Cielo e Terra

Un figlio è la congiunzione del cielo con la terra. (Gianni)

 

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Lost Heaven e il Buon Giardiniere.

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Un giorno un giardiniere che non aveva lavoro incontrò una terra, e non avendo altro da fare chiese alla terra se poteva occuparsi di lei.

Le disse:

“ Terra sei bella, ora sei brulla ma farò di te se lo vorrai uno splendido giardino, mi prenderò cura di te e ti amerò…”

“ Sei buono giardiniere, nessuno si occupa di me, vedrai non sono una cattiva terra, se tu mi aspetterai saprò darti fiori e frutti, come mai li hai visti.”

“Ti darò l’acqua necessaria e l’amore di cui hai bisogno, e mi prenderò cura di te senza volerti possedere ma lasciandoti libera di divenire ciò che già sei nella tua essenza. Come ti chiami?”

“Il mio nome è Lost Heaven, rispose la terra, sono d’accordo con quello che hai detto, accetto la tua presenza. Io farò di te un buon giardiniere.”

Il giardiniere prese a voler bene alla terra, le parlava e la custodiva con caparbia dolcezza, ne divenne responsabile e allo stesso la lasciava libera di divenire ciò che doveva essere.

In autunno il giardiniere vangò e rovesciò le zolle per far loro prendere aria e prepararle alla semina, a fine inverno mise a dimora i semi secchi precedentemente raccolti dalle piante avvizzite che aveva trovato al suo arrivo, quindi aspettò la germinazione, poi la rapida tenace crescita e la bianca profumata fioritura che avvenne a inizio estate fino alla produzione di piccoli frutti di forma ellittica.

Per ricordare l’evento egli appose una targhetta sulla quale era incesa la dedica |A lost Heaven con affetto il suo buon Giardiniere|

Il giardiniere era soddisfatto del lavoro ed era felice di poter condividere questa gioia con la terra.

“Terra sei felice anche tu come o più di me?””

Ma la Terra non rispose, il giardiniere credette che essa fosse troppo emozionata per rispondergli e così fraintese il suo silenzio per un assenso.

Da quel momento la terra si fece sempre più taciturna, il giardiniere era sereno e aspettava la maturazione di quei curiosi frutti, trattò la pianta contro gli attacchi degli afidi e dei bruchi.

Infine a tardo autunno appena i frutti furono giunti a completa maturazione, la terra parlò con un sottile malcelato fremito, la sua voce era soave e delicata:

“Mio buon giardiniere, ora i miei frutti sono pronti, puoi assaggiarli se desideri, condividi con me questa gioia e sii felice per me.”

“Lo sono”, rispose onorato il giardiniere.

Il primo morso fu dolcissimo, pareva un miele, la polpa era lattea e vischiosa come quella del frutto del cacao, al suo interno vi erano semini scuri come quelli del kiwi, e la buccia tenera era bluastra, il secondo morso fu amaro, poi venne l’acido, il giardiniere comprese… eppure accettò la morte perché amava e rispettava la Terra.

“Ti ringrazio d’ogni cosa, per ciò che hai saputo darmi, tu mi hai donato l’amore per una terra…”

Non importa se si trattava di un abbraccio mortale, era comunque un abbraccio, il primo vero abbraccio in cui la Terra lo stringeva.

Non appena egli cadde al suolo, un cespuglio di rovi lo avvolse e iniziò lentamente a soffocarlo nella sua stretta, il giardinieri stava morendo felice, la terra lo abbracciava per la prima ed ultima volta.

“La tua speranza è stata dunque vana?Povero illuso mortale!” Indagò la terra con un sogghigno.

Egli capì che aveva coltivato ed amato un campo di piante carnivore. E tuttavia rispose:

“Terra, mio Lost Heaven, ti sono grato per quello che hai saputo donarmi, ora so cosa vuol dire amare una Terra.”

Ancora il giardiniere l’amava la onorava e la rispettava lasciandola libera di essere ciò che doveva essere e cioè se stessa, un campo di piante carnivore.

Risuonò una terribile risata mista a scherno e finta pietà come quando si schiaccia con la ciabatta un orribile scarafaggio.

“Come sei buono, gentile giardiniere!”

Queste furono le ultime parole della Terra che poi tacque per sempre, non venne un altro giardiniere e il terreno, non più curato, cadde in una profonda apatia. Non irrigato, in stato di totale abbandono, le piante carnivore avvizzirono e il terreno inaridì velocemente fino a divenire un deserto di polvere inerte.

Un giorno il Piccolo Principe si trovò ad attraversare questo spazio vuoto e desertico, l’eco vi risuonava vuoto e inutile, qualcosa luccicò tra le pietre appuntite, egli lo raccolse, era una targhetta metallica fragile come un foglio di alluminio, vi era incisa una dedica affettuosa.

“ecco, fu il pensiero del Piccolo Principe, le persone credono all’amore eterno ma poi d’eterno rimane solo la polvere…”

Egli ripensò all’amore per la sua rosa dalla quale egli era fuggito per non sentirsi soffocare e si domandò quale fosse il giusto modo d’amare. Egli era responsabile della sua rosa e se ne era andato…

Chiese dunque al serpente che tutto può di farlo ritornare alla sua rosa e accettò di morire per poter rinascere all’amore.

“E’ là. Lasciami fare un passo da solo”.
Si sedette perché aveva paura.
E disse ancora:
“Sai… il mio fiore… ne sono responsabile! Ed è talmente debole e talmente ingenuo. Ha quattro spine da niente per proteggermi dal mondo…”.
Mi sedetti anch’io perché non potevo più stare in piedi.
Disse: “Ecco… è questo qui…”
Esitò ancora un poco, poi si rialzò. Fece un passo. Io non potevo muovermi.
Non ci fu che un guizzo giallo vicino alla sua caviglia. 
Rimase immobile per un istante. 
Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. 
Non fece neppure rumore sulla sabbia.

Antoine de Saint Exupery

Avviso:

in questo racconto ho rielaborato una mia esperienza personale. Non esprimo alcun giudizio di tipo morale sul Giardiniere e sulla Terra, il tema di questo racconto non è il Bene e il Male (libero arbitrio umano), bensì il tema è l’amore e il rispetto della libertà dell’Altro da me.

La morte finale del Giardiniere, “cannibalizzato” dalla Terra che ama, è da intendersi in senso figurato e non ha valenza masochista. Il Giardiniere va oltre se stesso e nell’accettazione totale dell’altro per quello che è e nel rispetto assoluto dell’Altro realizza l’amore, acconsentendo a morire per rinascere garantendo alla Terra di essere se stessa, un campo di piante carnivore.

Non vi è alcuna condanna né nei confronti della Terra né in quelli del Buon Giardiniere.

Questo racconto rientra nella categoria delle mie conversazioni con il Piccolo Principe. Nella parte finale del racconto quoto il finale del cap XXVI, forse il capitolo più oscuro e controverso dell’immortale libricino di Saint Exupery. Credo che la morte stessa (suicidio o passaggio da uno stadio all’altro della Vita?)del Piccolo Principe tramite il Serpente sia da intendersi in senso figurato, una “morte” necessaria per rinascere all’amore e poter far ritorno alla sua stella e alla sua rosa.

Ovviamente ciò è soltanto una mia libera interpretazione sia della mia esperienza di vita e sia della mia lettura del Piccolo Principe e chiaramente resto aperta a qualsiasi altro, benvenuto e libero, punto di vista.

(foto Alexia 59200)

E’ davvero pura gioia…

Non conosco sulla terra gioia piu’ purache riposare quieto al petto della terra,

su un muro caldo lungo una strada polverosa,

quando sopra di me si estende l’azzurro piu’ intenso

e il mio desiderio sommesso e con un sorriso

anela a una felicita’ mai conosciuta.

Hermann Hesse

Quale Dio? Quale Uomo?

vivere la luce

 

Dobbiamo filtrare il nostro Dio attraverso l’esperienza delle vittime. È troppo comodo il «dio» che ci hanno iniettato: non scandalizza, non polemizza, non sciopera, rigetta gli spiriti ribelli. Uno che è per lo status quo non è automaticamente contro i popoli comprati e venduti come merce?

Ricerco Dio, percorrendo le arterie dei poveri. Pare contro quella versione di sé inscatolata, formalizzata, disimpegnata dei manuali. Loro hanno acceso in me la rivolta contro il dio delle istituzioni primo-mondiali, perché è «dai frutti che si conosce l’albero»: strutture di peccato, delitti sociali, un terzo alla deriva. Lui stesso s’è stancato di lasciarsi manipolare, perché sa di correre il rischio d’essere connivente col male. Ha rinunciato alla teologia e s’è fatto antropologia, pur di provare quello che noi – oppressi – proviamo. A me interessa un Dio indiscutibile, che non lascia margine alle sbavature della storia e del pensiero umano. Un Dio che non bara, che sta sul serio dalla parte dei poveri. Poveri anche di piaceri mistici. Un Dio palpabile, incarnato, storia, volto, braccia e (perché no?) labbra per baciare ogni figlio prodigo (immagina la festa quando torneranno a casa i popoli prodighi!). Questo è un Dio su misura anche per l’ateo, l’agnostico, il disperato, i dannati della terra. Un Dio che parla attraverso l’evidenza, reclamo! E Lui s’è fatto evidente attraverso le vittime. Puoi criticarle, ma non puoi negare la loro presenza. Forse all’evidenza si giunge attraverso la contemplazione?

Il dio dei ricchi non può essere quello dei poveri. Quello dei sazi deve essere il dio della coca-cola, un dio «usa-e-getta». Perfino i governanti ci tengono a nominarlo, farsi vedere praticanti: lo usano per farsi una buona popolarità e poi lo gettano quando firmano leggi inique, che sentenziano la Sua morte.

Il Dio degli ultimi è tutto inedito. Bisogna farlo emergere dalle lacrime e dal sangue.

Non credere sia sufficiente trasferire le tue sorelle nelle borgate romane. Quanti missionari sono partiti dal primo mondo e non sono mai arrivati col cuore nel terzo mondo! Ci arrivano con la testa, col loro dio e impiantano l’ideologia della «salvezza delle anime», dell’evangelizzazione dei pagani. E non si rendono conto che, spesso, il loro è un dio europeo. O il trasloco interiore è globale o si riduce a un cambiamento meramente geografico.

A contatto con le vittime (l’immondezzaio umano) il dio del seminario, il «mio dio» è andato in crisi con me. Le baracche di fango non facevano che rimbalzare il ritornello della vita conventuale: «Il primo bisogno dell’uomo è incontrare Dio». Come parlare di Dio su una terra nella quale l’uomo è trattato come uno straniero? Fare qualcosa per lui senza umiliarlo, senza sostituirsi al popolo, al quale spetta, prima di tutto, risolvere i problemi dei suoi figli? È con le leggi, non con le elemosine che si risolvono i problemi del mondo! Nessuno può sottrarre al popolo le sue responsabilità. Quante volte ho aiutato i poveri! È gratificante! Ma quando più ne aiuti, più ne vengono ad invadere la tua anima, che fai? Come trovare Dio in situazioni di emergenza imposta, di calamità procurata? Come può il Figlio dell’uomo fare propria l’esperienza collettiva di popoli schiavizzati? Il Cristo si identifica non solo con la vittima singola, ma anche con i popoli sfruttati come animali da soma. Egli si perpetua attraverso le vittime di tutti i tempi per completare ciò che manca alla sua pienezza. La nostra è la spiritualità del conflitto: come convivere tra vittime e carnefici? Come amarli tutti e due?

In fondo il copione ha ragione: «Incontrare Dio è il primo bisogno dell’uomo».

Quale Dio? Quale uomo?

Pretendi forse che, a chi mi chiede un piatto di cibo, dia un facile dio, un piatto di sana dottrina o di ostie? Sono stato mandato ai pagani per portare un dio ufficiale. E, quando sono sbarcato nell’inferno dei dannati della terra, mi sono accorto che Lui era già là. Al di là del libro dei battezzati, al di là delle etichette, al di là dei registri canonici. Era là ad aspettarmi: «Fratello! – sussurrava – vuoi stare dalla nostra parte? scendi dal piedistallo del tuo “stato di perfezione”; rinnega il tuo privilegio di “santa povertà”; rinuncia alla tua casta. In estrema necessità si è tenuti a correre tutti quanti per spegnere un incendio, per arginare un fiume in piena. Vuoi incontrare Dio? Devi attraversare le nostre lacrime, le nostre disperazioni, le nostre croci».

Quale Dio? Quello che chiacchiera, condanna a voce i sistemi economici ingiusti, ma non muove un dito per «convertirli»? Non siete anche voi – cristiani – oppressori delle minoranze religiose, fondamentalisti, settari, proselitisti?

Quale il primo bisogno di un denutrito, di una moltitudine di malati per fame? Anche loro hanno il diritto di incontrare Dio. Dove se non dentro di sé, nelle loro stigmate?

«La vita consacrata afferma il primato di Dio e lo annuncia». E quale il primato per un anemico, per chi vive con i vermi, per un abbandonato? Credi che Dio sia così crudele da dire che è Lui il primo bisogno per i miserabili, come un bambino capriccioso che vuol essere a tutti i costi il primo della classe? Perché separare ciò che Lui ha unito, Dio-uomo, Dio-sua immagine, Padre- figli? Forse che un papà davanti ai figli affamati può dichiararsi «il primo»? Gli antichi, benché pagani, hanno raccolto il suo messaggio: Primum vivere, deinde… tutto il resto. Il primo bisogno di chi ha fame è il pane. Ecco perché Dio l’ha scelto come sigillo della storia (Mt 25). Gesù ha celebrato la festa del pane non per fare della poesia, del cultualismo festivo, ma per consumare con gli amici la gioia della condivisione: «Io mi faccio pane per te e tu per me. Prendi e mangia, sono io». L’Eucarestia, prima di essere un rito religioso, è un bisogno che Dio è venuto a celebrare con l’uomo.

E il primo bisogno di Dio? Correre incontro ai popoli prodighi, chinarsi sulle religioni prostituite, abbracciare le razze calpestate, baciare le stigmate dei popoli crocifissi. Da dove parte Dio? Da una culla, da tutte le Betlemme della storia, dalle cose piccole e insignificanti per il mondo: un agnello, un bambino, un atomo, un popolo perduto e indebitato.

Se ti trovassi su una zattera alla deriva, quale il tuo primo bisogno? Che cosa vorresti sentirti annunciare? la fuga mundi, la «salvezza dell’anima»?

II primo bisogno di Dio e dell’uomo non è forse quello di salvare la specie umana? O gli stati di perfezione si confrontano con le vittime, con la vita in pericolo sul pianeta, oppure diventeranno sale insipido.

Fausto Alberto Marinetti da Ai Confini di Dio

Un fiore prepotente

baobab

Da argilla desiderai farmi vaso

e raccogliere terra per una radice,

farsi vaso presuppone il fermarsi,

e io che avevo sempre avuto una naturale propensione per il viaggio,

mi fermai per diventare vaso.

Incontrai un fiore strappato

le radici nude, sofferenti,

ne ebbi compassione,

lo raccolsi, mi feci vaso per lui.

Il fiore si rianimò,

ed io presi ad amarlo di tenerezza,

a pensarlo curarlo e a coltivarlo,

ma ben presto egli si fece forte

ed ebbe il sopravvento su di me.

Infilò il suo fittone fin dentro al mio cuore,

vi si conficcò ben saldo,

ed iniziò a succhiare avido

via tutto il sangue,

prosciugò il mio cuore,

fece arido deserto dell’amore.

Infine il fiore prepotente ebbe abbastanza energia

per sradicarsi dal cuore che lo aveva accolto,

con tutta la terra insieme

riuscì a strappare via il cuore dal mio petto.

Il fiore crebbe divenne un albero,

come il baobab del piccolo principe,

tra le sue radici ben stretto

tenne il mio cuore macilento.

Non avevo più un cuore,

ero diventato sì un vaso,

un vaso vuoto,

senza terra,

senza storia,

senza tempo

senza viaggio.

Il Dio dei poveri

alba

Il Dio che i poveri rivelano è pratico: se ne intende di riso e fagioli. Cristo è uno che si fa toccare con le mani; uno che entra nella tua vita con le carte in regola: le stigmate del dolore. È uno che sa piantare foreste, mari, stelle, albe e tramonti. Uno che ha riempito la terra di mele e di banane, di colori e di note. È uno che senti tra i denti quando mangi un frutto, la luce, la musica; quando ti nutri d’umanità. Io lo conosco solo attraverso la materia, la carne, un tessuto di cellule e di elettroni, lo stesso che veste me, la luna, il sole …

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

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