci pochi cent per un caffè, altro che caffè questo vuole prendersi una cachaça!

Un problema diffuso tra gli indios maschi è l’alcolismo, pare che non riescano a digerirlo, ma non diventano violenti, l’alcool li fa cadere a terra in un grave stato di prostrazione.

Dopo 40 minuti normali di ritardo arriva l’autobus, la fermata per l’aldeia degli indios è a richiesta sulla strada bianca che conduce a Paraty Mirim. Scendiamo e ci avviciniamo ad una grande casa capannone e chiediamo se sia possibile incontrare gli indios, il ragazzo che ci risponde non è indio e dice che è possibile ma con il permesso del capotribù Trapiche.

Trapiche sta distribuendo il becchime alle galline e arriva, è anziano, un vecchietto piccolino, basterebbe una spinta per farlo cadere, ha un’età indefinita, lui è il rispettato capo villaggio, ci spiega in breve la vita degli indios in questo campo, si nutrono delle galline e della frutta della foresta tropicale, la terra non è di loro proprietà ma data loro in concessione. Intanto ci guardiamo intorno: in mezzo al cortile c’è una fiat cinquecento sfasciata da cui entrano ed escono bambini indios completamente nudi e giocano tra la sporcizia e pozze d’acqua scura in cui fanno indistintamente la pipi, di noi non si accorgono neppure.

Io azzardo a chiedere: “ma siete contenti di vivere qui, vivete bene?”

“Sì, viviamo bene, nel senso che non ci manca niente, viviamo tranquilli.”

Trapiche ha viaggiato in lungo e in largo per il Sud America prima di stabilirsi qui, ha visto e sa tante cose, parla correttamente diverse lingue, è una persona tranquilla e pacata nonostante una vita molto movimentata.

Inizio a capire ciò che rende diversi gli indios, non c’è traccia di aggressività né di fretta, non hanno il senso del tempo, non capisco se vivono alla giornata o se si lasciano vivere, guardo i loro figli che giocano nudi tra quelle pozze scure.

Ci guardiamo intorno, vorremmo visitare il villaggio ma Trapiche si limita ad indicarci con un gesto la casa cucina-mensa, la casa scuola, la casa chiesa, dice casa ma sarebbe meglio dire casupole modeste.

Arrivano due giovani ragazze mamme e ci domandano se desideriamo vedere e comprare le loro collane e altri piccoli oggetti in legno, diciamo di sì e ci apprestiamo a seguirle ma loro ci fermano un gesto della mano: ‘aspettate qui, non muovetevi mentre noi andiamo a prendere le cose.’

Ecco che tornano, stendono un telo per terra e vi dispongono la loro mercanzia.

Le due ragazze tengono in braccio ciascuna un figlio di 8 o 10 mesi dal viso tondo e ben pasciuto e occhi attenti. Chiediamo il nome dei bambini. Gli indios hanno 2 nomi, un nome indio ed uno occidentale. Una delle due ragazze ha chiamato la sua piccolina Renata, noi sorpresi le chiediamo come mai abbia scelto un nome italiano, e lei risponde stupita che non c’è un perchè, le piaceva quel nome.

Compriamo alcune collane e un archetto con le frecce decorate con piume colorate, le due ragazze non insistono a venderci le cose, ma sul prezzo non si tratta, se dicono un prezzo è quello e basta, fanno i conti a mente.

Chiedo informazioni sulle collane, loro spiegano che i semi usati per le collane sono naturali mentre la paglia colorata con cui intrecciano i ventagli e i cestini la comprano, sono limpide e sincere, non mentono spacciando per originale una cosa che non è.

A Paraty per le strade coloniale si vedono le donne indie coi loro piccolini seduti a terra con un telo su cui espongono i loro prodotti, mai insistono o infastidiscono i turisti, si capisce che hanno un’altra filosofia, se vendono bene se non vendono fa lo stesso però i conti li sanno fare bene.

Effettuata l’acquisto la nostra visita sarebbe conclusa.

In verità ci eravamo aspettati qualcosa in più ma rispettiamo la loro riservatezza.

Le due ragazze, che prima avevano decisamente rifiutato, accettano ora di essere fotografate con i loro bimbi e si mettono in posa sorridenti, anche Trapiche accetta di farsi fotografare insieme a me.

Trapiche indossa una maglia bucata, è così debole in apparenza, un vecchietto che il primo soffio di vento potrebbe far volare via, ma è una figura di grande dignità, di cortesia e di intelligenza, una vita semplice, nomade che forse ora ha trovato una base, un poco di stabilità, quel “qui si sta bene, abbiamo tutto quello che ci serve” racchiude forse una grande e semplice ricchezza.

La storia della volpe Foxy.

La storia della volpe Foxy.

Ho tradotto e rielaborato questa bellissima e particolare storia da

Il Porto: Life in a Wild Canyon Near Positano

By Gianni Menichetti Translated by Cheryl Reimold

(e io l’ho ritradotta dall’inglese)

io sono andata a trovarlo Gianni nel suo regno selvaggio e libero e ho comprato uno dei suoi libri, i cui proventi vanno a beneficio dei numerosi animali, cani e gatti e a volte volpi ferite con cui convive in una solitudine che è sempre meraviglia, gli occhi di Gianni sono buoni, tutta la sua vita è stata è  e sarà a difesa del vallone Porto.

Questa storia è molto emozionante, ascoltiamola dalle sue parole.

Questa è la storia di Foxy, la volpe regina, una delle sette meraviglie sconosciute del mondo. (racconto di Gianni Menichetti, compagno di Vali Myers)

Un gioiello inestimabile che nessuno potrebbe mai possedere. Vali mai si innamorò di qualsiasi essere umano in tutta la sua vita, profuse il suo affetto sconfinato e appassionato su tutti i suoi numerosi animali; ma ha dato tutto il suo cuore a una creatura sola: a Foxy, che era come la reincarnazione di se stessa, uno spirito pagano, come lei selvaggio e indomabile. Oppure la volpe regina era la manifestazione animale identica di Vali, del suo spirito avvolto in una pelliccia bruna con una coda folta, occhi di miele dorato e ambrato, al posto del colore del mare in tempesta di Vali, orecchie nere sempre sul chi vive, con un innato istinto di sospetto verso gli esseri umani. Lady in Fox, Fox in Lady. Verso la fine della primavera del 1965, sulla strada costiera nei pressi di Positano, i cacciatori avevano ucciso una mamma volpe , i suoi cuccioli, non ancora svezzati, invano attesero il ritorno della madre. Destino ha voluto che Rudi, consorte di Vali in quei giorni, si trovava a passare da quella zona. Prese uno dei piccoli cuccioli fuligginosi e si diresse con lui a casa. E ‘sorprendente che nei suoi primi mesi di vita un cucciolo di volpe non abbia nessuna delle caratteristiche più evidenti della sua specie; il pelo è color fumo scuro e il muso è tutt’altro che lungo e affusolato. Quel giorno, Vali era a letto malata, e quando Rudi le porse quel piccolo fagotto scuro, pensò che fosse un cucciolo di cane ma non appena avvicinò un dito la minuscola creatura la morse, in un attimo s’avvide che era una volpe e se ne innamorò per sempre. Quella piccola volpe era destinata a essere l’amore della sua vita e segnò il periodo più bello della sua vita straordinaria, che in gran parte io ho condiviso con lei. Nella stessa tana in cui ora scrivo, 33 anni fa, ho incontrato la madre e sua figlia, la volpe. Foxy allora sei anni, fatta eccezione per la sua madre umana, non ha mai permesso che nessuno le si si avvicinasse, nemmeno Rudi, che l’aveva salvata, strappandola da mani crudeli. Ma non c’è un ragionamento con le cose selvagge. Gratitudine e riconoscimento sono generalmente nozioni che appartengono al nostro mondo, in cui sono inclusi gli animali domestici. Mi ci vollero mesi prima che avessi la fortuna di fare amicizia con lei, prima che potessi toccarla leggermente con il dito mignolo, ella fuggiva alla presenza di ogni essere umano e solo di sua madre si fidava, che poteva prendersela tra le braccia e giocare con lei.

“La tana” in cui ho vissuto fino ad oggi è l’antico padiglione moresco, nel cuore di una gola profonda, la Valle di Il Porto, il canyon selvaggio la cui storia ho già scritto. Vali chiamò sempre questa casa di lei “tana”, e certamente lo era che nel vero senso della parola , un piccolo regno per lei e la sua volpe. Quando dico che non si può ragionare con creature selvatiche, questo è ancora più vero con le volpi, che sono esseri con un senso incredibilmente potente di libertà, e che non accettano compromessi o condizioni. Se non sono trattati con rispetto reverenziale e il passo leggero di una ballerina sul filo del rasoio, e, soprattutto, trattati alla pari, non c’è assolutamente alcuna possibilità di essere in grado di incontrarli o di avvicinarsi a loro. Un improvviso passaggio, un falso movimento, e volano via come il vento.

Con amorevole cura, Vali la allattò e la svezzò. Naturalmente, da allora in poi le porte del padiglione, dotate di griglie, dovettero rimanere religiosamente chiuse per garantire la sua sicurezza dal branco di cani che vivevano sia davanti o dietro la casa-tana. Foxy, però, aveva un piccolo pezzo di terra su un’ala a picco sul fiume dove poteva scavare, trovare rifugio, e dormire durante il giorno, e passare attraverso una bassa, stretta apertura in una delle pareti, nella nostra abitazione, qualcosa di così fondamentale per una volpe che ha un assoluto bisogno di una “terra di nessuno”, di un territorio che non può essere condiviso con gli altri e di una privacy molto selvaggia che non ammette intrusioni. Era l’estate del 1971, mentre ero seduto a terra con Vali, la volpe mi si avvicinò e mi rosicchiò il piede per mettermi alla prova, ma io rimasi lì immobile e imperturbabile. Nei giorni successivi, mentre svolazzava intorno a me come una brezza, potei toccarla per un istante con un dito. E ancora molto tempo passò prima che mi fu permesso di accarezzarle la testa e di solleticarla dolcemente sul collo, ma ha sempre tenuto una zampina pronta alla fuga e la sua bocca era sempre leggermente aperta, i denti pronti a mordere. Veramente magica fu quella notte quando Foxy arrivò al letto a soppalco dove io e Vali eravamo sdraiati a lume di candela. Mai prima di allora Foxy vi era venuta tranne che con Vali nei suoi momenti di solitudine. Quella volta fu come un segno degli dei a consacrare la nostra unione, il nostro selvaggio connubio mai riconosciuto da una legge diversa da quella della natura, un unione animale nel più bel senso della parola, che si consolida sempre più e che era destinata a durare per un lungo, lungo tempo. Da quel momento in poi, sarebbe saltata sul soppalco quasi ogni notte, passando ore intere tra le braccia di Vali nelle sue lunghe trecce color fuoco. Io trattenevo il respiro per non disturbare quell’aura di magia notturna che ci circondava. Di tanto in tanto, Foxy si divertiva a rosicchiare le dita dei piedi, come se fossero piccoli topi nascosti sotto le coperte.

All’inizio dell’autunno del mio primo anno nella Valle, ho avuto l’idea di dedicare a lei – come pegno della mia amicizia e un segno di venerazione del suo nobile spirito selvaggio – non un posto più o meno normale, ma un vero e proprio maestoso trono dove solo lei e sua madre potevano sedersi. Una volta avevo costruito un sedile imponente con schienale alto, lo coprii di pellicce, veli, fili di perle, paillettes, “pailettes” e specchietti, e lo tempestai con ogni tipo immaginabile di gemme e strass. L’arco che coronava il trono aveva tra veli neri un ventaglio di piume di pavone e un piccolo teschio animale dorato. Dal sedile riccamente impellicciato pendevano lussereggianti gonne a strasciso che nascondevano un nascondiglio segreto. I braccioli erano ricoperti di pizzo rosso luminoso con sbuffi di pelliccia e innumerevoli fili di perle. Le gambe anteriori del trono calzavano affusolati stivali rosso vermiglio che spuntavano fuori dal bordo delle gonne fiorite.Foxy, così diffidente verso ogni cosa nuova e spesso sconvolta dal pur minimo cambiamento in casa sua, non esitò a sedervisi come una regina e per il resto della sua vita fu il suo posto d’onore. Senza dubbio, il più straordinario ricordo della mia vita è la visione notturna di fuori del padiglione moresco. Attraverso le grate della porta, nella luce dorata della lampada a gas vedere stagliarsi contro il muro rosso fuoco l’imponente trono, tutta ingioiellato e ogni brillante fremere e luccicare nel vento della notte. Foxy sedeva regalmente, coi suoi penetranti occhi ambrati fulvo vivissimi guardarmi e sussultare anche al frusciare di una foglia. Sempre, prima di entrare in casa ho dovuto annunciarmi, sussurrando il suo nome, sempre come per chiedere il suo permesso, e con quale mano leggera ho dovuto aprire la porta trattenendo il respiro per non disturbarla: un minino movimento brusco l’ avrebbe fatta fuggire in uno dei suoi nascondigli. Detestava sentire le lotte feroci dei cani fuori dal suo regno, che, purtroppo erano frequenti. Ricordo che una sera d’inverno, mentre lei era sola con me sul letto e c’era una rissa di cani proprio fuori dalla porta; montata da una rabbia irrefrenabile immerse le sue zanne nella cosa più vicina a lei: la mia mano. Quasi mi attraversò la mano da un lato all’altro. Rimasi immobile come una statua; Io non mi mossi un ciglio. Mai ho serbato rancore o risentimento nei suoi confronti. Una volpe non accetta punizioni; un essere così orgoglioso, libero e indipendente, non può essere dominato. Mentre pulivo il pavimento con lo straccio bagnato, Foxy andava su tutte le furie, lo considerava un affronto personale. Sembrava quasi un drago che respirava fiamme dalle narici mentre furiosamente mi strappava lo straccio di mano e cercava di mordermi. Spesso, quando salivo la ripida scala che portava al letto sul soppalco, come un pesce guizzante fuori dall’acqua, mi mordeva il tallone come un fulmine in un cielo sereno: come ha goduto di questo gioco! E così via quei rari, preziosi momenti in cui mi ha permesso di accarezzarle e solleticare il collo, ero al settimo cielo. Proprio come sua madre umana, amava i massaggi sulla testa e sul collo, ma anche nei momenti più sensuali di abbandono, la sua bocca era un po ‘aperta, i denti pronti a lampeggiare, e la zampa pronta come una molla disposta saltare via all’improvviso. Vali giocato giochi più fantasiosi con lei, dal momento che solo in braccio alei Foxy era rilassata, Vali sapeva parlare il linguaggio delle volpi, e quindi con Foxy si esprimeva in “lingua volpe.” Non c’era un verso volpesco che lei non riusciva a imitare: dal continuo ululato ai gorgheggi queruli, dai suoni più aspri e gutturali a quelli più acuti e palpitanti. Per chi non ha vissuto con volpi, è difficile, se non impossibile, immaginare la scena desolata in casa la mattina, dopo una “notte brava” di incursioni selvaggi. Era come essere a Cartagine dopo la sua distruzione. E poi tutte quelle volte in inverno, quando Foxy riuscì a spostare la griglia di fronte al camino, e scavare perdutamente ceneri: il pavimento sembrava un paesaggio siberiano, dopo una tempesta di neve violento, e ovunque ci erano sparsi i trofei di cannibali il suo pasto notturno che spesso ha dato la sua più gioia nella diffusione barbaramente rispetto a divorare. Eppure i suoi occhi brillanti di ambra dorata brilleranno per sempre nelle caverne crepuscolari della mia memoria e nella mia anima. La sua bellezza indescrivibile era senza limiti, come lo erano i momenti di sopraffazione e furia durante le sue devastazioni barbariche. Quando questo spirito puro avvolto in un mantello di volpe mi guardava, poteva leggermi come un libro aperto, poteva scrutare i labirinti più profondi del mio essere, come se fossi di cristallo più trasparente, e lei anticipava ogni mia mossa, respiro, e pensiero. Il luogo comune della furbizia delle volpi è una errata interpretazione della loro estrema sensibilità dello spirito (che è più accentuato nelle volpi femminili, quasi da non credere), che dà l’impressione che i loro passi, piuttosto che a terra, siano a mezz’aria su un linea di un funambolo senza rete. Più di una volta si è bruciata la coda contro le fiamme che ardevano nel camino, mostrando totale indifferenza, mentre Vali si disperava perché adorava la sua folta coda. Foxy amava rubare scarpe e portare con sé nei suoi nascondigli segreti, soprattutto al di fuori della sua tana nel terreno, dove li mordeva voluttuosamente. Con la muta dei cani non poteva certo fare amicizia ma in quella folta schiera ce ne erano tre che divennero sue compagne, la sua più grande amica fu la cagnetta Suzy che non esitava a mordere gli altri cani ma mai e poi mai si sarebbe sognata di torcerle un pelo.

Nella sua maturità avanzata la regina vergine, semisdraiata sul suo trono, spesso si accarezzava i capezzoli con la zampina, era come se stesse suonando l’arpa. E dopo un certo tempo, si è verificato il miracolo, c’erano gocce turgide di latte dai suoi piccoli seni, rossi dietro la folta pelliccia. Vali, spremendo qualche goccia sul suo dito, mi fece assaggiare il latte selvaggio. Credo che ci siano molto pochi mortali su questa terra che abbiano avuto la fortuna di averlo fatto. Vali e Foxy avevano abitudini notturne identici. Anche se Foxy, come un vera volpe, si svegliava al crepuscolo e andava letto all’alba mentre Vali di solito si alzava verso le undici o mezzogiorno, il cuore della notte era il loro momento più intenso e vivace. E mentre Vali dipingeva di notte, la sua piccola volpe mi faceva compagnia, avrebbe letto storie a voce alta per finire spesso con il naso tra le pagine come un segnalibro. Potrei raccontare tante altre storie di questa creatura divina e della sua stupenda esistenza. Foxy raggiunse i quattordici anni, caso più unico e raro al mondo e quando sentì che la ; sua fine si stava avvicinando, smise di mangiare e per una decina di giorni prima della sua morte, accettò solo poche gocce d’acqua. Era rimasto solo ossa e pelliccia bruna, ma i suoi occhi, enormi, ancora brillavano. Morì tra le braccia di sua madre, e io ero accanto a loro, poche ore prima dell’alba il 1 ° marzo, 1979. Foxy era l’unica creatura che Vali non volle seppellire nel giardino, come tutti gli altri suoi animali, l’avvolse nei tessuti più belli che possedeva, rasi, sete, scialli con arabeschi e ricami, e mi chiese di appenderla tra i rami più alti del sambuco: un funerale pellerossa. Tra quei rami è rimasta esattamente otto mesi e il secondo del mese di novembre i resti, avvolti nei più bei veli e profumati con essenze e spezie, giacquero in un bel cofanetto di legno di castagno che Vito Talamo, un falegname a Positano, fece a regola d’arte e per cui rifiutò di essere pagato.

Su un ovale di ottone lucido inciso a Napoli sono scritte queste parole: Foxy (1965-1979) la solo amata figlia di Vali Myers Da allora, questo bellissimo cofanetto è stato a fianco del letto di Vali, e lo è tuttora, ai giorni nostri. E ‘così vicino a me che lo posso toccare, anche mentre scrivo le ultime righe di questa storia straordinaria che sembra una favola o un sogno, ma un sogno che io stesso ho vissuto.

Per leggere di piu’ su questa straordinaria esperienza
http://www.allaboutcommunication.com/IlPortoBookt.html

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Appunti di Giovinezza. (piccolo romanzo) parte terza e conclusione

Parte terza.

Uno.

Eva è tornata a casa in Italia, a F. Alle cose usuali alla vita ordinaria. Entra nella sua camera che la madre ha pulito ed ordinato senza riconoscerla come se appartenesse ad un’altra, non a lei. Chiama a raccolta gli amici per salutarli, per ultimo telefona a Marco, Eva non intende più nascondersi dietro al silenzio e alla facciata vuota dell’incomunicabilità. Marco ha di fronte a sé una nuova Eva. Mentre lei era lontana lui pensava a lei, a quando sarebbe tornata, a quando avrebbe fatto in modo che fra di loro tutto fosse diverso. Non si sarebbe più sottratto a lei, non si sarebbe più difeso, l’avrebbe finalmente amata senza riserve, aveva capito di amarla veramente, in quegli anni erano comunque rimasti insieme per l’amicizia che li univa e per le tante passioni che condividevano, ma l’amore no, non era più stato lo stesso, per colpa di Eva e per colpa di Marco. Ora Eva è cambiata. Eva soffre insieme a lui anche se questa volta è lei a dover recitare la parte di quella che non ama. Verso sera vanno al mare, restano soli sulla spiaggia, il vento cala, il mare si ricompone pacificamente, il suono delle onde torna tranquillo. Ci sono ancora lacrime sul viso di Marco e disperazione, il mondo gli sta crollando addosso, e lui sta andando in mille pezzi, si oppone cercando di resistere alla terra che gli scivola da sotto i piedi, vuole che lei gli racconti nei minimi particolari quello che è successo. Vuole cercare di recuperare tutto ciò che non ha voluto comprendere prima, la sfida di Marco è quella di rimanere intatto, unito quando è già andato in pezzi, quando il dolore allo stomaco provoca conati più intensi di vomito e la fitta agli occhi diventa insopprimibile. Ma Eva è lì accanto a lui e lo guarda freddamente, tra loro era già finita prima, molto prima e ora che lei è tornata lui ha capito di volerla. Eva non va via, rimane con Marco anche se non può aiutarlo. Piangeranno insieme. In agosto qualcosa di nuovo interviene nella loro vita, scoprono il piacere e la libertà di viaggiare. Per ferragosto Eva ha qualche giorno di ferie inaspettato, Marco non lavora e Sabrina, la ragazza di Tom, si è appena diplomata. Così partono insieme per l’Argentario. Di giorno si va in gita all’isola del Giglio con il traghetto da Porto Santo Stefano e la notte si va a dormire nella spiaggia della Giannella, il vicino campeggio è al completo, verso sera la spiaggia si riempie di tende. Al ritorno dal Giglio a Porto Santo Stefano comprano il pane fresco dal panificio sul molo e qualche altra provvista per la cena e per la colazione, una doccia veloce con le bottiglie d’acqua, si cena con quello che c’è, si monta la tenda, e prima del sonno si siedono in riva al mare e la luna di fronte, è il momento delle confidenze, sono 3 amici insieme, Eva con il cuore in Finlandia, Marco con il cuore dolorante e Sabrina con il cuore innamorato. Sabrina dice di non sapere chi è, si è appena diplomata ragionera, e non sa cosa vuole fare della propria vita, non sa cosa vuole essere, la sua storia con Tom è appena agli inizi. Marco ed Eva l’ascoltano attentamente, nel gruppo Sabrina è sempre stata una ragazza semplice e allegra, ora lei mostra le sue ombre. “Fino a poco tempo fa io non sapevo neppure che esistesse una Sabrina, prendere consapevolezza di quello che si è non è facile. Voi per esempio come mi potreste descrivere?” “Sei una ragazza buona , io penso.”, dice Eva. “Una ragazza che diventerà una splendida donna.” osserva Marco. “Fino a poco tempo fa non sapevo neppure che esistesse una Sabrina. Ogni cosa che facevo era in funzione di una mia amica, lo facevo per lei, per farle piacere, ora è finita, mi sono accorta che non è giusto, che io non sono lei, che le cose che andavano bene per lei per me sono sbagliate. Io non riesco a parlare di me, dire chi sono veramente. Io ho un’immagine di me, di quello che vorrei diventare, degli abiti che vorrei indossare, della vita semplice ma piena che vorrei conquistare. Ma non lo so, io devo ancora capire chi sono.” Marco la comprende profondamente, anche lui ora non sa più chi è, è come se qualcuno avesse lanciato un pacco dal finestrino di un’auto in corsa a folle velocità e che quel pacco fosse lui, e ora lui osserva quel pacco sull’asfalto, si è disfatto, infranto in mille pezzettini e lui non può che raccogliere tutti questi pezzettini e metterli in tasca e poi non resta che rimetterli insieme, ma non sa più come si fa. Marco cerca disperatamente risposte su se stesso e sa che nessuno può dargliele, neppure Eva. In tenda non riesce a dormire, il dolore allo stomaco è forte così come agli occhi, sveglia Eva, le chiede di parlare, di spiegare. Mentre le giornate al mare scivolano veloci, le notti alla Giannella non sono tutte uguali, notti tranquille si alternano a quelle più difficili. Anche il suono del mare non è mai uguale, a volte cullante, amichevole, a volte oscuro e cupo come se tra le sue onde nascondesse un mistero o un pericolo. Una notte era un doppio eco argentato che trascinava via con sé e al mattino il mare era tornato calmo con le onde che scivolavano piano sulla riva. In agosto e settembre Marco Eva e Sabrina torneranno all’Argentario e all’isola del Giglio per altre 4 volte, sono brevi finesettimana per riprendere fiato, per scappare da sé, per ritrovare qualcosa per cui restare. E un’amicizia nuova tra di loro. Al ritorno Marco guida senza interruzioni mentre e due ragazze si addormentano. I suoi occhi bruciano, ai lati della strada gli appaiono ombre bianche, la sua attenzione tocca il limite, nonostante ciò continua a guidare senza chiedere il cambio. Sulla statale 67, sul passo del Muraglione, mentre Sabrina ed Eva dormono, lui rimane solo immerso nel fantastico paesaggio naturale notturno, tra alberi che sembrano mostri e vertigini che vogliono trascinarlo via. Marco resiste, quei piccoli viaggi sono allo stesso tempo un’evasione dalla realtà e un modo per restarvi attaccato. L’ultima data del 22 settembre all’Argentario segna l’inizio di un nuovo autunno, e poi ci sarà l’inverno da superare e poi attendere una nuova estate.

Due.

Recitando un ritorno sulle piste delle allegrie. (Paolo Conte) Un anno dopo. 11 giugno 1991, una telefonata, la stessa data della partenza di Eva dalla Finlandia. “Pronto, sono Guglielmo.” “Chissà perchè ogni volta che ti penso poi ci sentiamo, pensavo a come avrei reagito se tu fossi tornato.” “Davvero, volevo telefonarti ieri sera ma poi non ho trovato il tuo numero. Sai, domenica stavo mettendo a posto il mio armadio ed ho trovato una tua lettera, la prima che mi hai spedito, te la ricordi? Ho deciso di seguire l’istinto e ti ho chiamato.” “Sì, mi ricordo quella lettera.” “Ascolta, da quanto tempo ci conosciamo? Sono sette anni e in sette anni non siamo mai riusciti a parlarci per il verso giusto. Io vorrei vederti, potremmo incontrarci.”, una breve pausa e poi aggiunge,” Devo dirti delle cose che non ti ho mai detto.” “Pensi davvero che ne valga la pena?” ” Sì, perché me lo chiedi?Tutto serve nella vita.” “Io penso di no. Tu ti ricordi l’ultima volta che ci siamo visti, e tu sai come è andata a finire, ne valeva la pena? No, tu stesso alla fine lo hai detto. Ho sofferto molto e a lungo ma poi sono riuscita a dimenticarti e ora tu telefoni come niente. “, tace un secondo e poi lo dice “Io mi sono innamorata.” “E’ una cosa bella innamorarsi, fa sentire bene, fa sentire vivi anche se non sempre ci fa felici perché la felicità non dipende da quello che vogliamo noi. La felicità ci sorride ci illude e poi scappa via, spesso senza spiegare, senza che noi possiamo rendercene conto. Però innamorarsi illumina e riempie la vita, ci rende diversi, migliori, tutto il mondo risplende di luce, torniamo a gustare ad amare la vita intera. Ci si sente vivi e ci si illude di essere felici. Essere innamorati restituisce dignità al nostro vivere, anche se è un inganno, anche se poi lui o lei fugge via e si torna soli ma abbiamo amato, abbiamo sentito il sangue scorrere nelle vene e nella gola la voglia di cantare e nelle braccia il desiderio di accogliere il mondo intero. E se tu ti sei innamorata io sono contento per te.” “Cosa vuoi da me, perchè mi hai cercato, perchè mi stai di nuovo tirando in ballo? Dopo così tanto tempo, tre anni?” “Senti mi sono capitate delle cose che mi hanno fatto male…” “Meno male che ogni tanto stai male anche tu…” “Poi ho trovato la tua lettera. Pensa che se non fosse stato che tu allora mi avessi scritto quella lettera, io oggi non ti avrei chiamato, forse non ti avrei più cercata. E’ stato per quella lettera. Ho capito leggendola che…esistono altre persone, che c’è una persona che è stata male quanto me, una persona che può capire, che può capirmi. Io sono molto confuso.” “Che sei confuso l’ho capito, ma io che cosa c’entro? Non pensi che io potrei essere completamente un’altra, diversa da quella che ti aspetti?” “Perché non vieni a trovarmi qui a casa mia? Non sei mai venuta. Ci sediamo e parliamo tranquillamente. Per una volta.” Eva tace ancora, sta pensando. “Dimmi, ti importa ancora di me?” “Non lo so. Ma a te è mai importato di me?” “Non vuoi vedermi, davvero?” “Devo pensarci. Ma tu cosa ti aspetti da me?” “Niente o tutto, è la stessa cosa. Sì io mi aspetto tutto da te. Tutto e niente.” “Ti chiamo venerdì per farti sapere.” “Va bene, io ora torno di là a suonare. Ora io sono felice.” Eva ha sempre pensato che un giorno avrebbe fatto questo viaggio, che sarebbe andata da lui, a casa sua. Sta pensando di accettare di fare un altro tentativo se non altro per chiudere i conti rimasti aperti , non crede tuttavia che ne valga la pena, con lui non è mai valsa la pena. Le sembra assurdo che lui le abbia telefonato a causa di una vecchia lettera d’amore, senza la quale di certo non l’avrebbe più chiamata e magari l’aveva già dimenticata. Eva ha letto in non so quale libro che non si pensa mai ad una persona in senso univoco, che è sempre una cosa reciproca, che c’è sempre una corrispondenza, ma le pare alquanto assurda anche questa cosa. Eva ha la certezza che ogni volta che pronunciava il nome di lui era soltanto un’assenza a risponderle, che Jonathan non riuscisse più a sentirla. Eva è confusa, vuole parlare con Tom, si trovano come quasi ogni sera al locale del bowling, lei e Tom condividono la passione del sigaro, così uno ogni tanto solo loro due. Così la notte tardi si fermano in auto nella piazzetta in cui sono soliti incontrarsi, e fumano un toscano in due avvolti nella densa nebbia speziata e nel silenzio. Tom sa qualcosa di Jonathan ma non conosce la storia per intero. Eva gliela racconta da capo. Dopo il primo imbarazzo Eva si rilassa e parla in modo tranquillo. Ogni tanto lui la interrompe per fare il punto del discorso, per ricapitolare gli eventi maggiormente significativi. Cerca di inquadrare la storia da una prospettiva diversa. Senza esserne consapevole lui possiede la parte mancante della storia. “In parte io lo capisco Jonathan. Quando ti ha incontrato lui non era in grado di affrontare un legame serio un po’ per il fatto di voler diventare a tutti i costi un musicista e dall’altro per via della distanza. La distanza non è cosa da poco. Anche a me è accaduto qualcosa di simile. Incontrai una ragazza al mare, ci fu una storia, durò per tutto il tempo di una vacanza, può essere niente, può essere tutto. Ero innamorato. Ricordo le canzoni che ascoltavo in auto andando di sera a trovarla, non pensavo ad altro che a lei, notte e giorno, riempiva tutto il mio tempo, tutti i miei pensieri. Avevamo 19 anni. Alla fine delle vacanze lei è ripartita, non era di qui, ed io per paura della distanza e che fosse tutto vero, ho preferito lasciarla andare. Lei mi avrebbe aspettato. Ma io non ho voluto. Ora sono diverso, ora c’è Sabrina. Lei è molto gelosa, mi ha fatto eliminare dall’auto tutte quelle piccole cose, che so, un bigliettino, una conchiglia, un braccialetto, una rosa secca, che tenevo in ricordo di ogni ragazza che avevo amato anche se fugacemente anche se inconsapevolmente. La ragazza di una sera, la ragazza che ho incontrato in uno sguardo, la ragazza solo sognata e immaginata, la ragazza di un’avventura, la ragazza di una storia più seria. Le ho amate tutte, in ognuna amavo qualcosa, un particolare, le labbra o il sorriso, un colore degli occhi o un neo sul collo, ognuna di loro contribuiva a formare il quadro della mia donna ideale. Conservo ancora ogni cosa in una scatola. Sabrina non è niente di tutto questo, lei è così diversa, così unica.” “Io sono innamorata di Wolfgang.”, risponde Eva. “Fai una cosa, continua Tom, tu vai a vedere cosa vuole Guglielmo se non altro per completare quello che manca, al di là che abbia un senso o meno, al di là che ne valga la pena o meno, tu vai e vedi, cosa hai ancora da perdere? Forse questa volta sarai più forte, forse questa volta sarai tu a stabilire cosa vale o cosa no, forse questa volta tu riuscirai a non farti calpestare, forse questa volta tu riuscirai a non farti fare quello che gli altri vogliono di te, forse questa volta sarai tu a scegliere e non a farti scegliere. Chissà? Accetterai questa sfida?”

Tre.

  Eva parte sabato mattina verso le sei, sono meno di 250 km prende la Ravegnana e poi corre sulla Romea trafficata con i mezzi pesanti da superare. Si perde al centro di Padova poi ritrova le indicazioni per il paese di Guglielmo. Al telefono si sono messi d’accordo per incontrarsi alla stazione, e dove altro? Eva la trova facilmente ma non c’è Guglielmo ad aspettarla. Eva allora cerca una cabina per telefonargli, lui dice “Arrivo”. Il paese di Guglielmo è un centro agricolo e artigianale in espansione, se lo immaginava più piccolo. In stazione Guglielmo è appoggiato alla vecchia 126 e pare sorpreso che lei non sia lì. “Sono andata a telefonarti.”, si scusa. Eva scende dall’auto, lui le tocca un braccio in segno di saluto, come se dovesse riconoscerla dal tatto. “Andiamo al bar all’angolo a bere qualcosa.” “Quale bar? Io non ho visto nessun bar.” Infatti il bar è chiuso, un cartello dice chiuso per lutto. Guglielmo è salito nell’auto di Eva. “Aspettiamo un po’ prima di andare a casa mia, i miei stanno per uscire.” Nel vano del cruscotto lui vede un libro “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez. “Un bel titolo, deve essere bello, parla d’amore?” “Parla d’amore sì e di disperazione, a me non è piaciuto.” Accende l’autoradio, è inserita la cassetta dei Guns’n Roses. “Ascolti questa roba?”, sorride divertito, “Questi tipi non hanno inventato nulla, vivono di rendta della musica anni 70, e sono in cima alle classifiche. Le cose veramente nuove e diverse, invece, fanno fatica ad essere ascoltate, non interessano a nessuno.” L’impressione che Eva ha di lui non è gradevole. E’ diverso dall’ultima volta che l’ha visto, lui ora ha 29 anni, è ingrassato, la pelle del viso è sciupata, i capelli sono trascurati, gli occhi sono diventati di un azzurro opaco, il sorriso ha perso qualche dente, indossa una vecchia camicia a quadretti e un largo paio di pantaloni bianchi. Eva lo riconosce dal modo di parlare, dalla solita ironia delle parole ma ha qualcosa di rassegnato in sé. A Guglielmo non è mai importato di niente e di nessuno, l’importante per lui era suonare. Non ha mai smesso di suonare ma da tempo si è accorto di dovere fare i conti con un mondo e una società diversi da come aveva sognato, i miti musicali e politici degli anni 70 sono decaduti. Ora Guglielmo ha raffinato la sua tecnica, ha studiato e suona meglio di prima, non può smettere di lavorare per dedicarsi completamente alla musica. Sa che non è possibile vivere di solo musica. “Devo mangiare per vivere e con la musica non si mangia.” Abita con i suoi genitori che aiuta economicamente. Non gli interessa essere indipendente, l’importante è avere una stanza in cui suonare, l’importante è avere i soldi per pagare le rate dei nuovi strumenti. Per il resto la sua vita è normale, banale, abituata a fare compromessi, preferisce adattarsi piuttosto che andare incontro a problemi. Gli basta poter suonare. Ogni giovedì sera ha le prove con un gruppo di musicisti della circoscrizione, dice che non suonano il genere di musica che a lui interessa però fa lo stesso, l’importante è poter suonare, è sempre un’esperienza in più anche se ha saputo di certi intrighi, che il batterista se la fa con la moglie del chitarrista. Ha un altro gruppo con cui suona i suoi pezzi ma si vedono poco, ognuno registra delle cassette con la propria parte e poi le fa sentire agli altri, Guglielmo scrive la sua parte di basso e i testi che lui stesso canta. Il batterista che maggiormente crede al loro gruppo è quello che si prodiga ad inviare alla radio le loro audio cassette promozionali. Grazie a lui hanno avuto qualche articolo su fanzines musicali e hanno partecipato a concorsi radiofonici. Il chitarrista invece ha lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla musica, non esce di casa, non pensa che a suonare. “Io non riuscirei a fare come lui, mi scoppierebbe la testa, impazzirei. Lui si fa ancora mantenere dai suoi genitori, così non è libero. Io lascerò il lavoro solo quando sarà possibile vivere di sola musica. Adesso sarebbe irrealistico. Grazie al batterista ogni tanto suoniamo in qualche locale, ci pagano quel giusto che serve per coprire le spese e intanto si fa qualcosa, ci facciamo conoscere, ci esibiamo dal vivo, si fa esperienza… E non ci interessa un pubblico particolare, selezionato, la musica è per tutti. Per noi è importante poter suonare dal vivo i nostri pezzi e farci ascoltare, vedere come la gente reagisce al nostro ascolto. Stasera andiamo a suonare in una pizzeria vicino a Padova.” Sono a casa sua seduti in una specie di tinello marrone, quello cantato da Paolo Conte, sul tavolo sono sparse diverse audio cassette, in tv danno un concerto di Jerry Lee Lewis. Lui dice: “Puoi prendere le cassette che preferisci, tanto io non le ascolto più.” Le riassume il panorama musicale degli anni 70, che ha ispirato la sua personale crescita musicale culturale ed ideologica. Non che sia molto interessante, d’altronde Eva si rende conto che Guglielmo sta rimandando il discorso principale per cui l’ha invitata a casa sua. A lei non interessa niente delle sue vecchie audio cassette nè degli anni 70. Eva capisce che dovrà aspettare a lungo prima che lui arrivi al nocciolo della questione. “Quando ti ho incontrata quella notte a Rimini io ero in crisi perchè la cosa di cui più mi importava era suonare , io desideravo suonare al livello degli Area, cosa insuperabile del resto. Io soffrivo perché sapevo di non esserne all’altezza e che forse mai avrei potuto diventarlo. Allora ero ad un bivio, proseguire con il mio sogno oppure lasciare perdere. L’ideologia musicale e politica degli anni 70 era fallita. Un tempo si tenevano grandi concerti e manifestazioni ma poche persone erano lì perché ci credevano veramente, era un fatto di moda, io invece ci credevo e come me pochi altri. Significava cambiare se stessi, costruire un mondo diverso, una società ideale. La musica era uno strumento per smuovere le persone, per produrre un cambiamento, per diffondere una nuova cultura. Ma alla fine i grandi gruppi, i grandi artisti se ne andavano, rientravano nella logica del mercato, facevano parte dello spettacolo. Lo stesso Demetrio Stratos era una rockstar. Negli anni 70 ovunque in Europa si suonava lo stesso genere di musica. Gli Area non facevano qualcosa di nuovo. Quando Eugenio Finardi in Musica ribelle dice “… sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania..” si riferisce alla musica d’avanguardia tedesca. Ricordi il mio tatuaggio? Ha un preciso significato , prende spunto dalla copertina di un disco di musica progressiva tedesca. A Berlino sono nate tutte le nuove tendenze, è nato il punk per esempio e la musica d’avanguardia. Per musica cosmica si intende la musica progressiva di Klaus Schulze. In Italia gli Area erano avanti anni luce rispetto alla PFM ma erano al passo dell’Europa. Ad un certo punto il clima politico e culturale della sinistra è venuto meno e tutti sono tornati a casa. Ma io sono rimasto. Da giovane adolescente sono scappato più volte da casa. In una di queste fughe io ho incontrato te. Da quella sera io non ti ho più visto sorridere. Sinceramente pensavo solo di avere un’avventura con te. Ma poi … Tu sai tante cose di me che io non ho mai raccontato a nessun altro. E quando ho ritrovato la tua lettera allora mi sono reso conto che non avevo capito niente. Di te. Che non avevamo mai fatto un discorso serio insieme. Aspetta un momento, arrivo subito.” Va a prenderle il suo quaderno, con gli accordi e i testi delle sue musiche. Vuole avere un giudizio sincero di Eva, sapere cosa ne pensa, se le piacciono i testi scritti in inglese. Eva apre il quaderno, è disordinato con parole cancellate, qualche errore ma è interessante. I suoi testi sono interessanti, è una specie di diario segreto musicale, in cui sono trasformate in note i suoi pensieri e le sue impressioni. Un testo la colpisce in modo particolare. “Too many pigs in my head…”, e poco più giù, “she wants to possess me.” E’ un testo notturno e di sottile disperazione per una ragazza che vuole possederlo fisicamente e mentalmente, per un ostinato capriccio, mentre lui resta immobile incapace di sottrarsi dal pensiero forte e violento di lei. Un altro testo è intitolato Rockstar, le parole sono ironiche e fanno riferimento ad un suo amico che si crede una rockstar. Guglielmo le accenna due versioni quella irriverente come la fa lui e quella seriosa come la farebbe quel suo amico. “Spesso dal vivo non mi esprimo al meglio, a volte mi capita a casa da solo quando scopro qualcosa di nuovo. Tra poco andiamo nella mia camera così provo un poco, ripasso i testi per il concerto di stasera. Devo riscaldarmi le mani, sciogliere le dita sulle corde.” “In che modo riuscite a preparare un concerto senza provare insieme?” “Anche se non ci incontriamo spesso, ci conosciamo bene, ci fidiamo l’uno dell’altro. Non abbiamo un posto per le prove, abbiamo vite e impegni lavorativi diversi a parte il chitarrista che non lavora. Il concerto di stasera oltre a darci visibilità ci permette di incontrarci e suonare insieme e vedere se siamo migliorati. Ognuno di noi cerca di fare quello che può, il batterista si muove in tutte le direzioni per farci conoscere, il chitarrista è sempre chiuso in casa a provare, mentre io quando non lavoro mi siedo al piano a trovare gli accordi e poi li provo al basso.” A mezzogiorno mangiano insieme in sala, Guglielmo ha chiesto alla sorella di aiutarlo a fare gli spaghetti, finalmente Eva ha conosciuto la sorella Melania, diciotto anni, riccioli biondi, allegra, spensierata con una venerazione per il fratello maggiore. Guglielmo si accorge di avere finito le sigarette e scende un momento per comprarle, Eva rimane sola con Melania che è in imbarazzo, Eva osserva la sala che è arredata con mobili fine anni 50 con specchiere e fregi dorati. Il telefono è a lato dello specchio, Eva si ricorda che lui le ha detto che non sopporta di guardarsi nello specchio mentre telefona. Dopopranzo vanno nella sua camera in fondo al corridoio a destra, al momento Eva non ci fa caso ma la stanza di Guglielmo è esattamente uguale alla sua,stessa disposizione del letto e dell’armadio, al posto della scrivania qui c’è un pianoforte, uguale orientamento a nord ovest della finestra. Ciò significa che hanno guardato gli stessi tramonti, che hanno avuto gli stessi pomeriggi invernali inondati di luce e l’identico caldo sole estivo. Soltanto le pareti fanno la differenza, qui sono spoglie e bianche mentre la stanza di Eva è interamente ricoperta di posters e fotografie. Eva si affaccia alla finestra, sottocasa c’è un campetto da calcio in cattivo stato. “Ci giocavo da bambino.” Un basso è steso sopra al letto, l’altro è nella custodia sul pavimento. Le dice di sedersi dove preferisce, lui si mette al piano, prende il suo quaderno e suona alcune sue cose, tra cui “too many pigs in my head and she wants to possess me”, ora la sua voce è dolce e sottilmente disperata, Eva pensa che deve averla scritta in una notte di ossessione. Poi si mette al basso, per coinvolgerla le mostra alcuni accordi e le permette di fotografarlo. Guglielmo si accorge che si è fatto tardi, tra un’ora deve prepararsi per andare a Padova. “Senti andiamo di là a parlare, ti faccio un caffé d’orzo.” Accosta la porta del tinello, Eva pensa ‘ finalmente ora viene alla questione’. “E’ accaduta una cosa che mi ha fatto stare male. Non sono mai stato così male.Ora è finita e sto ancora peggio. Una brutta storia con una tipa. La conoscevo da un sacco di tempo, lei era la ragazza di un mio amico, io e lei scherzavamo senza problemi, poi un giorno lei mi ha baciato e non è stato più uno scherzo. Mi ha detto che era molto attratta da me ma che non voleva lasciare il suo ragazzo. Ci siamo visti di nascosto alcune sere ma a me così non piaceva, volevo che scegliesse o me o lui. Lei è rimasta con lui ma continuava a cercarmi. Io ho provato a dimenticarla, quella canzone l’ho scritta pensando a lei. Lei è una persona molto volgare ed egoista. Io non so come posso desiderarla, io ne sono attratto e allo stesso tempo la disprezzo.” Eva non sa che dire, sente una gran puzza di bruciato, ancora una volta si accorge che Guglielmo l’ha fregata. Eva non crede che sia possibile essere innamorati di qualcuno e nello stesso tempo disprezzarlo. Chissà perchè le viene alla mente la figura di Nastasja Filipnova in L’Idiota di Dostoevskij, uno dei primi libri amati da Eva. In un qualche modo questa ragazza e Nastasja si assomigliano per forza e bellezza. Eva è rimasta colpita e affascinata dall’amore puro del principe Myskin per Nastasja, egli le dichiara il suo amore dicendo di amarla per quello che è realmente, oltre ogni apparenza, ma Nastasja fugge non reputandosi all’altezza di come il principe l’ha realmente vista. Guglielmo dice che questa ragazza è volgare, che è un’egoista, che pensa solo a se stessa, ma che ne è inspiegabilmente attratto e spaventato. “Lei continua a stuzzicarmi, a tormentarmi. Ti ho raccontato questa storia non per parlare di lei, io vorrei che tu capissi alcune cose, o meglio io vorrei capire alcune cose che non mi sono chiare. Quando ti ho telefonato io ho seguito l’istinto, ho pensato proviamo. Un tempo io volevo solo suonare, ora io voglio qualcosa di più. Voglio di più, capisci?” Eva annuisce e pensa sì questo mi vuole fregare. “Per questo io da te mi aspetto tutto o niente. Io non cerco un’amica.” “Senti ma come la mettiamo con la distanza? Per te sarebbe ancora un ostacolo insuperabile?”, chiede Eva tanto per sapere. “No, la distanza non sarebbe un problema, a condizione che ci sia l’Amore.”, la guarda diritto negli occhi o che cavolo, pensa Eva, ha detto Amore, con la A maiuscola. “Deve esserci di mezzo l’Amore altrimenti non ha senso. L’Amore, qualcosa di grande, capisci?” Sì, Eva capisce e rabbrividisce. L’Amore. Quello che tra noi non c’è mai stato, quello che tu non hai mai voluto, quello che io provavo per te una volta. Eh già l’Amore, facile dirlo adesso che è lui ad averne bisogno mentre quando lei era nella merda nessuno è venuto a tirarla fuori e ora lui pretende che sia lei ad aiutarlo a capire quello che prova per questa ragazza. Nel tinello il pomeriggio è azzurro e afoso come nella canzone scritta da Paolo Conte, ma cantata da Celentano. Ad Eva appare l’immagine di Wolfgang, un’ immagine trasparente nel sole e nel ricordo, sul suo asse focale l’ immagine di Wolfgang e l’idea dell’Amore si sovrappongono. Per la prima volta in un anno Eva si rende conto di quanto Wolfgang sia assente dalla sua vita. Fino a questo momento Eva lo ha fatto fatto vivere nei suoi sogni, in un mondo perfetto, isolato dalla realtà, al sicuro, in un mondo irreale. Ora la realtà la richiama indietro. Non desidera più sognare, vorrebbe fare parte concretamente della vita di Wolfgang. Le risposte alle lettere che lei gli scrive sono elusive e superficiali, lui non ha mai parlato di venire a trovarla in Italia nonostante il suo invito. Wolfgang non parla mai di sé, le racconta del tempo, della specializzazione che sta prendendo, del lavoro che non ha ancora trovato. Quasi a rassicurarla in ogni lettera dice che non è successo niente di speciale. Eva si rende conto di non conoscerlo affatto, vorrebbe condividere la sua vita e i suoi pensieri ma lui non glielo permette. E se il dialogo non prosegue come potranno un giorno incontrarsi di nuovo e riconoscersi? Ora i contorni del reale coincidono con le pareti di questo tinello. Guglielmo ha appena pronunciato la parola amore con la A maiuscola, e le loro mani sul tavolo sono così vicine che potrebbero toccarsi, ma lui sposta il bicchiere verso di sè ed Eva apre a caso il quaderno coi suoi testi e le sue musiche. Di fronte alla parola Amore restano in silenzio. Non sanno neppure cosa sia, non sanno nè descriverlo né parlarne. Guglielmo, lei pensa senza dirlo, è inutile, è qualcosa che ci è estraneo. Io e te non potrebbe funzionare. Da un lato io penso di conoscerti meglio di chiunque altro ma dall’altro ho l’impressione di non averti mai capito. Io conosco Jonathan, non Guglielmo. Ora tu sei qui davanti a me proponendomi una storia d’amore da studiare a tavolino. Ma l’amore è sole che incendia i nostri occhi e li rende ciechi, è un vento che ci sospinge fortemente, senza sapere che la Felicità ci inganna. E’ tardi, il tempo è scaduto, Guglielmo deve prepararsi e caricare in auto l’amplificatore e gli strumenti e raggiungere il resto del gruppo per il concerto. Ancora una volta Eva deve andarsene senza una risposta, senza una soluzione. Guglielmo dice che ha bisogno di tempo per capire, non vuole fare errori, non vuole sbagliare. Si siede un momento nell’auto di Eva, ricordano che quasi tutti i loro incontri si sono svolti in auto, ed ora Eva riesce a dirlo: “Ti ho amato Jonathan, il tuo amore ha solo rafforzato la consapevolezza di me stessa.” Dal sedile posteriore prende un quaderno azzurro e glielo porge. “Sto scrivendo una specie di libro su di te e su di me. Il mio sforzo è la precisa ricostruzione di quello che è successo, è un libro che è ancora in costruzione. Cerco di andare oltre al ricordo e di raccontare questa storia come se non l’avessimo vissuta noi, come se non fossimo noi i protagonisti, non io non tu, ma un’altra Eva, un altro Jonathan, ugualmente reali e vivi in queste pagine. Dentro ci sono anche le lettere che non ti ho mai spedito.” Guglielmo le stringe le mani, prova compassione per lei. “Lo leggerò, ma io penso che sia tutto vero.” Eva ricambia la stretta delle sue mani, Guglielmo ora percepisce quella voce che disperatamente pronunciava il suo nome. Arriva il momento del distacco in qualche modo difficile. “Ho bisogno di tempo, lui ripete, manteniamo un contatto anche se sottile. L’importante è riuscire a comunicare, tenere aperto il dialogo.” Il viaggio di ritorno non è facile. Arrivata a Padova, invece di tagliare per la zona industriale, entra nel centro, incanalandosi in una lunga coda, da cui riesce infine riesce ad uscire. Fuori dalla città distingue le cime dolci e rotonde dei colli contro il cielo rosato. Il passaggio attraverso Chioggia è obbligato, ci sono alcuni rallentamenti a causa di lavori in corso. Chioggia è un deserto tra saline ed acquitrini, è sempre uguale in ogni momento del giorno, terra di nessuno, desolata e affascinante. La strada Romea è senza fine ed oscura e la pineta si protende minacciosa su di essa. E’ notte senza luna, Eva ha l’impressione che sul lato destro del parabrezza si sia posata un’ombra nera. Le auto corrono veloci, alla radio trasmettono un concerto in diretta da Milano. L’ombra nera resta appicicata al vetro. In prossimità di Ravenna la notte è totale, le luci degli impianti industriali rilucono lontano, attirando a sé i conducenti come le Sirene con Ulisse. Ma per questa volta Eva riesce a sottrarsi al loro richiamo e a quello di Ravenna, che così illuminata pare una città irreale. Quando Eva parcheggia l’auto sotto a casa di Marco è mezzanotte, lui scende e insieme fanno una passeggiata fino in piazza per alleggerire la tensione mentre lei racconta e non è sicura di aver capito ciò che Guglielmo le ha chiesto, di aspettare ma che cosa? Cosa c’è da capire, ancora?

Quattro.

“Ehi, come mi vuoi?” (Paolo Conte) Domenica sera. Guglielmo le ha telefonato verso le sette. Eva è contento di sentirlo. “Ciao, sono io.” “Ciao, come è andato il concerto?” “Abbastanza bene, sono tornato a casa alle due, avevo un gran mal di testa, ho letto il tuo libro fino alle 5 del mattino ma l’ho letto tutto.” “Come ti è sembrato?” “Hai descritto bene quello che è successo. La parte che mi è piaciuta di più è stata il ritorno da Ravenna con Marco: è un pezzo molto suggestivo.” “E’ un fatto realmente accaduto.” “Lo so. ” “E poi?” “Il bandito del deserto, quando tu lo pensavi e lo scrivevi io ero davvero il bandito del deserto.” ‘ Parto al mattino vento e destino sciacallo grigio e argento dai magri fianchi Sappi che io son l’uomo della Leina Rivesto l’armatura sul cuore della iena Ora sono in povertà, ora in ricchezza desiderio paura libertà bisogno di chiarezza nella polvere un rifugio ripara dalle offese un ritiro per chi teme il nemico e la resa.’ (Demetrio Stratos, Area) La solitudine del deserto. La figura grigio argento. La resa inacettabile. La ricerca continua. “Sai l’amico che si crede una rockstar era quell’amico che mi aveva portato dall’Inghilterra quella maglia che non mi piaceva. Non è stata una coincidenza se sabato io ti ho parlato di lui, pensavo a quando ci siamo incontrati, io non sapevo se tu ricordavi quel particolare.” “Io ricordo tutto quello che mi hai detto, ogni parola.” “Jonathan…, anche questo nome ha un significato. Io non te l’ho mai spiegato. Jonathan era un nero che era in prigione a causa del colore della sua pelle. Quando nella sua cella si sarebbe suicidato suo fratello avrebbe pianto ma non si sarebbe arreso. Avrebbe continuato la battaglia che era di Jonathan, innocente in prigione, con maggiore forza e determinazione. Così io, quando tutta l’ideologia è caduta io sono rimasto. Non importa se sconfitto. Combatto una battaglia già persa senza arrendermi. Forse è inutile ma non posso tornare indietro. Davvero io ero il bandito del deserto.” “Ascoltavo e riascoltavo questo pezzo per tutto il pomeriggio. Io riuscivo a sentirti.” Si telefonano quasi ogni sera, parlano a lungo di ogni cosa tranne della più importante. A Guglielmo serve altro tempo, Eva è sempre più confusa, non riesce a pensare a niente altro. Dopo aver ricevuto la telefonata di Guglielmo, Eva esce con Marco. Si dirigono verso le colline a guardare il tramonto, fermano l’auto davanti ad un campo, la terra si apre oscura davanti a loro, Marco si lancia a correre nella discesa mentre Eva lo aspetta a lato della strada. Una siepe fiorita, un campo arato, un areoplano che sta virando per atterrare , mentre sul lato opposto sono accese le luce del piccolo paese di C. Poi vanno al terreno dei genitori di Eva, il prefabbricato giallo non c’è più, ora c’è una casa vera e propria in cui presto Eva e la sua famiglia si trasferiranno definitivamente. Qui la sera è una piccola oasi di pace e silenzio. Eva e Marco si siedono sui gradini dell’ingresso in compagnia di una graziosa nuova amica, Perla, la gatta che un giorno la madre di Eva ha scoperto tra l’erba magra e affamata, simile ad una piccola tigre. Perla, siamese e occhi azzurri si è subito fatta adottare entrando a far parte della famiglia, ogni sera Eva e Marco le portano qualcosa da mangiare. La sera in collina è dolce e riposante. Marco aiuta Eva a fare chiarezza. Marco è l’unico amico vicino che ora lei ha. Chiusa in pensieri ossessivi Eva non riesce a venirne fuori, molto spesso le capita di non sapere esattamente chi è e cosa vuole, la sua mente si perde con facilità. Una sera, al telefono, Guglielmo dice che ha parlato di lei a quella ragazza. “Ho sentito che ha avuto paura.” “Come paura?” Eva pensa di non essere né una rivale né una minaccia per l’altra, in questo modo però si sente messa allo scoperto e tradita. “Per quale motivo le hai parlato di me? E’ una cosa che non mi piace, lasciami fuori da questa storia.” “Lo so che non te ne importa niente, ma lasciami spiegare per favore. Mi dispiace per tutte quelle cose che non ho saputo darti o che non ho voluto darti. Tu sei stata male per una persona, io per un’ideale e tutta una generazione.” “No, non sono stata male per uno, in questi anni io ho perso me stessa e ho cercato faticosamente di ritrovarmi, poi succede sempre qualcosa, per cui io mi rimetto completamente in discussione e di nuovo vado a pezzi e di nuovo resto sola a cercare di rimetterli insieme questi pezzi quando anch’io avrei bisogno di qualcuno vicino e che non mi lasci da sola. Io non so cosa sia peggio se tu o io.” “Ascoltami, tu sei stata importante per me e in un qualche modo lo sarai per tutta la vita. Ti ho raccontato delle cose che non ho mai detto a nessuno. Quando ti ho incontrata non sapevo cosa fare, avevo smesso di suonare ma l’istinto mi diceva di continuare a farlo. Dovevo essere solo. Non mi interessava niente altro che suonare. La musica ha dato un senso alla mia vita e mi ha salvato. Ho accettato di essere un perdente, non importa. Ho scrittto una canzone. Parla di un soldato che parte per la guerra ma a metà strada gli viene ordinato di tornare indietro perchè non c’è più niente per cui combattere. Sarebbe inutile proseguire ma il soldato va avanti consapevole della propria morte, combatte contro una guerra già finita, la battaglia darà un senso alla sua vita anche se verrà ucciso. Capisci? Per me suonare è stato uguale.” Eva resta silenziosa. “Lo so, se non ci fosse il telefono, se fossimo io e te soli nella stessa stanza, potremmo rimanere a lungo seduti in silenzio, senza bisogno di parlare. Ma il telefono non è fatto per stare zitti. Credo che potremmo dirci molte cose anche senza usare le parole.” Se fossero vicini. La sala è in penombra, il sole è appena tramontato. Silenzio. Le braccia incrociate, lo sguardo perso in un punto imprecisato della stanza, fino a che la sala non diventi completamente scura, fino a che un gesto non intervenga a rompere il magico equilibrio di due esseri in comunicazione. Guglielmo sospende il silenzio. “Ti richiamo domani. Ciao.” Non sono mai stati vicini quanto in quei pochi istanti. Nella sua stanza, alla luce della lampada sulla scrivania, un disco che gira, Eva gli scrive una lettera. “Sentire la tua voce, il tuo tono ora dolce, e sentirmi inutile, inerme fa solo venire voglia di piangere lacrime leggere. Quante canzoni di Paolo Conte che ora riascolto, parlano di te e di me, di noi, di quello che è successo o non è successo ‘recitando un ritorno sulla pista delle allegrie’ Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Recitando, Blu notte, Mocambo… Non solo le parole ma anche la musica evocano un sapore un profumo un ricordo Quando in Blue Notte Paolo Conte canta che vuoto, che grande vuoto è questo il modo in cui Eva desidera Jonathan o in Madeleine tanto io capisco soltanto il tatto delle tue mani a C. seduti a quel tavolino e la pioggia leggera di Parigi un addio senza che me ne rendessi conto o come in Mocambo serrande abbassate tempo sulle insegne delle notti andate (Rimini) Devo pendarci su ( tu adesso) ma dipenderà (io non ci capisco niente) ‘quale storia vuoi che io ti racconti? E ricomincerà come da un rendez-vous parlando piano tra di noi’ (ora sta piovendo forte e leggero) ‘passa una mano qui sopra ai miei lividi’ e la terribile dancing l’attimo in cui tu mi sei sembrato niente. E ora i giorni del tuo ritorno, quando non è rimasto più niente.”

Cinque.

Il pensiero di Guglielmo è ridiventato ossessivo, per Eva c’è la necessità di capire. Per lei l’estate non è ancora iniziata, appare irraggiungibile, un ricordo lontano, una memoria persa. Risolta la questione di Guglielmo allora potrà vivere l’estate. Al telefono Eva si accorda con lui per un secondo decisivo incontro. Dapprima avevano pensato di incontrarsi ai lidi ferraresi a metà strada, poi Eva ha deciso che sarebbe ritornata lei da lui. “Ti immagini noi due al mare, sotto al sole allucinante del pomeriggio…!” “Sì, in effetti.” “Come è andato il concerto di ieri sera?” “Bene, da domani suono in un’orchestra di liscio, mi pagano.” “E tu riesci a farlo?” “Sì, è sempre musica, e poi prendo qualche soldo.” “Allora sabato vengo a casa tua.” “Va bene, ti aspetto.” E’ assurdo ma l’idea di poterlo perdere, di non vederlo più, la fa soffrire. Nonostante tutto, sentirebbe la sua mancanza. Quando nel primo pomeriggio Eva arriva da lui, Guglielmo sta provando al basso. “In questi giorni sono stato molto occupato, non ho avuto molto tempo per suonare. Oggi devo provare un po’, siediti dove vuoi.” Eva si sente superrflua, si annoia.Guglielmo le spiega qualcosa di musica ma a lei non interessa niente. Inoltre la stanza è afosa, alle cinque Guglielmo interrompe le prove per preparare un caffè d’orzo, accende la tv su un programma musicale come per prendere tempo. “Ora basta, dobbiamo parlare.”, dice Eva. Guglielmo guarda l’ora. “Senti non è una bella cosa da dire ma il fatto è che io ho un’appuntamento questa sera. Alle 8, non so come dirtelo ma devi andare via.” Eva si era organizzata in modo da potersi fermare anche per la notte, ai suoi aveva detto che avrebbe trascorso il weekend al mare con una collega. “Perchè non mi hai avvisato prima che partissi? Perchè non l’hai detto subito?” “Quando martedì mi hai telefonato io ancora non lo sapevo, poi giovedì le cose sono cambiate, l’ho vista alle prove e l’ho accompagnata a casa, stasera devo uscire con lei.” “Siete insieme?” “Sì, più o meno sì, anzi senza più o meno…” “Ne sei innamorato?” “Sì, sono fuori di testa per lei. Può essere che sia solo un’attrazione fisica. Non so quanto durerà ma per il momento va bene così.” “Descrivila.” “Alta come me, capelli color carota lunghi fino a metà schiena e il corpo interamente ricoperto da lentiggini, difficile trovare un quadratino di pelle bianca. E’ imprevedibile e non so mai cosa le passi per la testa, ma andiamo di là, non vuoi farmi una foto mentre suono? Poi mi devo preparare per uscire.” “Mi devi restituire il mio quaderno e le mie lettere.” “Sì, aspetta un momento, sono nell’armadio, non guardare, è in disordine, ecco c’è tutto, mancano solo le lettere che mi hai spedito, io vorrei tenerle.” “Quelle sono tue, il resto è solo mio. Questa è l’ultima volta che ci vediamo.” “No, perchè? La prossima volta verrò io a trovarti.” “No, non ci sarà una prossima volta.” “Senti, io ora faccio una doccia, se vuoi puoi stare qui oppure di là con mia sorella.” “Se non ti dispiace preferisco stare qui.” Rimane sola in quella stanza. E’ assurdo sapere e pensare che lui si sta preparando per uscire con un’altra. Eva sente la terra scivolarle sotto i piedi. Il caldo l’assorbe in una specie di stordimento. E’ l’estate che è iniziata senza che lei se ne sia accorta, senza che abbia avuto il tempo di viverla, un’estate che appare così lontana e irreale. Fine di luglio. Più di un mese dalla prima telefonata di Guglielmo, quante cose si sono succedute con grande rapidità. La famiglia di Eva è stata impegnata nel trasloco dall’appartamento di F. alla nuova casa a C. La casa a F. giorno dopo giorno è stata vuotata, i mobili smontati, gli oggetti imballati e contemporaneamente si è lavorato per sistemare la nuova abitazione. Un lavoro che ha entusiasmato e unito l’intera famiglia, i genitori e i figli, nell’impegno di costruire qualcosa insieme. Questo trasloco significa l’inizio di una vita diversa, quella che i genitori di Eva sognano da tanto tempo. L’estate non è iniziata bene, Marco ha avuto in incidente in moto e si è fratturato un piede e la vacanza programmata ora è in forse. Dopo una breve primavera e la pioggia di maggio, l’estate è scoppiata improvvisa, l’attesa e la speranza di Eva di poter tornare in Finlandia e di rivedere Wolfgang sono state disilluse. La prima domenica al mare con la sua collega, Eva si è presa una bella insolazione, la notte la febbre cresce e la pelle brucia, verso mattino Eva si sveglia per la sete, va in cucina a bere, l’ultima cosa che si ricorda è di essersi appoggiata alla porta e poi ha sentito un suono sordo ed estraneo, il suo corpo cadere sul pavimento e svenire, accorrono i genitori, la madre la chiama e il padre la solleva, lentamente sente la vita rifluire, il ronzio alle orecchie, la luce troppo forte del lampadario, il fresco delle lenzuola e il tatto della mano della madre che dice ‘che spavento ci hai fatto prendere’ e ancora la tratta come una bambina piccola. Il giorno dopo, lunedì 11, Eva è rimasta a casa dal lavoro e verso sera Guglielmo le ha telefonato. Ora è trascorso un mese ed Eva è sola nella stanza di Guglielmo, si siede al piano, osserva i libri e gli spartiti che vi sono appoggiati sopra, prende in mano il quaderno con le sue musiche senza aprirlo. Poi si alza e si avvicina alla finestra, scrive il proprio nome accanto a quello di Guglielmo sulla pietra serena del davanzale. Dalle tapparelle semiabbassate filtra un caldo soffocante, Eva prova una sensazione di vertigine, un senso di abbandono fisico. Quando Guglielmo tornerà nella stanza Eva dovrà mostrarsi indifferente, pronta ad andarsene. Un sabato d’estate sprecato, senza senso. Guglielmo è pronto per uscire, Eva è ferma accanto alla finestra, gli chiede se possono fare una prima e ultima foto insieme tanto per avere qualcosa da ricordare, rivedendo la foto Eva si accorgerà di quanto il proprio viso avesse un’espressione sconvolta. Ora scendono le scale, Guglielmo non vuole fare tardi al suo appuntamento. Eva non immaginava che sarebbe andata così, l’ orgoglio ferito inizia a scavare dentro di lei. “Mi dispiace, non posso fare diversamente.” “Non importa.” “Tanto io e te ci vediamo ancora.” “No: io ora vado via.” Eva apre la portiera dell’auto interponendola come una barriera tra sé e lui impedendo ogni contatto fisico. Guglielmo controlla l’orologio. “Ciao, io devo andare.” lui dice sempre queste parole, sempre le solite ultime parole ma questa volta saranno proprio le ultime, non l’abbraccia, non le stringe la mano, la lascia andare via come una cosa che non ha importanza. Non ha neppure la sensibilità di capire che per Eva è la fine. Tra di loro non è possibile alcun tipo di rapporto, neppure d’amicizia. Per Eva l’amicizia è un addomesticarsi come dice Saint Exupery, un legame continuo e costante e ciò non significa doversi incontrare ogni giorno, l’importante è l’impegno comune e costante di andare l’uno verso l’altro per costruire un incontro e un dialogo. E se Eva non avverte la stessa volontà dall’altra parte allora preferisce lasciare perdere: Guglielmo non le ha mai dato niente. All’incrocio le due auto si separano, Guglielmo prosegue diritto mentre Eva svolta per Padova. Assurdamente vorrebbe che lui tornasse indietro per salutarla, inutilmente guarda nello specchietto retrovisore.

 

Il ritorno a casa è difficile. A Ravenna resta intrappolata in un labirinto di strade solitarie, di pensieri infiniti, in una ragnatela senza fondo di vecchie ossessioni. Segue la segnaletica come se guidasse ad occhi bendati fino al casello deserto di un’autostrada, è arrivata al suo vicolo cieco, all’ultimo fa inversione e ripercorre la tangenziale sulla corsia opposta. Da qualche parte ci dovrà pur essere la via Ravegnana, la campagna si apre scura e solitaria, un trattore lavora solo nella notte estiva. Ogni cosa appare immobile e nascosta. Nel cielo si vedono tutte le stelle. Neppure un cartello segnaletico per F. Marco l’aspetta a casa sua un poco preoccupato. Ma Eva arriva e gli racconta tutto quello che è accaduto, ora non sa che fare, non può tornare a casa, i suoi genitori la credono con la sua collega. Scesa in strada trova sul parabrezza un biglietto, un pezzo di carta strappato da un’agenda, riconosce la grafia di Tom, c’è scritto: “Eva se hai bisogno puoi dormire a casa mia. (Solo per stanotte però!!!) Se vieni o venite, può esserci anche Marco, guarda se la mia auto è ferma in un angolo del parcheggio: significa che siamo al parco, altrimenti se l’auto è sotto casa, suona pure il campanello. Tom e Sabrina.” Eva accetta l’invito degli amici. Nel parco Tom le va incontro abbracciandola, Eva ricorda la prima volta che si sono abbracciati, è stato due anni fa, una notte dopo una lunga liberatoria chiacchierata, e poi un abbraccio affettuoso. All’interno del gruppo Tom era sempre stato visto come un capo per l’evidente superiorità della sua personalità, forte decisa e trascinante. Gli amici lo consideravano una persona priva di dubbi o incertezze, credevano che lui avesse sempre la risposta ad ogni cosa. E invece Tom era uguale a tutti con dubbi paure aspettative sogni e dolore… E c’era stata quella notte che si era mostrato fragile e debole quale era e bisognoso degli altri come lo è ognuno di noi. Era arrivato anche lui in quel momento della vita, e in verità di questi momenti ce ne sono tanti, a scoprirsi di avere bisogno degli altri, del loro aiuto, del loro appoggio, di una parola, della loro presenza, di un semplice abbraccio. E aveva chiesto aiuto con una lettera a Marco Eva e Sabrina. Non si erano accorti di quanto lui soffrisse , di quanto sentisse la loro mancanza, di quanto avesse bisogno del loro aiuto? Insieme avevano condiviso tante notti a far niente e a dire tutto, avevano fatto progetti e viaggi, avevano discusso e poi taciuto in un silenzio comprensivo l’uno per l’altro, e insieme avevano dato uno sguardo al mondo della magia, alla possibilità della magia anche in una vita banale e quotidiana, alla scelta della libertà. E quella notte avevano pianto e poi parlato e poi si erano compresi e incontrati in un abbraccio. Questa notte Eva ha bisogno di essere accolta. Il parco è poco illuminato, Sabrina è seduta su una panchina, Tom la invita ad unirsi a loro e a raccontare se lo desidera. Eva non ci riesce, è molto confusa, durante il viaggio di ritorno non ha fatto che pensarci, poi a Ravenna si è persa. “Non importa: ora sei qui. Facciamo un gioco, io mi allontano un momento da voi, mi nascondo dietro a quell’albero e quando riappaio io non sono più Tom ma impersonifico un personaggio a mia scelta e voi dovete indovinare di chi si tratta.” “Perchè non fai il personaggio del bambino, ti riesce così bene.”, lo prega Sabrina. Nel giardino non c’è altra presenza umana, un’auto si è fermata nel parcheggio accanto all’ingresso del parco, ha spento i fari, ma nessuno è sceso. Tom si confonde con l’ombra di un albero, quando ricompare non è Tom ma quello che sta mimando, quasi un’apparizione impalpabile e irreale, una materializzazione di un pensiero. Tom descrive camminando un cerchio davanti alle due ragazze con un’andatura che non gli è propri ma dell’identità che sta rappresentando. Sabrina ed Eva devono indovinare chi stia mimando. “Sembra… non so, non potresti ripeterlo? Non è chiaro.” Tom traccia un secondo cerchio infine si avvicina alle ragazze: “Ditemi chi avete visto.” Incerte, si scambiano le proprie impressioni, poteva essere qualcuno non più giovane ma non ancora adulto che non sa cosa decidere della propria vita, che non sa ancora chi è e cosa diventerà, uno che ha appena perso un lavoro, o un disoccupato che lo sta cercando, un adolescente che deve scegliere un indirizzo di studio o che sta per diventare un adulto oppure un pazzo che dice cose senza senso o … potrebbe essere chiunque. “In verità non sapevo bene chi interpretare, è un gioco dopotutto…però avete risposto correttamente, brave.”, confessa Tom e prosegue: “prima del tuo arrivo avevo chiesto a Sabrina di raccontare quello che è successo ieri sera tra di noi. Sarebbe interessante se tu, Sabrina, volessi raccontarlo anche a Eva.” “Non so da dove incominciare, e poi perchè?” “Incomincia dall’inizio senza tralasciare nulla, anche un particolare può essere utile ad illuminare le cose.” La voce di Sabrina trema, un poco di imbarazzo poi prevale il desiderio di raccontarsi. Si rivolge ad Eva. Tom è in piedi di fronte a loro e le osserva. “Ieri sera ero a casa sua, eravamo soli, guardavamo la tv, seduti sul divano..” Qui si interrompe, i suoi occhi scuri indugiano, scrutano il buio cercando un punto indefinito che possa aiutarla a proseguire il racconto, intanto l’auto nel parcheggio ha acceso i fari e lentamente si allontana. “Come eravate seduti?”, chiede Eva per incoraggiarla. “Eravamo abbracciati quando lui all’improvviso si è spostato ed io ho avuto il desiderio di baciarlo, è una cosa che mi piace molto, baciarlo. E poi…”, una leggera pausa,”Tom mi ha fatto distendere sul divano e mi ha fatto spogliare, lentamente mi sono tolta i vestiti, Tom ha iniziato a massaggiarmi la schiena, ho iniziato a rilassarmi, non provavo imbarazzo per il fatto di essere nuda, avvertivo il mio corpo rilassarsi sempre di più. Mi sono addormentata e ho sognato, nel sogno ho visto una donna molto bella, coi capelli raccolti in una morbida treccia, vestita in modo sobrio ed elegante, e questa donna avanzava luminosa verso di me. Ecco io credo che ero me stessa che mi venivo incontro, la me stessa a cui tendo, la me stessa che vorrei diventare, la me stessa che esce dal bozzolo e si trasforma finalmente in una creatura meravigliosa. Mi piaceva guardare questa donna luminosa che mi camminava incontro ma allo stesso tempo provavo dolore di non riconoscermi completamente in lei, io non sono ancora diventata quella donna anche se lei è in me, nascosta, pronta ad uscire. E’ che io ancora non sono pronta. Quando mi sono risvegliata Tom stava accarezzando il mio corpo e la sua mano…io avrei voluto che andasse avanti ma lui si è fermato.” E qui prosegue Tom: “Ho pensato anche io di non riuscire a fermarmi ma poi mi sono trattenuto. Sabrina cosa è successo?” “Provavo piacere, desideravo che tu andassi fino in fondo. Ho provato piacere e dolore insieme, non so spiegare bene…” “Cosa sarebbe successo se fossi andato avanti?” Sabrina riavverte quella sensazione di piacere. “Non lo so.” “Il sesso può essere solitudine, la più profonda e acuta solitudine, in quel momento avresti sbattuto contro il tuo io, l’impatto può essere terribile, ci si ritrova faccia a faccia con quello che si è, un ammasso di egoismo, per questo si prova dolore. Soltanto chi è impeccabile può servirsene come strumento di conoscenza per oltrepassare i propri limiti.” “Per me, interviene Eva, a volte il dolore è molto intenso perchè si è soli, in quegli istanti si avverte paradossalmente la distanza che ci separa dall’altro, ci si perde nel proprio oblio dimenticando l’altro. Ma forse l’amore non è questa dimenticanza o meglio non dovrebbe esserlo. Dovrebbe essere pienezza non vuoto.” Eva ripensa a quanto avveniva con Jonathan. Si tocca il fondo della propria disperata solitudine, si avverte quasi una distanza incolmabile che invece l’amore dovrebbe coprire. Tom Sabrina ed Eva restano ancora seduti a lungo nel giardino completamente in silenzio. Poi Sabrina va a casa mentre Eva si ferma a dormire da Tom, in cucina mangiano uno spuntino veloce e parlano ancora un poco mentre lui le prepara il divano letto nel salotto. Eva alla fine riesce ad addormentarsi, la finestra aperta con le tapparelle abbassate filtra l’aria tiepida e i rumori della notte, e poi verso mattina arrivano i suoni della vita che ricomincia, auto che passano, bambini che scendono nel parco a giocare, campane della chiesa che suonano, ora Eva è sveglia e nella penombra osserva la sala in ogni angolo della quale si avverte la forte presenza di Tom. Eva prova gratitudine per la sua ospitalità e la sua amicizia disinteressata.

Sette.

Dopo quella notte l’estate è proseguita. Perla, la gatta, ha partorito cinque gattini tra gli stracci e i cartoni su un vecchio carro agricolo e la vita nella nuova casa al podere è iniziata bene e la famiglia ha ritrovato coesione. Marco ed Eva e Sabrina sono tornati all’Argentario insieme e a parlare di nuovo d’amicizia e d’amore che restano senza risposte come quello di Marco verso Eva, come quello di Sabrina verso Tom, come quello di Eva verso Wolfgang. L’amore rimane per ognuno di loro una domanda senza soluzione. Le promesse che Eva ha fatto nel suo cuore a Wolfgang sono intatte: ma lui rimane lontano. Eva lo aspetta, le mani legate, il cuore cieco. Eva si domanda perchè non possano sopravvivere le grandi passioni? Perchè non se ne abbia il coraggio. Perchè il tempo cancelli il ricordo? Perchè di fronte al pensiero della morte ci si sente schiacciati, atterriti e spaventosamente soli? Perchè ci si lascia l’un l’altro da soli? Intanto la vita di Eva va avanti con la debole consapevolezza del suo tempo, a volte è rabbia, a volte è nostalgia, molto spesso impotenza, qualche volta rassegnazione, ma accettazione mai. Ogni giorno di più le sembra di aver fatto il suo ingresso nel mondo adulto, ora prova un ostinato rifiuto a sognare perché la realtà è diversa, è un’altra cosa. La realtà di tutti i giorni, sommersa dall’abitudine, dalla voce della tv e del telegiornale ad inquinare i sogni. E’ difficile dire no, riuscire a rimanere integri, per la prima volta Eva distingue netto il confine tra sogno e realtà e sa che c’è solo questa ultima perchè non le è rimasto niente altro. Un mondo senza magia, senza lo sguardo che illumina e accende. Eva si scopre a non fare progetti, non è in grado di dire come sarà la sua vita tra una settimana, tra un mese, tra un anno, se uguale o migliore o peggiore. Si lascia assorbire dalla quotidianità, dall’abitudine rinunciando giorno dopo giorno a vivere. A volte prova un latente senso di colpa verso sè e gli altri per il suo continuo e colpevole sottrarsi alla vita, per il rifiuto e la resa. Eva non sa fino a quanto potrà ancora sperare di aspettare Wolfgang. In aprile Eva gli scrive. Non riesce più a trattenere l’amore che prova per lui, non può dirlo che a lui, altri non potrebbero capire. “Caro Wolfgang, scrivo alla persona sensibile che ho conosciuto e a colui che mi ha spezzato il cuore. Ti amo. Non te l’ho mai detto chiaramente, non c’è altro modo di dirlo che questo. Non m’importa quale sarà la tua risposta. Senza sogni la vita non ha senso, ma so che la realtà è l’unica cosa che conta. Anche che io ti amo è reale. non posso offrirti qualcosa perché non ho niente. non dico che la mia vita senza te non abbia senso anche se da un certo punto di vista è vero. ‘Amore, tu sei profondo Io non riesco ad attraversarti Ma, se fossimo in due invece di uno, barca e remo, una qualche estate sovrana, chi lo sa, ma potremmo raggiungere il sole.’ (Emily Dickinson) Love, Eva.” Wolfgang non le risponde allo stesso modo. Scrive che al momento sta cercando di dimenticare una ragazza che per lungo tempo ha occupato interamente il suo cuore e la sua mente, e che ora questa storia si è chiusa. “Thank you for your honest and touching letter… When you were here I had really a great and hard time. Hard because I tried not to feel in love with you, because I knew you gonna leave me alone. But I couldn’t help myself and I was really down a long time after you left Finland. If we could have seen each other more often or we could live in the same country, things would be really different. I think we could be married at the moment (or I hope so). I hope you can live your life like you haven’t met me at all but maybe someday we’ll meet again and fall in love. But now it’s something complete different.” Ma le cose ora sono completamente diverse. E se Wolfgang dice un giorno, Eva dice mai. O tutto o niente. Eva non vuole più essere cieca. Rinuncia a comprendere il significato dell’amore. Non fa per lei. La domanda cade nel vuoto, insoluta. L’amore torna ad essere oscurità inesplorata a cui è vietato l’accesso.

Otto.

Una nuova estate. (1992) Eva rifiuta di viverla, non le interessa, giugno e luglio sono piovosi, infine agosto è torrido. Solo la musica riesce ad annullare ogni pensiero e la stessa consapevolezza, liberando il corpo dall’anima. La musica ad alto volume, la musica totale dei concerti. Due sono stati gli eventi in particolare. L’atteso concerto dei Guns’ n Roses a Torino e il festival blues a Ravenna. Il concerto dei Gn’R è valso su l’estate intera. Novenber Rain è stato il momento più intimo e raccolto. Il cielo disegnava un cerchio rosa intorno all’arco esterno dello stadio, un cerchio soffuso di luce. Nel prato e sulle gradinate oscillavano centinaia di luci degli accendini accesi mentre la notte scendeva piano, silenziosa e nascosta, affondando nel cuore. E Wolfgang era un’ assenza del cuore. E forse il pensiero di Wolfgang è rimasto là dentro allo stadio e poi c’è stato un altro ritorno in treno e Wolfgang piano piano si allontanava via, lontano. Poi c’è stata la serata blues a Ravenna con la potente esibizione di Screamin’ Jay Hawkins, in costume da rito voodoo e il teschietto Henry , e la voce profonda ricca, da brivido, che ha colorato la notte di intenso blues, e il suo sorriso irriverente e gioioso nei confronti della vita. Se ne viene catturati e ci si scioglie in una danza primitiva e istintiva. Questi due momenti soli hanno restituito senso all’estate. E poi è arrivato di nuovo settembre che è apparso interminabile, l’autunno ha portato inaspettatamente una speranza di rinnovamento. E ora che è fine ottobre a Eva sembra che la distanza che la divide dal’estate sia fatta di secoli. Le foglie, tutte, stanno cadendo scosse dal vento e dalla forte pioggia. Il mattino, appena dopo all’alba, appare sospeso in una tiepida luce mentre il cielo si carica di nuove nuvole nere di pioggia. Eva ha deciso di fare qualcosa per se stessa. Nello scrivere intravede la salvezza. “un inutile vocazione a fare della propria vita un romanzo da scrivere, quando non è possibile viverla perché quello che è importante per una persona non lo è necessariamente per l’altro. Quasi sempre siamo soli nelle nostre ossessioni, e allora qualcosa più forte dentro di noi insorge spingendoci a scrivere. A scrivere quella storia che ci tormenta, per non dimenticarla e ricordarla nel vortice senza uscita delle illusioni, ma perché non possiamo fare a meno dello scrivere stesso. E la storia diventa romanzo quando i personaggi diventano altri, non noi che abbiamo vissuto, ma altri, indipendenti da noi, eternamente vivi. Ho incominciato a scrivere prendendo appunti fin da quella notte a Rimini, appunti che via via hanno preso corpo e sono diventati un lungo racconto di una porzione importante della mia vita, di quel momento delicato in cui si deve diventare o incontrare se stessi, e Jonathan questo e soprattutto è stato l’incontro con me stessa, un guardarmi allo specchio e vedere un riflesso ancora informe che via via si è andato formando, Jonathan è stato una parte di me, un desiderio, una ricerca, non importa se gli corrisponde una persona reale. Scrivere non è un’arte consolatoria, scrivere o suonare possono salvare la vita, e scrivere ha salvato la mia, la sta ancora salvando. La scelta è difficile ma forse l’unica possibile.” Eva si chiede se avrà il coraggio di percorrere questa strada fino in fondo quanto ha fatto Jonathan alias Guglielmo con la musica. Il problema di cosa è l’amore è complicato. La soluzione che ne ha dato Dante è originale. Il Poeta scrive come l’incontro con la donna angelicata e come il ricordo di lei, dopo la sua morte, abbia salvato la sua vita avvicinandolo alla luce di Dio. Il suo viaggio infatti è reso possibile dall’intercessione e dalla pietà della donna amata, il presupposto è appunto l’amore di Beatrice. Ma non sappiamo per certo se Beatrice amasse Dante. Beatrice era solo un’immagine, Beatrice reale era estranea alla sua vita. Se Dante avesse avuto Beatrice non sarebbe stato in grado di vivere senza di lei, ciò che ha salvato davvero la sua vita è stato la poesia, diversamente non ce l’avrebbe fatta. Dante ha rimandato ad un sogno e ad un ricordo l’amore e ha vissuto per scrivere o meglio ha scritto per vivere. Questo è il vero viaggio di Dante. D’altra parte la scelta di Emily Dickinson è stata ancora più radicale, ha cenato da sola come Dio, e il suo dente è cresciuto nell’attesa dell’altro, infine quando esso è giunto, era diventato un piccolo e misero per il suo palato. La risposta di Emily è stata no. Quella di Eva non sarà altrettanto coraggiosa ma non ha altro per ora davanti a sé. L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile. La risposta deve essere no. Eva non sa cosa potrà salvare veramente la sua vita, se non è l’amore, se non è la musica, se forse è lo scrivere. Ma deve essere vivere, non sopravvivere, incominciare a fare qualcosa per se stessa, non perdere l’occasione, infine non desidera essere felice, forse la vita non lo richiede, vuole essere libera e vivere ancora in un mondo di magia, a parte tutto. Fine. Discografia parte terza Area e Demetrio Stratos Guns’n Roses: November rain U2: love is blindness Zucchero: Dune Mosse Paolo Conte: Recitando, La ricostruzione del Mocambo, Aguaplano, Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Blu notte Adriano Celentano: Azzurro Screamig Jay Hawkins: I put a spell on you Antologia Gabriel Garcia Marquez: L’amore ai tempi del colera Emily Dickinson: amore tu sei profondo Fedor Dostoevskij: L’idiota Antoine de Saint Exupery: Il piccolo principe Conclusione. ora è il momento che io saluti Eva, ogni tanto verrò a salutarla e dirle grazie che ancora oggi faticosamente mi sta indicando la via e che questo mestiere di amare e di vivere non lo impareremo mai abbastanza, né io né lei. Eva è stata il mio alter ego ed ora io mi separo da Eva e lei prende la sua strada ed io la mia, forse un giorno ci incontreremo di nuovo e lei avrà ancora qualcosa da mostrarmi, come riuscire a ricominciare da capo e riprendere il mio cammino in questo mondo di magia, a parte tutto.

Parte terza.

Uno.

Eva è tornata a casa in Italia, a F. Alle cose usuali alla vita ordinaria. Entra nella sua camera che la madre ha pulito ed ordinato senza riconoscerla come se appartenesse ad un’altra, non a lei. Chiama a raccolta gli amici per salutarli, per ultimo telefona a Marco, Eva non intende più nascondersi dietro al silenzio e alla facciata vuota dell’incomunicabilità. Marco ha di fronte a sé una nuova Eva. Mentre lei era lontana lui pensava a lei, a quando sarebbe tornata, a quando avrebbe fatto in modo che fra di loro tutto fosse diverso. Non si sarebbe più sottratto a lei, non si sarebbe più difeso, l’avrebbe finalmente amata senza riserve, aveva capito di amarla veramente, in quegli anni erano comunque rimasti insieme per l’amicizia che li univa e per le tante passioni che condividevano, ma l’amore no, non era più stato lo stesso, per colpa di Eva e per colpa di Marco. Ora Eva è cambiata. Eva soffre insieme a lui anche se questa volta è lei a dover recitare la parte di quella che non ama. Verso sera vanno al mare, restano soli sulla spiaggia, il vento cala, il mare si ricompone pacificamente, il suono delle onde torna tranquillo. Ci sono ancora lacrime sul viso di Marco e disperazione, il mondo gli sta crollando addosso, e lui sta andando in mille pezzi, si oppone cercando di resistere alla terra che gli scivola da sotto i piedi, vuole che lei gli racconti nei minimi particolari quello che è successo. Vuole cercare di recuperare tutto ciò che non ha voluto comprendere prima, la sfida di Marco è quella di rimanere intatto, unito quando è già andato in pezzi, quando il dolore allo stomaco provoca conati più intensi di vomito e la fitta agli occhi diventa insopprimibile. Ma Eva è lì accanto a lui e lo guarda freddamente, tra loro era già finita prima, molto prima e ora che lei è tornata lui ha capito di volerla. Eva non va via, rimane con Marco anche se non può aiutarlo. Piangeranno insieme. In agosto qualcosa di nuovo interviene nella loro vita, scoprono il piacere e la libertà di viaggiare. Per ferragosto Eva ha qualche giorno di ferie inaspettato, Marco non lavora e Sabrina, la ragazza di Tom, si è appena diplomata. Così partono insieme per l’Argentario. Di giorno si va in gita all’isola del Giglio con il traghetto da Porto Santo Stefano e la notte si va a dormire nella spiaggia della Giannella, il vicino campeggio è al completo, verso sera la spiaggia si riempie di tende. Al ritorno dal Giglio a Porto Santo Stefano comprano il pane fresco dal panificio sul molo e qualche altra provvista per la cena e per la colazione, una doccia veloce con le bottiglie d’acqua, si cena con quello che c’è, si monta la tenda, e prima del sonno si siedono in riva al mare e la luna di fronte, è il momento delle confidenze, sono 3 amici insieme, Eva con il cuore in Finlandia, Marco con il cuore dolorante e Sabrina con il cuore innamorato. Sabrina dice di non sapere chi è, si è appena diplomata ragionera, e non sa cosa vuole fare della propria vita, non sa cosa vuole essere, la sua storia con Tom è appena agli inizi. Marco ed Eva l’ascoltano attentamente, nel gruppo Sabrina è sempre stata una ragazza semplice e allegra, ora lei mostra le sue ombre. “Fino a poco tempo fa io non sapevo neppure che esistesse una Sabrina, prendere consapevolezza di quello che si è non è facile. Voi per esempio come mi potreste descrivere?” “Sei una ragazza buona , io penso.”, dice Eva. “Una ragazza che diventerà una splendida donna.” osserva Marco. “Fino a poco tempo fa non sapevo neppure che esistesse una Sabrina. Ogni cosa che facevo era in funzione di una mia amica, lo facevo per lei, per farle piacere, ora è finita, mi sono accorta che non è giusto, che io non sono lei, che le cose che andavano bene per lei per me sono sbagliate. Io non riesco a parlare di me, dire chi sono veramente. Io ho un’immagine di me, di quello che vorrei diventare, degli abiti che vorrei indossare, della vita semplice ma piena che vorrei conquistare. Ma non lo so, io devo ancora capire chi sono.” Marco la comprende profondamente, anche lui ora non sa più chi è, è come se qualcuno avesse lanciato un pacco dal finestrino di un’auto in corsa a folle velocità e che quel pacco fosse lui, e ora lui osserva quel pacco sull’asfalto, si è disfatto, infranto in mille pezzettini e lui non può che raccogliere tutti questi pezzettini e metterli in tasca e poi non resta che rimetterli insieme, ma non sa più come si fa. Marco cerca disperatamente risposte su se stesso e sa che nessuno può dargliele, neppure Eva. In tenda non riesce a dormire, il dolore allo stomaco è forte così come agli occhi, sveglia Eva, le chiede di parlare, di spiegare. Mentre le giornate al mare scivolano veloci, le notti alla Giannella non sono tutte uguali, notti tranquille si alternano a quelle più difficili. Anche il suono del mare non è mai uguale, a volte cullante, amichevole, a volte oscuro e cupo come se tra le sue onde nascondesse un mistero o un pericolo. Una notte era un doppio eco argentato che trascinava via con sé e al mattino il mare era tornato calmo con le onde che scivolavano piano sulla riva. In agosto e settembre Marco Eva e Sabrina torneranno all’Argentario e all’isola del Giglio per altre 4 volte, sono brevi finesettimana per riprendere fiato, per scappare da sé, per ritrovare qualcosa per cui restare. E un’amicizia nuova tra di loro. Al ritorno Marco guida ininterrotamente mentre e due ragazze si addormentano. I suoi occhi bruciano, ai lati della strada gli appaiono ombre bianche, la sua attenzione tocca il limite, nonostante ciò continua a guidare senza chiedere il cambio. Sulla statale 67, sul passo del Muraglione, mentre Sabrina ed Eva dormono, lui rimane solo immerso nel fantastico paesaggio naturale notturno, tra alberi che sembrano mostri e vertigini che vogliono trascinarlo via. Marco resiste, quei piccoli viaggi sono allo stesso tempo un’evasione dalla realtà e un modo per restarvi attaccato. L’ultima data del 22 settembre all’Argentario segna l’inizio di un nuovo autunno, e poi ci sarà l’inverno da superare e poi attendere una nuova estate.

Due.

Recitando un ritorno sulle piste delle allegrie. (Paolo Conte) Un anno dopo. 11 giugno 1991, una telefonata, la stessa data della partenza di Eva dalla Finlandia. “Pronto, sono Guglielmo.” “Chissà perchè ogni volta che ti penso poi ci sentiamo, pensavo a come avrei reagito se tu fossi tornato.” “Davvero, volevo telefonarti ieri sera ma poi non ho trovato il tuo numero. Sai, domenica stavo mettendo a posto il mio armadio ed ho trovato una tua lettera, la prima che mi hai spedito, te la ricordi? Ho deciso di seguire l’istinto e ti ho chiamato.” “Sì, mi ricordo quella lettera.” “Ascolta, da quanto tempo ci conosciamo? Sono sette anni e in sette anni non siamo mai riusciti a parlarci per il verso giusto. Io vorrei vederti, potremmo incontrarci.”, una breve pausa e poi aggiunge,” Devo dirti delle cose che non ti ho mai detto.” “Pensi davvero che ne valga la pena?” ” Sì, perché me lo chiedi?Tutto serve nella vita.” “Io penso di no. Tu ti ricordi l’ultima volta che ci siamo visti, e tu sai come è andata a finire, ne valeva la pena? No, tu stesso alla fine lo hai detto. Ho sofferto molto e a lungo ma poi sono riuscita a dimenticarti e ora tu telefoni come niente. “, tace un secondo e poi lo dice “Io mi sono innamorata.” “E’ una cosa bella innamorarsi, fa sentire bene, fa sentire vivi anche se non sempre ci fa felici perché la felicità non dipende da quello che vogliamo noi. La felicità ci sorride ci illude e poi scappa via, spesso senza spiegare, senza che noi possiamo rendercene conto. Però innamorarsi illumina e riempie la vita, ci rende diversi, migliori, tutto il mondo risplende di luce, torniamo a gustare ad amare la vita intera. Ci si sente vivi e ci si illude di essere felici. Essere innamorati restituisce dignità al nostro vivere, anche se è un inganno, anche se poi lui o lei fugge via e si torna soli ma abbiamo amato, abbiamo sentito il sangue scorrere nelle vene e nella gola la voglia di cantare e nelle braccia il desiderio di accogliere il mondo intero. E se tu ti sei innamorata io sono contento per te.” “Cosa vuoi da me, perchè mi hai cercato, perchè mi stai di nuovo tirando in ballo? Dopo così tanto tempo, tre anni?” “Senti mi sono capitate delle cose che mi hanno fatto male…” “Meno male che ogni tanto stai male anche tu…” “Poi ho trovato la tua lettera. Pensa che se non fosse stato che tu allora mi avessi scritto quella lettera, io oggi non ti avrei chiamato, forse non ti avrei più cercata. E’ stato per quella lettera. Ho capito leggendola che…esistono altre persone, che c’è una persona che è stata male quanto me, una persona che può capire, che può capirmi. Io sono molto confuso.” “Che sei confuso l’ho capito, ma io che cosa c’entro? Non pensi che io potrei essere completamente un’altra, diversa da quella che ti aspetti?” “Perché non vieni a trovarmi qui a casa mia? Non sei mai venuta. Ci sediamo e parliamo tranquillamente. Per una volta.” Eva tace ancora, sta pensando. “Dimmi, ti importa ancora di me?” “Non lo so. Ma a te è mai importato di me?” “Non vuoi vedermi, davvero?” “Devo pensarci. Ma tu cosa ti aspetti da me?” “Niente o tutto, è la stessa cosa. Sì io mi aspetto tutto da te. Tutto e niente.” “Ti chiamo venerdì per farti sapere.” “Va bene, io ora torno di là a suonare. Ora io sono felice.” Eva ha sempre pensato che un giorno avrebbe fatto questo viaggio, che sarebbe andata da lui, a casa sua. Sta pensando di accettare di fare un altro tentativo se non altro per chiudere i conti rimasti aperti , non crede tuttavia che ne valga la pena, con lui non è mai valsa la pena. Le sembra assurdo che lui le abbia telefonato a causa di una vecchia lettera d’amore, senza la quale di certo non l’avrebbe più chiamata e magari l’aveva già dimenticata. Eva ha letto in non so quale libro che non si pensa mai ad una persona in senso univoco, che è sempre una cosa reciproca, che c’è sempre una corrispondenza, ma le pare alquanto assurda anche questa cosa. Eva ha la certezza che ogni volta che pronunciava il nome di lui era soltanto un’assenza a risponderle, che Jonathan non riuscisse più a sentirla. Eva è confusa, vuole parlare con Tom, si trovano come quasi ogni sera al locale del bowling, lei e Tom condividono la passione del sigaro, così uno ogni tanto solo loro due. Così la notte tardi si fermano in auto nella piazzetta in cui sono soliti incontrarsi, e fumano un toscano in due avvolti nella densa nebbia speziata e nel silenzio. Tom sa qualcosa di Jonathan ma non conosce la storia per intero. Eva gliela racconta da capo. Dopo il primo imbarazzo Eva si rilassa e parla in modo tranquillo. Ogni tanto lui la interrompe per fare il punto del discorso, per ricapitolare gli eventi maggiormente significativi. Cerca di inquadrare la storia da una prospettiva diversa. Senza esserne consapevole lui possiede la parte mancante della storia. “In parte io lo capisco Jonathan. Quando ti ha incontrato lui non era in grado di affrontare un legame serio un po’ per il fatto di voler diventare a tutti i costi un musicista e dall’altro per via della distanza. La distanza non è cosa da poco. Anche a me è accaduto qualcosa di simile. Incontrai una ragazza al mare, ci fu una storia, durò per tutto il tempo di una vacanza, può essere niente, può essere tutto. Ero innamorato. Ricordo le canzoni che ascoltavo in auto andando di sera a trovarla, non pensavo ad altro che a lei, notte e giorno, riempiva tutto il mio tempo, tutti i miei pensieri. Avevamo 19 anni. Alla fine delle vacanze lei è ripartita, non era di qui, ed io per paura della distanza e che fosse tutto vero, ho preferito lasciarla andare. Lei mi avrebbe aspettato. Ma io non ho voluto. Ora sono diverso, ora c’è Sabrina. Lei è molto gelosa, mi ha fatto eliminare dall’auto tutte quelle piccole cose, che so, un bigliettino, una conchiglia, un braccialetto, una rosa secca, che tenevo in ricordo di ogni ragazza che avevo amato anche se fugacemente anche se inconsapevolmente. La ragazza di una sera, la ragazza che ho incontrato in uno sguardo, la ragazza solo sognata e immaginata, la ragazza di un’avventura, la ragazza di una storia più seria. Le ho amate tutte, in ognuna amavo qualcosa, un particolare, le labbra o il sorriso, un colore degli occhi o un neo sul collo, ognuna di loro contribuiva a formare il quadro della mia donna ideale. Conservo ancora ogni cosa in una scatola. Sabrina non è niente di tutto questo, lei è così diversa, così unica.” “Io sono innamorata di Wolfgang.”, risponde Eva. “Fai una cosa, continua Tom, tu vai a vedere cosa vuole Guglielmo se non altro per completare quello che manca, al di là che abbia un senso o meno, al di là che ne valga la pena o meno, tu vai e vedi, cosa hai ancora da perdere? Forse questa volta sarai più forte, forse questa volta sarai tu a stabilire cosa vale o cosa no, forse questa volta tu riuscirai a non farti calpestare, forse questa volta tu riuscirai a non farti fare quello che gli altri vogliono di te, forse questa volta sarai tu a scegliere e non a farti scegliere. Chissà? Accetterai questa sfida?”

Tre.

Eva parte sabato mattina verso le sei, sono meno di 250 km prende la Ravegnana e poi corre sulla Romea trafficata con i mezzi pesanti da superare. Si perde al centro di Padova poi ritrova le indicazioni per il paese di Guglielmo. Al telefono si sono messi d’accordo per incontrarsi alla stazione, e dove altro? Eva la trova facilmente ma non c’è Guglielmo ad aspettarla. Eva allora cerca una cabina per telefonargli, lui dice “Arrivo”. Il paese di Guglielmo è un centro agricolo e artigianale in espansione, se lo immaginava più piccolo. In stazione Guglielmo è appoggiato alla vecchia 126 e pare sorpreso che lei non sia lì. “Sono andata a telefonarti.”, si scusa. Eva scende dall’auto, lui le tocca un braccio in segno di saluto, come se dovesse riconoscerla dal tatto. “Andiamo al bar all’angolo a bere qualcosa.” “Quale bar? Io non ho visto nessun bar.” Infatti il bar è chiuso, un cartello dice chiuso per lutto. Guglielmo è salito nell’auto di Eva. “Aspettiamo un po’ prima di andare a casa mia, i miei stanno per uscire.” Nel vano del cruscotto lui vede un libro “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez. “Un bel titolo, deve essere bello, parla d’amore?” “Parla d’amore sì e di disperazione, a me non è piaciuto.” Accende l’autoradio, è inserita la cassetta dei Guns’n Roses. “Ascolti questa roba?”, sorride divertito, “Questi tipi non hanno inventato nulla, vivono di rendta della musica anni 70, e sono in cima alle classifiche. Le cose veramente nuove e diverse, invece, fanno fatica ad essere ascoltate, non interessano a nessuno.” L’impressione che Eva ha di lui non è gradevole. E’ diverso dall’ultima volta che l’ha visto, lui ora ha 29 anni, è ingrassato, la pelle del viso è sciupata, i capelli sono trascurati, gli occhi sono diventati di un azzurro opaco, il sorriso ha perso qualche dente, indossa una vecchia camicia a quadretti e un largo paio di pantaloni bianchi. Eva lo riconosce dal modo di parlare, dalla solita ironia delle parole ma ha qualcosa di rassegnato in sé. A Guglielmo non è mai importato di niente e di nessuno, l’importante per lui era suonare. Non ha mai smesso di suonare ma da tempo si è accorto di dovere fare i conti con un mondo e una società diversi da come aveva sognato, i miti musicali e politici degli anni 70 sono decaduti. Ora Guglielmo ha raffinato la sua tecnica, ha studiato e suona meglio di prima, non può smettere di lavorare per dedicarsi completamente alla musica. Sa che non è possibile vivere di solo musica. “Devo mangiare per vivere e con la musica non si mangia.” Abita con i suoi genitori che aiuta economicamente. Non gli interessa essere indipendente, l’importante è avere una stanza in cui suonare, l’importante è avere i soldi per pagare le rate dei nuovi strumenti. Per il resto la sua vita è normale, banale, abituata a fare compromessi, preferisce adattarsi piuttosto che andare incontro a problemi. Gli basta poter suonare. Ogni giovedì sera ha le prove con un gruppo di musicisti della circoscrizione, dice che non suonano il genere di musica che a lui interessa però fa lo stesso, l’importante è poter suonare, è sempre un’esperienza in più anche se ha saputo di certi intrighi, che il batterista se la fa con la moglie del chitarrista. Ha un altro gruppo con cui suona i suoi pezzi ma si vedono poco, ognuno registra delle cassette con la propria parte e poi le fa sentire agli altri, Guglielmo scrive la sua parte di basso e i testi che lui stesso canta. Il batterista che maggiormente crede al loro gruppo è quello che si prodiga ad inviare alla radio le loro audio cassette promozionali. Grazie a lui hanno avuto qualche articolo su fanzines musicali e hanno partecipato a concorsi radiofonici. Il chitarrista invece ha lasciato il lavoro per dedicarsi interamente alla musica, non esce di casa, non pensa che a suonare. “Io non riuscirei a fare come lui, mi scoppierebbe la testa, impazzirei. Lui si fa ancora mantenere dai suoi genitori, così non è libero. Io lascerò il lavoro solo quando sarà possibile vivere di sola musica. Adesso sarebbe irrealistico. Grazie al batterista ogni tanto suoniamo in qualche locale, ci pagano quel giusto che serve per coprire le spese e intanto si fa qualcosa, ci facciamo conoscere, ci esibiamo dal vivo, si fa esperienza… E non ci interessa un pubblico particolare, selezionato, la musica è per tutti. Per noi è importante poter suonare dal vivo i nostri pezzi e farci ascoltare, vedere come la gente reagisce al nostro ascolto. Stasera andiamo a suonare in una pizzeria vicino a Padova.” Sono a casa sua seduti in una specie di tinello marrone, quello cantato da Paolo Conte, sul tavolo sono sparse diverse audio cassette, in tv danno un concerto di Jerry Lee Lewis. Lui dice: “Puoi prendere le cassette che preferisci, tanto io non le ascolto più.” Le riassume il panorama musicale degli anni 70, che ha ispirato la sua personale crescita musicale culturale ed ideologica. Non che sia molto interessante, d’altronde Eva si rende conto che Guglielmo sta rimandando il discorso principale per cui l’ha invitata a casa sua. A lei non interessa niente delle sue vecchie audio cassette nè degli anni 70. Eva capisce che dovrà aspettare a lungo prima che lui arrivi al nocciolo della questione. “Quando ti ho incontrata quella notte a Rimini io ero in crisi perchè la cosa di cui più mi importava era suonare , io desideravo suonare al livello degli Area, cosa insuperabile del resto. Io soffrivo perché sapevo di non esserne all’altezza e che forse mai avrei potuto diventarlo. Allora ero ad un bivio, proseguire con il mio sogno oppure lasciare perdere. L’ideologia musicale e politica degli anni 70 era fallita. Un tempo si tenevano grandi concerti e manifestazioni ma poche persone erano lì perché ci credevano veramente, era un fatto di moda, io invece ci credevo e come me pochi altri. Significava cambiare se stessi, costruire un mondo diverso, una società ideale. La musica era uno strumento per smuovere le persone, per produrre un cambiamento, per diffondere una nuova cultura. Ma alla fine i grandi gruppi, i grandi artisti se ne andavano, rientravano nella logica del mercato, facevano parte dello spettacolo. Lo stesso Demetrio Stratos era una rockstar. Negli anni 70 ovunque in Europa si suonava lo stesso genere di musica. Gli Area non facevano qualcosa di nuovo. Quando Eugenio Finardi in Musica ribelle dice “… sogna di andare in California o alle porte del cosmo che stanno su in Germania..” si riferisce alla musica d’avanguardia tedesca. Ricordi il mio tatuaggio? Ha un preciso significato , prende spunto dalla copertina di un disco di musica progressiva tedesca. A Berlino sono nate tutte le nuove tendenze, è nato il punk per esempio e la musica d’avanguardia. Per musica cosmica si intende la musica progressiva di Klaus Schulze. In Italia gli Area erano avanti anni luce rispetto alla PFM ma erano al passo dell’Europa. Ad un certo punto il clima politico e culturale della sinistra è venuto meno e tutti sono tornati a casa. Ma io sono rimasto. Da giovane adolescente sono scappato più volte da casa. In una di queste fughe io ho incontrato te. Da quella sera io non ti ho più visto sorridere. Sinceramente pensavo solo di avere un’avventura con te. Ma poi … Tu sai tante cose di me che io non ho mai raccontato a nessun altro. E quando ho ritrovato la tua lettera allora mi sono reso conto che non avevo capito niente. Di te. Che non avevamo mai fatto un discorso serio insieme. Aspetta un momento, arrivo subito.” Va a prenderle il suo quaderno, con gli accordi e i testi delle sue musiche. Vuole avere un giudizio sincero di Eva, sapere cosa ne pensa, se le piacciono i testi scritti in inglese. Eva apre il quaderno, è disordinato con parole cancellate, qualche errore ma è interessante. I suoi testi sono interessanti, è una specie di diario segreto musicale, in cui sono trasformate in note i suoi pensieri e le sue impressioni. Un testo la colpisce in modo particolare. “Too many pigs in my head…”, e poco più giù, “she wants to possess me.” E’ un testo notturno e di sottile disperazione per una ragazza che vuole possederlo fisicamente e mentalmente, per un ostinato capriccio, mentre lui resta immobile incapace di sottrarsi dal pensiero forte e violento di lei. Un’altro testo è intitolato Rockstar, le parole sono ironiche e fanno riferimento ad un suo amico che si crede una rockstar. Guglielmo le accenna due versioni quella irriverente come la fa lui e quella seriosa come la farebbe quel suo amico. “Spesso dal vivo non mi esprimo al meglio, a volte mi capita a casa da solo quando scopro qualcosa di nuovo. Tra poco andiamo nella mia camera così provo un poco, ripasso i testi per il concerto di stasera. Devo riscaldarmi le mani, sciogliere le dita sulle corde.” “In che modo riuscite a preparare un concerto senza provare insieme?” “Anche se non ci incontriamo spesso, ci conosciamo bene, ci fidiamo l’uno dell’altro. Non abbiamo un posto per le prove, abbiamo vite e impegni lavorativi diversi a parte il chitarrista che non lavora. Il concerto di stasera oltre a darci visibilità ci permette di incontrarci e suonare insieme e vedere se siamo migliorati. Ognuno di noi cerca di fare quello che può, il batterista si muove in tutte le direzioni per farci conoscere, il chitarrista è sempre chiuso in casa a provare, mentre io quando non lavoro mi siedo al piano a trovare gli accordi e poi li provo al basso.” A mezzogiorno mangiano insieme in sala, Guglielmo ha chiesto alla sorella di aiutarlo a fare gli spaghetti, finalmente Eva ha conosciuto la sorella Melania, diciotto anni, riccioli biondi, allegra, spensierata con una venerazione per il fratello maggiore. Guglielmo si accorge di avere finito le sigarette e scende un momento per comprarle, Eva rimane sola con Melania che è in imbarazzo, Eva osserva la sala che è arredata con mobili fine anni 50 con specchiere e fregi dorati. Il telefono è a lato dello specchio, Eva si ricorda che lui le ha detto che non sopporta di guardarsi nello specchio mentre telefona. Dopopranzo vanno nella sua camera in fondo al corridoio a destra, al momento Eva non ci fa caso ma la stanza di Guglielmo è esattamente uguale alla sua,stessa disposizione del letto e dell’armadio, al posto della scrivania qui c’è un pianoforte, uguale orientamento a nord ovest della finestra. Ciò significa che hanno guardato gli stessi tramonti, che hanno avuto gli stessi pomeriggi invernali inondati di luce e l’identico caldo sole estivo. Soltanto le pareti fanno la differenza, qui sono spoglie e bianche mentre la stanza di Eva è interamente ricoperta di posters e fotografie. Eva si affaccia alla finestra, sottocasa c’è un campetto da calcio in cattivo stato. “Ci giocavo da bambino.” Un basso è steso sopra al letto, l’altro è nella custodia sul pavimento. Le dice di sedersi dove preferisce, lui si mette al piano, prende il suo quaderno e suona alcune sue cose, tra cui “too many pigs in my head and she wants to possess me”, ora la sua voce è dolce e sottilmente disperata, Eva pensa che deve averla scritta in una notte di ossessione. Poi si mette al basso, per coinvolgerla le mostra alcuni accordi e le permette di fotografarlo. Guglielmo si accorge che si è fatto tardi, tra un’ora deve prepararsi per andare a Padova. “Senti andiamo di là a parlare, ti faccio un caffé d’orzo.” Accosta la porta del tinello, Eva pensa ‘ finalmente ora viene alla questione’. “E’ accaduta una cosa che mi ha fatto stare male. Non sono mai stato così male.Ora è finita e sto ancora peggio. Una brutta storia con una tipa. La conoscevo da un sacco di tempo, lei era la ragazza di un mio amico, io e lei scherzavamo senza problemi, poi un giorno lei mi ha baciato e non è stato più uno scherzo. Mi ha detto che era molto attratta da me ma che non voleva lasciare il suo ragazzo. Ci siamo visti di nascosto alcune sere ma a me così non piaceva, volevo che scegliesse o me o lui. Lei è rimasta con lui ma continuava a cercarmi. Io ho provato a dimenticarla, quella canzone l’ho scritta pensando a lei. Lei è una persona molto volgare ed egoista. Io non so come posso desiderarla, io ne sono attratto e allo stesso tempo la disprezzo.” Eva non sa che dire, sente una gran puzza di bruciato, ancora una volta si accorge che Guglielmo l’ha fregata. Eva non crede che sia possibile essere innamorati di qualcuno e nello stesso tempo disprezzarlo. Chissà perchè le viene alla mente la figura di Nastasja Filipnova in L’Idiota di Dostoevskij, uno dei primi libri amati da Eva. In un qualche modo questa ragazza e Nastasja si assomigliano per forza e bellezza. Eva è rimasta colpita e affascinata dall’amore puro del principe Myskin per Nastasja, egli le dichiara il suo amore dicendo di amarla per quello che è realmente, oltre ogni apparenza, ma Nastasja fugge non reputandosi all’altezza di come il principe l’ha realmente vista. Guglielmo dice che questa ragazza è volgare, che è un’egoista, che pensa solo a se stessa, ma che ne è inspiegabilmente attratto e spaventato. “Lei continua a stuzzicarmi, a tormentarmi. Ti ho raccontato questa storia non per parlare di lei, io vorrei che tu capissi alcune cose, o meglio io vorrei capire alcune cose che non mi sono chiare. Quando ti ho telefonato io ho seguito l’istinto, ho pensato proviamo. Un tempo io volevo solo suonare, ora io voglio qualcosa di più. Voglio di più, capisci?” Eva annuisce e pensa sì questo mi vuole fregare. “Per questo io da te mi aspetto tutto o niente. Io non cerco un’amica.” “Senti ma come la mettiamo con la distanza? Per te sarebbe ancora un ostacolo insuperabile?”, chiede Eva tanto per sapere. “No, la distanza non sarebbe un problema, a condizione che ci sia l’Amore.”, la guarda diritto negli occhi o che cavolo, pensa Eva, ha detto Amore, con la A maiuscola. “Deve esserci di mezzo l’Amore altrimenti non ha senso. L’Amore, qualcosa di grande, capisci?” Sì, Eva capisce e rabbrividisce. L’Amore. Quello che tra noi non c’è mai stato, quello che tu non hai mai voluto, quello che io provavo per te una volta. Eh già l’Amore, facile dirlo adesso che è lui ad averne bisogno mentre quando lei era nella merda nessuno è venuto a tirarla fuori e ora lui pretende che sia lei ad aiutarlo a capire quello che prova per questa ragazza. Nel tinello il pomeriggio è azzurro e afoso come nella canzone scritta da Paolo Conte, ma cantata da Celentano. Ad Eva appare l’immagine di Wolfgang, un’ immagine trasparente nel sole e nel ricordo, sul suo asse focale l’ immagine di Wolfgang e l’idea dell’Amore si sovrappongono. Per la prima volta in un anno Eva si rende conto di quanto Wolfgang sia assente dalla sua vita. Fino a questo momento Eva lo ha fatto fatto vivere nei suoi sogni, in un mondo perfetto, isolato dalla realtà, al sicuro, in un mondo irreale. Ora la realtà la richiama indietro. Non desidera più sognare, vorrebbe fare parte concretamente della vita di Wolfgang. Le risposte alle lettere che lei gli scrive sono elusive e superficiali, lui non ha mai parlato di venire a trovarla in Italia nonostante il suo invito. Wolfgang non parla mai di sé, le racconta del tempo, della specializzazione che sta prendendo, del lavoro che non ha ancora trovato. Quasi a rassicurarla in ogni lettera dice che non è successo niente di speciale. Eva si rende conto di non conoscerlo affatto, vorrebbe condividere la sua vita e i suoi pensieri ma lui non glielo permette. E se il dialogo non prosegue come potranno un giorno incontrarsi di nuovo e riconoscersi? Ora i contorni del reale coincidono con le pareti di questo tinello. Guglielmo ha appena pronunciato la parola amore con la A maiuscola, e le loro mani sul tavolo sono così vicine che potrebbero toccarsi, ma lui sposta il bicchiere verso di sè ed Eva apre a caso il quaderno coi suoi testi e le sue musiche. Di fronte alla parola Amore restano in silenzio. Non sanno neppure cosa sia, non sanno nè descriverlo né parlarne. Guglielmo, lei pensa senza dirlo, è inutile, è qualcosa che ci è estraneo. Io e te non potrebbe funzionare. Da un lato io penso di conoscerti meglio di chiunque altro ma dall’altro ho l’impressione di non averti mai capito. Io conosco Jonathan, non Guglielmo. Ora tu sei qui davanti a me proponendomi una storia d’amore da studiare a tavolino. Ma l’amore è sole che incendia i nostri occhi e li rende ciechi, è un vento che ci sospinge fortemente, senza sapere che la Felicità ci inganna. E’ tardi, il tempo è scaduto, Guglielmo deve prepararsi e caricare in auto l’amplificatore e gli strumenti e raggiungere il resto del gruppo per il concerto. Ancora una volta Eva deve andarsene senza una risposta, senza una soluzione. Guglielmo dice che ha bisogno di tempo per capire, non vuole fare errori, non vuole sbagliare. Si siede un momento nell’auto di Eva, ricordano che quasi tutti i loro incontri si sono svolti in auto, ed ora Eva riesce a dirlo: “Ti ho amato Jonathan, il tuo amore ha solo rafforzato la consapevolezza di me stessa.” Dal sedile posteriore prende un quaderno azzurro e glielo porge. “Sto scrivendo una specie di libro su di te e su di me. Il mio sforzo è la precisa ricostruzione di quello che è successo, è un libro che è ancora in costruzione. Cerco di andare oltre al ricordo e di raccontare questa storia come se non l’avessimo vissuta noi, come se non fossimo noi i protagonisti, non io non tu, ma un’altra Eva, un altro Jonathan, ugualmente reali e vivi in queste pagine. Dentro ci sono anche le lettere che non ti ho mai spedito.” Guglielmo le stringe le mani, prova compassione per lei. “Lo leggerò, ma io penso che sia tutto vero.” Eva ricambia la stretta delle sue mani, Guglielmo ora percepisce quella voce che disperatamente pronunciava il suo nome. Arriva il momento del distacco in qualche modo difficile. “Ho bisogno di tempo, lui ripete, manteniamo un contatto anche se sottile. L’importante è riuscire a comunicare, tenere aperto il dialogo.” Il viaggio di ritorno non è facile. Arrivata a Padova, invece di tagliare per la zona industriale, entra nel centro, incanalandosi in una lunga coda, da cui riesce infine riesce ad uscire. Fuori dalla città distingue le cime dolci e rotonde dei colli contro il cielo rosato. Il passaggio attraverso Chioggia è obbligato, ci sono alcuni rallentamenti a causa di lavori in corso. Chioggia è un deserto tra saline ed acquitrini, è sempre uguale in ogni momento del giorno, terra di nessuno, desolata e affascinante. La strada Romea è senza fine ed oscura e la pineta si protende minacciosa su di essa. E’ notte senza luna, Eva ha l’impressione che sul lato destro del parabrezza si sia posata un’ombra nera. Le auto corrono veloci, alla radio trasmettono un concerto in diretta da Milano. L’ombra nera resta appicicata al vetro. In prossimità di Ravenna la notte è totale, le luci degli impianti industriali rilucono lontano, attirando a sé i conducenti come le Sirene con Ulisse. Ma per questa volta Eva riesce a sottrarsi al loro richiamo e a quello di Ravenna, che così illuminata pare una città irreale. Quando Eva parcheggia l’auto sotto a casa di Marco è mezzanotte, lui scende e insieme fanno una passeggiata fino in piazza per alleggerire la tensione mentre lei racconta e non è sicura di aver capito ciò che Guglielmo le ha chiesto, di aspettare ma che cosa? Cosa c’è da capire, ancora?

Quattro.

“Ehi, come mi vuoi?” (Paolo Conte) Domenica sera. Guglielmo le ha telefonato verso le sette. Eva è contento di sentirlo. “Ciao, sono io.” “Ciao, come è andato il concerto?” “Abbastanza bene, sono tornato a casa alle due, avevo un gran mal di testa, ho letto il tuo libro fino alle 5 del mattino ma l’ho letto tutto.” “Come ti è sembrato?” “Hai descritto bene quello che è successo. La parte che mi è piaciuta di più è stata il ritorno da Ravenna con Marco: è un pezzo molto suggestivo.” “E’ un fatto realmente accaduto.” “Lo so. ” “E poi?” “Il bandito del deserto, quando tu lo pensavi e lo scrivevi io ero davvero il bandito del deserto.” ‘ Parto al mattino vento e destino sciacallo grigio e argento dai magri fianchi Sappi che io son l’uomo della Leina Rivesto l’armatura sul cuore della iena Ora sono in povertà, ora in ricchezza desiderio paura libertà bisogno di chiarezza nella polvere un rifugio ripara dalle offese un ritiro per chi teme il nemico e la resa.’ (Demetrio Stratos, Area) La solitudine del deserto. La figura grigio argento. La resa inacettabile. La ricerca continua. “Sai l’amico che si crede una rockstar era quell’amico che mi aveva portato dall’Inghilterra quella maglia che non mi piaceva. Non è stata una coincidenza se sabato io ti ho parlato di lui, pensavo a quando ci siamo incontrati, io non sapevo se tu ricordavi quel particolare.” “Io ricordo tutto quello che mi hai detto, ogni parola.” “Jonathan…, anche questo nome ha un significato. Io non te l’ho mai spiegato. Jonathan era un nero che era in prigione a causa del colore della sua pelle. Quando nella sua cella si sarebbe suicidato suo fratello avrebbe pianto ma non si sarebbe arreso. Avrebbe continuato la battaglia che era di Jonathan, innocente in prigione, con maggiore forza e determinazione. Così io, quando tutta l’ideologia è caduta io sono rimasto. Non importa se sconfitto. Combatto una battaglia già persa senza arrendermi. Forse è inutile ma non posso tornare indietro. Davvero io ero il bandito del deserto.” “Ascoltavo e riascoltavo questo pezzo per tutto il pomeriggio. Io riuscivo a sentirti.” Si telefonano quasi ogni sera, parlano a lungo di ogni cosa tranne della più importante. A Guglielmo serve altro tempo, Eva è sempre più confusa, non riesce a pensare a niente altro. Dopo aver ricevuto la telefonata di Guglielmo, Eva esce con Marco. Si dirigono verso le colline a guardare il tramonto, fermano l’auto davanti ad un campo, la terra si apre oscura davanti a loro, Marco si lancia a correre nella discesa mentre Eva lo aspetta a lato della strada. Una siepe fiorita, un campo arato, un areoplano che sta virando per atterrare , mentre sul lato opposto sono accese le luce del piccolo paese di C. Poi vanno al terreno dei genitori di Eva, il prefabbricato giallo non c’è più, ora c’è una casa vera e propria in cui presto Eva e la sua famiglia si trasferiranno definitivamente. Qui la sera è una piccola oasi di pace e silenzio. Eva e Marco si siedono sui gradini dell’ingresso in compagnia di una graziosa nuova amica, Perla, la gatta che un giorno la madre di Eva ha scoperto tra l’erba magra e affamata, simile ad una piccola tigre. Perla, siamese e occhi azzurri si è subito fatta adottare entrando a far parte della famiglia, ogni sera Eva e Marco le portano qualcosa da mangiare. La sera in collina è dolce e riposante. Marco aiuta Eva a fare chiarezza. Marco è l’unico amico vicino che ora lei ha. Chiusa in pensieri ossessivi Eva non riesce a venirne fuori, molto spesso le capita di non sapere esattamente chi è e cosa vuole, la sua mente si perde con facilità. Una sera, al telefono, Guglielmo dice che ha parlato di lei a quella ragazza. “Ho sentito che ha avuto paura.” “Come paura?” Eva pensa di non essere né una rivale né una minaccia per l’altra, in questo modo però si sente messa allo scoperto e tradita. “Per quale motivo le hai parlato di me? E’ una cosa che non mi piace, lasciami fuori da questa storia.” “Lo so che non te ne importa niente, ma lasciami spiegare per favore. Mi dispiace per tutte quelle cose che non ho saputo darti o che non ho voluto darti. Tu sei stata male per una persona, io per un’ideale e tutta una generazione.” “No, non sono stata male per uno, in questi anni io ho perso me stessa e ho cercato faticosamente di ritrovarmi, poi succede sempre qualcosa, per cui io mi rimetto completamente in discussione e di nuovo vado a pezzi e di nuovo resto sola a cercare di rimetterli insieme questi pezzi quando anch’io avrei bisogno di qualcuno vicino e che non mi lasci da sola. Io non so cosa sia peggio se tu o io.” “Ascoltami, tu sei stata importante per me e in un qualche modo lo sarai per tutta la vita. Ti ho raccontato delle cose che non ho mai detto a nessuno. Quando ti ho incontrata non sapevo cosa fare, avevo smesso di suonare ma l’istinto mi diceva di continuare a farlo. Dovevo essere solo. Non mi interessava niente altro che suonare. La musica ha dato un senso alla mia vita e mi ha salvato. Ho accettato di essere un perdente, non importa. Ho scrittto una canzone. Parla di un soldato che parte per la guerra ma a metà strada gli viene ordinato di tornare indietro perchè non c’è più niente per cui combattere. Sarebbe inutile proseguire ma il soldato va avanti consapevole della propria morte, combatte contro una guerra già finita, la battaglia darà un senso alla sua vita anche se verrà ucciso. Capisci? Per me suonare è stato uguale.” Eva resta silenziosa. “Lo so, se non ci fosse il telefono, se fossimo io e te soli nella stessa stanza, potremmo rimanere a lungo seduti in silenzio, senza bisogno di parlare. Ma il telefono non è fatto per stare zitti. Credo che potremmo dirci molte cose anche senza usare le parole.” Se fossero vicini. La sala è in penombra, il sole è appena tramontato. Silenzio. Le braccia incrociate, lo sguardo perso in un punto imprecisato della stanza, fino a che la sala non diventi completamente scura, fino a che un gesto non intervenga a rompere il magico equilibrio di due esseri in comunicazione. Guglielmo sospende il silenzio. “Ti richiamo domani. Ciao.” Non sono mai stati vicini quanto in quei pochi istanti. Nella sua stanza, alla luce della lampada sulla scrivania, un disco che gira, Eva gli scrive una lettera. “Sentire la tua voce, il tuo tono ora dolce, e sentirmi inutile, inerme fa solo venire voglia di piangere lacrime leggere. Quante canzoni di Paolo Conte che ora riascolto, parlano di te e di me, di noi, di quello che è successo o non è successo ‘recitando un ritorno sulla pista delle allegrie’ Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Recitando, Blu notte, Mocambo… Non solo le parole ma anche la musica evocano un sapore un profumo un ricordo Quando in Blue Notte Paolo Conte canta che vuoto, che grande vuoto è questo il modo in cui Eva desidera Jonathan o in Madeleine tanto io capisco soltanto il tatto delle tue mani a C. seduti a quel tavolino e la pioggia leggera di Parigi un addio senza che me ne rendessi conto o come in Mocambo serrande abbassate tempo sulle insegne delle notti andate (Rimini) Devo pendarci su ( tu adesso) ma dipenderà (io non ci capisco niente) ‘quale storia vuoi che io ti racconti? E ricomincerà come da un rendez-vous parlando piano tra di noi’ (ora sta piovendo forte e leggero) ‘passa una mano qui sopra ai miei lividi’ e la terribile dancing l’attimo in cui tu mi sei sembrato niente. E ora i giorni del tuo ritorno, quando non è rimasto più niente.”

Cinque.

Il pensiero di Guglielmo è ridiventato ossessivo, per Eva c’è la necessità di capire. Per lei l’estate non è ancora iniziata, appare irraggiungibile, un ricordo lontano, una memoria persa. Risolta la questione di Guglielmo allora potrà vivere l’estate. Al telefono Eva si accorda con lui per un secondo decisivo incontro. Dapprima avevano pensato di incontrarsi ai lidi ferraresi a metà strada, poi Eva ha deciso che sarebbe ritornata lei da lui. “Ti immagini noi due al mare, sotto al sole allucinante del pomeriggio…!” “Sì, in effetti.” “Come è andato il concerto di ieri sera?” “Bene, da domani suono in un’orchestra di liscio, mi pagano.” “E tu riesci a farlo?” “Sì, è sempre musica, e poi prendo qualche soldo.” “Allora sabato vengo a casa tua.” “Va bene, ti aspetto.” E’ assurdo ma l’idea di poterlo perdere, di non vederlo più, la fa soffrire. Nonostante tutto, sentirebbe la sua mancanza. Quando nel primo pomeriggio Eva arriva da lui, Guglielmo sta provando al basso. “In questi giorni sono stato molto occupato, non ho avuto molto tempo per suonare. Oggi devo provare un po’, siediti dove vuoi.” Eva si sente superrflua, si annoia.Guglielmo le spiega qualcosa di musica ma a lei non interessa niente. Inoltre la stanza è afosa, alle cinque Guglielmo interrompe le prove per preparare un caffè d’orzo, accende la tv su un programma musicale come per prendere tempo. “Ora basta, dobbiamo parlare.”, dice Eva. Guglielmo guarda l’ora. “Senti non è una bella cosa da dire ma il fatto è che io ho un’appuntamento questa sera. Alle 8, non so come dirtelo ma devi andare via.” Eva si era organizzata in modo da potersi fermare anche per la notte, ai suoi aveva detto che avrebbe trascorso il weekend al mare con una collega. “Perchè non mi hai avvisato prima che partissi? Perchè non l’hai detto subito?” “Quando martedì mi hai telefonato io ancora non lo sapevo, poi giovedì le cose sono cambiate, l’ho vista alle prove e l’ho accompagnata a casa, stasera devo uscire con lei.” “Siete insieme?” “Sì, più o meno sì, anzi senza più o meno…” “Ne sei innamorato?” “Sì, sono fuori di testa per lei. Può essere che sia solo un’attrazione fisica. Non so quanto durerà ma per il momento va bene così.” “Descrivila.” “Alta come me, capelli color carota lunghi fino a metà schiena e il corpo interamente ricoperto da lentiggini, difficile trovare un quadratino di pelle bianca. E’ imprevedibile e non so mai cosa le passi per la testa, ma andiamo di là, non vuoi farmi una foto mentre suono? Poi mi devo preparare per uscire.” “Mi devi restituire il mio quaderno e le mie lettere.” “Sì, aspetta un momento, sono nell’armadio, non guardare, è in disordine, ecco c’è tutto, mancano solo le lettere che mi hai spedito, io vorrei tenerle.” “Quelle sono tue, il resto è solo mio. Questa è l’ultima volta che ci vediamo.” “No, perchè? La prossima volta verrò io a trovarti.” “No, non ci sarà una prossima volta.” “Senti, io ora faccio una doccia, se vuoi puoi stare qui oppure di là con mia sorella.” “Se non ti dispiace preferisco stare qui.” Rimane sola in quella stanza. E’ assurdo sapere e pensare che lui si sta preparando per uscire con un’altra. Eva sente la terra scivolarle sotto i piedi. Il caldo l’assorbe in una specie di stordimento. E’ l’estate che è iniziata senza che lei se ne sia accorta, senza che abbia avuto il tempo di viverla, un’estate che appare così lontana e irreale. Fine di luglio. Più di un mese dalla prima telefonata di Guglielmo, quante cose si sono succedute con grande rapidità. La famiglia di Eva è stata impegnata nel trasloco dall’appartamento di F. alla nuova casa a C. La casa a F. giorno dopo giorno è stata vuotata, i mobili smontati, gli oggetti imballati e contemporaneamente si è lavorato per sistemare la nuova abitazione. Un lavoro che ha entusiasmato e unito l’intera famiglia, i genitori e i figli, nell’impegno di costruire qualcosa insieme. Questo trasloco significa l’inizio di una vita diversa, quella che i genitori di Eva sognano da tanto tempo. L’estate non è iniziata bene, Marco ha avuto in incidente in moto e si è fratturato un piede e la vacanza programmata ora è in forse. Dopo una breve primavera e la pioggia di maggio, l’estate è scoppiata improvvisa, l’attesa e la speranza di Eva di poter tornare in Finlandia e di rivedere Wolfgang sono state disilluse. La prima domenica al mare con la sua collega, Eva si è presa una bella insolazione, la notte la febbre cresce e la pelle brucia, verso mattino Eva si sveglia per la sete, va in cucina a bere, l’ultima cosa che si ricorda è di essersi appoggiata alla porta e poi ha sentito un suono sordo ed estraneo, il suo corpo cadere sul pavimento e svenire, accorrono i genitori, la madre la chiama e il padre la solleva, lentamente sente la vita rifluire, il ronzio alle orecchie, la luce troppo forte del lampadario, il fresco delle lenzuola e il tatto della mano della madre che dice ‘che spavento ci hai fatto prendere’ e ancora la tratta come una bambina piccola. Il giorno dopo, lunedì 11, Eva è rimasta a casa dal lavoro e verso sera Guglielmo le ha telefonato. Ora è trascorso un mese ed Eva è sola nella stanza di Guglielmo, si siede al piano, osserva i libri e gli spartiti che vi sono appoggiati sopra, prende in mano il quaderno con le sue musiche senza aprirlo. Poi si alza e si avvicina alla finestra, scrive il proprio nome accanto a quello di Guglielmo sulla pietra serena del davanzale. Dalle tapparelle semiabbassate filtra un caldo soffocante, Eva prova una sensazione di vertigine, un senso di abbandono fisico. Quando Guglielmo tornerà nella stanza Eva dovrà mostrarsi indifferente, pronta ad andarsene. Un sabato d’estate sprecato, senza senso. Guglielmo è pronto per uscire, Eva è ferma accanto alla finestra, gli chiede se possono fare una prima e ultima foto insieme tanto per avere qualcosa da ricordare, rivedendo la foto Eva si accorgerà di quanto il proprio viso avesse un’espressione sconvolta. Ora scendono le scale, Guglielmo non vuole fare tardi al suo appuntamento. Eva non immaginava che sarebbe andata così, l’ orgoglio ferito inizia a scavare dentro di lei. “Mi dispiace, non posso fare diversamente.” “Non importa.” “Tanto io e te ci vediamo ancora.” “No: io ora vado via.” Eva apre la portiera dell’auto interponendola come una barriera tra sé e lui impedendo ogni contatto fisico. Guglielmo controlla l’orologio. “Ciao, io devo andare.” lui dice sempre queste parole, sempre le solite ultime parole ma questa volta saranno proprio le ultime, non l’abbraccia, non le stringe la mano, la lascia andare via come una cosa che non ha importanza. Non ha neppure la sensibilità di capire che per Eva è la fine. Tra di loro non è possibile alcun tipo di rapporto, neppure d’amicizia. Per Eva l’amicizia è un addomesticarsi come dice Saint Exupery, un legame continuo e costante e ciò non significa doversi incontrare ogni giorno, l’importante è l’impegno comune e costante di andare l’uno verso l’altro per costruire un incontro e un dialogo. E se Eva non avverte la stessa volontà dall’altra parte allora preferisce lasciare perdere: Guglielmo non le ha mai dato niente. All’incrocio le due auto si separano, Guglielmo prosegue diritto mentre Eva svolta per Padova. Assurdamente vorrebbe che lui tornasse indietro per salutarla, inutilmente guarda nello specchietto retrovisore.

Sei.

  Il ritorno a casa è difficile. A Ravenna resta intrappolata in un labirinto di strade solitarie, di pensieri infiniti, in una ragnatela senza fondo di vecchie ossessioni. Segue la segnaletica come se guidasse ad occhi bendati fino al casello deserto di un’autostrada, è arrivata al suo vicolo cieco, all’ultimo fa inversione e ripercorre la tangenziale sulla corsia opposta. Da qualche parte ci dovrà pur essere la via Ravegnana, la campagna si apre scura e solitaria, un trattore lavora solo nella notte estiva. Ogni cosa appare immobile e nascosta. Nel cielo si vedono tutte le stelle. Neppure un cartello segnaletico per F. Marco l’aspetta a casa sua un poco preoccupato. Ma Eva arriva e gli racconta tutto quello che è accaduto, ora non sa che fare, non può tornare a casa, i suoi genitori la credono con la sua collega. Scesa in strada trova sul parabrezza un biglietto, un pezzo di carta strappato da un’agenda, riconosce la grafia di Tom, c’è scritto: “Eva se hai bisogno puoi dormire a casa mia. (Solo per stanotte però!!!) Se vieni o venite, può esserci anche Marco, guarda se la mia auto è ferma in un angolo del parcheggio: significa che siamo al parco, altrimenti se l’auto è sotto casa, suona pure il campanello. Tom e Sabrina.” Eva accetta l’invito degli amici. Nel parco Tom le va incontro abbracciandola, Eva ricorda la prima volta che si sono abbracciati, è stato due anni fa, una notte dopo una lunga liberatoria chiacchierata, e poi un abbraccio affettuoso. All’interno del gruppo Tom era sempre stato visto come un capo per l’evidente superiorità della sua personalità, forte decisa e trascinante. Gli amici lo consideravano una persona priva di dubbi o incertezze, credevano che lui avesse sempre la risposta ad ogni cosa. E invece Tom era uguale a tutti con dubbi paure aspettative sogni e dolore… E c’era stata quella notte che si era mostrato fragile e debole quale era e bisognoso degli altri come lo è ognuno di noi. Era arrivato anche lui in quel momento della vita, e in verità di questi momenti ce ne sono tanti, a scoprirsi di avere bisogno degli altri, del loro aiuto, del loro appoggio, di una parola, della loro presenza, di un semplice abbraccio. E aveva chiesto aiuto con una lettera a Marco Eva e Sabrina. Non si erano accorti di quanto lui soffrisse , di quanto sentisse la loro mancanza, di quanto avesse bisogno del loro aiuto? Insieme avevano condiviso tante notti a far niente e a dire tutto, avevano fatto progetti e viaggi, avevano discusso e poi taciuto in un silenzio comprensivo l’uno per l’altro, e insieme avevano dato uno sguardo al mondo della magia, alla possibilità della magia anche in una vita banale e quotidiana, alla scelta della libertà. E quella notte avevano pianto e poi parlato e poi si erano compresi e incontrati in un abbraccio. Questa notte Eva ha bisogno di essere accolta. Il parco è poco illuminato, Sabrina è seduta su una panchina, Tom la invita ad unirsi a loro e a raccontare se lo desidera. Eva non ci riesce, è molto confusa, durante il viaggio di ritorno non ha fatto che pensarci, poi a Ravenna si è persa. “Non importa: ora sei qui. Facciamo un gioco, io mi allontano un momento da voi, mi nascondo dietro a quell’albero e quando riappaio io non sono più Tom ma impersonifico un personaggio a mia scelta e voi dovete indovinare di chi si tratta.” “Perchè non fai il personaggio del bambino, ti riesce così bene.”, lo prega Sabrina. Nel giardino non c’è altra presenza umana, un’auto si è fermata nel parcheggio accanto all’ingresso del parco, ha spento i fari, ma nessuno è sceso. Tom si confonde con l’ombra di un albero, quando ricompare non è Tom ma quello che sta mimando, quasi un’apparizione impalpabile e irreale, una materializzazione di un pensiero. Tom descrive camminando un cerchio davanti alle due ragazze con un’andatura che non gli è propri ma dell’identità che sta rappresentando. Sabrina ed Eva devono indovinare chi stia mimando. “Sembra… non so, non potresti ripeterlo? Non è chiaro.” Tom traccia un secondo cerchio infine si avvicina alle ragazze: “Ditemi chi avete visto.” Incerte, si scambiano le proprie impressioni, poteva essere qualcuno non più giovane ma non ancora adulto che non sa cosa decidere della propria vita, che non sa ancora chi è e cosa diventerà, uno che ha appena perso un lavoro, o un disoccupato che lo sta cercando, un adolescente che deve scegliere un indirizzo di studio o che sta per diventare un adulto oppure un pazzo che dice cose senza senso o … potrebbe essere chiunque. “In verità non sapevo bene chi interpretare, è un gioco dopotutto…però avete risposto correttamente, brave.”, confessa Tom e prosegue: “prima del tuo arrivo avevo chiesto a Sabrina di raccontare quello che è successo ieri sera tra di noi. Sarebbe interessante se tu, Sabrina, volessi raccontarlo anche a Eva.” “Non so da dove incominciare, e poi perchè?” “Incomincia dall’inizio senza tralasciare nulla, anche un particolare può essere utile ad illuminare le cose.” La voce di Sabrina trema, un poco di imbarazzo poi prevale il desiderio di raccontarsi. Si rivolge ad Eva. Tom è in piedi di fronte a loro e le osserva. “Ieri sera ero a casa sua, eravamo soli, guardavamo la tv, seduti sul divano..” Qui si interrompe, i suoi occhi scuri indugiano, scrutano il buio cercando un punto indefinito che possa aiutarla a proseguire il racconto, intanto l’auto nel parcheggio ha acceso i fari e lentamente si allontana. “Come eravate seduti?”, chiede Eva per incoraggiarla. “Eravamo abbracciati quando lui all’improvviso si è spostato ed io ho avuto il desiderio di baciarlo, è una cosa che mi piace molto, baciarlo. E poi…”, una leggera pausa,”Tom mi ha fatto distendere sul divano e mi ha fatto spogliare, lentamente mi sono tolta i vestiti, Tom ha iniziato a massaggiarmi la schiena, ho iniziato a rilassarmi, non provavo imbarazzo per il fatto di essere nuda, avvertivo il mio corpo rilassarsi sempre di più. Mi sono addormentata e ho sognato, nel sogno ho visto una donna molto bella, coi capelli raccolti in una morbida treccia, vestita in modo sobrio ed elegante, e questa donna avanzava luminosa verso di me. Ecco io credo che ero me stessa che mi venivo incontro, la me stessa a cui tendo, la me stessa che vorrei diventare, la me stessa che esce dal bozzolo e si trasforma finalmente in una creatura meravigliosa. Mi piaceva guardare questa donna luminosa che mi camminava incontro ma allo stesso tempo provavo dolore di non riconoscermi completamente in lei, io non sono ancora diventata quella donna anche se lei è in me, nascosta, pronta ad uscire. E’ che io ancora non sono pronta. Quando mi sono risvegliata Tom stava accarezzando il mio corpo e la sua mano…io avrei voluto che andasse avanti ma lui si è fermato.” E qui prosegue Tom: “Ho pensato anche io di non riuscire a fermarmi ma poi mi sono trattenuto. Sabrina cosa è successo?” “Provavo piacere, desideravo che tu andassi fino in fondo. Ho provato piacere e dolore insieme, non so spiegare bene…” “Cosa sarebbe successo se fossi andato avanti?” Sabrina riavverte quella sensazione di piacere. “Non lo so.” “Il sesso può essere solitudine, la più profonda e acuta solitudine, in quel momento avresti sbattuto contro il tuo io, l’impatto può essere terribile, ci si ritrova faccia a faccia con quello che si è, un ammasso di egoismo, per questo si prova dolore. Soltanto chi è impeccabile può servirsene come strumento di conoscenza per oltrepassare i propri limiti.” “Per me, interviene Eva, a volte il dolore è molto intenso perchè si è soli, in quegli istanti si avverte paradossalmente la distanza che ci separa dall’altro, ci si perde nel proprio oblio dimenticando l’altro. Ma forse l’amore non è questa dimenticanza o meglio non dovrebbe esserlo. Dovrebbe essere pienezza non vuoto.” Eva ripensa a quanto avveniva con Jonathan. Si tocca il fondo della propria disperata solitudine, si avverte quasi una distanza incolmabile che invece l’amore dovrebbe coprire. Tom Sabrina ed Eva restano ancora seduti a lungo nel giardino completamente in silenzio. Poi Sabrina va a casa mentre Eva si ferma a dormire da Tom, in cucina mangiano uno spuntino veloce e parlano ancora un poco mentre lui le prepara il divano letto nel salotto. Eva alla fine riesce ad addormentarsi, la finestra aperta con le tapparelle abbassate filtra l’aria tiepida e i rumori della notte, e poi verso mattina arrivano i suoni della vita che ricomincia, auto che passano, bambini che scendono nel parco a giocare, campane della chiesa che suonano, ora Eva è sveglia e nella penombra osserva la sala in ogni angolo della quale si avverte la forte presenza di Tom. Eva prova gratitudine per la sua ospitalità e la sua amicizia disinteressata.

Sette.

  Dopo quella notte l’estate è proseguita. Perla, la gatta, ha partorito cinque gattini tra gli stracci e i cartoni su un vecchio carro agricolo e la vita nella nuova casa è iniziata bene e la famiglia ha ritrovato coesione. Marco ed Eva e Sabrina sono tornati all’Argentario insieme e a parlare di nuovo d’amicizia e d’amore che restano senza risposte come quello di Marco verso Eva, come quello di Sabrina verso Tom, come quello di Eva verso Wolfgang. L’amore rimane per ognuno di loro una domanda senza soluzione. Le promesse che Eva ha fatto nel suo cuore a Wolfgang sono intatte: ma lui rimane lontano. Eva lo aspetta, le mani legate, il cuore cieco. Eva si domanda perchè non possano sopravvivere le grandi passioni? Perchè non se ne abbia il coraggio. Perchè il tempo cancelli il ricordo? Perchè di fronte al pensiero della morte ci si sente schiacciati, atterriti e spaventosamente soli? Perchè ci si lascia l’un l’altro da soli? Intanto la vita di Eva va avanti con la debole consapevolezza del suo tempo, a volte è rabbia, a volte è nostalgia, molto spesso impotenza, qualche volta rassegnazione, ma accettazione mai. Ogni giorno di più le sembra di aver fatto il suo ingresso nel mondo adulto, ora prova un ostinato rifiuto a sognare perché la realtà è diversa, è un’altra cosa. La realtà di tutti i giorni, sommersa dall’abitudine, dalla voce della tv e del telegiornale ad inquinare i sogni. E’ difficile dire no, riuscire a rimanere integri, per la prima volta Eva distingue netto il confine tra sogno e realtà e sa che c’è solo questa ultima perchè non le è rimasto niente altro. Un mondo senza magia, senza lo sguardo che illumina e accende. Eva si scopre a non fare progetti, non è in grado di dire come sarà la sua vita tra una settimana, tra un mese, tra un anno, se uguale o migliore o peggiore. Si lascia assorbire dalla quotidianità, dall’abitudine rinunciando giorno dopo giorno a vivere. A volte prova un latente senso di colpa verso sè e gli altri per il suo continuo e colpevole sottrarsi alla vita, per il rifiuto e la resa. Eva non sa fino a quanto potrà ancora sperare di aspettare Wolfgang. In aprile Eva gli scrive. Non riesce più a trattenere l’amore che prova per lui, non può dirlo che a lui, altri non potrebbero capire. “Caro Wolfgang, scrivo alla persona sensibile che ho conosciuto e a colui che mi ha spezzato il cuore. Ti amo. Non te l’ho mai detto chiaramente, non c’è altro modo di dirlo che questo. Non m’importa quale sarà la tua risposta. Senza sogni la vita non ha senso, ma so che la realtà è l’unica cosa che conta. Anche che io ti amo è reale. non posso offrirti qualcosa perché non ho niente. non dico che la mia vita senza te non abbia senso anche se da un certo punto di vista è vero. ‘Amore, tu sei profondo Io non riesco ad attraversarti Ma, se fossimo in due invece di uno, barca e remo, una qualche estate sovrana, chi lo sa, ma potremmo raggiungere il sole.’ (Emily Dickinson) Love, Eva.” Wolfgang non le risponde allo stesso modo. Scrive che al momento sta cercando di dimenticare una ragazza che per lungo tempo ha occupato interamente il suo cuore e la sua mente, e che ora questa storia si è chiusa. “Thank you for your honest and touching letter… When you were here I had really a great and hard time. Hard because I tried not to feel in love with you, because I knew you gonna leave me alone. But I couldn’t help myself and I was really down a long time after you left Finland. If we could have seen each other more often or we could live in the same country, things would be really different. I think we could be married at the moment (or I hope so). I hope you can live your life like you haven’t met me at all but maybe someday we’ll meet again and fall in love. But now it’s something complete different.” Ma le cose ora sono completamente diverse. E se Wolfgang dice un giorno, Eva dice mai. O tutto o niente. Eva non vuole più essere cieca. Rinuncia a comprendere il significato dell’amore. Non fa per lei. La domanda cade nel vuoto, insoluta. L’amore torna ad essere oscurità inesplorata a cui è vietato l’accesso.

Otto.

Una nuova estate. (1992) Eva rifiuta di viverla, non le interessa, giugno e luglio sono piovosi, infine agosto è torrido. Solo la musica riesce ad annullare ogni pensiero e la stessa consapevolezza, liberando il corpo dall’anima. La musica ad alto volume, la musica totale dei concerti. Due sono stati gli eventi in particolare. L’atteso concerto dei Guns’ n Roses a Torino e il festival blues a Ravenna. Il concerto dei Gn’R è valso su l’estate intera. Novenber Rain è stato il momento più intimo e raccolto. Il cielo disegnava un cerchio rosa intorno all’arco esterno dello stadio, un cerchio soffuso di luce. Nel prato e sulle gradinate oscillavano centinaia di luci degli accendini accesi mentre la notte scendeva piano, silenziosa e nascosta, affondando nel cuore. E Wolfgang era un’ assenza del cuore. E forse il pensiero di Wolfgang è rimasto là dentro allo stadio e poi c’è stato un altro ritorno in treno e Wolfgang piano piano si allontanava via, lontano. Poi c’è stata la serata blues a Ravenna con la potente esibizione di Screamin’ Jay Hawkins, in costume da rito voodoo e il teschietto Henry , e la voce profonda ricca, da brivido, che ha colorato la notte di intenso blues, e il suo sorriso irriverente e gioioso nei confronti della vita. Se ne viene catturati e ci si scioglie in una danza primitiva e istintiva. Questi due momenti soli hanno restituito senso all’estate. E poi è arrivato di nuovo settembre che è apparso interminabile, l’autunno ha portato inaspettatamente una speranza di rinnovamento. E ora che è fine ottobre a Eva sembra che la distanza che la divide dal’estate sia fatta di secoli. Le foglie, tutte, stanno cadendo scosse dal vento e dalla forte pioggia. Il mattino, appena dopo all’alba, appare sospeso in una tiepida luce mentre il cielo si carica di nuove nuvole nere di pioggia. Eva ha deciso di fare qualcosa per se stessa. Nello scrivere intravede la salvezza. “un inutile vocazione a fare della propria vita un romanzo da scrivere, quando non è possibile viverla perché quello che è importante per una persona non lo è necessariamente per l’altro. Quasi sempre siamo soli nelle nostre ossessioni, e allora qualcosa più forte dentro di noi insorge spingendoci a scrivere. A scrivere quella storia che ci tormenta, per non dimenticarla e ricordarla nel vortice senza uscita delle illusioni, ma perché non possiamo fare a meno dello scrivere stesso. E la storia diventa romanzo quando i personaggi diventano altri, non noi che abbiamo vissuto, ma altri, indipendenti da noi, eternamente vivi. Ho incominciato a scrivere prendendo appunti fin da quella notte a Rimini, appunti che via via hanno preso corpo e sono diventati un lungo racconto di una porzione importante della mia vita, di quel momento delicato in cui si deve diventare o incontrare se stessi, e Jonathan questo e soprattutto è stato l’incontro con me stessa, un guardarmi allo specchio e vedere un riflesso ancora informe che via via si è andato formando, Jonathan è stato una parte di me, un desiderio, una ricerca, non importa se gli corrisponde una persona reale. Scrivere non è un’arte consolatoria, scrivere o suonare possono salvare la vita, e scrivere ha salvato la mia, la sta ancora salvando. La scelta è difficile ma forse l’unica possibile.” Eva si chiede se avrà il coraggio di percorrere questa strada fino in fondo quanto ha fatto Jonathan alias Guglielmo con la musica. Il problema di cosa è l’amore è complicato. La soluzione che ne ha dato Dante è originale. Il Poeta scrive come l’incontro con la donna angelicata e come il ricordo di lei, dopo la sua morte, abbia salvato la sua vita avvicinandolo alla luce di Dio. Il suo viaggio infatti è reso possibile dall’intercessione e dalla pietà della donna amata, il presupposto è appunto l’amore di Beatrice. Ma non sappiamo per certo se Beatrice amasse Dante. Beatrice era solo un’immagine, Beatrice reale era estranea alla sua vita. Se Dante avesse avuto Beatrice non sarebbe stato in grado di vivere senza di lei, ciò che ha salvato davvero la sua vita è stato la poesia, diversamente non ce l’avrebbe fatta. Dante ha rimandato ad un sogno e ad un ricordo l’amore e ha vissuto per scrivere o meglio ha scritto per vivere. Questo è il vero viaggio di Dante. D’altra parte la scelta di Emily Dickinson è stata ancora più radicale, ha cenato da sola come Dio, e il suo dente è cresciuto nell’attesa dell’altro, infine quando esso è giunto, era diventato un piccolo e misero per il suo palato. La risposta di Emily è stata no. Quella di Eva non sarà altrettanto coraggiosa ma non ha altro per ora davanti a sé. L’amore rimane un sogno lontano, irreale, il cui pensiero paralizza la mente e la cui comprensione è impossibile. La risposta deve essere no. Eva non sa cosa potrà salvare veramente la sua vita, se non è l’amore, se non è la musica, se forse è lo scrivere. Ma deve essere vivere, non sopravvivere, incominciare a fare qualcosa per se stessa, non perdere l’occasione, infine non desidera essere felice, forse la vita non lo richiede, vuole essere libera e vivere ancora in un mondo di magia, a parte tutto. Fine. Discografia parte terza Area e Demetrio Stratos Guns’n Roses: November rain U2: love is blindness Zucchero: Dune Mosse Paolo Conte: Recitando, La ricostruzione del Mocambo, Aguaplano, Dancing, Parigi, Come mi vuoi, Blu notte Adriano Celentano: Azzurro Screamig Jay Hawkins: I put a spell on you Antologia Gabriel Garcia Marquez: L’amore ai tempi del colera Emily Dickinson: amore tu sei profondo Fedor Dostoevskij: L’idiota Antoine de Saint Exupery: Il piccolo principe Conclusione. ora è il momento che io saluti Eva, ogni tanto verrò a salutarla e dirle grazie che ancora oggi faticosamente mi sta indicando la via e che questo mestiere di amare e di vivere non lo impareremo mai abbastanza, né io né lei. Eva è stata il mio alter ego ed ora io mi separo da Eva e lei prende la sua strada ed io la mia, forse un giorno ci incontreremo di nuovo e lei avrà ancora qualcosa da mostrarmi, come riuscire a ricominciare da capo e riprendere il mio cammino in questo mondo di magia, a parte tutto.

2. Appunti di giovinezza. (parte seconda)

Parte seconda.

Uno.

Un’altra estate. Un’estate finlandese. Malpensa, aeroporto di Milano, volo Milano-Helsinki, 30 maggio 1990. Eva viaggia da sola. E’ la prima volta che affronta un viaggio così lungo da sola. Vuole andare a trovare la sua amica Pia che vive in Finlandia, è una amica di penna con cui corrisponde in inglese dai tempi della scuola media. Pia è venuta una volta in Italia ora sta a Eva, sono le prime ferie dal lavoro in laboratorio e il primo volo aereo acquistato con il proprio guadagno. Un primo lungo viaggio da sola. Ieri mattina Eva ha salutato i colleghi e poi il pomeriggio gli amici, verso sera Daniela è venuta a casa sua e l’ha trovata nella sua camera tra il disordine e la valigia ancora da chiudere. Daniela è la migliore amica che ha oltre a Pia. Qualche sera di questo maggio che si sta concludendo Eva e Daniela sono uscite in bicicletta insieme, un giro in centro per prendere un gelato o nelle vie tranquille del loro quartiere. Negli angoli delle strade si sono già formati i gruppetti di ragazzi e ragazze con i motorini. La città però ha già iniziato a svuotarsi, molti vanno al mare a trascorrere le serate, a Cervia o Milano Marittima, nei locali alla moda e nelle discoteche. Daniela lo dice sempre che a F. non c’è movimento, che non succede mai niente, che non si incontra mai nessuno, che insomma F. è una città morta. Tuttavia l’inizio dell’estate è il momento più felice e vivo per F. Le strade di sera si riempiono di biciclette di amici e di famiglie a passeggio. A maggio le giornate si sono allungate e la sera è molto piacevole poter uscire in compagnia di qualcuno, per un mese la città diventa vivibile e accogliente, poi con il caldo afoso ritorna ad essere un posto indesiderabile in cui abitare e lavorare. La città va in ferie, c’è una piscina comunale e un’arena per il cinema, i negozi del centro chiudono, le biciclette calano, c’è qualche festival dell’unità… Marco l’ha accompagnata alla stazione di Bologna, si salutano con un bacio leggero, Eva sale sul treno, non pensa al ritorno, durante al viaggio annota sul suo diario qualche pensiero e i saluti degli amici, pensa a Pia che verrà a prenderla all’aeroporto della capitale finlandese e al nuovo paese alla nuova casa e alla nuova famiglia che l’ospiterà. Il viaggio in treno è breve, dalla stazione centrale di Milano all’aeroporto di Malpensa c’è un’ora di autobus.Il volo è alle 11.40, dura meno di tre ore, ma c’è un’ora di fuso orario in più rispetto all’Italia. Il decollo è fantastico, si distinguono le forme dei laghi, si stagliano le cime delle Alpi. Ma il decollo è anche distacco doloroso. Guglielmo è perduto in una terra laggiù, piccolo in un paese che Eva non conosce, occupato in una vita lontana da lei. Eva si rende conto dell’impossibilità di continuare a pensare a lui, Guglielmo viene annientato dalla distanza. L’aereo oltrepassa le Alpi e raggiunge la quota di crociera. Non si vede più niente, solo fitte e dense nuvole bianche, poi il mare solo il mare, poi qualche rada nuvola e sotto alcuni isolotti sperduti. Dopo al mare si scende subito su Helsinki senza aver modo di osservare la terra finlandese dall’alto. L’atterraggio è rapido. A Helsinki ha piovuto. Scendendo dall’aereo si riconoscono facilmente i viaggiatori finlandesi dal modo in cui salutano la propria terra senza sorprendersi della breve e leggera pioggia appena caduta. E’ così l’estate finlandese, piovosa e imprevedibile, può piovere all’improvviso e poi tornare subito a splendere il sole. Pia aspetta l’amica all’uscita, si abbracciano, è bello ritrovarsi dopo tanto tempo, non sanno cosa dire tra l’emozione e lo scarso inglese. Salgono sull’autobus per la stazione, si guardano sorridendo, Eva prova a dire le due parole che ha imparato di finlandese, Pia ride. C’è ancora un’ora prima della partenza del treno per Vaasa, dove Pia abita. Camminano nei pressi della stazione, visitando un centro commerciale, è un’ora di punta, le strade sono affollate, il sole è tornato a splendere sulla città, l’aria è tiepida, il cielo è di nuovo sereno, qualche passante ha con sé un ombrello, il tempo atmosferico è assai variabile. Dal finestrino del treno Eva osserva scorrere il paesaggio finlandese: prati verdi, angoli di cielo luminosi, cime svettanti di alberi si susseguono ordinati e uguali senza contrasti nei 346 km che separano Helsinki da Vaasa. Il paesaggio si stende piatto e uniforme e ovunque si avverte il dominio del tempo sulla natura. La natura si identifica con il tempo stesso. La Finlandia ne è una docile creatura, forgiata dalla successione di infinite stagioni, dal sole antico, dalle glaciazioni ripetute, dall’azione dei venti. E’ avvenuto fin da epoche lontanissime e ora il tempo, indebolito, privato del suo primigenio valore, al pari di una tempesta che ha perso la sua forza, sembra scorrere con più calma. In Italia la vita è frenetica e spesso nel raggio di pochi chilometri il paesaggio può cambiare mostrando via via aspetti diversi e contrastanti , da un luogo arido ad uno rigoglioso, dallo squallore di una città alla bellezza di un’altra. Eva osserva i finlandesi sul treno, persone silenziose e ordinate, all’apparenza tranquille, i loro visi sono sereni e distesi, molti si sono tolti le scarpe e non hanno imbarazzo ad essere scalzi in pubblico, ad Eva questa cosa del togliersi le scarpe sembra una cosa buffa.

Pia le comunica che saranno a Vaasa verso le 23,30, poco prima di entrare in stazione il treno passa davanti alla sua casa. Pia abita con sua madre nel quartiere più antico della città, che in gran parte andò distrutta nell’800 a seguito di un incendio. Dal treno si vedono le rovine bruciate della chiesa, della scuola e di altri edifici pubblici.

“Stanca?”, chiede Pia.

“No, il viaggio è stato piacevole per via del paesaggio così verde e riposante.”

“E’ tutto uguale, questa è la Finlandia, verde e tranquilla.”

In stazione Martin, il ragazzo di Pia, è venuto a prenderle con l’auto. Eva, scendendo dal treno, ritrova nuovamente la fresca e leggera aria finlandese. Il sole diffonde una tiepida luce estiva, ad Eva sembra quel momento subito dopo al tramonto quando il cielo è ancora chiaro e luminoso prima che scenda la notte. Il famoso fenomeno del sole di mezzanotte riguarda le latitudini superiori al 66° grado, al di là del circolo polare artico, e si presenta nel periodo intorno al solstizio d’estate , il sole non scende al di sotto dell’orizzonte causando l’assenza della notte. Invece le coordinate geografiche di Vaasa sono Latitudine: 63.0952, Longitudine: 21.6163 63° 5′ 43″ Nord, 21° 36′ 59″ Est , e a questa latitudine si parla di notte bianca, in realtà il sole tramonta dietro all’orizzonte, ma a causa della rifrazione la luce del crepuscolo sostituisce i raggi solari rendendo possibile svolgere qualsiasi attività senza il bisogno di luce artificiale. Uno straniero, appena giunto a Vaasa, ha perciò l’impressione che il tramonto sia appena finito e che il buio stia per sopraggiungere o che la notte non sia altro che un lungo crepuscolo che precede il nuovo sorgere del sole. Una dolce tranquilla silenziosa attesa del giorno nello scorrere del tempo fatto di ore minuti e secondi. Il tempo è fisico e onnipresente. Lo si avverte tanto nella natura quanto nel silenzio notturno per esempio in una casa finlandese.

Martin le accompagna a casa, la madre di Pia, Janice, li sta aspettando sulla porta. Accoglie con gioia l’ospite italiana. All’ingresso Pia e Martin si tolgono le scarpe, in casa si cammina scalzi, Eva è costretta un poco titubante ad imitarli. L’atmosfera è di festa, Eva si sente subito a suo agio. Janice ha una personalità forte e solare e ride con la spontaneità di una bambina, è divorziata da molti anni e praticamente ha tirato su da sola la figlia con grandi sacrifici. Ha preparato qualcosa per loro in cucina. Eva ha portato per ognuno di loro dei regali e non resiste al piacere di darglieli subito. Martin che è di casa si ferma a mangiare con le ragazze. Pia cerca di coinvolgerlo nella conversazione, Martin è un poco in imbarazzo, a fatica dice qualche parola in inglese ma poi finisce per confondersi, preferisce tacere e ascoltare, sorride divertito. La cucina ha le pareti in legno chiaro, è graziosa ed ordinata, un’ampia finestra rivolta alla strada illumina adeguatamente la camera, sul davanzale colorati vasi di fiori riscaldano la casa, Sulla tavola c’è succo di frutta, fette di pane nero, crackers integrali e la margarina spalmabile. Pane nero e margarina non mancano mai sulla tavola finlandese. La casa è accogliente, in ogni angolo si avverte la personalità delle due donne la abitano. Sulla piccola anticamera all’ingresso si aprono la cucina, il bagno, la camera da letto di Janice e il soggiorno con sala da pranzo e salotto, da qui si esce sul retro della casa in un giardino esposto al tramonto. La camera da letto di Pia invece è attigua alla cucina, ha un letto armadio e cassettone di colore bianco, alla finestra tendine rosa.

“Tu dormirai qui.”, annuncia Pia.

“No, non posso.” “Anche tu hai fatto lo stesso con me quando io venni in Italia, ricordi?”

Certo che Eva ricorda e l’emozione di quel loro primo incontro si rinnova ora. Due estati prima Pia e una sua amica erano in viaggio per l’Europa con il treno, l’Italia era stata una breve sosta, si erano fermate a casa di Eva solo pochi giorni, nel prefabbricato giallo. Pia e l’amica erano arrivate di giorno ma Eva e l’amica non avevano ancora un minuto da poter stare da sole. Quando fu il momento di dormire Eva disse alle ragazze che avrebbero dormito nella sua camera mentre per sè aveva sistemato un lettino nel corridoio, Pia non se lo aspettava e rimase molto sorpresa e grata di questo gesto spontaneo. La notte, quando i genitori e il fratello di Eva e l’amica peraltro molto antipatica si furono coricati, Pia raggiunse Eva nel corridoio, restarono a guardarsi in silenzio mentre la luna entrava dalla finestra metallica del prefabbricato, quante parole Eva sentiva nel suo cuore ma Pia le fece cenno di tacere, che non erano necessarie le parole, e si abbracciarono piangendo. C’era la luna, la notte e il silenzio della campagna di C. Questa notte Eva è in Finlandia e dorme nella camera dell’amica che ha così potuto ricambiare quel primo gesto di amicizia. Eva va a vedere dove Pia si è sistemata con Martin per la notte, in salotto nel divano. Eva protesta ma Pia dice che starà benissimo. Nella camera dell’amica Eva prende confidenza con i rumori notturni della casa, il tic tac dell’orologio sovrasta il silenzio, di solito il ticchettio le impedisce di prendere sonno, qui invece non è disturbata. Eva avverte il tempo nella sua dimensione più fisica, come un’ininterrotta continuità, un costante fluire sul paesaggio e sugli uomini. Nell’avvolgente trasparenza della notte finlandese Eva non coglie la differenza tra il tempo e il paesaggio verde della Finlandia, tra il silenzio segnato dal tic tac e il proprio respiro nel sonno. Durante la notte Eva si sveglia alcune volte a causa della luce esterna, si alza e solleva le tendine per guardare fuori. Il cielo è incredibilmente chiaro, nell’aria c’è una luce sospesa, un senso di immobile attesa, non è notte e non è neppure giorno, non è notte che diventa giorno e non è giorno che diventa notte.

Al mattino il sole riscalda la cucina, Pia ed Eva preparano insieme la prima colazione, fette di pane nero, margarina spalmabile, formaggio a fette, succo d’arancia, latte. Eva osserva dalla finestra due bambini che giocano nel giardinetto di fronte, con dei gessetti stanno colorando dei sassolini, sono assorti nel gioco ma non appena si accorgono della sua presenza estranea si fanno timidi. Pia li saluta. Janice è già uscita per andare al lavoro. Subito dopo colazione anche le due ragazze escono per un giro nel centro. Oggi è sabato ed è giorno di mercato, nella piazza principale di Vaasa tra banchi di frutta e verdura troneggia una statua chiamata della Libertà, che celebra la vittoria delle forze “bianche” nella guerra civile finlandese, su di un lato vi è un chiosco di gelato, Pia ci tiene a fare provare all’amica il gelato finlandese. Si siedono ai piedi della statua e osservano la piazza, anche detta del mercato, che si stende luminosa e ampia davanti a loro. La piazza con il suo mercato sono come un’immensa isola pedonabile nel cuore della città, tutt’intorno vi sono alti palazzi, sedi di banche e centri commerciali. Verso le quindici Pia ed Eva vanno a prendere Janice al distributore di benzina dove è commessa al banco. Insieme fanno la spesa in un supermercato, Janice dice ad Eva di prendere ciò che preferisce. A casa anticipano il pranzo per non tardare alla partita delle sedici di baseball, una vera passione per Pia e Janice mentre per Eva è la prima volta, inutile dire che non ci capisce niente. Sul campo il sole si oscura e soffia un vento gelido, Eva sente freddo. Nei momenti cruciali dell’incontro il pubblico si alza in piedi con applausi e acclamazioni, anche Janice è molto partecipe. Il pubblico finlandese ama in modo particolare lo sport e lo segue con interesse specie mei mesi estivi in cui si può stare all’aperto. Il Vaasa vince la partita.

Rientrate a casa Pia e Eva fanno una sauna insieme, superato l’imbarazzo iniziale della nudità Eva si rilassa e ne esce tonificata. Verso le 20 Martin viene a prendere le ragazze, devono incontrare Karen, è una delle migliori amiche di Pia, in un pub della città. Per Eva è strano uscire di sera con la luce ed è ancora più strano entrare in un locale notturno quando fuori potrebbe essere giorno. L’aria è fresca è leggera, la temperatura è scesa rispetto alla notte precedente, ci vuole un giubbetto di jeans. Il cielo si è tinto di rosa con profonde nuvole bianche. Attraversano la città in auto. E’ sabato sera non c’è traffico, Vaasa appare disabitata.

Karen è seduta ad un tavolino del pub con altre amiche, è bionda, occhi azzurri, capelli corti fini tagliati alla maschietto, il sorriso sincero, è molto bella e catalizza naturalmente intorno a sè l’attenzione, molti ne sono innamorati. Karen scrive poesie e testi teatrali, ama il disegno e suona la chitarra, adora gli U2, frequenta un master di finanza internazionale, lavora saltuariamente come cameriera in un locale, vive per conto suo dividendo l’affitto con una compagna, è spesso al verde ma gli amici a turno l’aiutano. Pia ne ammira la vita libera e indipendente. Quando Karen parla di qualcosa che le piace in modo particolare solleva lo sguardo verso l’alto e dai suoi occhi sfugge uno scintillio. A Karen non piace essere al centro dell’attenzione ma sa di esserlo, è estremamente schiva, agli altri non si rivela mai fino in fondo, nasconde sempre qualcosa di sè. Si difende dietro ad un’apparente timidezza, una naturale ritrosia. A volte pare custodisca un segreto, si richiude a riccio, altre volte è spontanea e allegra. Pia le chiede di racontare loro del suo viaggio a Londra. Karen mostra felice l’orologio, dice di averlo comprato a Londra e quando dice Londra i suoi occhi scintillano. L’atmosfera che si respira a Londra, dice, è fantastica, tanta gente colorata, tantissimi mercatini… Nel suo sguardo rapito e sognante vi è tutto lo splendore del suo essere semplice e radioso. D’un tratto presa da un’improvvisa timidezza si interrompe, si chiude in una rareftta riservatezza in un silenzio a cui agli altri è negato l’accesso. Karen è come una fortezza senza porta, una pianura sconfinata da attraversare, ma qualche volta la fortezza arma i suoi cannoni e la pianura diventa un arido deserto, qualche volta si sente come minacciata da chi le viene troppo vicino, di chi ha desiderio di entrare nel suo intimo, allora braccata si da alla fuga, stancando il nemico fino a farlo desistere. Spesso Karen vorrebbe fuggire persino da se stessa e dalle sue emozioni troppo intense, dai suoi sentimenti troppo contrastanti. Storie d’amore burrascose etero e non che iniziano finiscono e poi ricominciano. Karen è soprattutto un anima libera, un cavallo selvaggio che scalcia per essere addomesticato. Eva si domanda cosa sia l’amore per lei, sempre in fuga come un animale impaurito, sempre timorosa di essere messa in una gabbia. Per Karen l’amore è perdita della libertà, è perdita di se stessa, è aprire il proprio cuore e farne intravedere all’altro le parti più segrete. Non vuole consegnarsi per intero nelle mani del nemico, vuole essere libera e sola. Sembra dire: “Inseguimi ma non raggiungermi, non potrei che fuggirti.”

Per Eva, invece, amare qualcuno significa firmare una resa, arrendersi all’altro completamente, vuol dire che non ci importa più di noi stessi, che l’altro e il suo bene sono più importanti , amare qualcuno significa esporsi a gravi rischi perchè l’altro può disporre di noi come vuole, amare è anche un gesto di totale fiducia verso l’altro, è un fidarsi e un affidarsi. Karen è suo malgrado al centro dell’attenzione, sorride come sa fare, poi il suo sguardo vola lontano, a Londra o chissà a cosa altro. Tornati a casa Martin Pia ed Eva trovano una sorpresa, Janice ha apparecchiato in soggiorno e la tavola è imbandita di ogni tipo prelibatezze comprate oggi pomeriggio al supermercato. Janice è raggiante, dice che è po’ tardi per cenare e che di sicuro questa notte avrà dei terribili incubi a causa della digestione ma pur di far compagnia ai ragazzi correrà questo pericolo! Janice incuriosita fa delle domande ad Eva sull’Italia sul suo paese e la sua famiglia, Pia le fa da interprete, Eva risponde volentieri e divertita. La serata è trascorsa piacevolmente. Martin aiuta Pia a preparare il divano per la notte, Eva si ritira a dormire stanca e felice nella camera dell’amica.

Due.

Domenica. Dopo la colazione Martin fa un salto a casa sua mentre Pia Janice ed Eva si recano in visita dai nonni materni. Questi abitano in una casetta indipendente, la nonna di Pia sta raccogliendo dei fiori in giardino, saluta con affetto l’ospite straniera, la figlia e la nipote, poi fa cenno loro di seguirla nella serra. “Vi serve dell’insalata?”, domanda chinandosi a tagliarne un cespo, “Qua invece ci sono le patate le zucchine le cipolle.” L’orto nella serra è una piccola meraviglia. La nonna spiega che il segreto consiste in una dedizione costantie e nelle innaffiature regolari. Si accende una sigaretta e dice che le condizioni di salute del nonno non sono buone, ora sta riposando ma se dovesse peggiorare sarà necessario un altro ricovero in ospedale. Spenta la sigaretta entra in casa seguita dalle tre donne, appoggia sul tavolo i fiori e il cespo di insalata. Le conduce nella camera del letto, apre le persiane lasciando che il sole inondi la stanza. Pia chiede sottovoce ad Eva di non mostrarsi spaventata per le condizioni del malato, suo nonno è una tra le persone più importanti della sua vita. Il padre di Pia ha abbandonato la casa e la famiglia quando Pia non aveva che cinque anni e da allora il nonno è stato per lei un genitore. Svegliato dalle voci e dalla luce il nonno si solleva un poco salutando con un sorriso, Pia lo abbraccia senza riuscire a trattenere le lacrime. “Nonno Julian, questa è la mia amica italiana.”, fa segno ad Eva di avvicinarsi. Dal suo stanco petto esce una fievole voce. Julian è felice di vedere la nipote e la figlia, lui sorride per tutti. La visita dura pochi minuti, la nonna le fa accomodare in salotto, ha preparato un vassoio di dolci e dei bicchieri con del vino. Lo sguardo della nonna è teso e preoccupato, è molto stanca, non ha mai un momento di riposo, appoggia un secondo vassoio di dolci e va a sedersi sulla poltrona libera accanto a Janice con la quale si informa delle novità. Pia suggerisce ad Eva di assaggiare uno di quei dolcetti di colore rosa, sono i suoi preferiti, sono al lampone. Eva si guarda attorno: il salotto è essenziale, un divano, due poltrone, un tavolino di vetro al centro, una credenza che oltre ai calici in vetro soffiato ospita i ritratti dei figli e dei nipoti, c’è anche una bella foto di Pia, alle pareti bianche due quadri di paesaggio. Prima di accompagnarle all’auto, la nonna le fa passare dalla cucina, avvolge in carta da giornale i fiori e il cespo di insalata , apre il frigo, ne prende due pacchetti, uno di margarina e uno di formaggio.

“Questi due sono per il vostro viaggio in treno di stasera. Pia, ti serve qualche soldino?” Pia accetta i due pacchetti come doni prezioni, per i soldi dice di no ma la nonna glieli ha già messi in mano.

“Non sono molti ma servono sempre. Dai prendili.”

Escono senza salutare il nonno che si è riadormentato, la nonna rimane ferma sul cancello a salutarle.

Nel primo pomeriggio Martin Pia ed Eva passano a salutare Wolfgang. E’ il migliore amico di Martin dai tempi delle scuola. Si sono persi di vista soltanto tra i 10 e i 13 anni quando la famiglia di Wolfgang si era dovuta trasferire per lavoro in un’altra città. Wolfgangolfgang è anche un buon amico di Pia, spesso d’inverno prendono il treno insieme per recarsi a Jakobstad, dove frequentano l’università. Wolfgang è nella sua camera in fondo al corridoio, Martin annuncia il loro arrivo salutando ad alta voce, seguono Pia e per ultima Eva, che esita un istante cercando di immaginarselo e pensa che potrebbe anche essere grasso e brutto ma ciò non avrebbe alcuna importanza. Ma Wolfgang è biondo, i capelli medio lunghi, occhi grandi immensi, di un blu intenso, bocca carnosa, voce profonda. E’ al computer fumando l’ennesima sigaretta, il suo posacenere è stracolmo di cicche spente. Indica il video a Martin scambiando con lui alcune parole, Eva e Pia trovano un posto in cui sedersi nel letto in disordine. Eva domanda se può fare una foto, ma Wolfgang nasconde il viso facendosi scudo con il fumo della sigaretta. PIa chiede a Wolfgang. di parlare in inglese in modo da rendere partecipe dei discorsi anche l’amica italiana. Finalmente Wolfgang si volge verso Eva promettendo un vago “forse”. Poi si alza e mette sul giradischi l’ultimo disco di heavy metal che ha comprato. Lui e l’amico sono grandi appassionati di musica, Martin possiede più di mille dischi e Pia non sa proprio dove li metteranno quando il prossimo anno andrano a vivere in un appartamento per conto loro. “Guarda, o i io o i dischi!”, lo minaccia ridendo Pia.

Eva osserva la camera di Wolfgang : il letto è incastrato tra la porta lo stereo e una scrivania di legno scuro ingombro di ogni genere di cosa, la tende alla finestra sono a fiori blu e arancio, sopra al letto c’è un poster di Marilyn Monroe, l’armadio a muro è ricoperto da diversi manifesti, tra cui una foto della showgirl italiana Sabrina Salerno. Sulle mensole della libreria sono esposti come trofei due bottiglie vuote di whisky di una marca famosa e la televione è accesa senza audio. Poco dopo si salutano, si ritroveranno all’incontro di baseball delle diciassette. Il pomeriggio è caldo, gli spalti sono gremiti, Pia fotografa gli amici in mezzo al pubblico, Eva continua a non capire il gioco mentre Wolfgang e Martin commentano vivacemente, anche questa volta Il Vaasa è vittorioso.

All’uscita i due ragazzi vanno via insieme mentre Pia e Eva tornano all’auto parcheggiata attraversando un parco dove gli scoiattoli sono domestici e vengono a prendere il cibo dalle mani degli uomini. Tra gli alberi si vede il luccichio delle onde del mare. Vaasa è sul mare, per metà sorge sulla terraferma e l’altra metà su isolette , è un importante porto commerciale turistico e croceristico. D’estate è un luogo molto piacevole, mentre d’inverno nevica spesso e le temperature scendono sottozero, nella laguna è possibile pattinare sul ghiaccio.

A casa si preparano per la partenza in treno di stasera. La loro destinazione è Kittila, nord della Lapponia, nel circolo polare artico, dove soggiorneranno tre giorni in un cottage preso in affitto da un amico di Janice. Martin le accompagna in auto fino a Seinäjoki , ad una settantina di chilometri da Vaasa, in modo da guadagnare qualche ora di vantaggio rispetto al treno. Per strada il cielo è in fiamme, brucia un oro rosso intenso. Bisognerebbe fermare l’auto e contemplare lo spettacolo. Pia e Martin sembrano appena accorgesene, a Seinäjoki le mostrano il parco, dove il prossimo weekend si svolgerà il provinssi festival rock, di cui hanno già comprato i biglietti. Per i giovani è un momento di aggregazione molto importante, un grande evento musicale e segna l’inizio dell’estate finlandese. Ogni anno vengono invitati ad esibirsi numerosi gruppi di artisti famosi sia nazionali che internazionali. Il parco si riempie di tende con tantissimi giovani. Quest’anno c’è grande attesa per il concerto di Gary Moore. ll treno si ferma a Rovaniemi, 426 km a nord di Vaasa, da qui proseguiranno in autobus fino a Kittila per altri 200 km, per Eva Kittila è solo un puntino imprecisato sulla cartina, sperduto nel cuore della Lapponia, lontanissimo da Vaasa. Oggi Kittila è un apprezzato centro turistico, d’inverno è stazione sciistista e sede di manifestazioni di incontri sportivi legati alla neve, mentre d’estare ospita numerosi spettacoli musicali, recentemente vi è stata aperta una delle miniere d’oro più grandi d’Europa e pertanto oggi Kittila è in grande espansione. Pia ha deciso di viaggiare di notte per non perdere l’intera giornata, sono dodici ore complessive di viaggio, ha portato con sè gli inseparabili ferri e un gomitolo di lana bianca, far di maglia l’aiuta a trascorrere il tempo, Eva invece giocherella con il filo come un gatto, sta aspettando il momento più adatto per parlare all’amica.

“Posso raccontarti una storia?”

“Sì certo, ti ascolto:” Per Eva non è facile raccontare questa storia ma la necessità di confidarsi con qualcuno è più forte e urgente, con qualcuno che davvero la conosce e che possa comprenderla. L’amica lascia scivolare i ferri sulle ginocchia, si dispone all’ascolto, non c’è fretta alcuna. Eva le confessa l’amore per Guglielmo. Dice di essersene resa conto soltanto dopo averlo perso come in seguito avrebbe perso la propria giovinezza. Da quel momento il suo mondo ha iniziato ad andare a pezzi: le speranze, i sogni , gli incanti, le illusioni e le disillusioni che via via si susseguivano fino a consumare la sua giovinezza fino ad un’età adulta senza prospettive. E il tempo non si ferma ad aspettarti e non è possibile restare all’esterno di questo meccanismo ad orologeria. Eva sa che ha molto, che è circondata da persone che la amano, che ha possibilità economiche, che non le manca niente insomma. “Ma cosa ti manca?”, le chiede in tono di accusa la nonna,” io non capisco ma tu e la tua generazione nata alla fine degli anni 60 avete tutto, forse troppo per questo siete così insoddisfatti. Non avete passato la guerra, avete trovato già tutto pronto. Non c’era la luce, non c’era la tv, non c’era neppure il bagno dentro a casa, la latrina era un buco per terra e la cartaigienica era fogli di giornali e foglie… Noi che abbiamo passato la guerra potremmo sopportare qualsiasi cosa, ma voi?” Eva non sa cosa rispondere alla nonna, vorrebbe dire che è proprio quel tutto che manca, cioè l’essenziale per avere una ragione per vivere, per trovare un senso alla propria vita, quel pane che dia sapore. Giovanna una collega ha appena perso un figlio in un incidente stradale, sono trascorse alcune settimane, è tornata al lavoro ma la sua bocca è rimasta imprigionata in un grido di dolore pazzesco, in una smorfia disumana, la sua vita non sarà più uguale a prima, come può dimenticare, come può vivere senza il figlio, come può smettere di pensare a lui ogni momento della sua vita? Eva ha sognato che Giovanna la conduceva alla tomba del figlio, Giovanna, viso bianco e capelli tinti, questa donna che ha odore di morte, continua a vivere, ma internamente continua a gridare, un urlo soffocato e lacerante, senza fine. Eva teme la sofferenza fisica, un dolore quale quello di Giovanna cambierebbe la sua vita, ma Eva non ha la forza di Giovanna, non crede sia possibile dimenticare, non sentire più male, non provare più quella sofferenza e poi andare avanti, eppure dicono che si va avanti comunque e nonostante. Nella sua comoda e tranquilla esistenza, Eva si accorge lentamente dell’inganno, che la vita non è per sempre, perchè tutto finirà. Eva non ha alcuna fede. Pia le domanda come si possa vivere senza una fede. Eva non risponde, guarda fuori dal finestrino. La Finlandia plasmata da un tempo antico e immutabile le trasmette una nuova sensazione. Qui la vita, appararentemente semplice, è autentica e spontanea. Negli sguardi biondi dei finlandesi c’è umiltà, non carenza di sogni, semplicemente ognuno di loro prende con delicatezza, in punta di piedi, ciò che desidera dalla vita. Appena arrivata in Finlandia Eva aveva pensato che i finlandesi mancassero di sogni, che vivessero soddisfatti senza dubbi o interrogativi. Lei si sentiva così diversa! La sua prima impressione era sbagliata. La pace che si osserva nel paesaggio della natura è la stessa che vi vede negli occhi dei suoi abitanti.

Eva si è finalmente confidata all’amica. Una volta aveva provato con Marco, era accaduto una notte in auto fermi in un parcheggio, tra le lacrime Eva gli aveva confessato il proprio dolore, Marco pur comprendendola non aveva capito, credeva che il suo amore potesse ancora salvarla, che fosse abbastanza forte da farle dimenticare. Quella notte Marco aveva voluto fare l’amore, asciugandole le lacrime coi baci affondando nell’oblio. L’amore usciva sconfitto, nulla poteva, non era altro, l’amore, che un analgesico efficace per pochi istanti. Il primo amore innocente di Eva fu disincanto. A otto anni si era innamorata di Massimo, un suo compagno di classe, lui l’aveva respinta e poi derisa per l’ostinazione e la dedizione che lei gli dimostrava, fu la sua prima delusione, Massimo era innamorato di un’altra. Fu in quel periodo che la maestra Valli propose ai suoi scolari di di tenere un diario su cui annotare avvenimenti, fatti, sensazioni e scrivere poesie e racconti. Eva vi si applicò con entusiasmo. Le piaceva scrivere e rifugiarsi in un mondo a parte, si sentiva diversa dai suoi compagni di classe, il principe Massimo l’avrebbe rifiutata ogni volta e le pagine del diario sarebbero aumentate con la speranza di riuscire a scrivere qualcosa di buono e perchè lei potesse salvarsi dal principe che la dimenticava. Marco si era illuso che il suo amore potesse bastare e in seguito la situazione tra di lro non migliorò, anzi si ritrovarono ancora più soli e distanti. In un vagone di un treno ora Eva sta piangendo, Pia le ha preso una mano per confortarla. In quella stretta Eva avverte unicamente il conforto che proviene da un’amica sincera, non riesce a trovare una risposta, una possibile via d’uscita.

“Cosa pensi di fare ora? Non puoi telefonare a Guglielmo, non pensi di poterlo rivedere?”

“No, non credo.”

Viaggiano per tutta la notte sul treno, scivolando nel sonno, le tendine tirate contro la luce esterna che non da tregua. Il mattino è un tiepido risveglio, sono arrivate a Rovaniemi, ma non c’è tempo per visitarla, hanno appena mezz’ora di coincidenza per l’autobus per Kittila. Questo autobus provvede anche ad effettuare il servizio postale, distribuendo la posta nei piccoli centri nel nord della Lapponia. Il conducente si ferma davanti a grandi cestini lungo al percorso e l’assistente lascia o ritiri sacchi di corrispondenza. In una sosta alla stazione bar, il conducente si avvicina sorridendo alle due amiche per scambiare qualche parola, si è accorta che la ragazza castana è straniera. “Da dove viene? Dall’Italia? Un’ italiana in Lapponia! Ma le piace la Finlandia? E come fate a capirvi?”, il conducente è divertito e sorpreso, stasera di certo lo racconterà a casa. Le due ragazze ridono tra di loro, l’Italia non è proprio dall’altro capo del mondo e che faccia buffa ha l’autista! Il viaggio in bus occupa l’intera mattina attraverso una Finlndia disabitata, le strade vuote e strette costeggiano la foresta di pini abeti e betulle. Giungono a destinazione solo verso mezzogiorno, allora Pia dice che a Kittila vi è anche un piccolo ma funzionante areoporto! Il cottage è nel centro di Kittila, non lontano di un grande e moderno complesso alberghiero. Il cottage è attrezzato di ogni comodità, tv, frigo, forno a microonde, riscaldamento autonomo, è un bilocale, un angolo cottura, un tavolo rotondo, un divano, doppi letti a castello, l’ideale per trascorrervi alcuni giorni in assoluta tranquillità. Messe in frigo le provviste e sistemate le borse, escono ad esplorare i dintorni, il cielo è trasparente e l’aria calda. La vetta più alta è il levi-tunture che dispone di un impianto di risalita, i tunture sono arrotondate colline di origine geologica antichissima, si avventurano alla scalata del tunture al di là del laghetto su cui si affaccia il cottage. Sulla parete del tunture c’è ancora qualche fradicio residuo di neve, in cima il paesaggio si presenta come una distesa di pietre verdi ricoperte da muschi e licheni,e a parte qualche secco cespuglio la vegetazione è assente. Dall’alto la vista spazia a360° sugli altri tunture che conservano qualche macchia bianca di neve, e laggiù un fiume e un lago si stendono in mezzo alla foresta, sullo sfondo nuvole cariche di pioggia sono sospinte lontano dal vento.

Rientrate a casa affamate mangiano qualcosa, poi escono nuovamente in direzione del centro fino al supermercato. Pia racconta di essere venuta a Kittila lo scorso settembre con Martin Karen e Wolfgang. Karen e Wolfgang hanno avuto una storia d’amore, Eva se li immagina, una bellissima coppia, ma, prosegue Pia, subito dopo Karen lo ha lasciato. Perchè? Pia spiega che Karen non si sentiva pronta per avere un legame fisso e impegnativo , non aveva tempo per l’amore, troppe cose da fare, lo studio, la musica, il teatro…, o forse Karen era solo spaventata dell’amore, di saper amare qualcuno che la voleva interamente. E Wolfgang ci aveva sofferto molto e Pia pensa che ne sia ancora innamorato, ma Karen fa di tutto per evitarlo. Eva pensa che l’amore non abbia bisogno di tempo, o lo si vive oppure no, o lo si sceglie oppure no, non è questione di avere tempo, l’amore è qualcosa di totalizzante che riempie la vita di una persona dal primo minuto all’ultimo e non c’è sacrificio o rinuncia di qualcosa altro. A casa si concedono una lunga e rilassante sauna, si è fatto sera, stanche per il viaggio decidono di non uscire, per curiosità accendono la tv, c’è Maria’s lovers in lingua originale con sottotitoli in finlandese, la protagonista è una giovane Nastassja Kinski mentre l’attore principale assomiglia a un poco a Guglielmo. Intanto fuori la luce non accenna a diminuire, non sarà facile addormentarsi, sembra un sole pomeridiano, da fuori giunge il silenzio misterioso della foresta che le circonda. La notte si confonde con il giorno se non fosse per la differenza di temperatura, l’ interno del cottage è riscaldato, Pia ha tirato le tendine per oscurare la luce. Se non fosse che sono così stanche per il viaggio a Eva sarebbe piaciuto fare una passeggiata nel cuore della notte sullo stesso tunture su cui sono salite oggi, si addormenta e sogna di salirvi, l’aria fresca e trasparente, il sole sempre all’orizzonte, e il panorama sui tunture e sul lago. Al risveglio Eva conserva la sensazione di aver fatto realmente un’escursione notturna. Al mattino salgono su un nuovo tunture seguendo un facile sentiero , inizialmente si attraversa una zona boscosa di betulle e qualche conifera, salendo la foresta e che lascia il posto alla tundra e a qualche abete isolato, infine il suolo resta spoglio con le solite pietre di colore verde, il suolo nudo della Finlandia. Contemplano il paesaggio infinito davanti a loro, Pia spiega che a settembre la foresta si veste di colori stupefacenti, innumerevoli sfumature dal verde al giallo, dal rosso acceso al marrone. Eva cerca di figurarselo ma questo è uno di quei casi in cui la natura supera di gran lunga l’immaginazione. Scendendo si passa sotto un esemplare di abete con la chioma spiovente fino a terra, Eva si ferma qualche istante sotto ad esso, sentendosi accolta e abbracciata.

Il mattino successivo ripartono per Vaasa, non è possibile il ritorno di notte in quanto l’autobus da Kittila a Rovaniemi è solo diurno. Il viaggio di ritorno occupa il giorno intero, arrivano a Vaasa verso le 8 e 30 di sera, alla stazione ci sono Martin e Wolfgang. Eva è felice di rivedere Wolfgang. Martin le accompagna a casa, Janice ha preparato loro qualcosa di caldo. Eva pensa all’Italia, domani sua madre dovrebbe telefonarle, le manca un po’ la sua famiglia, la sua casa, i suoi amici, le spigolose e allungate facce italiane e il loro carattere che si accende con niente, qui i finlandesi hanno visi rotondi e nasi piccoli e sono persone tranquille. Janice e Martin escono nel giardino a fumare una sigaretta, in casa non si fuma, mentre le due ragazze raccontano loro del viaggo. Quand Martin va a casa, Pia si prepara il letto sul divano, Eva la ringrazia per il buon tempo trascorso insieme, Pia pensa di studiare un poco prima di dormire a fine giugno ha un esame di storia, Eva l’abbraccia e le augura una buona notte. Di nuovo sola nella camera dell’amica Eva scosta la tenda e pensa che d’estate in Finlandia si potrebbe vivere a rovescio, dormire di giorno e lavorare di notte. Per i finlandesi tutta questa luce è un evento normale mentre Eva continua ad esserne sorpresa.

Tre.

Il giorno dopo Pia accompagna Eva a fare spesa nei negozi in centro, per strada incontrano Karen, una giacchina sopra una lunga gonna a fiori e un cappello di paglia, è di fretta, dalla borsa spuntano dei libri, sta andando all’università. “Sei molto carina vestita così.”, dice Pia. Eva osserva il suo collo lungo e sottile, il suo viso in parte celato dal cappello ha un qualcosa di deciso e caparbio, e sembra dire oggi non è la mia giornata giusta e guai a chi si avvicina. Porta un paio di scarpe basse, le caviglie sono grosse in contrasto con l’armonica snellezza del corpo. Pia le ricorda l’appuntamento di stasera da Grants’, un pub birreria. Sì, cercherà di venire, si scusa ma è in ritardo e si allontana velocemente, Pia ed Eva proseguono il loro giro.

La sera si trovano da Grants’, Karen è già lì, si siedono ad un tavolo, Pia ordina due bibite, Karen non prende nulla. “Come mai siete arrivate in ritardo?” Il ritardo è stato causato dall’incontro con Amy. E’ ferma sul marciapiede in un incrocio, incerta, con l’aria di chi non sa che fare, se rientrare nel pub da cui è appena uscita, appoggiata alla sua bicicletta , sembra reggersi in piedi a malapena, di sicuro deve aver bevuto. Pia ha fermato l’auto accanto a lei ed è scesa a parlarle, Amy l’ha riconosciuta ma il suo viso è sconvolto, i capelli neri arruffati, vestita in modo trasandato, ha odore d’alcool, barcolla, pronuncia con rabbia parole sconnesse. Pia cerca di calmarla, ma appena lei ed Eva si allontanano , Amy resta inebetita per qualche secondo e subito dopo si allontana velocemente in bici come rapita da un pensiero improvviso. Pia spiega ad Eva che Amy deve aver bevuto sin da questo pomeriggio per trovarsi ora in quelle condizioni. La rabbia di Amy è stata causata da un litigio con Karen, Amy pazza di gelosia ha accusato l’amica di tradirla e Karen l’ha lasciata. Ecco perchè Amy è così fuori di sé. Pia riferisce in breve dello sgradevole incontro, Karen è dispiaciuta della reazione di Amy, non può aiutarla, è decisa a chiarire la situazione con lei più tardi. Amy è troppo possessiva, Karen si sente imbrigliata, per questo ha deciso di darci un taglio, anche se doloroso. Pia cambia discorso, le chiede quanti soldi abbia rimasti nel borsellino, Karen rovescia i suoi spiccioli sul tavolo, li conta sono pochi, Pia le da qualcosa dicendo che invece a lei pesano. Karen li accetta arrossendo. La voce di Karen è maschile, scarna, ma dolce e delicata allo stesso tempo. Karen non verrà al Provinssi festival rock di Seinäjoki, spera di poter venire la domenica per vedere Gary Moore, chiede se ci sarà anche Wolfgang, ne pronuncia il nome con cautela e un poco di disagio, preferirebbe non incontrarlo, ha già troppe preoccupazioni in questo momento, in questi giorni deve decidere se trasferirsi ad Helsinki dalla madre.

“Se tu dovessi andare io avrò molta nostalgia di te, anzi già ora tu mi manchi, ma vedrai che ci manterremo in contatto, è una promessa.”

“Grazie.”, risponde Karen evitando il suo sguardo, ma se i suoi occhi sono abbassati la sua voce esprime ciò che non riesce a nascondere, cioè la tristezza per l’eventualità di lasciare una cara amica. Karen informa Pia dei prossimi eventi teatrali in città, tra cui un’interessante rappresentazione al vecchio porto, ci si potrebbe andare insieme. Nel tavolino accanto si siedono tre ragazzi sui 15 anni,sono cadetti della scuola navale, indossano con orgoglio il tipico berretto bianco della scuola, hanno superato gli esami di fine anno, e sono venuti da Grants’ per festeggiare, sono vestiti con cura, appartengono a famiglie benestanti, scambiano qualche parole con le ragazze, il loro inlese è ottimo, devono aver studiato a Londra, si difendono bene anche con l’italiano, Eva è sorpresa, raccontano di aver visitato l’Italia, Genova, Firenze e Roma, le chiedono il motivo della sua presenza a Vaasa, Eva risponde l’amicizia!, le chiedono la sua età, quasi ventidue anni , loro rispondono peccato! noi ne abbiamo qualcuno in meno. Le ragazze escono dal locale e si salutano promettendosi di vedersi nei prossimi giorni.

Al mattino, appena sveglia, Eva ricorda nitidamente due sogni, uno è della notte precedente ma solo ora le riaffiora alla mente, i due sogni sono in correlazione. La casa è silenziosa, le tendine sono abbassate, ne filtra una luce tenue e rosata, il ricordo sorge spontaneo e chiaro. Secondo sogno: è notte, una piazza, un gruppo di persone, Eva è sola e osserva, improvvisamente Tom, il migliore amico di Marco, si stacca dal gruppo e le viene incontro. Nei suoi occhi castani lei ci vede il blu oscuro della notte e la disperazione e l’ansia di capire. Tom le formula una domanda sull’amore. Eva risponde di conoscere la risposta, di avere fatto un sogno ma di non saperne parlare. Tom è rapito dal blu della notte e la porta via a fare l’amore, Eva brucia in lui ogni desiderio, al risveglio è libera dal desiderio come se lo avesse consumato fino in fondo. Ma qual è la soluzione? Primo sogno: Wolfgang le è seduto di fronte, Eva ne è attratta ma lui la trattiene con un gesto, il volto sorridente è in pieno sole, tutto il corpo avvolto in una luce calda, i capelli oro. Wolfgang è talmente reale, Eva è stupita quando lui inizia a parlare, la sua voce è profonda e avvolgente, lui le parla dell’amore. Eva rispondendo alla domanda di Tom si riferiva alle parole pronunciate da Wolfgang, ma non le ricorda. Nel pomeriggio Janice Pia ed Eva trascorrono acune ore a Vaasalandia, il parco dei divertimenti della città, Janice tenta la fortuna in un videogioco mentre le due ragazze salgono sulle montagne russe, da cui si ha il panorama sull’intera città, sulla terraferma e sulle isole collegate da ponti sul breve braccio di mare. Mentre stanno riaccompagnando Janice a casa, un’auto al semaforo da un colpetto di clacson, Eva si volta e scopre Wolfgang al volante e Martin seduto a lato. Wolfgang le sorride, Eva ricambia il saluto e il sorriso. Le due auto, dopo un breve inseguimento,( non dimentichiamo che i finlandesi sono appassionati di formula uno), si fermano davanti a casa di Karen, Wolfgang le invita da lui. Pia ed Eva salgono rapidamente le scale fino a suonare all’appartamento di Karen, nessuno risponde e Pia lascia un bigliettino. I due ragazzi le stanno aspettando nel giardino giocando a freccette, Pia li invita a casa sua a giocare a carte insieme. Wolfgang dice: ” Le carte le ho pure io…” Ma Pia ribatte: “Non mi fido, le tue sono truccate.” Si siedono al tavolo nella sala da pranzo, la sala è luminosa e sul davanzale ci sono numerosi vasi da fiori, la parete accanto alla finestra è occupata da una libreria con libri e numerosi album fotografici con le foto di Pia bambina, Eva ne sfoglia qualcuno, su un ripiano disposti in ordine di altezza vi sono dei candelabri in vetro con degli anelli lungo al fusto, Pia spiega che sono candelabri commemorativi, ogni anello rappresenta un anno di vita della giovane repubblica finlandese. Si mettono a giocare a carte, Wolfgang spiega le regole ad Eva, Martin vince quasi ogni volta mentre Eva non riesce a capire il conteggio dei punti. Il gioco viene interrotto da alcune pause. I ragazzi escono all’esterno per fumare, in casa in auto e in qualsiasi locale pubblico il fumo è proibito, l’aria della sera è fresca e piacevole. Il vago forse di Wolfgang sta ora diventando un sì. Più volte il suo sguardo cerca e incontra quello di Eva, a lei piace il suo modo di ridere.

Prima di addormentarsi Eva guarda gli album di foto che sono nello scaffale bianco nella camera dell’amica, cerca una foto di Wolfgang invece trova due album pieni delle foto che in tutti quegli anni di fitta corrispondenza Eva ha inviato a Pia. E’ una piccola cronostoria di se stessa. Si sofferma ad osservarle e si stupisce di come le Eve delle foto appaiano una diversa dall’altra, come ognuna di essa sia differente ma imprescindibile da quella precedente, come ciascuna sia la descrizione di una Eva in crescita nel tempo come testimoniano i tagli dei capelli che variano di lunghezza o gli abiti che cambiano a secondo della moda. Accanto agli album fotografici c’è la collezione completa dei dischi di Leonard Coehen, l’artista preferito di Pia, nell’aprire un cassetto Eva scopre con sorpresa tutte le lettere che lei le ha spedito e prova gratitudine per questa amica che l’ha accolta come una sorella. Si infila sotto al soffice piumino estivo, le torna in mente Guglielmo, il desiderio di lui non è finito, poi ripensa al sorriso di Wolfgang, lentamente cede al sonno e si addormenta senza pensare a nulla. Quattro. Sabato 2 giugno. Prima giornata del Provinssi festival rock. Prima di raggiungere Seinäjoki hanno un impegno a casa della cugina Lina per festeggiare il successo del suo esame di cucina. Lina, una ragazza alta e grossa, li accoglie freddamente, li introduce nel salotto composto da un divano e da due poltrone in pelle nera, su una di queste è seduto suo padre Rod con uno sguardo annoiato, sull’altra poltrona è seduto Frank il fidanzato della figlia. Janice ha raggiunto la cognata in cucina e l’aiuta a preparare i vassoi con il caffè e i dolci. Rod è il fratello di Janice ma non si assomigliano per niente, Rod si è spostato nella sedia a sdraio sotto alla tv lasciando il posto alla figlia accanto al fidanzato. Janice è la sola a tenere viva la conversazione. Frank fa ciondolare pigramente la mano di Lina nella sua mentre osserva con aria di supponenza gli ospiti. Di recente ha avuto una discussione con Pia e ora ne tollera a fatica la presenza. L’atmosfera è tesa, Martin esce sul balcone a fumare una sigaretta. La mamma di Lina porta un altro vassoio di dolci e riempie il piatto di Eva, Pia le fa cenno di mangiare per non offendere gli ospiti. Eva osserva i due fidanzati, ma si chiede che tipo di legame li unisca. A prima vista sembrano fratelli, si tengono timidamente per mano e sembrano imbarazzati. Frank assomiglia in modo incredibile al padre di Lina, assomigliano sia nei caratteri del viso sia negli atteggiamenti. Il salotto è soffocante a causa della pelle nera del divano, che ad ogni piccolo movimento fa rumore, i piani dei mobili sono ingombri di collezioni in miniatura di ogni sorta di inutili oggetti, tra cui una serie di minuscole scarpe, é Lina la collezionista. Eva ha l’impressione che queste persone si siano riunite più per senso di dovere che per piacere, il viso di Lina esprime indifferenza eppure la festa è in suo onore. Eva non riesce a mangiare e a riempire con del cibo il vuoto evidente di quella casa, anche se camuffato da un ‘infinità di cose inutili come quelle assurde collezioni .

Con una scusa Eva raggiunge Martin sul balcone. “Che bel sole!” Sì, risponde quieto Martin in un sorriso, entrambi pensano alla giornata che li aspetta oggi al festival. Eva non vede l’ora di rivedere Wolfgang, se pensa a lui si sente felie. La festa si scioglie poco dopo, Rod e Janice si recano insieme dal padre in ospedale, Pia non ha mancato un giorno di fargli visita insieme ad Eva. L’ospedale di Vaasa è pulito e luminoso e quasi non ha l’aspetto di un ospedale. Nella camera di nonno Julian filtra il sole caldo, lo stesso sole che prima brillava sul balcone di Lina. Martin Pia e Eva ripassano da casa di Janice dove li sta aspettando Wolfgang, Pia si mette al volante ed Eva al suo fianco mentre i ragazzi siedono dietro, ridendo prendono dallo zaino due birre. Pia dice che tocca sempre a lei di scarrozzarli in giro perchè lei è l’unica a non bere e in Finlandia i controlli stradali sono molto severi e la tollerenza per l’alcool è pari a zero. Pia sintonizza la radio sul canale uffciale del festival, un gruppo si sta già esibendo e non arriveranno in tempo a vederlo. Il cielo si sta rapidamente rannuvolando e nell’aria c’è sentore di pioggia. Appena arrivati a Seinäjoki si deve seguire il flusso della folla per raggiungere il festival, molti stanno arrivando in questo momento, per strada si vedono diversi gruppi di ragazzi, alcuni punk e altri dark, ma la maggiorparte è in jeans e maglietta, e molti hanno delle bottiglie di birra e altro alcool imprecisato. Il provinssi festival rock è un momento di libertà per i giovani, non solo festa della musica ma anche celebrazione della tanto attesa estate finlandese. All’entrata i biglietti vengono scambiati con dei colorati braccialetti di corda colorata, chiusi all’estremità con un anello di metallo, non possono essere tolti se non tagliandoli. In questo modo sono semplificati gli accessi e le uscite al parco. Il festival offre 2 giorni di musica, 3 palchi con numerosi gruppi musicali, ci sono anche stands gastronomici, birrerie, pubs, stands di libri, dischi e dei vari gagdets, tipo magliette e tazze. Pia raccomanda di restare vicini senza perdersi di vista. Wolfgang promette che si prenderà cura di Eva. “Davvero?”, “Certo, dice,sono un buon cavaliere.” Le spiega il programma leggendo il foglietto illustrativo, se la cava bene con l’inglese. Iniziano ad orientarsi nel parco per raggiungere i 3 palchi quando cadono le prime gocce d’acqua. Hanno dimenticato l’ombrello in auto, presto scoppia il temporale. Corrono nella pioggia, attenti a non scivolare nel fango, fino a ripararsi sotto un albero anche se sarebbe una cosa da evitare ma l’alternativa è bagnarsi completamente. Nella corsa Wolfgang l’ha presa sottobraccio e dice che per lui l’amicizia è una cosa importante e che apprezza la compagnia sincera di un amico. Ridono e protetti dall’albero, vicini, osservano il temporale sfogarsi, l’acqua ha formato grandi pozzanghere, il loro entusiasmo però non è stato frenato dalla pioggia. Alcuni ragazzi passano correndo sotto la pioggia, qualcuno è scivolato e si è sporcato alcuni di fango. Dopo un quarto d’ora il temporale cessa lasciando la distruzione nel parco, ritorna a splendere il sole. Wolfgang fa da guida ad Eva, lei lo prende istintivamente sottobraccio, lui dice che va bene, attraversano un ponticello sopra ad un ruscello sulle cui rive un gruppo di ragazzi seminudi si esibiscono in una specie di recita. “Saranno italiani…”, scherza Wolfgang. “Non ci credo!” “Non guardare gli uomini nudi!”, le proibisce lui ridendo. Con Martin si ferma a guardare uno stand di dischi a 33 giri. Due ragazzini si avvinano incuriositi ad Eva e a Pia. “Da dove vieni?” “Dall’Italia.” “Ma è il paese del vino! ” Eva è divertita. “Non puoi spedircelo? sul serio però!” Trovano carta e penna per lasciarle il loro indirizzo. I due ragazzini assomigliano al fratello di Eva e al suo amico. Wolfang e Martin trovano le amiche a conversare con i due ragazzini, uno di questi chiede ad Eva quanti anni ha. “Quasi ventidue.” Non ci crede e neppure Wolfgang che le fa cenno di lasciarli perdere. “A me quanti anni mi dai?”, dice Wolfgang. “Penso che tu abbia più o meno la mia età.” “Giusto, ne compio ventitrè il prossimo 11 giugno.” “Davvero? E’ la data della mia partenza dalla Finlandia.” Iniziano a parlare dei loro gusti musicali e scoprono di condividere la passione per i Guns n’ Roses. Gli occhi di Wolfgang brillano, Eva prova nei suoi confronti una naturale simpatia e sente una felicità senza pensieri, totale. “Ehi, lui dice, non guardarmi con quegli occhi, tu sai cosa intendo?” Sì, Eva crede di saperlo. Eppu Normaali suonano sul palco centrale, è un gruppo finlandese pop molto amato, le loro canzoni sono orecchiabili e tutti le cantano a memoria, Eva guarda Pia Martin e Wolfgang, sono felici e spensierati. Sull’altro palco si esibisce un gruppo sconosciuto, nel finale il chitarrista accenna Paradise city dei Gn’R, Eva e Wolfgang lo riconoscono alla prima nota. Più tardi suoneranno i Mission e i Cramps, c’è un intervallo di tempo in cui si può mangiare qualcosa, Pia e Martin si allontanano a comprare dei panini.

Wolfgang vuole spiegare ad Eva il legame di Martin e Pia:

” Sono molto uniti, come due palmi di mano che coincidono perfettamente in un incrocio perfetto, così.” e unisce le sue mani facendole combaciare, Eva lo osserva attenta. Pia e Martin sopraggiungono in quel momento. “Ma cosa le stai raccontando?”, chiede Pia. “Sai cosa voglio dire?”, domanda Wolfgang ad Eva che accenna un sì sorridendo. Wolfgang non è certo che lei capisca tutto ciò che dice perchè ad ogni sua parola lei ride in quel buffo modo, arricciando le labbra, Una grande simpatia li attrae sempre più l’uno verso l’altro. Solo per il fatto di essere vicini sentono una felicità contagiosa, e quando le loro mani si cercano e si stringono ciò avviene in modo naturale. Ad Eva sembra di aver perso la memoria, come se non avesse più un passato, come all’improvviso inspiegabilmente avesse dimenticato ogni cosa. Non è mai stata tanto felice. Ricorda che da bambina provava un senso latente di insoddisfazione, una sottile infelicità senza una reale motivazione. Era mai stata felice? Forse o non se lo ricordava o se lo era stata c’era sempre qualcosa che guastava questa felicità. “Non ero così felice da tanto tempo.”, ammette Eva. “Sono contento che ti stai divertendo.”, è la risposta di Wolfgang. Lentamente si stanno arredendo all’amore, lasciando andare i loro cuori verso questa nuova felicità. Il concerto dei Cramps non è all’altezza delle aspettative di Wolfgang, ascoltano alcune canzone ballando insieme, poi tornano a fare una passeggiata nel parco, la prima giornata e serata del festival si sta concludendo, altri due gruppi meno conosciuti si stanno esibendo ma sono poco interessanti. Martin ha trascinato Pia in birreria contro il suo volere e hanno avuto un piccolo diverbio, Wolfgang ed Eva restano fuori davanti al chiosco che vende magliette e cartoline, le scritte di saluto sulle cartoline sono in finlandese e Wolfgang le traduce per lei, verrebbe voglia spedire una cartolina in Italia così che lei possa ritrovarla al suo ritorno a casa. “Qui c’è scritto per chi è lontano da noi ma vicino ai nostri cuori…” Si siedono su una panchina ad aspettare gli amici. Wolfgang non sa più cosa dire, guarda davanti a sé e tiene tra le sue le mani di Eva per riscaldarle. Solo adesso si accorgono dell’ora, quasi mezzanotte, la luce è leggermente diminuita. Nell’aria c’è un silenzio sospeso, nell’anima scendono un impercettibile momento di solitudine e un senso di nostalgia. Talmente grande che vorrebbe ardere come un fuoco, talmente profonda da restare senza parole. La chioma della betulla si è abbassata a sfiorare le loro teste, dai suoi rami e dalle sue foglie stilla un denso silenzio, l’albero pare riposare riposa assopito in un sonno leggero mentre sotto alla corteccia prosegue la sua vita silenziosa pronto a risvegliarsi alla nuova luce. Anche Eva e Wolfgang sono stanchi, potessero fermare il tempo come l’albero e la sua muta e immobile esistenza. D’un tratto si avvicina a Wolfgang una ragazza semiubriaca che gli chiede di aprirle una birra, lei lo ringrazia con un bacio inaspettato sulla guancia, mettendolo in imbarazzo. Martin e Pat escono sorridenti dalla birreria, devono aver fatto pace, insieme si avviano all’auto attraverso il giardino che si è trasformato in un accampamento di tende e sacco a pelo dei ragazzi che trascorrono la notte qui. Wolfgang ed Eva camminano abbracciati in mezzo alle tende come in una valle cieca il cui fondo è la fine di questo giorno, Eva si appoggia a lui, vorrebbe che lui non la sciogliesse più da quell’abbraccio, che lui continuasse a sostenerla nel suo caldo abbraccio. Verso l’uscita incontrano per caso Tania, l’amica con cui Pia ha fatto il viaggio in Italia, ora non sono più amiche e si salutano a malapena, Tania ignora del tutto Eva, del resto pure a lei era antipatica. Eva cammina allacciata a Wolfgang in quel chiaroscuro appena accennato, la notte finlandese la sorprende ancora. Passando sotto ad un ponte Wolfagang fa una battuta: “Qui sotto è buio come in Italia? Come è la notte in Italia d’estate?” In Italia la notte è oscura e calda, accogliente come una piscina dopo il giorno afoso. Pia guida tranquilla verso casa, non c’è traffico e la radio ripropone i concerti del giorno. Wolfgang e Eva sono seduti dietro, lui le offre le sue braccia tra cui riposare, Eva vi scivola in mezzo appoggiando la testa sulla sua spalla, sente il calore e il profumo del suo corpo, il viso di Wolfgang è vicinissino al suo. Sono arrivati, separandosi lui la guarda per un istante con un’espressione strana e indecifrabile. Scendono tutti dall’auto, Pia abbraccia Martin nella luce rosata del nuovo mattino, si dicono a domani. Anche Wolfgang abbraccia Eva per salutarla, ora la bacia. E’ il loro primo bacio, un bacio della buonanotte. “See you tomorrow.”, la rassicura scuotendola dolcemente, “tra poche ore saremo di nuovo insieme.” Sì, domani le appare così lontano.

Nella sua camera, nella tiepida luce filtrata dalle tende, Eva non riesce ad addormentarsi. Il mattino seguente Wolfgang la saluta con un ciao in italiano. “Anche tu dovresti imparare qualche parola di finlandese!” e aggiunge un bacio e sottovoce le dice che neppure lui è riuscito a dormire, sotto alla giacca di pelle nera indossa come le aveva promesso una maglietta dei Gn’R. Wolfgang parla con Martin e Pia, Eva non capisce quello che loro si dicono nonostante Pia si sforzi di tradurle ogni conversazione. Non le importa sapere quello di cui lui sta parlando, le piace sentirlo parlare, ascoltare le sfumature allegre e profonde della sua voce, adora il modo in cui ride e il modo in cui, nel mezzo di un discorso, ha uno sguardo solo per lei. Le piace osservarlo mentre parla con gli altri come se lei fosse invisibile, le piace ascoltare il suono delle sue parole. Ogni tanto Wolfgang la stringe leggermente a sé per assicurarsi che lei ci sia ancora, per avere conferma della sua presenza, si volta di scatto verso di lei per coglierla di sorpresa per catturarne un sorriso un gesto uno sguardo o un nuovo particolare del suo viso, le sue lentiggini o un rossore o un riflesso nei suoi occhi castani, o semplicemente per accertarsi che si stia divertendo e che sia felice. Oggi pomeriggio c’è l’atteso concerto di Gary Moore. “Avete i braccialetti di corda al polso”, si assicura Pia, il braccialetto è necessario per poter entrare al parco, Pia è alla guida anche se oggi i ragazzi non bevono perché domani è lunedì e si va al lavoro. Per Eva domani comincia la seconda e ultima settimana in Finlandia. Il concerto è grandioso e coinvolgente e la chitarra di Gary Moore incredibile, lo accompagna una band di ottimi musicisti, ai brani più rock si alternano stupende ballate blues. Still got the blues for you è struggente ed emozionante, Gary Moore resta nel cuore ed è lui a segnare la conclusione del festival. Il festival chiude alle sei per garantire a tutti un tranquillo rientro a casa. Pia e Martin si fermano in un bar sulla strada verso casa, mentre Wolfgang ed Eva li aspettano seduti in un prato lì accanto. E’ stata una magnifica giornata, il sole caldissimo, ora si godono il tepore e la pace della sera in riva al fiume, dall’altro lato vi una una casa che ispira pace. Wolfgang dice: “Come sarebbe abitare in quella casa, insieme?” Cinque. Lunedì, Eva aspetta Wolfgang tutto il giorno, aspetta come sa aspettare uno che è innamorato. Nel giardino il sole è caldo sulla sua pelle e un vento leggero le accarezza i capelli, è un’attesa resa dolce dalla sicurezza che questa sera lo rivedrà. La sera Pia ed Eva passano a prendere i ragazzi da casa, si fa un giro a Vaasalandia e poi sul molo a vedere l’imbarcazione del padre di Wolfgang. Si decide di andare a giocare carte da Pia, Wolfgang dice: “Lasciami un momento a casa mia, prendo la mia auto così dopo non devi uscire per riaccompagnarmi, Eva viene con me, vi raggiungiamo subito.” Wolfgang entra in casa a prendere le chiavi dell’auto, Eva lo aspetta nel giardino fiorito, dalla finestra dalle tendine bianche la madre di Wolfgang la osserva incuriosita. Wolfgang torna subito e salgono via in auto, Eva ha la sensazione di stare per fuggire insieme a lui. La strada è chiara e fresca e la strada vuota, Wolfgang guida lentamente e coglie l’occasione per parlarle ora che sono da soli, sono fermi ad un semaforo rosso. “Quando partirai tu mi spezzerai il cuore.” Eva è sorpresa non sapendo cosa rispondere. “Dovresti restare qui un po’ di più.” “Mi piacerebbe, lo sai che lunedì ho il volo.” Sono arrivati a casa di Pia. Perché non sono fuggiti via insieme perdendosi nelle strade al tramonto? Martedì 5 giugno, è il compleanno di Pia, Eva le ha dato il suo regalo a colazione mentre erano sole in cucina. Per Pia è una giornata molto bella ed Eva è contenta di viverla insieme a lei. In mattinata devono andare dalla nonna che ha telefonato a Pia di avere una sorpresa per lei. La nonna l’accoglie con un mazzo di fiori raccolti nel suo giardino e le indica uno scatolone accanto alla porta, è la sua sorpresa. Pia l’abbraccia ringraziandola commossa. Poi si recano in ospedale da nonno Julian, nonostante le sue precarie condizioni di salute desidera darle di persona dei soldi in regalo, con cui Pia promette di comprare un paio di orecchini. Passano quindi dalla pasticceria a ritirare la torta per la festa del pomeriggio. L’amica Fanny con la figlia di 11 mesi è la prima ad arrivare. Pia l’ha già incontrata, un giorno Pia l’ha accompagnata a casa di Fanny, che è sposata e ha una bambina. Fanny è una persona molto semplice e delicata, le piace fare la mamma e adora la figlia per la quale cuce abitini e costruisce giochi in legno, come l’altalena appesa sul soffitto del salotto. Parenti e amici vengono a farle una saluto, portando fiori e piccoli regali. Nello scatolone della nonna c’è una grande bambola colorata in legno. Martin arriva con due rose rosse dal gambo lungo e Wolfgang con un mazzolino di fiori. Janice è stata la prima a far trovare a Pia un mazzo di fiori sul tavolo la mattina a colazione. Eva e Wolfgang vanno a sedersi in salotto a parlare. Nel frattempo arriva Karen, si ferma in cucina con Pia e gli altri. La presenza di Karen è talmente forte che è impossibile ignorarla. Dalla cucina giunge il suono della sua voce allegra e della sua risata pulita, la si immagina vestita in jeans e maglietta degli U2, gli occhialini tondi e un berrettino. Wolfgang e Eva che sono in salotto avvertono la sua presenza ma invece di andarla a salutare Wolfgang dice che vuol fumare così Eva lo accompagna nel giardino, lontani da Karen. Eva vorrebbe dargli un bacio ma lui prima l’allontana e poi la richiama a sé, avvicina piano il viso al suo, le soffia sulle labbra, le sorride e poi la bacia con un bacio dolce e casto. La festa di compleanno è finita, Pia conta i mazzi di fiori che ha ricevuto in regalo, dice ad Eva tra l’osservazione e il rimprovero: “Non hai visto Karen? Non sei nemmeno venuta a salutarla, è andata via quasi subito.” Mercoledì, Pia conduce Eva a Jakobstad, 80 km a nord di Vaasa, per farle visitare la scuola in cui sta prendendo un master, l’edificio sorge isolato in un prato verde, dentro è moderno e funzionale. Pia ha rimasto ancora un anno di studio, si augura di poter permettersi presto un appartamento in affitto per lei e Martin. Pia le mostra il bilocale che divide con un’amica, sopra al suo letto ci sono foto e cartoline di Eva. Fanno anche una passeggiata nel parco arricchito da un’esposizione di sculture moderne dal dubbio valore a parere delle due ragazze che si divertono a fare qualche foto. La sera, quando Wolfgang arriva a casa di Pia, Eva gli lancia uno sguardo di sfida, non intende pronunciare una sola parola, desidera che sia lui a fare il primo passao verso di lei e lui se ne accorge. Eva esce all’esterno per mettersi le scarpe, lui la segue e si siede su un gradino, è silenzioso, lo sguardo fisso davanti a sè, d’un tratto le rivolge un’occhiata disperata e le porge una mano attirandola verso di sé. Eva prende la sua mano, la sfida è finita, ora ricomincia il dialogo. Wolfgang le chiede di raccontargli di oggi a Jakobstad e della gita di domani a Umeå in Svezia. “E così domani non ci vedremo.”, è il suo commento. Hanno appuntamento tutti insieme per le nove a casa di Karen , da qui in pochi minuti si va a piedi fino al porto. Janice e Karen sono in testa al gruppo, seguono Martin e Pia, per ultimi Wolfgang e Eva. Camminano abbracciati in un unico movimento che sembra una danza, facendo aderire perfettamente i loro fianchi. Sono felici, leggermente euforici per il contatto e l’andatura armonica dei corpi. Avanzano contro il sole e il mare attraversando un grande parco verde. Salgono su un battello trasformato in bar ristorante a bere qualcosa, il sole si rifrange in infiniti luccichii sul mare, la serata è molto piacevole. Wolfgang prendono posto vicini, strettissimi, lui ordina una birra, Eva una bibita analcolica. Al vecchio scalo merci del porto si esibisce una compagnia di teatro di strada. La scenografia è costituita da un ponteggio per l’edilizia che dovrebbe rappresentare la vita, ad ogni piano vi sono degli attori in abiti normali, a turno ognuno di loro racconta la propria storia con gli occhi rivolti al cielo, ad un cielo privo di un Dio, è un teatro dell’assurdo. Gli attori si arrampicano e scendono dai piani del ponteggio chiedendo pietà per la propria esistenza a un cielo che non può rispondere e al pubblico che ogni tanto applaude. Qualche pagliaccio invita i passanti a partecipare allo spettacolo e a raccontare le loro storie personali. Un pagliaccio si avvicina ad Eva e a Wolfgang: “Ecco qui per esempio due innamorati! Venite a raccontare la vostra storia…” Wolfgang ed Eva sorridono imbarazzati, l’amore li fa brillare e li ha trasformati davanti al mondo. Gli attori coinvolgono il pubblico e formano un lungo treno che incomincia a muoversi dapprima lentamente e poi a correre lungo ai binari in disuso incontro al mare e con il sole negli occhi, questo treno umano sembra destinato a non fermarsi. E’ la vita che è come una corsa e ogni individuo è solo insieme ad altre solitudini. Wolfgang ed Eva assistono alla scena dall’alto di una collinetta, stanno per allontanarsi quando vi lanciano un’ultima occhiata. E allora la vedono: Karen ha preso parte alla rappresentazione e la sua graziosa testa bionda brilla nel sole, Karen corre, sola, verso il mare, felice dela sua corsa, libera, consapevole, indipendente, senza sentire il bisogno degli altri. Karen basta a se stessa. Eva, invece, è innamorata di Wolfgang e crede che camminerebbe insieme a lui fino alla fine di tutti i binari senza sentire la fatica. Può l’amore dare un senso alla vita? Essere una risposta, una soluzione o non è che uno sprofondare, un perdersi in un mistero insondabile come in un pozzo troppo profondo? Cosa è dunque l’amore? Un antidoto alla solitudine, la rottura delle barriere tra due esseri oppure non è altro che un illusorio inganno? Wolfgang stringe Eva a sé, sorride felice, non ha dubbi, non ha paure, non ha incertezze. E’ innamorato e ciò ora sembra tutto e niente, quel tutto di ciò di cui sentiva il bisogno, quel niente di cui avvertiva la mancanza. Rentrano a casa, Wolfgang si trattiene anora un poco, siedono sul divano, la tv accesa, e chiaccherano ancora un poco, poi lui se ne va. Eva si guarda le mani che poco prima erano unite a quelle di lui, ora sono sole abbandonate come per una mancanza, come se non avessero ragione di essere senza il contatto con quelle di lui. Dal primo giorno del festival ad oggi le loro mani sono sempre state unite, Wolfgang le ha sempre trattenute tra le sue accarezzandole lievemente seguendone le linee sconosciute. La solitudine delle mani vuote, solitudine uguale a mancanza, privazione, separazione. Giovedì, gita in traghetto dal porto di Vaasa al porto di Umeå, in Svezia, per un totale di 8 ore di navigazione tra andata e ritorno. Un’intera giornata senza vedere Wolfgang. Umeå dall’altro lato del mar di Finlandia è opposta a Vaasa, è un porto importante e interessante centro culturale, Pia ed Eva passeggiano per il centro e fanno qualche acquisto nel centro commerciale. Al ritorno sul ponte della nave il vento è forte e il mare è color petrolio, nella sala interna Eva trova un vecchio videogioco, il celebre Pac-Man con cui si distrae mentre Pia fa a maglia, nel duty free shop Eva compra per Wolfgang una bottiglia di whisky della sua marca preferita. Venerdì, stasera cucina Eva: spaghetti aglio e olio. Oggi al supermercato hanno trovato l’occorrente e Eva ha chiesto di poter cucinare, Janice e Pia ne sono state felici e hanno invitato Martin e Wolfgang. Tanto per scherzare Eva lancia l’idea di andare in discoteca dopocena, proposta accettata con entusiasmo. Wolfgang la stringe e le sussurra: “Balleremo insieme tutta la notte.”e la conduce fuori nel giardino, l’aria serale è ancora calda, siedono nel dondolo scivolando l’uno contro l’altro, le carezze di lui sono delicate, le sfiora il seno con baci leggeri. Pia viene a chiamare Eva, l’acqua per gli spaghetti sta bollendo. La cena è divertente e l’atmosfera accesa. Quando Wolfgang la bacia dice: “Hai un buon sapore di spaghetti. ” E’ deciso, si va in discoteca, al Marybel. Janice è entusiasta perchè si potrà mettere le scarpe nuove, mentre Eva si veste con i vestiti che ha comprato questa mattina da Marimekko, un famoso marchio finlandese di abbigliamento bigiotteria accessori e tessuti per la casa. Wolfgang deve passare da casa per cambiarsi d’abito. Sua madre Helene è sulla porta fumando una sigaretta, il figlio le assomiglia. Ed Helene si diverte a prenderlo in giro. “Vorrei sapere che cosa indosserai stasera, a parte le magliette dei Guns n’ Roses non hai altro! Devo proprio suggerirti tutto, raccogli dei fiori per la tua ragazza.” Wolfgang si dirige alla siepe fiorita di lillà, d’impulso strappa alcuni fiori dal colore glicine, ne compone un mazzolino e lo porge ad Eva. “No, non così! Ma quando imparerai a comportarti con le ragazze?”, insiste Helene divertita. Wolfgang entra di corsa in casa. Gli altri lo seguono sorridendo del suo imbarazzo. Helene fa accomodare gli ospiti nel salotto, arredato in modo semplice ed elegante, i mobili sono bassi e i colori dei tessuti e dei tendaggi tenui, la stanza è illuminata da un’ampia vetrata, un arco la separa dalla cucina dove sul tavolo ci sono dei pesci e delle patate. Helene è un’arredatrice ma le sue passioni sono la cucina e il giardinaggio. Accade uno scambio divertente di battute tra Helene e il figlio. Eva non capisce cosa si dicono ma in pratica la madre lo prende in giro mentre Wolfgang tenta inutilmente di parare i colpi, Janice Pia e persino Martin si schierano a favore di Helene, il povero Wolfgang sfinito si lascia cadere sul divano accanto ad Eva. “Fammi fare bella figura con la mia amica, dice, mamma mi presti per favore qualche soldo?” “Ma tu caro mio hai per caso bevuto?” Infine Wolfgang va in camera sua a cambiarsi borbottando tra sé. Helene dice ad Eva: “Lui spende tutto in dischi e poi non ha mai un soldo, se ha le mani bucate cosa centro io?” Wolfgang è pronto: “Se avete finito di ridere possiamo andare.” Il Marybel è più simile ad un pub che ad una discoteca, si siedono ad un tavolo ordinando qualcosa da bere. Wolfgang ed Eva sembrano dimenticare la presenza degli amici, lui le parla sempre più vicino guardandola intensamente negli occhi, le soffia tra i capelli e sul viso e la bacia ardentemente. Una signora chiede se possono darle una sedia, Wolfgang cede la sua così ora Wolfgang ed Eva devono sedersi sulla stessa sedia sempre più vicini. Lui naturalmente ha bevuto e quindi si lascia andare. “Mi piaci moltissimo, lui dice, non lo dico perché sono ubriaco, lo sai che te l’ho già detto una volta e non ero ubriaco. Un amico che è stato in Italia mi ha insegnato questa parola, bellissimo, cosa significa?” “Significa quando una cosa è molto bella, quando per noi è speciale.” Wolfgang allora le dice: “Tu sei bellisssimo! Penso di essermi sentito così come mi sento ora solo altre due volte nella mia vita…” “Così come?” “Così innamorato… e tu?” “Io credo di averti sempre aspettato. In questi anni sono stata così male. Sentivo un vuoto dentro: tu mi hai fatto dimenticare ogni cosa e sono felice che ciò sia successo” Questo è più o meno quello che Eva riesce a dire in modo impacciato. “E’ bello sapere che tu stai bene insieme a me. All’inizio io non volevo innamorarmi perchè pensavo presto partirà e resterò di nuovo da solo. Ma ora non sprechiamo un momento, non c’è tempo!” Un altro bacio ardente. “Ti piacerebbe vivere in Finlandia? Ti piacerebbe vivere qui… io vorrei amarti questa notte.” Altri baci ancora. “Un giorno io verrò a trovarti in Italia e busserò alla tua porta, tu ti ricorderai di me? Io so che hai un ragazzo.” “No, non ho nessuno.” “Non ci credo, ma non mi importa, forse l’avrò anch’io ma ti prometto che se un giorno ci incontreremo niente e nessuno avrà importanza, allora saremo di nuovo insieme…” “Io ti aspetterò sempre.” “E’ una promessa, un giorno io verrò.” Wolfgang parla ancora o è l’alcool a parlare per lui, le sue mani cercano il corpo di Eva. All’uscita dal locale, Eva e Wolfgang restano a guardarsi l’uno di fronte all’altro, si guardano dentro alla notte trasparente che sta per finire. I fiori di lillà di Wolfgang sono già appassiti e le sue promesse volano nella notte. L’amore è fuggitivo, è un sogno che si sogna e poi al risveglio tutto si dissolve e ne resta il profumo ineffabile come quello dei lillà.

Gli ultimi due giorni, sabato e domenica. Di nuovo la stazione di Seinäjoki. Eva sta per prendere il treno che la riporterà ad Helsinki dove l’attende il volo per l’Italia. PIa e Wolfgang l’hanno accompagnata in auto a Seinäjoki nella notte, è quasi l’una di lunedì 11. “Buon compleanno Wolfgang!” Lui la stringe a sè sorridendo felice perché lei se ne è ricordata. Strano però essere felici e stare per lasciarsi… Aspettano il treno seduti nella piccola e deserta sala d’aspetto, sono gli ultimi momenti, gli ultimi saluti: Eva abbraccia Pia ringraziandola ancora una volta della splendida ospitalità che spera in futuro di poter ricambiare, l’amica la mette tra le braccia di Wolfgang, Eva si divide tra l’uno e l’altra. Quella stessa sera, prima di partire per Seinäjoki Eva ha pianto nel giardino, le braccia di Wolfgang non la tenevano più, la lasciavano andare via. “Non piangere, vieni entriamo in casa.”, lui le ha detto, per il tempo che restava loro dovevano fare come se fosse una sera uguale alle altre, come se domani potesse portare un’altra sera per loro. Perchè essere tristi? Eva ha già salutato sia Martin che Janice, Martin è andato via subito dopo cena e Janice è andata a dormire. Eva Pia e Wolfgang si mettono a giocare a carte come una sera qualsiasi. L’atmosfera notturna in cui è avvolta la casa è più che mai di un’indefinibile magia. Il silenzio, il suono sordo che produce ogni più piccolo movimento, il cadere secco delle carte sul tavolo, la fioca luce delle candele, le parole sussurrate, la tiepida e riposante luce che entra dalla finestra della sala, un poco di stanchezza e di sonno a causa dell’ora tarda, e il trovarsi insieme anche se ancora per poco, tutte queste cose contribuiscono all’incanto e al fascino sospeso della notte. Soo tre amici che giocano a carte e scherzano e ridono e hanno un’ombra di tristezza nel cuore. Come ora non staranno mai più insieme, questo momento non tornerà più, perchè la vita va e non si ferma, sembra una frase banale però è così e forse è vero che bisogna essere contenti che una sia successa e non tristi perché é finita. Si vorrebbe ancora e sempre tornare ai luoghi e alle persone che si sono amati. Il treno per Helsinki e il volo per Milano non aspettano. Pia va a preparare un the per svegliarsi un po’. Wolfgang scrive il suo indirizzo su un foglietto di carta. “Scrivimi.” Eva gli da una lettera: “Leggila più tardi, quando sarò partita.” Wolfgang la ripiega con cura all’interno del suo portafoglio. “Non mi è mai piaciuto il thé nè tantomeno questa notte!”, dice Pia tornando con un vassoio con le tre tazze. Hanno smesso di giocare, non parlano, ascoltano la quiete in cui è immersa la casa, tra poco sarà il momento di andare. Non sono tristi , persi ognuno nei propri intimi pensieri, condividono la stessa cosa, la partenza, il distacco, l’addio. Nel pomeriggio hanno assistito alla partita di baseball, l’appuntamento di rito della domenica, ancora una volta il Vaasa ha vinto, il sole scaldava la pelle di Wolfgang mentre Eva non ci capiva niente non solo del gioco. Al termine della partita, prima di separarsi, Wolfgang le ha detto che si sarebbero rivisti la sera, che sarebbe venuto ad accompagnarla alla stazione di Seinäjoki. “Questa notte ci incontreremo per l’ultima volta.” E così Wolfgang è arrivato a casa di Pia e ha trovato Eva che stava chiudendo la valigia, e lui l’ha guardata in un tale modo da fare male. E ora sono seduti in stazione. “Spezzerai il mio cuore.”, le aveva detto una sera, “io soffrirà e anche tu soffrirai, lo so.” Ma l’amore fa male? Possibile che il bene possa fare male? Può l’amore essere sia ferita che cura allo stesso tempo? Anche il cuore di Eva si sta spezzando e non è un modo di dire. Lui dice: “Non potrò più ascoltare Still got the blues senza pensare a te.” Lei dice:”Non potrò più ascoltare Sweet child of mine senza pensare a te.” Questa è la lettera che Eva gi ha scritto, verso sera nel giardino di Pia, mentre il tramonto continuava a bruciare in un inesauribile incendio e le nuvole si accendevano d’oro e nell’ aria Wolfgang è una presenza calda forte e chiara come un sole notturno, una luna nel mattino, una brace nell’incendio del tramonto. “Sto cercando di scrivere qualcosa per te , forse sono cose che avrei dovuto dirti a voce ma tu sai quanto mi sia difficile parlare. Per lungo tempo avevo dimenticato questa poesia, l’ho ritrovata qui in Finlandia in una cartolina che io stessa ho spedito a Pia. Si intitola Muerte sin fin di Jimenez, credo che il titolo possare essere cambiato in Desiderio senza fine. Se posso dare un nome alla mia vita è Desiderio, è qualcosa che mi colpisce e mi spezza in due, la maggiorparte delle volte è simile al dolore altre volte si stempera nel sogno.Nei miei sogni il desiderio è totale e brucia dal profondo. In questo ultimo anno non ho fatto altro che sognare e desiderare, sentivo una mancanza dentro di me e dolore per il desiderio. I miei giorni erano soli, senza un significato. Non sono spaventata per la distanza, penso che i chilometri e il tempo non abbiano alcuna importanza. Tu mi hai fatto dimenticare ogni cosa, con te sono stata felice.” Ora Eva sta già andando lontano, è partita, andata via per sempre. Sa che non tornerà anche se ora lo vuole e ci crede. Chissà perché non c’è mai un ritorno, c’è sempre solo un andare o un partire. Il vagone in cui ha preso posto è vuoto, c’è soltanto lo sferragliare del treno sulle rotaie, il treno che la riporta indietro a Helsinki attraversando lo stesso verde paesaggio del viaggio di andata di due settimane prima. Non dorme, quello strano tramonto l’accompagna per tutta la notte fino alla nuova alba, Il cielo è come un unico tramonto, un’unica alba. Non ha particolari ricordi del volo, solo quando l’aereo tocca la pista della Malpensa dopo essersi abbassato subito dopo aver sorvolato le Alpi e dopo aver virato sulla pianura padana, divisa in tanti regolari quadrati e rettangoli, solo allora Eva prova il desiderio di piangere.

Fine parte seconda.

Discografia parte seconda

U2: Desire

Gary Moore: Don’t let me be misunderstood, Still got the blues

Guns n’ Roses :Sweet child of mine, Paradise city, Knocking on Heavean’s door

Eppu Normaali, musica pop finlandese

Antologia poetica parte seconda

Juan Ramon Jimenez: Morte senza fine

Filmografia parte seconda

Maria’s lovers (1984) di Andrej M. Konchalovsky con Nastassja Kinski , John Savage, Robert Mitchum.

To be continued

Le tende da sole per il mio gatto. agosto 2014

l’altra sera ho chiesto a mio marito perché abbiamo comprato le tende da sole per la camera del gatto e non per la mia cucina.

lui mi ha risposto: le tende servono a rendere il gatto più sereno, perché fanno ombra, e se il gatto è più sereno tu sei più serena e se tu sei più serena io sono più sereno e tutto intorno a noi diventa di conseguenza più sereno.

ho pensato che questa risposta era molto semplice e vera.

tra me e il mio gatto si è creata una simbiosi, io lo adoro e lui ha scelto me.

Quando abbiamo traslocato abbiamo avuto entrambi problemi di adattamento nonostante la nuova casa fosse più bella e più adatta a noi e con un grande giardino. Se io fossi stata più serena il mio gatto avrebbe reagito meglio alla nuova situazione, eravamo entrambi in ansia da trasmettercela l’uno con l’altra, amplificandola.

il mio gatto si era pelato tutta la pancia a causa di leccamento da stress, il suo manto è una seta, si rifiutava di uscire, e quando beveva io lo rimproveravo perché secondo me beveva troppo e così beveva di nascosto, nascondendosi dietro al mobile della cucina.

Il fatto è che io sentivo tanta tristezza per lui nel vederlo così e lui tutta questa tristezza la sentiva  e si rattristava ancora più, ed io pure in questo legame inesplicabile di amicizia e rispetto e comprensione l’uno per l’altro.

la stessa cosa può avvenire tra genitori e figli, tra coniugi, tra fratelli e sorelle, tra amici.

e poi con il tempo tutta questa tristezza, che fa soffrire, poi con il tempo passa e rimane come la leggera e morbida impronta di un viso su un guanciale…

un viaggio che ci ha cambiato: il nostro primo incontro con il Brasile, 2003.

avete mai fatto un viaggio in particolare che ha cambiato un poco la vostra vita o vi ha lasciato dentro qualcosa di speciale?

per me uno di questi fu il nostro primo viaggio in Brasile, nel 2003.

quando andai in Brasile la prima volta mi trovavo in una fase di scollamento nella vita e nel lavoro, non mi riconoscevo nell’immagine che gli altri avevano di me, così avevo una sola settimana di ferie e volai in brasile con una super offerta in un resort di lusso ad un prezzo stracciato, quanto avevo desiderato andarci e adesso mi trovavo in un comodo resort sull’oceano e alle spalle un paese immenso sconosciuto misterioso, vedevo i turisti all inclusive bere e mangiare a tutte le ore e giocare a ridicoli giochi di società ma che ne sapevano dove si trovavano? e che ne sapevo io? questi turisti da batteria che ne sapevano di dove si trovavano chiusi nel recinto, dietro al muro alto del resort?

Appena dietro all’angolo c’era un mondo tutto nuovo e diverso!

certo il brasile non è un paese idilliaco o bucolico che qui desrivo, lo so, e lo sapevo ancora più da quello che mio zio scriveva, pistoleiros garimperos poco rispetto per la vita tanta ignoranza bassa scolarizzazione l’infanzia devastata dal crac, ect ect . Quel nostro primo incontro fu fortunato, ci conquistò l’allegria, la gioia di vivere, il saper sorridere comunque e sempre.

Mettemmo il naso fuori dal muro, attenti ci disse la guida non andate vicino ai bamboo, là ci sono i cobra, non scendete dal taxi, non ostentate macchine fotografiche, vestite abiti semplici, niente borse, nè orologi, tornate sempre in taxi, appena fa buio c’è il coprifuoco, ect ect..

Ma lì ci trovavamo in un paesino sull’oceano, lontano dalle grandi città, il turismo era appena all’inizio, la pesca era abbondante e le piante da frutto tropicali regalano frutta energetica in qualsiasi momento dell’anno, per esempio il cacao dà 9 raccolti all’anno. Facemmo lunghe passeggiate sulla spiaggia deserta, con i buggies che sfrecciavano da ogni parte, e il ritmo delle maree, le falesie di sabbie colorate, il rumore del silenzio…i cavalli correvano liberi in spiaggia, le donne lavavano le stoviglie di alluminio nel fiume, i bambini giocavano nel mare e ci sorridevano invitandoci a sorridere, i pescatori ritornavano a riva con le loro jangadas cariche di pesce colorato e ce lo mostravano…e proprio dietro all’angolo c’era una casetta gialla, con la scritta Forrò P., era un piccolo bar che due volte alla settimana si trasformava in balera, il forrò è un tipico ballo nordestino, ci avvicinammo alla casetta in modo amichevole, alcuni di quei ragazzi lavoravano nel resort e ci avevano riconosciuto, facemmo un poco di amicizia spontanea, l’anziano capofamiglia ci volle mostrare la sua casa, pochi mobili, solo un cassettone su cui troneggiava una piccola tv per l’immancabile calcio e la telenovela, niente letti solo amache appese, la sala della balera era una specie di garage con grandi casse stero, dietro alla casa c’era un piccolo cortile e l’anziano signore ci indicò orgoglioso il bagno, mentre la sua vasca da bagno era una tinozza all’aperto che a me ricordò quando facevo il bagno a casa dei nonni in campagna 40 anni fa , o come mia mamma faceva sempre da piccola, più di 65 anni fa .

Scattammo qualche foto, rapidamente avemmo intorno tutti i bambini del paese, una piccola folla multicolore, pur fratelli ognuno aveva un colore di pelle e di capelli diverso dall’altro e così il taglio degli occhi, tutti si volevano rivedere e toccavano lo schermo della macchina digitale segnando con il dito e pronunciando il nome di ognuno…Io che non ero abituata al contatto con i bambini, ma qui mi stavano quasi addosso, facendo a gara tra loro…ci vollero anche mostrare il piccolino di un mese, lo svegliarono apposta e anche la signora più anziana disse io non ho mai fatto una foto e sedette in posa con i nipoti, poi arrivò un ragazzino e disse qualche parola in uno scarno inglese e ne era molto orgoglioso…

Alla casetta gialla ci domandarono curiosi di noi, dell’Italia, quanto era lontana, perchè io portavo quel fazzoletto in testa ero forse malata?, ed io rispondevo no è per il sole e loro non capivano, ci chiesero se avevamo figli, no, e loro peccato perchè un bambino è una grande gioia e poi ne nascono di tutti i colori… Una signora ci disse io ho 3 figli e sono tutti bianchi come mio marito e nessuno è nero come me, che peccato! un bimbo di 16 mesi già ballava a ritmo di samba…

Tra questi incontri che mi riportavano indietro ad una specie di infanzia primitiva, le passeggiate sulla spiaggia fino all’incontro del fiume con il mare, il rumore del silenzio dentro al canyon, l’arrivo delle jangadas con il pesce, alla fine della settimana io arrivai all’areoporto che non sapevo più dove era andato a finire il biglietto , non ero stata ferma un momento, sempre in giro a vedere ad assaporare un piccolissimo pezzo del Brasile, il paese che avevo sempre desiderato conoscere a causa di mio zio, ed ero consapevole di stare assaggiandone soltanto una briciola, ma quella briciola aveva un sapore di allegria di gioia di vivere di sentire me stessa diversa più viva, migliore di quanto credevo di essere, fu questo l’inizio di una grande passione, appena potemmo, 3 mesi dopo rivolammo nello stesso paesino, mai più resort, mai più compagnia di turisti da batteria, ma la gente la gente, invece dell’ all inclusive fu full immersion anche senza sapere bene il brasiliano, e tornammo dai nostri amici e portammo qualche foto e qualche cosa per la scuola di cui ci eravamo informati, e una maglia del calcio per l’anziano capofamiglia, e alla fine loro insistettero per riaccompagnarci alla pousada e ci regalarono un vaso di areias coloridas…

e questa fu la nostra prima di un viaggio che è ancora in corso.

incontro con il bradipo, in Brasile.

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Tante volte la lingua brasiliana mi fa sorridere per le sue parole a volte così infantili ingenue e istintive, come questa il bicho preguiça, ovvero l’animale lentezza, cioè il bradipo, rende bene l’anima di questo animale, ma si dice anche di persona, prediguiçosa quando è pigra e oziosa, oppure anche di un fiume il cui corso è molto lento.

Nel 2006 ci trovavamo a porto de Galinhas, (le galline erano gli schiavi che provenivano dall’Angola ), nel mare vi sono magnifiche piscine naturali e piccole barchine con vele colorate ti accompagnano laggiù, a 70 km da qui si trova la cascata Urubu nel villaggio Primavera, un parco naturale al cui interno vi è una cascata, un ristorante e una specie di fattoria didattica, con diversi animali come l’ armadillo, il capibara, il lagarto, molti saguì, piccole scimmiette, e il bicho preguiça. Così il signore del ristorante ci mostrò prima un falco ferito che stava curando e … poi ci mise in braccio un bradipo con nostra grande sorpresa.

L’ abbraccio di questo animale, nonostante le sue impressionanti unghie, è avvolgente e sembra di tenere in braccio un bambino, le sue zampe ti abbracciano e ti si aggrappa, è un animale indifeso e tranquillo, il suo simpatico musetto sembra sorridere, il suo pelo però non è affatto morbido ma è ispido e infeltrito. in natura è difficile vederli, sono molto riservati. nello stato del Minas Gerais, dove vorrei andare, vivono anche nei parchi della città, ma sono molto delicati specie i piccolini se restano orfani.In questo parco ce ne erano tre, probabilmente nati in cattività o catturati, lo so che questo è sbagliato però erano tranquilli come se fosse la cosa più normale arrampicarsi sugli ombrelloni e sui tavolini. Per noi questo incontro fu comunque molto bello e fortunato perchè finora non ci è più ricapitato di tenere in braccio un bradipo. Nel 2008 eravamo ad Ilheus, Bahia, Ilheus è la capitale del cacao e l’aria profuma di cacao. Andammo a visitare una riserva zoobotanica statale, il Ceplac, sull’autobus incontrammo un dipendente che ci fece entrare nonostante fosse chiuso al pubblico, a pranzo poi ci fermammo con lui nella mensa. Vi era anche un rettilario con centro dei veleni, visitammo la piantagione di cacao con piccola fabbrica di cioccolato, i semi del cacao separati dalla massa bianca e gelatinosa fermentano 8gg in un grande cassone di legno, poi vengono stesi ad essicare al sole su letti di legno richiudibili in caso di pioggia, in seguito vengono stoccati in sacchi di iuta da 60 kg, prezzo 4 reais al kg, e conservati in magazzini in legno in cui l’umidità si mantiene costante. Abbiamo assaggiato anche il frutto fresco e bevuto il succo della massa biancastra, è dolciastro. Ci vollero regalare uno dei frutti più grandi che avevano e lo portammo in Italia. Quel giorno era capitata in visita una famiglia dalla Rondonia con tre figli, il padre era funzionario del centro Ceplac a Vila Velha, e così aveva approffittato della vacanza al mare per visitare i colleghi di Ilheus, ci regalarono un sacchetto di noci macadamia, dopo la visita partirono per la Rondonia in fuoristrada, un viaggio di più di 3000km. La cosa più bella di questa visita però fu l’incontro con la biologa Vera de Oliveira, detta Verinha, tutta una vita spesa per la cura dei bradipi feriti o rimasti orfani, il suo lavoro non ha orari. Vera dirige un centro recupero di scimmie e bradipi da reintrodurre in natura. Le chiedemmo se potevamo vederli da vicino, lei ci spiegò che essendo animali feriti o malati per loro sarebbe stato uno stress avvicinarvisi troppo . Restammo a guardarli da fuori della grande gabbia, ma poi Verinha capì il nostro amore e andò a prenderci dalla culla, un cestino ricoperto di foglie, un piccolino di bradipo di 8 gg, che tenerezza!, non dimenticherò mai lo sguardo d’amore di Verinha per questo essere così delicato e neppure dimenticherò come il piccolino la guardava davvero come se lei fosse stata la sua mamma, lei gli diede un bacino e il piccolino allungò la zampina verso di lei. Questo incontro valse tutto il viaggio!

cosa è un amico/a (scritto per un amico/a che avrei voluto avere)

cosa è un amico/a

un amico è chi ti accetta come sei e ti vuole come sei e non ti cambierebbe mai, e pensa che se tu non ci fossi bisognerebbe inventarti, un amico è chi ti pensa e si preoccupa per te, un amico è colui che ti prepara un caffè nei momenti più difficili, un amico è quando beve un caffè e pensa a te che glielo hai preparato in quel momento particolare, un amico è quando tu stai facendo una cosa e all’improvviso ti viene in mente quella persona e ti metti a raccontare di lei a tutti gli altri, un amico è quello che ricordi nei momenti buoni e non buoni, un amico è quello che ti prepara la parmigiana di melanzane perchè sa che ti piace, l’amico è quello a cui pensi e per cui sorridi augurandoti che stia bene e che sia felice, un amico è quello a cui puoi dire tutto oppure niente, restare in silenzio senza che sia un silenzio pesante, un amico è chi anche se è lontano senti vicino e tanto altro ancora…

(avrei tanto voluto avere un amico/a in più)

Le galline di Markus a Praia do Pipa, (Rio Grande do Norte, Brasil), marzo 2006.

Praia do Pipa nel Rio Grande do Norte è terra rossa e rocce nere e mare verde, è selvaggia e forte. La cittadina è lunga e stretta, costruita in modo veloce e disordinato, in pochi anni Pipa è diventata un centro turistico importante e la gente del luogo è impazzita, da non avere che modeste capanne di pescatori ora quelle stesse capanne sono diventate case e oggetto di speculazione in vista di un soldo facile. Ma a parte il paese caotico, la bellezza del luogo è innegabile, è meta di surfisti per le onde straordinarie. Arrivare a Pipa da sud non è facile, perchè gli autobus di linea passano lontano dalla costa e quindi occorre arrivare al paese più vicino sulla statale e poi da qui prendere un minivan o un taxi collettivo, un’altra mezzoretta. L’arrivo a Pipa è un poco terrificante, c’è un sacco di gente che va e viene ai minivan e agli autobus che provengono da Natal, venditori ambulanti di pannocchie di mais e di formaggio infilanzato su un bastoncino e cotto al momento sulla carbonella e carellinii mobili di gelato. Non abbiamo prenotato alcuna pousada, Pipa è carissima per gli alloggi, io aspetto alla fermata con le valigie mentre mio marito cerca una sistemazione ad un prezzo giusto. Torna a prendermi con una ford Ka rossa insieme al gestore della pousada Kalunga, che è aperta da poco, noi staremo in una piccola dependance ma il costo è della metà rispetto alla camera regolare, bene! Il fatto è che non appena cambio gli euro io mi metto a pensare in reais, non che voglia risparmiare però inizio a pensare in reais e così penso questo è caro e questo no! Poco dopo di noi arriva una coppia di argentini sui 30 anni e si sistemano in una camera per 100 reais mentre noi per la metà, gli argentini sono più ricchi degli italiani? Io penso che con quei 50 reais risparmiati  posso anche cenare e fare una merenda! Comunque la nostra sistemazione è buona, vista diretta sulla piscina! Il gestore della pousada si chiama Markus, ed è un amico di fiducia del proprietario, il campione di surf Kalunga, che per il momento è assente, è sempre via ad inseguire le onde. Markus aiuta in tutto Kalunga più per passione che per lavoro, è un signore alto, un gigante, una cinquantina d’anni, al secondo matrimonio, pelle un poco giallastra, occhiali, è appassionato di cucina, è cuoco autista giardiniere tuttofare in pousada. Giusto all’ora del tramonto, 17e 30, scendiamo verso la spiaggia per lo stretto sentiero di terra rossa dall’alto della falesia fino al mare, l’acqua è caldissima e io mi lascio andare ad un bagno rigenerante e totale con le onde che mi ricaricano di energia. Ma la notte inizia a piovere e il mattino il tempo non promette nulla di buono, mi rifaccio con la colazione, tanto di cappello al gestore tuttofare, c’è di tutto frutta torte queijo e presunto e succhi freschi e le scimmiette sagui fanno capolino dagli alberi e prendono il cibo dalle nostre mani. Passeggiamo per le spiagge vicine, tra rocce vulcaniche nere e terra rossa, il contrasto è molto acceso e il verde del mare è tagliente. E’ il momento della bassa marea, con l’alta marea tutto muterà, cambiando fisionomia. Le nuvole si addensano rapidamente ed inizia a piovere, dalle alte rocce nere cadono torrentelli di acqua colorata nera e rossa. Tornati nel pomeriggio alla camera ci prepariamo ad uscire, appena cessato il forte temporale, ma va via la corrente e Pipa sarà completamente al buio per un’oretta, noi abbiamo la nostra pila a manovella così usciamo ugualmente, ristoranti bar e supermercati si sono attrezzati con candele, è un poco suggestivo! La nostra pousada si trova alla fine del paese e la passeggiata in centro è lunga specialmente quando si ha fame e non si trova un ristorante che accetta la visa. Di notte ricomincia a piovere, sono le piogge tropicali che mi fanno paura, la camera si allaga, ma al mattino come promesso da Markus il tempo si rischiara. Il tavolo della colazione sembra il tavolo dei giganti oppure siamo noi ad essere dei nanetti perchè è molto alto, creato e fatto su misura e a misura del buon Markus, ci ritroviamo insieme ai due argentini, Ezechiele e Carolina, parliamo sul da farsi per la giornata, qui interviene Markus che convoca un buggueiro e la gita è pronta, andiamo a sud di Pipa, Markus si raccomanda di fermarci al ritorno all’azienda di pescicoltura per comprare i gamberi, avrà il piacere di cucinarli per noi! Con il favore della bassa marea il buggy corre sulla battigia costeggiando falesie rosse d’un tratto interrotte da fasce di sabbia completamente bianca o sale e pepe tra le rocce nere, attraversiamo con la balsa il rio Catu, attraversiamo la mata estrela, sostiamo per un bagno alla lagoa Coca cola, così chiamata a causa del colore scuro delle sue acque per la presenza di ferro, e poi di nuovo in buggy fino alla frontiera del Rio grande do Norte con il Paraiba, un fiume fa da frontiera, lasciato il buggy con una barchina risaliamo il fiume fino ad una zona di argilla con cui ci ricopriamo viso e corpo, incontriamo altre barchine con altri esseri umani ricoperti d’argilla da capo a piedi, è divertente, la teniamo finchè non si asciuga poi ci laviamo nel fiume, si ritorna a Pipa ma prima ci fermiamo alla fazenda per comprare i gamberi, in una vasca ci sono anche due piccoli jacarè, in un recinto due tatù, cioè gli armadilli, che lasciati liberi corrono velocissimi, i brasiliani se ne cibano, cosa è che non mangiano? in  un altro recinto ci sono cavalli e struzzi, e nelle vasche granchi giganti blu e gamberi che saltano come cavallette nella nostra rete, ne compriamo 2kg per meno di 15 euro. Markus ci aspetta in cucina per prepararci la cena, io mi offro di fargli da assistente, è il minimo! Lui li salta in padella aglio e olio! I due kg gamberi sono pronti con una gustosa salsina rosa e con arroz branco,ci sono 2 kg di gamberi sul tavolo per noi 4, io mio marito e i due argentini. Carolina continua a ripetere ah que rico! ah que delicia! ( mentre in brasiliano si dice gostoso!), Ezechiele mangia senza parlare, noi mangiamo, eh sono proprio buoni e freschi, ottimo cuoco Markus! Markus non c’è, ci ha lasciato da soli con i gamberi e dopo poco i gamberi sono finiti, 2 Kg!  ecco che ricompare Markus, ” come va, tà gostoso?, vorrei tenerne da parte un piatto per assaggio a Kalunga e al suo ospite” d’un tratto noi quattro arrossiamo di colpo, sono rimasti solo la salsina e il riso bianco mentre la pentola coi gamberi è vuota! Che figura! Markus ci presenta il proprietario e surfista Kalunga, è appena tornato da un mese di allenamento sull’isola Fernando do Noronha e con lui è venuto un amico, un altro campione di surf, nativo di Noronha e questa è la prima volta che ha lasciato la sua isola e ha incontato quattro stranieri mangiatori di gamberi! Chissà quanto devono sembrargli strani questi due italiani e gli altri due argentini! Kalunga e l’amico sono di passaggio, partono subito per Natal. Continuamo la serata con Markus che ci prepara anche un succo fresco di cajà, mio marito ci filma mentre parliamo in un misto di brasiliano argentino e italiano, Markus è una persona colta e ha viaggiato molto in Brasile, parliamo come sempre di tutto politica sanità religione scuola e delle differenze tra Argentina Italia e Brasile, cerchiamo di scusarci ancora per i gamberi ma Markus sorride e ci invita per domani a pranzo. Il mattino seguente, digeriti perfettamente i gamberi, e senza esserci fatta mancare una ricca colazione, accompagnamo Markus al mercato a comprare le galline, due povere magre galline spennacchiate vive. Markus dice che il suo piatto preferito è carne di maiale bella unta e grassa coi fagioli neri ma anche la gallina è gostosa, bene oggi a pranzo ci sarà gallina almeno non è cotica di maiale! Comunque io informo Markus che mangerò formaggio perchè a parte il pesce non mangio carne e Markus ma che dici la gallina non è carne, è pollo! Io ribadisco che in ogni modo io non mangio neppure pollo. Markus sta meditando la vendetta per i gamberi sbaffati via! E così io mangio formaggio mentre i miei compagni mangiano le due povere galline spelacchiate uccise e cucinate da Markus, l’argentina dice ah que rico ma come l’hai preparato? Bhè le ho uccise e ne ho scolato il sangue e le ho cotte piano piano nel loro stesso sangue, gostoso neh? io ho visto impallidire i miei compagni e quando Markus ha chiesto gentilmente se ne volevano ancora loro hanno risposto di no! Markus è stato un ospite perfetto, alla nostra partenza (con la lauta mancia di 10 euro per la cena e tutto il resto!) ci accompagna pure in auto alla stazione degli autobus, torniamo a Natal direttamente in aereoporto per il volo del pomeriggio per l’Italia. In questa occasione l’autobus a circa un ‘ora da Natal e tre ore dalla partenza del volo si blocca in mezzo alla statale per un guasto,( panico, questo imprevisto non ci voleva), tutti i passeggeri e i loro bagagli sono invitati a scendere e aspettare un autobus di ricambio che in meno di mezz’ora ci viene a prendere e ci conduce in orario all’aereoporto. (i nostri amici argentini li riincontreremo qualche anno dopo in un altra vacanza nello stato di Rio, appena scesi dal traghetto sull’isola di Ilha Grande, ci sentiremo chiamare oi Lucas i Antonela ed erano Carolina e Ezechiele, increible!)

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