Di notte

Mi addormento abbracciando il tuo pensiero sul filo del sogno che mi riavvolge intorno a te

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Tra la pioggia e il cuore

tra la pioggia e il cuore ci sei tu,

nella notte di attesa

ti cullo tra le mie braccia

come se tenessi il mondo intero,

sospeso tra la pioggia e il cuore

Eternità

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Dopo la pioggia torna

la notte dolcemente a parlarmi,

forse di te, forse di me,

forse di noi,

ascolto due gocce

dialogare

libere

d’eternità

(foto di RealWorkHard)

Speranza

Di notte mi sveglio

E spio la sottile striscia del giorno

Che avanza da dietro alle persiane,

Quella sottile striscia di luce

Che mi porterà dal sogno

Al reale incontro di te

Mi aspetta un carrubo

Mi aspetta un carrubo,

per l’eternità

io dormirò tra le sue radici

come tra le braccia di un amato,

la pace porterà il vento dal mare la notte,

e il giorno sarà di sole e di turchese,

e del silenzio stellato tra le sue fronde

io ancora mi meraviglierò

Farfalle nel cielo di Gradara

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Leggere farfalle nella notte sognante e incantata di Gradara (PU) al castello di Paolo e Francesca

«Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense»

(Inferno V, 100-107)

 

Quella notte, sai …

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Quella notte , sai,

avrei voluto portarti a camminare  nella città eterna,

avrei acceso tutte le fontane per te

per farti cantare la dolce melodia dell’acqua,

avrei spento i lampioni e fatto brillare la luna più dolce,

avrei espresso il desiderio che il tuo sogno divenisse reale,

e in segreto avrei chiesto di farne parte,

ti avrei fatto camminare nel silenzio blu,

a lieve passo di danza,

senza far rumore,

senza disturbare i tuoi pensieri,

avremmo attraversato i ponti fino alla luna,

e le tue mani avrebbero danzato sul mio cuore,

e io avrei amato tra le note del tuo pianoforte,

avrei fatto in modo che il giorno non arrivasse,

quella notte, sai,

avrei accarezzato la tua pelle e baciato le tue labbra,

se avessi avuto più coraggio ti avrei preso per mano

a passeggiare nella città eterna…

 

(foto di designerpoint da pixabay)

Primo amore

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(…)

il mese di maggio,

i grilli,

una bicicletta per due,

la campagna,

la notte,

l’amore sotto alle stelle,

il profumo dei fili d’erba,

e l’odore di te,

io e il mio primo amore

(…)

 

foto di Blupolam

Un origami d’amore

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Se tu fossi stato di legno avrei costruito un burattino,

fossi stato di stoffa avrei cucito una bambola,

di piume avrei fatto un nido per gli uccellini,

di spine avrei intrecciato un cesto per i fichi,

di bronzo avrei forgiato una sonora campana,

di vetro vi avrei soffiato un angelo,

Invece piego e ripiego carta sottile sotto alle mie dita,

in un origami d’amore.

Ti disegno un cuore per riempirlo di emozioni,

ti disegno un sorriso perché tu sia felice,

e due ali libere per volare via,

ti coloro di blu nella coperta della notte, trapuntata di stelle

Piego e ripiego

la mappa del tuo Infinito

in un origami d’amore


(foto di Duy Pham)

Già Natale, il tempo vola… (Carmen Consoli)

Magnifico testo di Carmen Consoli, una splendida poesia da leggere fino alla fine…

Dedicato a chi ha un amore da dimenticare, un dolore da far passare, una nuova alba da guardare…

 

Già Natale, il tempo vola
l’incalzare di un treno in corsa
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi
ho indossato una faccia nuova
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti a fianco

Allo specchio c’è un altra donna
nel cui sguardo non v’è paura
com’è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza
ad oriente il giorno scalpita non tarderà

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
l’amore tutto si trasforma
l’umore di un sogno col tempo si dimentica

Già Natale il tempo vola
tutti a tavola che si fredda
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa
ad oriente il giorno scalpita
la notte depone armi e oscurità

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia forma
amore tutto si trasforma
persino il dolore più atroce si addomestica
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
amore tutto si trasforma
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.

testo di Carmen Consoli e musica di Tiziano Ferro

Il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia

Il Viaggio

di Volpina Blu

alla ricerca dell’amicizia

Dedicato alla Volpe del Piccolo Principe e alla Volpina Blu che è dentro ognuno di noi

Premessa:

Non si diventa la Volpe del Piccolo Principe per caso, e non si nasce così, occorre un lungo percorso, un viaggio, tra incontri ed errori, tra amore e perdono finché forse un giorno si potrà diventare come quella Volpe che mostra al Piccolo Principe cosa è l’amicizia. Questa è una piccola storia di come, secondo me, potrebbero essersi svolto il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia.

Volpina Blu decide di lasciare il villaggio e di partire.

Nella grande pianura veniva una volpina, piccola e magra.

Camminava rapida scartando di lato le pietre e i cespugli spinosi.

Ogni tanto sollevava appena il musetto al cielo e parlava alla luna senza guardarla direttamente.

Ma davvero Volpina era blu?

Si sa che non esistono volpi di colore blu…

Volpina aveva alle estremità delle zampe due calzini blu.

Quasi tutti notavano in lui quel difetto, ma non credo si possa chiamare difetto ciò che in effetti è una particolarità o meglio un carattere distintivo, quelle zampette blu erano uniche e la rendevano diversa da tutte le altre volpi.

Aveva un sorriso simpatico e al collo portava una fettuccia di raso blu.

Volpina camminava nella pianura.

Era sola e la luna pure era sola.

Due solitudini si guardavano, la luna, lassù, maestosa, splendeva sola nella sua grandezza, e la volpe tanto piccola magra e sola…

Volpina pensava tu sei tanto lontana da me ma mi sembri così vicina… sei irraggiungibile per una Volpina come me eppure mi accompagni sempre, grazie amica Luna.

Volpina Blu, in verità il suo nome completo era Volpina dai calzini blu, si era messa in cammino già dall’imbrunire del giorno precedente.

A chi l’avesse incontrata avrebbe dato l’impressione che si trattasse di una volpe che sapeva il fatto suo per quanto camminava lesto e sicuro

Ogni tanto, Volpina si fermava per darsi una grattata ala schiena ossuta e per far riposare un attimo i piedini doloranti.

Quanta strada avevano macinato quelle zampette…

Era una volpina in fuga…

Nessuno la voleva, nessuno l’amava…

Eppure quanto aveva desiderato e quanto desiderava avere amici nella gran tana delle volpi.

Ma le giovani volpi, i suoi compagni, spesso l’ avevano derisa per quelle sue strane zampette blu perché spesso la diversità viene vista come una cosa spaventosa invece Volpina aveva un animo buono e gentile. Voleva soltanto essere accettato ed amato da tutti.

Non si capiva come mai Volpina fosse nato con le zampette blu…

Sua madre, Teresa, aveva pianto a lungo e aveva provato ogni tipo di prodotto e di solvente per smacchiarle e farle tornare rosse, aveva persino portato Volpina a far benedire nella chiesetta dove si era sposata, credendo in un maleficio.

Niente, le zampette erano rimaste blu.

Volpina blu non comprendeva la preoccupazione della madre che sperava lui diventasse uguale alle altri volpi temendo che essi l’avrebbero deriso ed escluso dal gruppo. Per questo Teresa ripeteva sempre a Volpina che era orgogliosa di lui e che lui doveva essere fiero di sé. A Volpina blu non dispiacevano le proprie zampette ma presto dovette convenire che sua madre aveva ragione. Quelle sue zampette iniziarono ben presto a dargli dei problemi, iniziarono gli scherzi e le prese in giro dei compagni e Volpina incominciò a soffrire e a rattristarsi.

Quanto avrebbe voluto avere quel bel pelo fulvo dei suoi compagni…

Tante volte le giovani volpi e anche alcune adulte lo avevano additato come un diverso, del resto Volpina non aveva mai saputo come fare per accattivarsi le simpatie del gruppo; anzi quasi ogni giorno c’erano dissidi e litigi con i compagni e spesso anche gli adulti le ringhiavano contro dei rimproveri.

E così un giorno, Volpina Blu era fuggito via, con il desiderio di conoscere il mondo e di incontrare nuove volpi, diverse da quelle che vivevano alla gran tana, magari avrebbe voluto incontrare un’altra volpina che gli assomigliasse, che avesse le zampette blu o anche di un qualsiasi altro colore. Soprattutto desiderava tanto trovare un amico, qualcuno che l’ accettasse così come era, qualcuno con cui non dovesse fingere di essere diverso da come era.

Tante volte Volpina si era rotolato nell’argilla e nella sabbia cercando di camuffare quel colore blu o si era macchiato con le bacche del sambuco ma inutilmente. Aveva provato di tutto ma proprio non era mai riuscito ad avere un vero amico.

Come si fa ad avere un amico? O meglio come si crea un’amicizia?

Non lo sapeva ma era disposto ad imparare le segrete e invisibili regole dell’amicizia. Lontano dalla gran tana, Volpina era sicuro che avrebbe conquistato il mondo e che il mondo l’avrebbe amato.

Volpina Blu era uno spirito incredibilmente libero. Ed era dolce buono e sensibile, anche se spesso appariva scostante e irascibile. Purtroppo spesso non sapeva dominare l’angoscia e la rabbia.

Ogni volta che aveva uno scontro con un compagno Volpina scappava via e andava a nascondersi nelle tane abbandonate nel vecchio uliveto, dove nessuno scendeva per il pericolo delle frane; là nascosto da tutti, piano piano si calmava rincorrendo per gioco uno scoiattolino oppure inseguendo il volo di una farfalla, tra i fiori selvatici ritrovava la quiete.

Quando, la sera, faceva infine ritorno a casa al villaggio, le altri volpi gli voltavano la schiena e lo ignoravano.

Così accadeva che Volpina Blu sparisse di nuovo e andasse a piangere senza farsi vedere nei pressi della saggia quercia.

Un giorno, dopo aver a lungo pensato, Volpina Blu prese la risoluzione di partire.

Si mise in cammino in una notte senza luna.

Non sarebbe mai più tornato al villaggio, e quelle giovani volpi che non l’accettavano e che la deridevano si sarebbero amaramente pentite di non averlo voluto. oh sì! …

Sentiva che un grande destino lo stava aspettando se solo ne avesse avuto il coraggio, sentiva che avrebbe di certo realizzato qualcosa di importante per il mondo, anche se ancora non sapeva né cosa, né come, né quando. Al momento gli parve che la decisione di partire fosse la scelta migliore.

Camminando si pensa meglio e chissà che via facendo non avrebbe trovato quello che cercava…

Volpina Blu in viaggio

E così Volpina era partito alla ricerca del senso profondo della sua esistenza, ma soprattutto di qualcuno che le volesse bene e a cui volere bene, di un Amico vero, di qualcuno che rispettasse la sua libertà di essere quello che era, senza voler cambiare colore alle sue zampe.

Nel cuore e nella mente Volpina aveva tanti pensieri buoni e belli, sentiva che poteva dare tanto amore al mondo se solo qualcuno l’avesse voluto.

Desiderava visitare il mondo, finora aveva conosciuto soltanto la Gran Tana, il suo villaggio al riparo tra gli antichi ulivi.

Come era il mondo al di fuori?

Da un lato lo attraeva, dall’altro lo spaventava.

Talvolta il mondo gli appariva come il riccio di una castagna, all’esterno le spine e all’interno la polpa dolce e che gli infarinava la bocca… ogni volta si pungeva per aprire il riccio ma poi si gustava il buon sapore della castagna… ecco così era il mondo…come il riccio di una castagna…

Il mondo era così difficile da capire …

Volpina conosceva la favola della volpe e l’uva e aveva capito che nella vita bisogna avere il coraggio di osare e di trovare la propria strada in mezzo a tante senza nascondersi dietro la scusa che l’uva non è matura. A Volpina l’uva non piaceva neppure e quindi non vi era problema.

Tante volte si era domandato come mai il mondo fosse in guerra, perché gli esseri umani sprecassero così tanto tempo a fabbricare armi di distruzione e di offesa invece che costruire ponti o inventare strumenti di pace?

Volpina aveva un cuore molto sensibile, piangeva per ore a volte, ma poi gli bastava guardare la sua amata luna per ritrovare la quiete.

Nelle notti senza luna camminava spedito senza sentire la fatica, invece, nelle notti di luna piena una specie di sconosciuta tenerezza lo invadeva.

Si ricordava quando da piccolo guardava i pulcini e ne aveva desiderava l’amicizia. L’amicizia, allora, gli era sembrava una cosa fatta di morbide piume e di infinita dolcezza.

Però succedeva che non appena i pulcini si accorgevano di lui, iniziavano a pigolare forte

e la chioccia accorreva e lo cacciava via…

Come si sentiva mortificato Volpina sebbene sapesse che ciò era una conseguenza del comportamento crudele di alcune volpi che si cibavano dei pulcini…

oh come poteva essere il mondo tanto crudele?

Volpina Blu camminava dall’imbrunire, era quasi le tre di notte quando decise di fare una breve sosta, raggomitolandosi nella sua coda e leccando i piedini sfiniti, guardò nella sabbia le sue impronte che lasciavano questi segni curiosi e si chiedeva a cosa assomigliassero… impronta-di-volpina impronta-di-volpina

Cammino facendo, Volpina scopriva il mondo, e annotava su un piccolo quaderno le cose che più lo colpivano, i suoi pensieri e i suoi sogni.

Osservava e apprezzare ogni cosa, anche l’esserino più piccolo, la farfallina, la cimice, il bruchino verde, le ragnatele brinate al mattino, le microscopiche tracce degli insetti sulla polvere del deserto, il profumo secco dello scirocco e quello umido del libeccio, lo sbocciare inaspettato di un fiore, l’odore della notte d’inverno con le stelle tanto vicine che sembrava di poter afferrare con le zampe.

Volpina si sorprendeva di quanta meraviglia e bellezza il mondo contenesse, praticamente inesauribili, per esempio l’ alba era uno spettacolo che si rinnovava quotidianamente e Volpina si commuoveva.

Di notte, tratteneva il fiato per ascoltare il linguaggio segreto degli alberi perché di notte gli alberi stanno svegli e riposano di giorno, ma solo per schiacciare un pisolino. Le foglie nel vento gli sussurravano delicate e gli ricordavano i suoi ulivi e i suoi carrubi alla Gran Tana, cosicché Volpina avvertiva meno la nostalgia di casa. In realtà non c’era molto tempo per provare nostalgia perché quando si è in viaggio si camminare e si deve guardare avanti, passo dopo passo, e non c’è tempo per i ricordi.

Occorreva percorrere la strada, farsi viaggio.

Erano già 1881 giorni che camminava…

Da molti mesi ormai aveva lasciato la sua terra tra le rocce e il mare, dove il clima era mite tutto l’anno, ed era arrivato al deserto.

Volpina Blu incontra il serpentello

Ecco una pianura con praterie desolate, cespugli spinosi, fiori di cardo e cactus e poi ecco di nuovo una foresta di spine che gli ferivano i magri fianchi.

Volpina si sentiva stanco, molto stanco e qualche volta aveva pensato di pregare l’avvoltoio perché lo facesse a pezzi. Poi riprendeva il cammino, solitario e fiero, senza bisogno di nessuno perché mostrarsi fragile era un segno di debolezza, e Volpina non poteva permetterselo.

Sapeva che il suo viaggio sarebbe stato lungo e non poteva abbattersi, doveva farcela, doveva andare avanti anche se era solo una piccola magra volpe dai calzini blu.

Un giorno aveva trovato in terra un paio di occhiali e li aveva indossati, gli pareva che gli attribuissero un aspetto più minaccioso, Decise che li avrebbe sempre portati con sé.

Può bastare un paio di occhiali per tenere a distanza il mondo e per difendersene?

Gli occhiali potevano aiutarlo ad avvistare un serpente e a schivarlo, per esempio.

Gli avevano raccontato che il serpente era un essere molto pericoloso, ma finora non ne aveva ancora incontrato uno. Era curioso di vederne uno e desiderava parlargli. Aveva la sensazione che i serpenti lo evitassero apposta.

Finalmente un giorno catturò un innocuo serpentello giallo. Trattenendolo tra i canini affilati gli disse:

Ti risparmierò se risponderai alla mia domanda perché tutti scappano da me e non mi vogliono?”

Tu stai nel tuo mondo e rifiuti gli altri.”

Volpina si innervosì e rispose seccato:

Io non ho bisogno di te e ora vattene all’inferno e riposa in pace, gentile serpentello.”

Il serpentello rotolò morto tra le spine di una rosa canina.

Volpina si allontanò ringhiando, il pelo arruffato, poi scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Inutili lacrime di pentimento…

Volpina non era cattivo, soltanto voleva sapere perché nessuno voleva stare insieme a lui, pure il serpente lo aveva respinto.

Era vero che lui non aveva bisogno di alcuno… ma ora si sentiva profondamente triste per la morte del serpentello.

Oh se esisteva un Dio delle Volpi, Volpina lo avrebbe pregato perché il serpentello fosse ancora vivo…

Quanto era triste e affranto! Volpina non sapeva davvero se c’era un Dio delle Volpi, eppure a suo modo egli pregava qualche volta…

Volpina Blu e la signora istrice

Di notte le stelle erano troppe e gli dolevano gli occhi, anche per questo teneva sempre gli occhiali, di giorno i suoi occhi si affaticavano molto per dovere stare attento alle pietre aguzze e alle spine che gli ferivano le zampe sensibili.

Forse le sue zampe erano così delicate proprio per il fatto che erano blu. Chissà…

Volpina si perdeva nella contemplazione le stelle, sapeva a memoria la mappa del cielo e tutti i nomi delle costellazioni e pensava che l’universo, lassù, era abitato e che magari in quel momento forse c’era qualcuno che pensava a lui.

Volpina lo sperava tanto!

Una notte, d’un tratto, mentre camminava distratto, inciampò in un istrice.

Ahi, disse Volpina, perché mi hai punto? E chi sei?”

Veramente sei tu che non mi hai visto e mi sei venuto addosso, maleducata di una volpe…”

Non penso proprio… tu mi hai punto, ma chi sei?”

Sono un istrice. Anzi una signora istrice.”

E perché mai hai tutte quelle spine e perché mai mi hai punto?”

Non l’ho fatto apposta, ci siamo scontrati per sbaglio ed io per autodifesa ho lanciato le mie spine, ma non è colpa mia, e poi non si chiamano spine, sai, la natura mi ha fornito di aculei…”

Però mi hai fatto male… sai essere così pungente!”

Scusami, non volevo, ma se tu ti avvicini piano a me, senza spaventarmi, vedrai che i miei aculei non pungono, sono solo un poco ruvidi…”

Ah ho capito… sei come il riccio della castagna?”

Quasi… se mi abbracci non aver paura… farò in modo che i miei aculei non ti pungano”

No. Non voglio!” gridò Volpina saltellando dal dolore, un aculeo era ancora conficcato in una caviglia.

Allora se tu non ti fidi degli altri, tu non sai cosa vuol dire voler bene.”

Volpina a queste parole fu molto mortificato.

Perché dici così?”

Perché è vero… ma un giorno imparerai… strada facendo, ciao. Io ora devo andare.”

L’istrice scappò via sorridendo, stava scherzando ma Volpina non lo capì e mostrò furioso i denti e lo rincorse ma il dolore alla caviglia si fece più intenso e così dovette fermarsi. Piano piano sbollì la rabbia che sentiva dentro. Si sedette tra l’erba con i ciuffi di menta che gli solleticavano le fini narici.

Un leprotto gli passò accanto di corsa, ignorando il suo pianto.

Improvvisamente Volpina si sentì ancora più solo. Solissimo.

Tante volte Volpina era stata tenero con i leprotti, li aveva protetti dalle altre volpi, ringhiando loro contro, e poi li aveva aiutati a nascondersi nel passaggio tra i capperi e i lentischi che solo lui conosceva. Le altre volpi lo deridevano di questa sua tenerezza per i leprotti e gli dicevano che era uno stupido.

Al chiarore della luna Volpina si specchiò in una pozzanghera, si vede brutto, il pelo spettinato opaco e il blu non era più tanto brillante, era quasi diventato nero, Volpina avrebbe voluto farsi un bel bagno nel torrente vicino al suo villaggio, dove amava andare a giocare, tentando di acchiappare quei piccoli arcobaleni che si formavano con le goccioline delle cascate oppure tentando di prendere qualche pesciolino.

Volpina era in pace quando lasciava fuori il giudizio delle altre Volpi o della signora istrice che aveva appena incontrato, come potevano giudicarlo senza conoscerlo per davvero?

Perché la signora istrice l’ aveva punto?

Era vero che era stata colpa sua che sbadatamente le era andato addosso.

Volpina rifletteva che quando se ne stava da solo tutto filava liscio e lui era tranquillo… quanta fatica faceva invece a rapportarsi con gli altri, a spiegarsi e a comprendersi e poi andava a finire, spesso, che con le volpi non ci si capiva mai, si litigava e non si voleva fare la pace.

Che gli importava degli altri?

Volpina stava benissimo da solo, aveva avuto ragione il serpentello, però allo stesso tempo, desiderava trovare un vero amico.

Il cuore di Volpina era come un campo su cui ha appena nevicato, puro, senza impronte ,vi regnavano amore e meraviglia per il creato, a parte quei momenti di rabbia in cui non riusciva a controllarsi e durante i quali diceva e faceva cose di cui poi si pentiva. Non sapeva dominarsi e le sue emozioni erano sempre troppo grandi e forti, le sue reazioni spropositate, poi magari si rammaricava ma ormai quello che era stato detto o fatto, era stato detto o fatto e non vi trovava un rimedio.

Volpina Blu e il topolino

Un giorno, sul sentiero incontrò un topolino, che lo salutò :

Ehi, ciao! Sai per caso dove si va per di là, possiamo fare un poco di strada insieme?”

Ma tu dove stai andando?”

Io ero insieme ad una carovana di beduini, stavano andando ad un mercato ma credo di essermi perduto… e tu dove vai?”

Vado a cercare un amico, disse Volpina blu, dove lo posso trovare?”

Io non lo so, dovevo incontrare alcuni amici al mercato ma a quest’ora mi sa che sono già partiti, senti potremmo camminare insieme, almeno per un pezzetto di strada. Se vuoi.”

Tu dici? Accompagneresti una volpina come me dalle zampette blu?”

Hai le zampette blu, che simpatico che sei, ma sai che io avevo un amico ghiro con le orecchie blu, davvero erano blu, mai visto orecchie tanto belle! Ma anche le tue zampe sono stupende!”

???Tu dici!!! Mi imbarazzi così…”

Facciamo un patto, mentre cammineremo insieme promettiamo che saremo sempre sinceri l’un con l’altro e che ci diremo sempre la verità.”

Va bene, accetto, sei gentile, Topolino.”

Senti, io resterò con te per il tempo che tu riterrai necessario, poi quando tu mi dirai di andare via, io me ne andrò. Vorrà dire che sarà arrivato il tempo per separarci. ”

No, mai succederà ciò, Topolino, se tu sarai sempre così delicato con me come lo sei ora. Io amo la delicatezza. ”

All’inizio camminarono scambiandosi soltanto qualche impressione generale sul tempo.

Ogni tanto Topolino gli faceva un sorriso ma Volpina non aveva alcuna voglia di sorridere, anzi non capiva per quale motivo questo topolino sorridesse sempre.

Poco a poco, camminando insieme, Volpina prese fiducia nel piccolo compagno di viaggio e iniziò a raccontargli qualcosa di sé e a porgli delle domande sui viaggi che Topolino aveva compiuto al seguito delle carovane dei beduini.

E poi arrischiò domande come queste.

Come si fa a diventare amici?

Cosa si prova quando qualcuno ti abbraccia?

Cosa si prova a condividere qualcosa con qualcuno?

Come succede che ci si prende per zampa?

Il topolino si mise d’impegno a rispondere a tutte le domande di Volpina ma mentre parlava si rese conto che erano cose che le parole non riuscivano a spiegare, che erano cose che si sentivano con il cuore oppure no, E che se si sentivano nel cuore, allora avvenivano. Come spiegare a parole la magia di un abbraccio o un bacio? No, non si poteva.

Quando la sera Volpina si raggomitolava per riposare, il topolino si accovacciava timidamente accanto alle sue zampette e così vicini si addormentavano.

Ma una notte Volpina fece un incubo davvero terribile e al risveglio prese a imprecare contro al topolino che non aveva colpa alcuna, e lo cacciò via violentemente.

Vattene via, non voglio più vederti, via vai via Topolino, non tornare mai più…”

Il topolino ci rimase male, era sinceramente affezionato a Volpina e gli voleva molto bene, ma a quelle cattive parole che non meritava sentì un forte dolore al cuore e si sentì gelare.

Provò a calmare l’amico che era fuori di sé per il cattivo sogno.

No no gridava Volpina, Topolino disse non può essere, non puoi fare così con me, io sono tuo amico, io ti ascolto sempre…

Volpina non ci vide più dalla rabbia, raccolse una pietra e la scagliò sul topolino uccidendolo.

Poi, Volpina corse via lontano lontano. Dopo alcune ore, dopo essersi calmato, senza ricordare cosa aveva fatto, tornò indietro sul luogo del delitto, ma il topolino non c’era più.

Volpina era nuovamente disperatamente solo. Aveva trovato un amico e gli aveva fatto del male. Ecco che avevano avuto ragione le altri volpi a non volerlo. Perché lui era cattivo. Volpina era cattivo.

Pianse per settimane, incapace di darsi pace, poi non ebbe più lacrime e riprese il cammino.

Volpina Blu e la pianta

E così giunse in una grande pianura, al centro della quale vi era una sola pianta verde simile ad una salvia con alti steli e corolle di fiori gialli, non era niente di particolare, ma era comunque una pianta in quel deserto.

La piccola volpe trotterellava, era molto piccolo e magro, però era carino con quelle zampette blu, non esistevano altre volpi come lui.

Nella pianura c’erano cactus, cespugli secchi spinosi , pietraie, qualche fiorellino dai toni violetto, formiche, scorpioni, insetti stecchi, lucertole.

Ad ogni passo Volpina Blu si distraeva a guardare queste piccole cose, d’un tratto si trovò vicino alla pianta, l’esaminò, gli sembrò una pianta tranquilla, senza pretese, non aveva spine come le altre ed era verde, Volpina le si avvicinò e a quel punto una foglia della salvia gli fece il solletico.

Volpina, che stava sempre all’erta, balzò rapido all’indietro per osservare meglio la pianta, e constatato nuovamente che si trattava di una semplice pianta verde, si riavvicinò con cautela, poi, siccome era sfinito, si addormentò lì sotto all’ombra della piantina.

Al mattino Volpina si svegliò, qualcosa gli sfiorava le punte delle orecchie, gli steli fioriti ondeggiavano eleganti nel vento. A Volpina parve di udire un suono, una specie di musica delicata, che diceva ti voglio bene.

Era la voce di Topolino che risuonava nel vento, dunque egli era vivo!

Volpina assaporò tutta la dolcezza di quel suono che veniva con la brezza del mattino, come un profumo o un sapore buono, sorrise, seppe che il topolino lo aveva perdonato. Anche lui voleva del Bene al topolino e sperava, pregava che anche lui lo avesse perdonato, oh Dio delle Volpi!

L’amicizia non è un gioco, non è una cosa che si usa e quando non serve si butta via, l’amicizia è un viaggio che ci cambia e implica fiducia e responsabilità l’uno verso l’altro.

Volpina sperò che Topolino tornasse ma quel giorno Topolino non tornò. Topolino aveva compreso che il suo amico doveva fare da solo fino in fondo la sua strada per diventare ciò che già era, senza saperlo.

E Volpina Blu si rimise in cammino… Forse un giorno il suo viaggio l’avrebbe fatto diventare la Volpe del Piccolo Principe….Chissà Voi che dite?

Fine

Epilogo:

Incontrai Volpina Blu, tanto tempo fa, diventammo amici, facemmo un pezzo di strada insieme, poi Volpina dovette partire e proseguire da solo, senza di me, il suo entusiasmante viaggio che si chiama Vita.

Dal momento in cui è partito, io sono diventata Volpina Blu inizialmente per onorare il ricordo di questa amicizia. Poi mi sono resa conto che Volpina blu sono anche io, che Volpina Blu rappresenta il mio sogno puro di amore e di bontà.

Per me, blu è il colore dell’amore incondizionato e dell’infinito, blu è la coperta della luna, trapuntata di stelle, blu è l’amore che si veste di delicata tenerezza.

Questa non è che una storia di Volpina Blu, questa è la Storia raccontata da me.

Favola di Antonella Marinetti

Progettato, stampato, illustrato e rilegato da TheFlowerAndTheStar

theflowerandthestar@gmail.com

 

Sono le quattro del mattino

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20 novembre 2016

Sono le quattro del mattino e come ogni notte mi sveglio, l’alba che filtra dagli scuri, le mie braccia vuote e inutili, il tuo nome sulle mie labbra è una preghiera, non ho bisogno di orologio per sapere che ore sono, io penso a te, a questa vita che scivola via, a questi sogni che si allontanano da noi, a questo amore che mi sveglia ogni notte, talvolta è un muro alto oltre al quale non posso andare, a volte è una parete leggera, basta una leggera pressione, non c’è resistenza, e allora resti tra le braccia del mio sogno fino al mattino e mai vorrei svegliarmi… e così ogni notte e così ogni mattino… e forse è tutta un’illusione, e forse non è vero che due cuori possono scambiarsi pensieri e ricordi…

(foto di Jraisleger da pixabay)

Blu profondo

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…Quanto è difficile se non impossibile  comprendere fino in  fondo l’Esistenza dell’Altr0…

Tu sei ferita e cura

tu sei pozzo e secchio

tu sei luce ed oscurità

notte e giorno

blu e blu profondo…

 

La pietra di una volpina e di una pianta

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Questa pietra racconta l’incontro di una pianta di phlomis con una volpina blu.

Una phlomis è già illuminata dalla luce del giorno, le si avvicina cauta un’atipica volpina di colore blu, semi nascosta dai colori della notte, mentre nel cielo brillano 8 stelle, un quadrato blu racchiude un cuore rosso al cui interno vi è il simbolo dell’infinito.

La pietra proviene da Bocconi, appennino tosco romagnolo, raccolta e dipinta dalla gentile amica e artista Paola Zarri a cui va il mio speciale ringraziamento per aver avuto la pazienza di ascoltarmi e aver saputo dare espressione ad un mio pensiero astratto.

qui potete vedere altre meravigliose creazioni di Paola

http://pzcreazioni.blogspot.it/

Ritorno da Ilha Grande

Dal diario di viaggio

Lasciamo l’isola di Ilha Grande sul catamarano che scivola veloce sullo stretto di mare fino al porto di Angra do Reis, nello stato di Rio, la sera ci avvolge piano come una tenera coperta, l’isola si accende e Angra risponde di luci più intense man mano che ci avviciniamo… risate, sorrisi, racconti dei passeggeri, musica brasileira… una nuova partenza ci attende, la notte ci ha avvolto del tutto quando tocchiamo il porto, lenta si dissolve la suadade di Ilha Grande…

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La tenerezza delle lampade accese

lampadeIn fondo il Piccolo Principe si era sempre preso cura di sé e del suo pianeta senza problema alcuno e ora addormentato tra le braccia del pilota non si accorgeva che qualcuno si stava prendendo cura di lui come un fragile tesoro, una vita è sempre un fragile commovente tesoro, un miracolo di cellule e di anima. Come era tenero e un dolce fardello da portare alla luce della luna, come era naturale amarlo e volerlo proteggere, volere prendersene cura così , senza che lui quasi se ne accorgesse, di notte, alla luce della luna, mentre inconsapevole dormiva, come era dolce amarlo e pensarlo…

Un colpo di vento potrebbe spegnere le lampade … e con esse le speranze e la luce nei suoi limpidi occhi.

Occorre prendersi cura delle lampade affinché non si spengano, con tenera delicatezza e leggerezza, senza farsi scoprire, almeno fin al momento in cui il Piccolo Principe si sveglierà…Phlomis

“Sì, dissi al Piccolo Principe, che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile”

“Sono contento, disse il Piccolo Principe, che tu sia d’accordo con la mia volpe”

Incominciava ad addormentarsi, io lo presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla terra. Guardavo alla luce della Luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo:

“ Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile…”

e siccome le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi dissi ancora:

“ ecco ciò che mi commuove di più in questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una lampada anche quando dorme…”

e lo pensavo ancora più fragile. Bisogna ben proteggere le lampade: un colpo di vento le può spegnere…

Antoine de Saint-Exupery

La Speranza è credere che ci sia una via d’uscita al buio.

La speranza è credere ci sia una via d’uscita dal buio.

Vorrei parlarvi di disperazione e di speranza.

Qui di seguito ho tradotto due articoli di Julia dal suo blog  https://autismthoughts.wordpress.com

Julia è una ragazza coraggiosa e onesta che racconta la sua vita con autismo, parlando delle sue difficoltà ma anche delle sue speranze, dei lati brutti e dei lati belli comuni ad ogni essere umano.

In questi due articoli intitolati

Suicide (Suicidio)

https://autismthoughts.wordpress.com/2016/01/24/suicide/

Hope (Speranza)

https://autismthoughts.wordpress.com/2016/01/25/ hope/

troverete la notte e il giorno, l’oscurità e la luce, la disperazione e la speranza.

La speranza è nuotare nella disperazione, ansimare tra le braccia seducenti del suicidio ma riuscire a vedere e a credere che sia possibile una via d’uscita al buio.

Vorrei dirvi che io ho speranza, che io credo in voi, che la forza è dentro di voi, e aggiungo anche che vi voglio bene e vi sorrido di gioia sincera, e che se voi spegnete la luce della speranza, io la manterrò accesa per voi e ve la ricorderò.

Voglio dirvi che io ho speranza che voi da soli riuscirete a trovare dentro di voi la forza della speranza, che lascerete alla speranza la libertà di sperare, che dentro di voi ritroverete il vostro  invincibile sorriso nel freddo della disperazione.

So che la notte sarà difficile, che l’inverno sarà duro, che certi dolori sono così forti, che spezzano il cuore, che vi fanno mancare il respiro, che vi fanno barcollare, lo so, sono qui, vi ascolto e magari non dico niente ma vi com-prendo, vi ascolto e rispetto anche il vostro silenzio.

L’Amore non è un rifugio che possa ripararvi o proteggervi da voi stessi o dal male del mondo, l’Amore è un luogo che può accogliervi e com-prendervi.

Desidero dirvi che questa fiammella, che oggi o questa notte  vi sembra tanto piccola e lontana o perduta ,  dentro di voi  è viva e presto diventerà un fuoco che vi riscalderà e vi farà ben- volere la vita nuovamente.

Che cosa ci rende vivi veramente ? Paradossalmente tutto ciò che ci fa soffrire nel  profondo e tutto ciò che ci rende felici nel profondo, anche la disperazione, anche la speranza.  Sofferenza gioia, e poi pianto e sorriso, e ancora tristezza e  poi felicità, e si sente il sangue che scorre nelle vene, il cuore battere forte o quasi fermarsi, e…. si vive.

Siate per voi stessi il più dono più bello, tutte le cose belle e buone sono già dentro di voi, e se saprete riaccendere la vostra fiammella e amarla allora sarà semplice amare il mondo.

Ora Julia ci racconta di sé, dei suoi demoni e della sua speranza:

I demoni del suicidio sono reali.

E ‘difficile scrivere un articolo su certe cose, perché i demoni che ti spingono al suicidio sono così reali che davvero non si vuole che la gente sappia quanto siano veri e presenti. Soprattutto quando sai che le persone che lo leggeranno si preoccuperanno. E ‘come dare alla  mamma il tuo diario segreto da leggere. Certo potrei nasconderlo a chiunque possa restarne ferito, così nessuno mai lo verrebbe a sapere. Questo è il problema con la malattia mentale, non si desidera che le persone che dovrebbero sapere ne vengano a conoscenza, ma il silenzio non risolve nulla.
Quindi, ecco la verità: io voglio morire. So che non si
capisce la ragione di questo. Nemmeno io lo so. Io so che sto facendo cose buone. So che sono amata. So che c’è bisogno di me. So persino che io valgo. Ma il suicidio mi chiama come un amico familiare. Mi accoglie a braccia aperte e dice “vieni a trovare la pace”.
Cerco di stare lontano. Io prego. Cerco bontà. Cerco di
tenermi in buona salute, di pensare buoni pensieri. Ascolto musica edificante. Ho fiducia speranza e amore. Faccio cose buone.
Ma io grido in silenzio. Io lotto con il rumore dentro di me. Ansimo
tra le braccia seducenti del suicidio. La morte … Sembra così facile … Così vicina … Solo un attimo di respiro momentaneo . Lo anelo come una gola riarsa anela l’acqua, tuttavia io so che non posso dissetarmi. I demoni sono reali. Io non lo farò … io non posso farlo … Ma i demoni sono reali … Vi prego di comprendere, i demoni sono reali …

The demons are real.

It is hard to post about certain things because they are so real that you really don’t want people to know just how real they are. Especially when the people who would worry are probably going to read what you write. It’s like giving your mom your journal to read. I could, of course, hide this from anyone who it might hurt, but then they would never know. That’s the problem with mental illness, you don’t want the people who should know to ever know, but the silence solves nothing.

So, here’s the truth: I want to die. I know you don’t see a reason for it. Neither do I. I know I am doing good things. I know I am loved. I know I am needed. I even know I have worth. But suicide calls me like a familiar friend. It greets me with open arms and says, “come find peace”.

I try to stay away. I pray. I search for goodness. I try to stay healthy, to think good thoughts. I listen to uplifting music. I have faith and hope and love. I do good things.

But I scream silently. I struggle with the noise inside of me. I gasp for breath past suicide’s alluring arms. Death… It seems so easy… So near… Just a respite away. I long for it like a parched throat longs for water, yet I know I cannot drink.

The demons are real. I won’t do it… I can’t do it… But the demons are real… Please understand, the demons are real…

La speranza è credere ci sia una via d’uscita dal buio.

Fede, speranza e amore non impediscono l’oscurità. Non risparmiano il dolore. Quello che fanno è dare qualcosa a cui aggrapparsi nel dolore e in quei momenti in cui  niente sembra avere più importanza.
Recentemente ho sperimentato come sia vero che il coraggio non corrisponde all’assenza di paura, ma piuttosto il coraggio è la scelta di agire nonostante la paura. Sto cominciando a sentire allo stesso modo a riguardo della fede, della speranza e dell’amore.
Siamo portati a credere che la speranza sia l’assenza della disperazione, che non si abbia la speranza quando ci si sente senza speranza. In realtà, questo non è sempre il caso. La speranza è la convinzione che la tua disperazione non durerà per sempre. La speranza è credere che la disperazione è temporanea. La speranza non è l’assenza di oscurità, ma la convinzione che alla fine si troverà la luce.
Allo stesso modo, la fede non è l’assenza di paura o dubbio. La fede è la scelta di credere a dispetto dei dubbi e dei timori che si possono avere. La fede è scegliere riporre fiducia  in ciò che avete provato ed esperimentato essere vero. E l’amore non è l’assenza di mal di cuore, ma la scelta di sentire e di amare a dispetto di sapere che il cuore possa spezzarsi.
Quindi, sì, ho pensato al suicidio. No, avere speranza e sapere che sono amata non tengono a distanza i demoni del suicidio . Ma avere la speranza la fede e l’amore aiutano. Possono farlo.
So che il buio è solo temporaneo. So che il dolore è solo temporaneo. So che se soltanto io riesco a far passare la notte, il mattino arriverà. So che se riesco a mantenere accesa la speranza, io starò bene. Non importa quante volte la depressione tornerà, non importa quanto penso e penserò ancora al suicidio, finché posso ancora sperare, so che la disperazione non durerà.

Questa è la speranza. Non è ‘mai andare’ nel buio; è credere ci sia una via d’uscita dal buio.

 

Faith, hope, and love do not prevent the darkness. They do not spare you the pain. What they do is give you something to hold on to during the pain and something to cling to when nothing seems to matter.

Lately I have experienced the truth that courage is not the absence of fear, but rather the choice to act despite being afraid. I am beginning to feel similarly about faith, hope, and love.

We are led to believe that hope is the absence of despair, that you have no hope if you feel hopeless. In fact, this is not always the case. Hope is the belief that your hopelessness will not last forever. Hope is believing that your despair is temporary. Hope is not the absence of darkness, but the belief that you will eventually find the light.

Similarly, faith is not the absence of fear or doubt. Faith is choosing to believe despite fears and doubts that you may have. Faith is choosing to place your trust in what you have felt and experienced to be true. And love is not the absence of heartache, but the choice to feel despite knowing you can be broken.

So, yes, I have been thinking of suicide. No, having hope and knowing that I’m loved has not kept the demons away. But having hope and faith and love has helped.

I know the darkness is only temporary. I know the pain is only temporary. I know that if I can just make it through the night, the morning will come. I know that if I can hold on to hope, I will be okay. No matter how many times depression returns, no matter how much I think about suicide, as long as I can still hope, I know the despair will not last.

That’s what hope is. It’s not never going into the dark; it’s believing there is a way out of the dark.

Mare dismesso

beach

Una notte di fine dicembre,

lontani dalle feste e dalla gente,

andammo al mare,

in uno di quei mari dismessi dall’estate,

le cabine chiuse baraccate,

gli alti cumuli di sabbia a barriera,

consumammo una cena frugale

celebrando un rito inconsapevole,

senza sapere che non l’avremmo mantenuto,

né io, né tu.

Fu uno sposalizio marino,

senza testimoni,

senza nulla,

solo il pane

sabbia,

notte,

e un  mare dismesso.

I pensieri di Miriam.

presepe

 

Più del giorno ti stupirà la notte. E’ un grande grembo stracarico di luci. Nelle sere d’estate qualcuna si stacca e viene vicino, fischiando. In mezzo a loro passa una via bianca, un siero di latte, quando lo vedrai vorrai succhiarlo. Pensa che io sono una di quelle luci e intorno a me c’è un ammasso di altre. Così è la notte, una folla di madri illuminate, che si chiamano stelle: di tutte loro, solo io la tua. A guardarle fanno spalancare gli occhi e allargare il respiro”.

Erri de Luca da In nome della madre.

Sono i pensieri di Miriam, una madre di tenerezza e poesia , rivolti al Figlio che nascendo.

Il presepe è di Phlomis68, realizzato con legnetti pietre conchiglie vetro e terracotte.

Linee allineate.

Brilla,

sola nel mezzo alla città che dorme,

una finestra,come una pupilla

aperta.

Giovanni Pascoli

finestre

Cammini nella notte senza stelle,

ti perdi ti incanti nel buio,

i fari delle auto ti abbagliano,

scarti di lato, rapido, come un animale selvatico,

alzi gli occhi alle finestre illuminate

e immagini la vita che vive dentro

e ti senti estraneo al mondo,

poi guardi le linee parallele sull’asfalto

sono in ordine,

perfettamente allineate,

e poi ritorni.

Poi ritorni a casa.

Non guardo molte cose, ogni tanto mi perdo e mi incanto e poi ritorno. Poi ritorno.

finestre parallele
Io sono dentro ad una casa con la finestra illuminata,

e guardo fuori la quieta disordinata vita del mondo,

immagino la vita là fuori,

il segreto della vita che vive,

che muove, che genera vita,

poi guardo il gatto placido sulla sedia

il lucido granito della cucina,

perfettamente pulito,

e sento due linee allineate nel cuore,

spengo e vado a dormire.

Una notte di luglio a Villa d’Este, Tivoli.

La magia di una notte di luglio a Villa d’Este, a Tivoli,

per sottofondo un concerto con le musiche di Ennio Morricone :

il tramonto,

le fontane,

 i giochi d’acqua e di ombre e di luce,

la notte estiva calda e profumata,

i fiori, le rose, le stelle,

i fantasmi,

 i sogni ,

i desideri,

le attese,

le speranze:

le emozioni nel cuore.

(fotografie di Grande Luce,

non riproducibili )

Bianca vela

image

Nella notte,
nel mare
le isole sono spente e silenziose,
solo il faro è acceso e pulsante,
la costa opposta è tutta un palpito di luci vibranti, una nave da crociera attraversa lenta e maestosa il golfo,
nel cielo navigano nuvole strappate e stelle indicano la via verso la luna.
Ma il mio amore è lontano:
poco prima del tramonto
la sua bianca vela è passata
tra le isole senza nemmeno mandarmi un saluto.

E io non so perchè.

Bianca è la sua vela,
bianca la mia anima senza di lui,
poichè l’amore che ho per lui mi fa dimenticare la bellezza del cielo,
poiché l’amore che ho per lui mi fa dimenticare i colori del tramonto.
Bianca e lontana
la vela del mio amore,
bianca e lontana
la mia anima.
Bianca vela perduta
tra le isole,
nella notte,
nel mare.

Di notte, un volo.

Di notte

distesi

su un prato d’estate

azzurro di stelle

nel nero del cielo.

Suoni nel vento

di pace infinita.

Il corpo

si lascia

si abbraccia alla terra

si avvolge

nell’erba.

E volo

nel sogno

di campi

coperti

da fiori

di mille colori

di mille profumi

di verdi foreste

d’immense pianure

di freschi ruscelli

d’innevate montagne.

Di notte

distesi

su un prato

d’estate.

Quella notte in cui le stelle si potevano prendere con le mani.

Quella notte in cui le stelle si potevano prendere con le mani.

 

Ascesa al Monte di Mosè, Gebel Musa m 2286, Penisola del Sinai, Egitto fine anni 90.

Da un hotel di Sharm el Sheick partimmo alle ore 22 con un bus turistico per raggiungere le pendici del monte Sinai per iniziare a piedi la nostra salita notturna.

A quei tempi il turismo a Sharm era ancora agli inizi, nel centro della località pochi negozi, vi era una sola gioielleria e qualche negozietto di essenze di profumi e di bottigliette portaprofumi e di erbe e thè beduino, qualcuno diceva che solo l’anno prima le tartarughe ancora venissero a riva a deporre le uova ma ora l’ambiente naturale era in rapido cambiamento, dove si stava costruendo un prestigioso hotel era stata distrutta l’antistante barriera corallina per creare una spiaggia artificiale…

La notte era scura, buia, qualcuno aveva una torcia, qualcuno solo un accendino, qualche fiaccola debole debole che si perdeva nel serpentone dei visitatori in ascesa, ma trilioni di stelle a portata di mano, si potevano cogliere le stelle come rosse ciliegie da un albero, così vicine…

Il monte di Mosè è un deserto di roccia, di notte non si sapeva neppure dove si appoggiavano i piedi, si seguiva ciecamente i passi del compagno che ci precedeva, mentre la temperatura scendeva, lungo il cammino ristori improvvisati distribuivano bicchieri fumanti di the beduino alle erbe che lasciava in bocca un sapore di fieno e menta.

Qualche impavido turista aveva scelto come mezzo di locomozione un dromedario accompagnato dalla mano di un beduino, ma lassù la posizione era non solo scomoda ma anche pericolante e incerta.

Il sentiero si inerpicava su stretti tornanti circondati da strapiombi nel silenzio della notte assoluta, poi furono gradoni sconnessi di pietra.

La carovana umana marciava silente e ammirata da quel grandioso mantello stellato.

Si saliva, era solo camminare e si sfioravano le stelle con le dita, le stelle lambivano i nostri capi e inargentavamo i nostri visi, si coglievano bagliori e un senso di infinito vicino e palpitante.

In vetta i beduini distribuivano coperte di lana e bicchieri di thè caldo, il freddo era intenso ma si stava preparando uno spettacolo che ci avrebbe lasciati tutti a bocca aperta.

La visuale era a 360°. Lentamente si preparò l’alba, fu come assistere alla creazione dell’alba, come se Dio stesse dipingendo la sua prima alba e superbamente usasse tutti i colori dal rosa al rosso al violetto, i blu come cavalieri notturni che si allontanavano, i porpora come vessilli sfavillanti, e poi l’oro caldo, una fusione, d’un tratto fu il sole , rapido sfolgorante immenso, a scaldare corpi e anime.

E fu luce!

Finalmente potemmo ammirare lo spettacolo dalla vetta, catene montuose si rincorrevano tutt’intorno, rocce ancora tinte di giallo e rosso e laggiù il deserto di roccia sabbia e vento.

Scendemmo lentamente con il corpo infreddolito che andava riscaldandosi, con il sole alle spalle iniziammo a ritroso il percorso notturno, e ora potemmo vedere tutti quei burroni pericoli e precipizi che la notte ci aveva celato.

Giungemmo in una valle ai piedi del Monte di Mosè, entrammo dentro alla cinta muraria del monastero di Santa Caterina, m.1570, dove visitammo la basilica, vedemmo il cespuglio del roveto che Mosè osservò ardere senza consumarsi, e incontrammo il viso rugoso di un beduino all’ingresso dell’ossario con i teschi dei monaci, viso antico modellato dal vento del deserto che ci chiedeva denaro in cambio di una foto.

Quella notte rimarrà nella mia memoria indimenticabile per quel cielo stellato che si poteva toccare con le dita, per le stelle così vicine come mai che quasi rimanevano impigliate nei nostri capelli.

Scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare.

Scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare. Sono nato per questo e per che altro?

Açailandia 30.3.1994

E’ l’una di notte. Spesso mi capita di non riuscire a dormire, mi alzo, leggo, scrivo solo in compagnia di persone care. Ti ho pensato parecchio nel dormiveglia. Mi pareva di chiacchierare con te nella tua casa di campagna. Oppure in un bar sulle stelle. Non so più dove. So che era una bella cosa: scambiarsi idee, esperienze, vita. Vedi? Io sono innamorato della vita, per questo detesto tutto ciò che parla di morte, fame, miseria, denutrizione.

Sai di cosa parlavamo? Volevo convincerti a scrivere un libro su di me, un libro di questo tipo ‘ la vita di mio zio’

Che vergogna, che presunzione! Non volevo dirtelo ma se non te lo dicessi non sarei me stesso. Che ci vuoi fare? Sopportami come sono, per favore!

Sai perché dico così? Non perché ci tengo che si parli di me, dio me ne liberi! E’ per via delle esperienze fatte, per l’eredità ricevuta da don **** , la mia persona conta poco. E per riuscire a tirare fuori quello che ho dentro ho bisogno di uno specchio, qualcuno che mi aiuti a tirar fuori quello che ho dentro. Ma adesso è prematuro parlare di questo…lasciamo al tempo far maturare le nespole. A qualsiasi costo, anche a costo di non mangiarle mai, di non assaggiarle mai. Ma intanto devo dire quello che vivo, quello che mi fa vivere, altrimenti sono già morto.

Riguardo al mio scrivere. Devi capire che io non riesco a scrivere per scrivere, per il gusto di produrre intuizioni, creare fantasie, elaborare pensieri raffinati. Quanto scrivo è il risultato di un’esperienza viva; quindi diciamo così si tratta di fiori che sbocciano dal vissuto, oppure di frutti che vengono a maturare spontaneamente a maturare sull’albero della mia piccola vita.

Un tempo io ricercavo la parola, adesso è tutto diverso: è come se la parola cercasse me!

Se non riesco a scrivere, ad esternare quello che vivo dentro, il mio paesaggio interiore, a mettere in comune con qualcuno quello che vivo mi sembra di essere una macchina allo stop, oppure di avere messo l’anima in parcheggio, o i sogni al ricovero. Quindi hai pienamente ragione: scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare. Sono nato per questo e per che altro?

Aspetto di ricevere il tuo primo libro. A questo punto non è più curiosità ma molto di più.

Riguardo al fenomeno della paura, forse è meglio rimandare a quando avremo l’opportunità di parlare a voce.

Se vuoi puoi leggere il mio ultimo libro in anteprima, è forte, non riesco ad uscire dallo stile epistolare e anche questo è un fenomeno che devo approfondire, ma ti anticipo che deve essere una cosa legata al comunicare, quindi ad una forma d’amore.

Forse ti ho detto troppe cose e ti faccio fare indigestione, essendo così non mi resta che salutarti, augurarti di non aver paura di vivere e di essere te stessa. Ti auguro di volerti bene, di amare te stessa, di accettarti. E’ quello che tento di fare anche io, benché l’abbia capito più tardi di te.

un caro abbraccio da tuo zio (non vi va giù di essere zio, sono qualcosa di più).

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