Cuore di luna

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prendi

la luna piena

e riempine il tuo cuore

così che ogni lontananza

sarà sempre vicina

Celebriamo il mese di maggio

Parlare di MAMMA alla latitudine dell’abbandono è assurdo, non-senso?

Ma se uno non ha mai sentito il calore di un cuore materno, come fa ad immaginare che cosa sia una mamma?

Da una Lettera di Fausto A. Marinetti:

Fortaleza, casa do menor, (centro di accoglienza per bambini e ragazzi abbandonati), 12 maggio 2016.

Ieri mattina è toccato a me, Fausto, a guidare la preghiera. Eravamo solo una dozzina: 10 adolescenti, e l’assistente Sheila.

Celebriamo il mese di maggio, il mese di ogni Maria, di ogni donna/mamma.

“Sheila, per piacere siediti qui davanti. Guardiamola bene. Non è come la nostra mamma? Pensiamo a chi ci ha portato nel ventre per nove mesi. Chiudiamo gli occhi, immaginiamoci nel grembo materno. Fatto? Cosa provavamo, cosa sentivamo? E cosa provava, cosa sentiva la nostra mamma? La nostra mamma potrà aver fatto questo e quello ma è pur sempre la nostra mamma, la nostra culla della vita. Ci ha dato quello che nessun altro ci può dare, neppure l’uomo più ricco al mondo: la Vita. Come un dono, il regalo più bello. Ci ha dato gli occhi, le mani, i piedi per correre nel mondo, il cuore per amare ed essere amati. Qualcuno riesce a ricordare quando era in braccio alla sua mamma?”

Silenzio di tomba.

Neppure io riesco a ricordarmi tra le braccia mia madre.

Vorrei dettagliare: “Ricordate quando vi abbracciava e baciava, dandovi la buonanotte?”, ma quel silenzio glaciale mi paralizza l’anima.

Metto su un’altra sedia vicino a Sheila la statua della Vergine Maria, invitando a fissare bene le due “mamme”.

Poi chiedo:

“Tu, Isaias, Izaquiel, Lucas, Eliù …c’è qualcuno che ha un po’ di rabbia per essere stato abbandonato?”

Solo Lucas ha detto di provare tanta rabbia verso sua madre.

“Perché?”.

“Perché neanche i cani abbandonano i loro cuccioli”.

Proseguo con un gruppo in gola:

“Chi ricorda l’ultima, proprio l’ultima preghiera di Gesù negli ultimi istanti della sua vita? Non era a letto bello tranquillo, ma sulla croce. E lì, sotto, c’era quella gente che Lui aveva guarito, cercato, amato. E loro gli hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi. Per immobilizzarlo, per uccidere il suo amore”

A quel punto Alex interviene:

“Ha detto: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”

“Come ha fatto a scusare, giustificare chi gli faceva un male così orrendo? Come ha fatto ad avere questo coraggio? E noi? Abbiamo il coraggio di perdonare chi ci ha abbandonato? Anche io, praticamente, sono stato abbandonato quasi come voi. Sono entrato in seminario a 11 anni e non riesco a ricordare, a vedermi in braccio alla mia mamma. Eravamo sette fratelli e mia madre è stata assente dalla mia vita…”.

Lucas è rimasto impassibile, la faccia dura, il cuore spento.

Come fargliene una colpa? Ed io:

“Va bene. Il Signore non ci chiede di pregare come ha fatto Lui sulla croce, perdonando i suoi nemici. Ma la nostra mamma può essere la nostra nemica? Può averci messo sulla croce dell’abbandono, piantato i chiodi per cattiveria? Da soli non riusciremo mai a perdonare la nostra mamma. Gesù è disposto a darci questa forza, questo coraggio. Pensiamoci bene: se non perdoniamo la nostra mamma non riusciremo a perdonare neppure noi stessi?”.

Poi, in cerchio, mano nella mano, abbiamo pregato per tutte le mamme che abbandonano i figli; per i 50 milioni di prostitute; per le bambine abbandonate e abusate…

“E, per finire, diamo un abbraccio a donna Sheila, come se lo dessimo alla nostra mamma, a tutte le mamme del mondo… Amen!”.

(Da una Lettera di Fausto Alberto Marinetti)

Melodia d’infinito

 

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Forse un giorno riuscirò

a non sentire più

quell’unica goccia di pioggia nella pioggia :

quella nota speciale,

quella nota unica,

quella nota blu,

la distinguo tra tutte :

assente e sola,

fa risuonare nel mio cuore

una melodia d’infinito.

Forse un giorno riuscirò

a dimenticarla,

ad ascoltare la pioggia nella pioggia.

Vi presento Fausto Marinetti

Fausto Alberto Marinetti nasce a Milano nel  1942, diventa sacerdote nel 1968, licenziato in Teologia Pastorale, rinuncia al dottorato per entrare nell’«università del popolo».

Quattro esperienze in particolare segnano la sua vita:

La prima esperienza è la convivenza con i “rifiuti umani” scaricati ai margini della città, ciò gli insegna che i mali della società non si curano con palliativi.

La seconda esperienza lo vede impegnato per dieci anni nella comunità di Nomadelfia, accanto a Don Zeno, qui sperimenta l’avventura dell’uomo nuovo, della famiglia e della società nuova, vive la speranza dell’utopia.

La terza esperienza è trovarsi a vivere e sopravvivere per  vent’anni sul Calvario del terzo mondo nel Nordest brasiliano, qui incontra la più grande tragedia della storia: l’oceano della miseria e la sua disperazione, l’arricchimento del nord del mondo al prezzo dell’impoverimento del sud. Dai “depauperati del pianeta” impara che la cosa più urgente è un cambiamento di rotta.

Essendo egli stesso un testimone della storia,  Fausto diviene conferenziere e scrittore, denuncia le cause dell’ingiustizia istituzionale con libri-testimonianza: “L’olocausto degli empobrecidos” (1986, 7^ edizione), “Lettere dalla periferia della storia” (1989, 2^ ed.), “Canto l’uomo” (1990), “Ai confini di Dio” (1995), dal 1990 al 2000 visita vari paesi come reporter per diverse riviste missionarie, nel 2000 rientra in Italia e si dedica all’approfondimento e alla diffusione del messaggio di don Zeno e degli “empobrecidos”, attualmente vive a Fortaleza, Brasile.

Ma la quarta e fondamentale esperienza è quella di diventare padre di due figli, in particolare di Gianmarco, disabile grave e non vedente.

Ancora una volta e ancora di più Fausto sperimenta che l’amore è quella cosa che inizia laddove finiscono le nostre risorse, un andare oltre a noi stessi.

Fausto si trova ad un bivio come lui stesso scrive:

” la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.”

Il figlio Gianmarco insegna a Fausto a comprendere il più importante dei linguaggi, quello del cuore, comunicando con il suo sorriso che la tenerezza della vita è un bene prezioso e insostituibile.

I libri dell’autore sono reperibili sul sito www.logoslibrary.it digitando su autore: Marinetti Fausto. O richiedendoli a: fausto.marinetti@gmail.com Due libri su don Zeno: L’eresia dell’amore, Don Zeno, obbedientissimo ribelle . Su www.arcoiris.tv digitare su CERCA: Diario dalla periferia della storia. Documentario della RAI su Fausto. L’uomo di Nomadelfia , fiction della RAI su don Zeno.

Il prossimo 9 aprile 2018 sarà in uscita il suo nuovo libro intitolato Caro Francesco, una serie di lettere dal nordest brasiliano, da Fortaleza, testimonianza diretta di un mondo dimenticato, degli scarti della società, bambini abbandonati, ex drogati, perduti e disperati…

Fausto invia al Papa i messaggi degli ultimi perché vengano ascoltati ed accolti. Fausto è il portalettere, un semplice postino di tanti crocefissi che gli hanno affidato la loro voce per giungere all’attenzione del Papa.

Caro Francesco è anche un diario di quattro anni sofferti a stretto contatto con gli emarginati della vita, una sfida ad accoglierli a rispettarli ed amarli….

Caro Francesco. Riflessioni, testimonianze, messaggi
di Fausto Marinetti

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Io vedo col cuore.

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Quando qualche anno fa Papa Francesco è andato ad Assisi, e prima di visitare il santuario di pietra ha voluto visitare i santuari vivi in un istituto per non vedenti.

Tra questi, nel cuore, c’era la presenza di Gianmarco M.

Gianmarco è disabile grave non vedente.

Egli è un dono del cielo perché è nato per sorridere alle cose della Terra e a quelle del Cielo…

Gianmarco non parla ma chi l’ha detto che non parla? Gianmarco ha il suo modo di comunicare, che  è  oltre alle parole. E non ha bisogno di vedere con gli occhi perché vede con il cuore.

Questa è la sua lettera al papa:

Caro papa Francesco,

c’ero anch’io tra i miei fratellini disabili di Assisi.

C’ero, perché so di essere nel tuo cuore.

Ti sei emozionato, commosso, vergognato di leggere il testo preparato a tavolino e ti sei lasciato trascinare dal cuore. Dal nostro e dal tuo, vero?

Mi chiamo Gianmarco (Joao Marcos).

Sono nato nel nordest del Brasile in una clinica a pagamento. Eravamo due, io e il mio gemello, e ci hanno messo in una sola incubatrice, arrugginita. Il pediatra ha detto che io ero spacciato ed il mio fratello sicuro. Dopo due giorni lui è partito ed io sono rimasto per “sorridere”, perché è questo lo scopo della mia esistenza.

Sorrido a tutti, al Cielo, alla terra, alla lune e alle stelle.

A tutti, anche a te.

Sai, quando sono nato, piangevo come un’aquila. Tutte le sere cominciava il Calvario per me e per i miei genitori. Non riuscivo a liberarmi dai gas intestinali. Il mio papi ha vissuto una tragedia dell’anima. La mattina si alzava presto, usciva di casa, andava in mezzo ai banani si bagnava di rugiada, voleva cantare con gli uccellini, ma non ci riusciva. L’anima gli piangeva senza volerlo. Pensava a me e minacciava il Cielo con il pugno. Lo sentivo dire: “Che vigliaccheria, Dio! Perché te la prendi con un innocente? Prenditela con me, non con mio figlio”.

Poi mi faceva il bagnetto in piscina, danzava e piangeva. Cercava di occultare il pianto per non farmi soffrire, ma io lo sentivo e gli sorridevo. Allora lui dimenticava tutto, mi portava in groppa a visitare il “mondo”, accarezzare il gattino, prendere in mano i pulcini, passare la mano sulla pale delle banane e mi lavava viso ed anima con la rugiada…

Hai detto:

Qui siamo tra le piaghe di Gesù che sono anche un dono per noi… ma queste piaghe hanno bisogno di essere ascoltate, di essere riconosciute”…

Caro Papa, vorrei dirti che voi non potete capire il nostro mondo.

Sai chi ha aiutato mio padre a vedermi come “un dono”?

Dei genitori che hanno figli come me.

Gli dicevano:

“Tu soffri, perché vedi le cose dal punto di vista di quello che la società ci impone, volendoci tutti aitanti, belli, primi della classe. Cosa manca a tuo figlio? Ha l’affetto, il cibo, le cure, tutto ciò di cui ha bisogno. Vedi che lui è felice e tu, crogiolandoti nel tuo inutile dolore perché non è “come gli altri”, gli trasmetti tristezza? Lui è perfetto nel suo modo di essere, non gli manca niente”.

Da quel giorno papi è risuscitato.

Io non parlo? Chi l’ha detto?

Io ho il mio modo di comunicare che non ha bisogno delle parole, è oltre.

Non ho bisogno di vedere con gli occhi, vedo col cuore.

Non ho bisogno delle gambe per camminare, cammino con le gambe di papi.

Sai? La mia passione è il treno. Papi mi porta alla stazione e noi corriamo dietro al treno. Spesso andiamo alla fermata successiva e torniamo indietro. Devi vedermi in treno: non sto nella pelle e la mia anima canta, fischia con il treno. Poi faccio il tifo per la musica e anche lì corro tutto il giorno su e giù dalle scale musicali. Amo i cantautori brasiliani, che cantano il riso, i fagioli, la luna, l’amore.

Forse hai ragione a dire che noi siamo le piaghe del Cristo. Di quale, quello del venerdì santo o quello dell’alba di resurrezione? Forse si può dire che all’inizio le nostre “piaghe sono da venerdì santo”, ma i nostri genitori a furia di amore le trasformano in “piaghe di luce”, quelle del risorto. Tu, forse, lo intuisci, ma per i nostri genitori è una certezza.

Non essere triste per noi, ti prego.

Guardami: io sorrido, sono felice.

E’ per questo che sono nato.

E ti mando un abbraccio grande come il Cielo,

tuo Gianmarco M. </blockquote
(Fausto e Gianmarco Marinetti, padre e figlio)

Quali pregiudizi?

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al meu cantinho, Itacarè

Solo se non si ha pregiudizi da entrambe le parti è possibile il vero incontro.

Nel luglio del 1997 trascorsi le mie ferie in Andalusia , a Granada visitai l’Alhambra e il quartiere di Sacromonte ,un luogo senza dubbio suggestivo, con le sue antiche grotte, inizialmente scavate nel XVI secolo dgli ebrei e dai musulmani , espulsi dalla città, che qui trovarono rifugio, e in seguito abitate dai gitani, da comunità hippies e rastafariane.

In alcune grotte erano accampate alcune imprecisate persone che dichiararono essere rastafari, avevano allestito un piccolo mercatino di prodotti artigianali da loro realizzati. Incuriosita mi intrattenni a dialogare con queste persone domandando del loro modo di vivere, non avevo alcun pregiudizio nei loro confronti, comprai un braccialetto, essi insistettero che dovevo comprare altri oggetti, io risposi di non essere interessata, i loro lavori era purtroppo poco originali e decisamente scadenti, tuttavia io non espressi alcun giudizio, gentilmente dissi che non mi serviva altro, e così dopo i sorrisi e il dialogo di due modi di vivere diversi arrivarono da parte loro questi insulti :

“imperialista, amica del presidente americano, consumatrice dissennata, capitalista piena di dollari …”

“prego?”

Io risposi che non ero amica di nessuno, che ero una semplice operaia, che mi svegliavo alle 5 per andare a lavorare in fabbrica , e che mi trovavo in Andalusia in ferie che mi potevo permettere grazie al mio lavoro tra la puzza degli acidi e lo squallore …

“sporca capitalista” continuò uno di loro con tono sempre più veemente, per riuscire a liberarmi dovetti comprare un altro braccialetto senza valore… ma mi ripromisi che da qual momento in poi mi sarei tenuta alla larga dai rastafari.

Nel gennaio 2008 visitai Itacarè, nello stato di Bahia, Brasile, cittadina turistica molto frequentata da surfisti e abitata da una piccola comunità rastafariana. Di giorno a Itacarè si fanno  escursioni e trekking tra spiagge e cascate fantastiche mentre la sera si girano i locali e i negozi.

Il tipico saluto bahiano è Beleza!, un’espressione di gioia e di allegria.

Una sera fui attirata dagli oggetti artigianali davvero originali di un piccolo negozietto, iniziai a curiosare, un ragazzo di colore mi invitò ad entrare, aveva un sorriso sincero e gentile, mi accorsi per via dei suoi capelli che era un rastafari!

Mi disse che mi aveva osservato da qualche sera e gli sembravo simpatica e che aveva sperato che venissi a conoscerlo. I suoi lavori erano davvero belli ed originali, e comprai diverse cose, iniziammo a parlare, io gli chiesi se potevo toccare i suoi capelli, lui mi disse sì e che non erano finti, mi spiegò che per lui la cura dei capelli era una religione, che i capelli sono come gli alberi, mi accennò la sua filosofia di vita, era una persona molto pacifica tranquilla e simpatica, io a mia volta gli raccontai del mio disastroso incontro con quegli pseudo rastafari incontrati a Granada.

Lui rise, e mi disse che l’accoglienza apparteneva alla sua cultura come alla mia, mi spiegò il significato del nome che aveva dato al suo negozietto, o meu cantinho, il suo angolino, un pezzetto del suo cuore in cui rifugiarsi e dare rifugio agli altri. Fui felice di averlo incontrato, prima di tornare in Italia andai a salutarlo, non potei comprare altro con mio rammarico, avevo terminato i soldi (non dollari ma reais), mi lasciò con que deus te acompahne sempre e io di cuore ricambiai il suo augurio ! che bello incontrarsi al di là di ogni pregiudizio o preconcetto !

 

Quando qualcuno ti prende per mano…

 

gecko-800887_1280Un amico accetta l’altro come è, se fa qualcosa per farlo sentire diverso è già fuori dall’orbita dell’amicizia, non avere paura neppure della realtà diversa dalla tua: credo sia più facile di quello che credi, basta predisporre il cuore a fare ginnastica di ascolto, di capacità di accoglienza dell’altro come l’altro.

Il primo passo per varcare la soglia si fa quando qualcuno ti prende per mano.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

Ma il cuore è barbaro

cuore barbaro

“Puoi vestirti più che chic
e rimbalzare come un clown, ma
il cuore è barbaro, barbaro, barbaro.

Ti capisce come sei,
lui ti conosce come sei
non basta un attimo, attimo, attimo,
ma anni, anni, anni……”

Paolo Conte

Il cuore è un barbaro, non puoi nasconderti al tuo cuore, e capisce cose che tu ci metti anni a comprendere…

L’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse.

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All’alba vivo un fenomeno strano. Il corpo riposato, rilassato sembra liberare lo spirito. Ed allora vivo la vita in trasparenza. Una specie di smaterializzazione. Quando le prime luci colorano il mattino, il mio essere lievita sotto l’influsso di colori. L’anima si fa più leggera. E’ il momento più propizio per rileggere la propria storia nella controluce del nuovo giorno. Ci sono esperienze così forti nella nostra esistenza che per coglierne tutto il significato bisogna riemmergersi in esse a più riprese. Come I pescatori di perle. Qual è stata l’esperienza più forte della mia vita, quella che è servita da interruttore per accendere in me una nuova energia, questa corrente che mi pervade?

La prima perla si chiama Rita. Un essere fragile, tremante, scosso dalla disperazione, assetato di bontà. Tremava come una foglia. Ed aveva solo sedici anni. Minuta, sqonquassata, scampata ad un uragano. Ridotta ad un rottame. Una drogatina con sei tentati suicidi alle spalle. I cocci di questa creatura avevano il potere di travolgermi, di rivelarmi quello che né nei libri, né università mi avevano rivelato. Il Cristo non è né di gesso, né di legno, né di carta. Entra nella tua vita quanto meno te lo aspetti. E diventa esigente. Vuole tutto da te. Ti chiede l’impossibile. Che tenerezza le sue lacrime, le ribellioni, le bizze per l’astinenza! Quel parlare sconclusionato, la psicologia a pezzi. Una personalità tutta scollata. Notti insonni. Pazienza senza fine. Si disperava perchè tutti esigevano da lei che fosse un’altra, che smettesse di fare questa o quella pazzia: ubriacarsi, smaniare per la droga, una sigaretta dietro l’altra. Non voleva condizioni né ricatti. Non sopportava nulla perchè aveva sopportato tutto. Solo il fiele dell’abbandono e del diprezzo. Mi metteva alla prova. Voleva vedere fino a che punto resistevo alle sue stravaganze. Una creatura spaventata dalla vita. Parlava, buttava fuori tutto il male che aveva ricevuto. Senza padre, né madre. Due tentati suicidi sotto ai miei occhi. Per vedere l’effetto che faceva su di me. Per capire se la consideravo importante.

Una volta ha buttato giù una ventina di Valium. Fingevo che quel gesto non mi riguardasse. Poi, con un colpo inprovviso, le ho buttato via il mucchietto di pillole. Le ha raccolta ad una ad una. L’ho lasciata fare. Fino in fondo. Con il cuore in gola. Inebetiti tutti e due. Io volevo vedere fino a che punto arrivava lei e lei fino a che punto arrivavo io. Raccoglieva ed inghiottiva. La vedevo inghiottire la morte. Eppure volevo vedere fin dove arrivava. Poi fuggì in mezzo ai campi ed io cominciai a disperare.

In Rita ho scoperto che tutte le vittime del mondo preferirebbero morire piuttosto che vivere senza amore.

Un ‘infinita sete di amore.

E tu ti trovi ad un bivio: la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.

Da Canto l’ Uomo.

Fausto A. Marinetti

 

Tenera rosa tenera stella

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rosa e stella, (particolare di disegno di  A. Saint- Exupery )

 

 

Tenera rosa tenera stella

io non sento che il battito

del tuo cuore dentro al mio

lo tengo stretto stretto

come bimbo da allattare

come sogno da coltivare

farò sbocciare questa rosa

farò brillare questa stella

tenero germoglio

tenero amore

tenera rosa

tenera stella

io mi prenderò cura di te

(una molto semplice e stupida poesia, Phlomis)

Bisogna cercare con il cuore.

Vorrei riuscire a vedere tutti i giorni con gli occhi limpidi del cuore e ritrovare un pozzo con una carrucola e un secchio e una corda nel deserto più arido e solitario.
E vorrei che anche tu lo facessi insieme a me.
Stasera sono grata a questa semplice e vera acqua di pozzo.

Phlomis

Il pozzo che noi avevamo raggiunto non assomigliava ai pozzi sahariani.

I pozzi sahariani sono dei semplici buchi scavati nella sabbia. Questo assomigliava ad un pozzo di villaggio. Ma non c’era alcun villaggio intorno, e mi sembrava di sognare.

E’ strano, dissi al Piccolo Principe, è tutto pronto: la carrucola il secchio e la corda…”

Rise, toccò la corda, mise in moto la carrucola. E la carrucola gemette come geme una vecchia banderuola dopo che il vento ha dormito a lungo.

“Senti , disse il Piccolo Principe, noi svegliamo questo pozzo e lui canta…”

Non volevo che facesse uno sforzo.

Lasciami fare, gli dissi, è troppo pesante per te.”

Lentamente issai il secchio fino all’orlo del pozzo. Lo misi bene in equilibrio. Nelle mie orecchie perdurava il canto della carrucola e nell’acqua che tremava ancora, vedevo tremare il sole.

Ho sete di quest’acqua, disse il Piccolo Principe, dammi da bere…”

E capii quello che aveva cercato! Sollevai il secchio fino alle sue labbra. Bevette con gli occhi chiusi. Era dolce come una festa. Quest’acqua era ben altra cosa che un alimento. Era nata dalla marcia sotto le stelle, dal canto della carrucola, dallo sforzo delle mie braccia. Faceva bene al cuore, come un dono…

Da te gli uomini coltivano cinquemila rose nello stesso giardino… e non trovano quello che cercano…”

Non lo trovano”, risposi.

E tuttavia quello che cercano potrebbe essere trovato in una sola rosa o in un po’ d’acqua…”

“Certo”, risposi

E il Piccolo Principe soggiunse:

Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare con il cuore.”

Avevo bevuto. Respiravo bene. La sabbia, al levar del sole, era color del miele.

Antoine De Saint-Exupery, Il Piccolo Principe

Proibito colore blu

 

Il mio amore per te si veste di un solo colore proibito

è il colore blu,

io non riesco a vedere gli altri colori,

so che il mondo è fatto di colori,

io non riesco a vedere l’arcobaleno lassù in alto,

sento il cuore pesante e oppresso

il mio cuore si veste di un solo colore,

e io sono folle d’amore per questo colore,

mi toglie il respiro,

mi annienta i pensieri,

non mi fa vedere il blu del cielo,

il colore blu occupa tutto il mio cuore,

io piango perché non so che fare,

tutto ciò è troppo grande,

sentire il cuore di colore blu,

tutto ciò è troppo forte,

tutto ciò mi sovrasta,

io ho pregato per avere la forza

di trasformare questa oppressione

in amore per il blu dell’universo.

Madre Infinita,

blu è il tuo mantello,

blu è il tuo amore,

blu la tua tenerezza,

blu il tuo dolore,

tu, Madre Infinita,

io,  madre di nulla,

ho blu il mio cuore

e lo stringo forte

per tingerlo del rosso del mio amore.

(scritto ascoltando forbidden colors David Sylvian)

Dedicato a Blue Moon il gatto che sta per entrare nella mia vita…
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Tra le pieghe della mia anima

Pieghe

Tra le pieghe della mia anima
Come nei rami dal vento arcuati e flessi dal sole-tempo
Nascondo un pensiero segreto
Un sogno soave
Una gentile speranza
Un tenero desiderio
Tra le pieghe della mia anima
Ti ho nascosto tanto profondamente
Che se mi guardo allo specchio io vi vedo i tuoi limpidi occhi
Che se ascolto la mia voce io avverto il respiro dei tuoi pensieri
Che se trattengo il fiato sento battere il tuo cuore invece del mio

Che se mi smemoro di me
Io mi ricordo solo di te
Tra le pieghe della mia anima.

E tra le nuvole…

… il mio cuore…

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Tramonto 6 gennaio 2016

Il mio cuore stava
come un nuvolone violaceo
di un tramonto di fuoco;
contorto, scuro di dolore,
trasparente di luce, di fuoco, di oro!

Juan Ramon Jimenez

Declinazione di rose.

 

La rosa in latino è declinata :

rosa rosae rosae rosam rosa rosa…

La rosa in natura conosce tutte le declinazioni dell’amore :

i colori e i profumi e le spine.

Tengo stretta nel cuore una sola fra tutte le rose,

non la possiedo,

non la recido,

ne ascolto il delicato profumo,

come un ricordo,

petalo contro petalo,

rivesto le pareti il mio cuore,

per non separarmene più,

perché non debba sfiorire.

L’incontro di un fiore ed una stella

Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle. Alda Merini

 

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Una data di maggio, un invito ad una conferenza al planetario di Milano, e la promessa di un sorriso…

La persona che desideravo incontrare era uno dei relatori sul tema Cosmografia antica e moderna della Via Lattea.

Quello sarebbe stato il nostro primo, forse unico, incontro , in quel giorno, in quel luogo, ma non c’era né un’ora né un appuntamento preciso…

La cosa era strana perché lui è persona che pianifica ogni cosa, e ciò non mi rendeva tranquilla, io avrei voluto preparare il nostro incontro nei dettagli, tuttavia evitai di porgli ogni domanda a riguardo.

Avevo paura ed ero felice allo stesso momento…

 A me sarebbero bastati anche solo due minuti del suo tempo oppure anche niente e in questo caso io lo avrei ammirat0 da lontano,  invisibile tra il pubblico, magari nascosta dietro ad una colonna, mentre lui avrebbe tenuto la sua relazione sulle stelle all’interno del planetario….

Non ero neppure certa che lui mi volesse incontrare veramente…

 e io volevo incontrarlo ?

Avevo viaggiato in treno dalla mia città  fino a Milano, e scesa a stazione centrale presi la metro, prima la linea 2 e poi a Loreto cambiai per la linea 1, ad un certo punto il vagone affollato si svuotò, e io rimasi a guardare il mio tenue riflesso nel finestrino, ero tesa e piena di interrogativi, mi chiedevo se mai avrei avuto il coraggio di avvicinarlo, di salutarlo e di porgergli i doni che avevo preparato per lui.

Sì , quel viaggio io l’avevo desiderato e sognato per quattro mesi, duranti i quali a causa di varie congiunture negative avevo dovuto prendere in considerazione l’idea di annullarlo fino quasi all’ultimo momento… ma…  finalmente, ora,  io ero a Milano, e ne ero felice, mi osservai sorpresa nel finestrino :

dopo il lungo sofferto inverno io ero in fiore!

Un ramo secco come me era tutto fiorito, era dunque vero che i vecchi rami secchi riservano delle sorprese, ed io avevo percezione forse nella prima volta nella mia vita di essere divenuto uno splendido fiore.

Ma avevo paura, respiravo respiravo,  l’ansia non passava, dentro di me suonava Ramble on dei Led Zepelin, e nonostante tutti i dubbi io mi sentivo felice e … bella…

Ramble On,
And now’s the time, the time is now, to sing my song.

Era una cosa straordinaria per un fiore viaggiare e andare ad incontrare una stella in un planetario.

Devo dire che  io avevo immaginato che il nostro primo incontro dovesse avvenire in un bosco, in mezzo alla natura, in un sentiero sul mare, invece si sarebbe svolto in pubblico, in mezzo a gente a me sconosciuta, al chiuso, in un planetario.

Lui presentava una relazione sulla costellazione di Andromeda,  il suo intervento era uno dei più attesi dal pubblico, incontrarlo e ascoltare dalla sua voce le sue parole dopo aver letto tutti i suoi libri era un evento. Che cosa rendeva così speciale i suoi scritti?

La  semplicità unita alla meraviglia dell’osservazione dell’universo, la precisione descrittiva unita ad una sorta di involontaria  poesia.

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Perché dentro me io sento l’universo.

Tutto l’universo, c’è, dentro me.

Lui aveva nel cuore e nella mente l’infinito.

Per l’occasione si sarebbe appuntato sul petto una spilla  in modo da rendersi riconoscibile a chiunque avesse desiderato fare la sua conoscenza.

Ma io non avevo bisogno di spille per riconoscerlo, sapevo che l’avrei riconosciuto e basta, sebbene avessi una sua foto in bianco e nero, io semplicemente avrei saputo che era lui. Invece io indossavo una vistosa collana in ossidiana nera così che incontrandomi lui avrebbe saputo senza dubbi che si trattava di me.

E così scesa dalla metro ritrovai il coraggio e la forza e camminai rapida e rapita fino al planetario, il mio cuore danzava felice agli astri…

La conferenza interstellare era iniziata poco dopo l’alba dopo gli allineamenti di Urano, Venere, Terra e Luna , ed io arrivavo in tardi mattinata proprio in coincidenza con il brunch.

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L’atrio era affollato, mi diressi al banco per la registrazione, poi studiai la situazione o meglio mi lasciai andare al mio cuore per farmi portare fino a lui. Salii la rampa delle scale a dx, e mi trattenni  in alto ad osservare la sala semivuota,  mi nascosi dietro due persone che parlavano tra loro, e finsi di leggere il programma della conferenza, … non aspettai molto, poco dopo proprio lui mi sfilò di fronte, lo riconobbi immediatamente, rapido scese giù in platea, io respirai e mi lasciai andare, scesi le scale e lo raggiunsi… lo chiamai… un sorriso e lui fu vicino a me…come la cosa più normale al mondo, nessun imbarazzo, nessuna paura, mi sentii subito a mio agio, egli mi fece segno di accomodarmi in uno dei posti liberi della fila dietro alla sua… a quel punto capii che non mi serviva più una colonna dietro cui nascondermi anche perché al planetario non ci sono colonne…

Il suo intervento era fissato  per il tardo pomeriggio al sorgere del primo quarto di luna.

Io mi sedetti dietro a lui, e lo osservai per tutto il tempo, ah sì la conferenza era alquanto interessante….davvero…

Lui era molto teso per il suo primo intervento in pubblico, già era noto per le sue brillanti intuizioni astrofisiche, ma io sapevo che quel giorno era importante, che tutto il mondo si sarebbe accorto della sua grandezza…

Ma che importava a me del mondo, delle stelle, dei pianeti, delle comete…

tu e Telescopio

Io pensavo che una sua lacrima ingrandita al microscopio era più bella di qualsiasi lontana galassia…

Giunse il momento tanto atteso…

Egli salì sul palco, si accesero tutte le stelle, ed io capii quel che dovevo capire.

Che lui riempiva tutto il palco.

Che lui riempiva l’universo intero.

Anche il mio.

Il pubblico era affascinato dalle perfezione e dalla nitidezza delle immagini, dal profondo mistero delle sue parole, degli interrogativi e delle nuove frontiere che egli poneva alla moderna cosmografia.

Al termine ricevette un lungo applauso e molti dei presenti si misero in fila per stringergli la mano.

Io no, restai ancora per un poco seduta senza muovermi, poi mi sentii mancare l’aria e dovetti uscire all’aperto….

Le stelle le galassie le comete…

La luce del sole mi riportò alla realtà, andai ad appoggiarmi alla siepe, toccai le nuove foglioline del bosso, a Milano era un brillante pomeriggio primaverile, a poco a poco ripresi a respirare…

E lui arrivò da me, come un’improvvisa apparizione, la sua voce era come rugiada mattutina sulle rose, io mi aggrappavo alle foglioline della siepe… lui mi disse tutto quello che credeva di dirmi, io gli diedi i doni preparati per lui.

Lo rividi ancora più tardi, brevemente, nel corridoio, e poi al mattino seguente nella sala della colazione, mi strinse ancora la mano per salutarmi… io quasi fuggii via, mi aspettava il treno del ritorno…

nel cuore riportai una profonda impressione di stelle e un ricordo di inaspettata fioritura…

(foto da pixabay)

Volano le mongolfiere…

mongolfiere 2

…leggere leggere

volano colorate mongolfiere

nel labirinto del cuore…

ho acquistato le mongolfiere a Paraty, nello stato di Rio de Janeiro, sono realizzate con zucchette vuote e dipinte a mano, mentre i cesti sono lavorati all’uncinetto, la struttura in ferrol’ho comprata a parte e poi ho assemblato il tutto…

cuore bambino 1

Per te.
Per te, poeta iperrealista.
Per te, eterno poeta,
e nemmeno sai di esserlo.
Per te che hai il cuore
“Pulito, come appena nevicato”.
Per te che hai il cuore
Che si emoziona come un bambino.
Per te che sai la felicita’ delle piccole cose
O delle stelle lontanissime.
La tua voce lieve e delicata
Mi parla con il profondo silenzio del tuo cuore.

Fragile magnifica corteccia

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Non ha corazza
il mio cuore.
Indossa una fragile e
magnifica corteccia:
si sfoglia come pagine di un libro,
si sfalda come pietria arenaria,
si sbriciola come polvere.
Antica tenera corteccia,
Ruvida al tatto,
Ben levigata da sole e vento,
E il tempo ne fa polvere.
Quando lentamente la linfa muore,
Resta fragile magnifica corteccia,
Si sgretola fra le mie dita,
Esoscheletro del mio cuore.

La mia estate dentro.

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La mia estate dentro.
C’è un posto in cui l’estate non finisce mai ed è sempre presente : è il mio cuore.
La mia estate dentro sono semplici storie che sanno di sole, là dove il mare e’ più blu, dove il sole luccica in mille specchietti tra le onde, dove la natura è amica confidente e offre un riparo alla mia anima freddolosa e un piccolo, sicuro rifugio dal lungo inverno.
Questo posto è diverso per ognuno di noi, può coincidere con una stagione oppure essere un luogo particolare oppure uno stato naturale della mente.
L’estate per me è una stagione dell’anima, un sorriso caldo da cui mai vorrei separarmi, un ricordo per i lunghi e bui giorni invernali, il mio sorriso segreto e invincibile. E luoghi segreti, giardini segreti in cui ritornare nel più freddo inverno, il cappotto più caldo da indossare, il vestito più lussureggiante contro il bianco nulla della neve. E’ l’odore del sole, del sale e del mare sulla mia pelle, è il soffio del vento caldo, è il cielo notturno ascoltato da un’amaca in un giardino di fiori e frutti con accanto un gatto nero di nome Zorro, è il rumore incessante delle cicale, e’ quel caldo che stordisce e scioglie, è una mastella blu in cui fare un bagno frugale, è la canzone Azzurro come un treno che all’incontrario va, è un viaggio notturno andata e ritorno a piedi nudi fino alla luna…
Sono sassi conchiglie e rametti, cose semplici da trasportare e conservare, leggeri aquiloni da far volare lontano e poi vederli ritornare, piume delicate, soffioni di tarassaco, gentili tamerici.
L’ estate dentro è dimenticarsi di sé su una riva di mare o di fiume… perdersi nell’estate…
perdersi in se stessi…
Ora che l’estate sta per finire continuerò ad andare sempre più a sud di me ricercando un’ estate, la mia estate dentro, raccontando piccole, semplici, frugali storie di sassi conchiglie rametti lucertole gatti alberi rocce fiori stelle…
Raccontate anche voi la vostra estate dentro, ascolterò le vostre storie nel vento, farò gemme da pietre e dipingerò fiori che mai perderanno il loro colore.
Ringrazio https://sarahmaria76.wordpress.com/ per avermi  dato lo spunto per questa sezione di ioinviaggio.

C’è un bandito di cenere

bandito grigio

C’è un bandito di cenere che corre sul mio cuore

a volte mi fa credere che è andato via

è solo ben nascosto nel mio cuore

e corre corre sul mio cuore incessantemente…

Sono impercettibili piste nella savana

Sono fondenti bivacchi di stelle

Sono desiderati thé nel deserto alla menta

Sono brucianti gocce di rugiada

Sono tesi amplessi all’alba

Sono assettati abbracci di tenerezza

Si nasconde il mio bandito

è inseguito il mio bandito

è braccato

è intrappolato

ha perso la sua libertà

I suoi pugni lasciano andare lacrime e polvere

C’è un bandito di cenere che corre sul mio cuore

e corre corre sul mio cuore incessantemente…

è solo ben nascosto nel mio cuore,

adatta il suo respiro muto al mio

per non farsi accorgere,

io resto in ascolto di lui

al di là di ogni silenzio,

io so che lui non è andato via

il mio bandito

si confonde alla sua ombra

la tensione lo stringe

il terreno è minato

e fugge fugge via

vuole fuggire via

deve fuggire

nei magri fianchi

lo scatto compresso della corsa

C’è un bandito di cenere che corre sul mio cuore

e corre corre incessantemente

tracciando instancabili sentieri di polvere e speranza

una partenza (da Appunti di giovinezza)

Gli ultimi due giorni, sabato e domenica.

Di nuovo la stazione di Seinäjoki. Eva sta per prendere il treno che la riporterà ad Helsinki dove l’attende il volo per l’Italia. Pia e Wolfgang l’hanno accompagnata in auto a Seinäjoki nella notte, è quasi l’una di lunedì 11 giugno.

“Buon compleanno Wolfgang!”

Lui la stringe a sé sorridendo felice perché lei se ne è ricordata.

Strano però essere felici e stare per separarsi…

Aspettano il treno seduti nella piccola e deserta sala d’aspetto, sono gli ultimi momenti, gli ultimi saluti: Eva abbraccia Pia ringraziandola ancora una volta della splendida ospitalità che spera in futuro di poter ricambiare, l’amica la mette tra le braccia di Wolfgang, Eva si divide tra l’uno e l’altra.

Quella stessa sera, prima di partire per Seinäjoki, Eva ha pianto nel giardino, le braccia di Wolfgang non la tenevano più, la lasciavano andare via.

“Non piangere, vieni entriamo in casa.”, lui le ha detto, per il tempo che restava loro dovevano fare come se fosse una sera uguale alle altre, come se domani potesse portare un’altra sera per loro. Perché essere tristi?

Eva ha già salutato sia Martin che Janice, Martin è andato via subito dopo cena e Janice è andata a dormire. Eva Pia e Wolfgang si mettono a giocare a carte come una sera qualsiasi. L’atmosfera notturna in cui è avvolta la casa è più che mai di un’indefinibile magia. Il silenzio, il suono sordo che produce ogni più piccolo movimento, il cadere secco delle carte sul tavolo, la fioca luce delle candele, le parole sussurrate, la tiepida e riposante luce che entra dalla finestra della sala, un poco di stanchezza e di sonno a causa dell’ora tarda, e il trovarsi insieme anche se ancora per poco, tutte queste cose contribuiscono all’incanto e al fascino sospeso della notte.

Sono tre amici che giocano a carte e scherzano e ridono e hanno un’ombra di tristezza nel cuore. Come ora non staranno mai più insieme, questo momento non tornerà più, perché la vita va e non si ferma, sembra una frase banale però è così e forse è vero che bisogna essere contenti che una sia successa e non tristi perché è finita. Si vorrebbe ancora e sempre tornare ai luoghi e alle persone che si sono amati. Il treno per Helsinki e il volo per Milano non aspettano.

Pia va a preparare un the per svegliarsi un po’.

Wolfgang scrive il suo indirizzo su un foglietto di carta.

“Scrivimi.”

Eva gli da una lettera:

“Leggila più tardi, quando sarò partita.”

Wolfgang la ripiega con cura all’interno del suo portafoglio.

“Non mi è mai piaciuto il thé, tantomeno questa notte!”, dice Pia tornando dalla cucina con un vassoio con le tre tazze.

Hanno smesso di giocare, non parlano, ascoltano la quiete in cui è immersa la casa, tra poco sarà il momento di andare. Non sono tristi , persi ognuno nei propri intimi pensieri, condividono la stessa cosa, la partenza, il distacco, l’addio.

Nel pomeriggio hanno assistito alla partita di baseball, l’appuntamento di rito della domenica, ancora una volta il Vaasa ha vinto, il sole scaldava la pelle di Wolfgang mentre Eva non ci capiva niente non solo del gioco.

Al termine della partita, prima di separarsi, Wolfgang le ha detto che si sarebbero rivisti la sera, che sarebbe venuto ad accompagnarla alla stazione di Seinäjoki.

“Questa notte ci incontreremo per l’ultima volta.”

E così Wolfgang è arrivato a casa di Pia e ha trovato Eva che stava chiudendo la valigia, e lui l’ha guardata in un tale modo da fare male.

E ora sono seduti in stazione.

“Spezzerai il mio cuore.”, le aveva detto una sera, “io soffrirà e anche tu soffrirai, lo so.”

Ma l’amore fa male? Possibile che il bene possa fare male? Può l’amore essere sia ferita che cura allo stesso tempo?

Anche il cuore di Eva si sta spezzando e non è un modo di dire.

Lui dice: “Non potrò più ascoltare Still got the blues senza pensare a te.”

Lei dice: “Non potrò più ascoltare Sweet child of mine senza pensare a te.”

Questa è la lettera che Eva gli ha scritto, verso sera nel giardino di Pia, mentre il tramonto continuava a bruciare in un inesauribile incendio e le nuvole si accendevano d’oro e nell’ aria Wolfgang è una presenza calda forte e chiara come un sole notturno, una luna nel mattino, una brace nell’incendio del tramonto.

“Sto cercando di scrivere qualcosa per te , forse sono cose che avrei dovuto dirti a voce ma tu sai quanto mi sia difficile parlare.

Per lungo tempo avevo dimenticato questa poesia, l’ho ritrovata qui in Finlandia in una cartolina che io stessa ho spedito a Pia. Si intitola Muerte sin fin di Jimenez, credo che il titolo possa essere cambiato in Desiderio senza fine. Se posso dare un nome alla mia vita è Desiderio, è qualcosa che mi colpisce e mi spezza in due, la maggior parte delle volte è simile al dolore altre volte si stempera nel sogno.

Nei miei sogni il desiderio è totale e brucia dal profondo. In questo ultimo anno non ho fatto altro che sognare e desiderare, sentivo una mancanza dentro di me e dolore per il desiderio.

I miei giorni erano soli, senza un significato.

Non sono spaventata per la distanza, penso che i chilometri e il tempo non abbiano alcuna importanza.

Tu mi hai fatto dimenticare ogni cosa, con te sono stata felice.”

Ora Eva sta già andando lontano, è partita, andata via per sempre. Sa che non tornerà anche se ora lo vuole e ci crede. Chissà perché non c’è mai un ritorno, c’è sempre solo un andare o un partire. Il vagone in cui ha preso posto è vuoto, c’è soltanto lo sferragliare del treno sulle rotaie, il treno che la riporta indietro a Helsinki attraversando lo stesso verde paesaggio del viaggio di andata di due settimane prima. Non dorme, quello strano tramonto l’accompagna per tutta la notte fino alla nuova alba, Il cielo è come un unico tramonto, un’unica alba.

Non ha particolari ricordi del volo, solo quando l’aereo tocca la pista della Malpensa dopo essersi abbassato subito dopo aver sorvolato le Alpi e dopo aver virato sulla pianura padana, divisa in tanti regolari quadrati e rettangoli, solo allora Eva prova il desiderio di piangere.

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