Buggies pronti al via…

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Praia di Morro Branco, Beberibe nel Cearà (Brasile), buggies pronti per l’escursione!

(5 marzo 2005)

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La Lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente.

La Lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente. Si tratta di una lettera che io ricevetti da mio zio quasi venti anni fa in un periodo in cui regnava il vuoto della mia vita, è una lettera d’amore per una nipote e l’umanità . Le parole chiave della vita di mio zio sono sempre state condivisione e comunicazione, lui è uno scrittore e un giornalista, un fotografo e un frate cappuccino, quasi 47 anni fa lui mi ha battezzato e poi è partito per conoscere ed abbracciare il mondo, e mentre lui era missionario in Brasile dove la morte è cosa banale, e io che allora avevo 27 anni e mi sentivo così estranea alla vita gli scrissi e lui mi rispose in questo modo:

Imperatriz 24.03.1995

Cara nipote, sono tornato all’alba e ho trovato la tua che m’aspettava. Come sto? In questi giorni con una gran diarrea che mi butta giù! Torno da Belem dove sono stato ad aiutare un regista a fare un documentario sui ragazzi di strada… ecco come sto: i viaggi mi fanno vivere, mi ossigenano l’anima… Anch’io provo una certa incomunicabilità: da dove cominciare, dove trovare le parole per comunicare un’esperienza? A me succede il contrario: io so che cosa ci riempie, me lo ha insegnato la vita, non i libri, non le persone. Le persone fuori dal comune, al massimo, riescono a comunicarti il loro cammino, come è avvenuto il fenomeno. Ma l’esperienza di uno è sempre unica e irripetibile, ognuno deve camminare con le proprie gambe. Dunque il massimo che posso fare è mettere in comune l’itinerario percorso, niente altro, e se guardo indietro alla mia vita devo ammettere che il mio carattere era molto simile al tuo. Ho incominciato a vivere veramente quando ho incontrato don ****, primi anni 70, lui aveva quel pane che mi sfamava, aveva il dono di farmi sentire vivo, di farmi credere che valeva la pena spendere la vita per qualcuno. E tu che scrivi “e non sopporto più di non toccare altro che il vuoto di me”, ebbene io ti auguro di toccare il fondo, di esasperarti sul fondo di te vuoto: solo tu puoi fare il salto. Che cosa è il salto? il fidarsi, di sé e degli altri; di sé prima ditutto, poi degli altri; GLI ALTRI SONO IL PIENO DI NOI, GLI ALTRI FANNO IL PIENO DI NOI STESSI. Parole cifrate? Niente affatto e quando non dirai più come si fa sarai sulla strada giusta. Ed è un processo che si rinnova sempre nella vita; uno non potrà mai dire ora ho imparato il trucco, ho la soluzione in tasca, ogni volta bisogna rifare la tela di nuovo. Quando nella mia vita è apparsa R., la drogatina, ho ricominciato tutto di nuovo, perché era il nuovo che rompeva il mio guscio e mi imponeva di ricominciare . Poi un’altra rinascita quando sono venuto tra le vittime del terzo mondo e a tutt’oggi mi sembra di essere sulla soglia di un’altra tappa della mia vita: non è facile muoversi perché non esiste una mappa, tutto è sempre nuovo. Sempre bisogna ricominciare da capo, la lezione della vita non la si impara mai abbastanza e mai definitivamente. Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia. Tu dici “non riesco a concepire e sentire l’esistenza di un altro”, a me succede il contrario, non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare.. Scrivi ancora “non so da che parte uscire…”, smetti di pensarlo ed esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura , scrivi ancora che sei “anelante a vivere ma con la paura di non riuscirci; vorrei tanto mettermi alla prova ma temo di non poter sopportare la realtà e gli altri e di non esserne in grado” Butta via questi pensieri, perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio? A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perchè tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno. Tu scrivi “temo di poterti deludere quando ci incontreremo”, non sono mica un giudice io. Un amico accetta l’altro come è, se fa qualcosa per farlo sentire diverso è già fuori dall’orbita dell’amicizia, non avere paura neppure della realtà diversa dalla tua: credo sia più facile di quello che credi, basta predisporre il cuore a fare ginnastica di ascolto, di capacità di accoglienza dell’altro come l’ALTRO. Il primo passo per varcare la soglia si fa quando qualcuno vi prende per mano. Io ho avuto don ****, la drogatina R., le vittime del terzo mondo e oggi i bambini delle favelas. È solo per questo che t’ho offerto una mano amica, al di là di ogni considerazione di successo o insuccesso. Uno per esempio mette al mondo un figlio prescindendo da tutto quanto, perchè è amore gratuito, non mira alla ricompensa, al contraccambio, lo stesso dovrebbe essere tra due che si amano… e poi alla fine ti accorgi che il mestiere più difficile è fare l’uomo, amare gli altri. Non ci hanno educati a renderci conto che tutti gli altri hanno bisogno di ciò che abbiamo bisogno noi, quindi la misura del come rapportarci è dentro di noi, non si tratta di una cosa astratta o difficile tanto meno impossibile. Forse dovresti cominciare ad amare te stessa, come sai scoprire il bello della natura, così devi cominciare a scoprire il bello di te. Come fai ad essere tanto sicura che non avrai figli? Perchè ti escludi questa esperienza che rasenta il mistero? E lodici con tale amarezza! Tu scrivi “non appena provo a mettere latesta fuori dal mio mondo resto delusa” e che importa? Questo può impedirci di tentare e ritentare a fare con quella fragile argilla che siamo noi un capolavoro? E se da noi venisse fuori una semplice brocca non sarebbe già una soddisfazione quella di essere utili a qualche cosa? Mi viene un dubbio:forse tu provi in momenti brevissimi le vertigini degli ideali più belli, ti sembrano irraggiungibili e quindi ti viene da rinunciare in partenza: come la volpe che diceva che l’uva non era matura solo perchè era troppo alta… se una cosa è troppo alta per me farò di tutto per crescere per potenziare la mia umanità, elasticizzare i miei sentimenti e i miei sogni fino a quando ci riesco, non ti pare? Nipote non aver paura tu sei molto meglio di quello che ti dipingi: ognuno di noi porta il negativo di sé ed è solo con il negativo che si può ricavare il positivo. Guai a disprezzare il negativo le ombre le tenebre. Non servono anche queste per dare risalto alla luce? E allora tira le conclusioni. Ad ogni modo sappi che io sono sempre disponibile, poi le cose, le vicende, gli avvenimenti ci aiuteranno a far maturare lesituazioni e le scelte; non credere che io sia esente da dubbi paure e interrogativi. Il viaggiatore fuori di me mi crea un fenomeno strano, mi aiuta a circolare sempre di più nelle mie vene, a scoprire il mio io più profondo, a far emergere quello che sogno di me: un uomo universale, un uomo che vive per portare tutti gli altri nel suo essere, nel suo intimo. Percorrere il mondo per me non è altro che sentirisi scorrere nelle vene l’umanità, ogni popolo è come una conchiglia sigillata il cui mistero m’attira. Mi affascina perché intuisco che mi arricchisce, mi alimenta, amplifica il cuore e i polmoni dell’anima. L’UNICA COSA CHE CI FA VIVERE E’ VIVERE ! Uscire dal guscio dei piccoli problemi personali, pensare in grande, buttarsi nella periferia di noi stessi. Ognuno di noi è come un mulino che ha bisogno delsuo grano da macinare, più il grano è di qualità, migliore è il prodotto finale, ecco perchè il mio mulino ha bisogno di esperienze umane. Quello che non puoi più permetterti è di non vivere, io non te lo permetto, non puoi condannarti a vivere contro la tua volontà, non ci è lecito negarci, occorre fare di tutto per dare corpo all’intuizione che noi portiamo in fondo al nostro essere. Se la barca rimane legata alla riva anche da un solo filo di rete non potrà mai prendere il largo. Ti ho pensato anche nei miei viaggi e ho desiderato scriverti ma fatico a scrivere senza un intreccio un dialogo. Ad ogni modo stai serena ed anche sicura che lo zio ti vuole bene. Non aver paura di buttare l’anima oltre gli steccati, gli ostacoli e le barriere. In fondo certe delusioni della vita servono a renderci conto che solo chi ama in grande pensa e agisce in grande; ti abbraccio tuo Zio Fausto.

7-al mercato di Itapoan

Frutta e verdura nei banchi del mercato di  Itapoan, Salvador do Bahia, Brasile

6-al mercato di Itapoan

alla scoperta di nuovi sapori e profumi al mercato Itapoan, Salvador do Bahia, Brasile

Cartoline da Penedo

Immagini della cittadina coloniale di Penedo sul fiume san Francisco, Alagoas, Brasile

Anestesia generale : Carnival !

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foto da Pixabay di KRiemer

Anestesia generale ovvero il Carnevale in Brasile.

Fortaleza 6 marzo 1984

Per quattro giorni tutto chiuso, tutto bloccato.

Il Brasile vive il suo Carnevale.

Quattro giorno di follia, intitolano I giornali. Anche per I poveri. Specialmente per I poveri, perché I ricchi hanno mille altre distrazioni.

Ho tentato di capire, ma ci ho rinunciato. Qui il Carnevale non è un concetto ma una realtà che va oltre ogni logica, ogni visione razionale. Televisione radio giornali tutto è in funzione del Carnevale. Siccità. Flagelli, debiti con l’estero, elezioni, ecc, tutto rimane nel cassetto. Quello che conta è ballare, saltare, lasciare libero corso alla fantasia, sognare tutti insieme con l’aiuto della musica, della birra, della casciassa.

Nelle grandi città il Carnevale è commercializzato in funzione del turismo e del consumismo. La cosa più genuina non sono le sfilate dei carri allegorici e delle scuole di samba in competizione, ma I gruppi spontanei che scendono in strada vestiti di stracci per dire con tutto il loro corpo che esistono anche loro. Anche loro hanno il diritto di sfilare sotto gli occhi della storia.

Qui, nella capitale del più grande flagello che esista (28 milioni di nordestini sono colpiti dalla siccità), è impossibile spiegare la profusione di luci, di suoni, lo sfoggio dei costumi. Neppure l’opposizione si lamenta. E che? Vorreste togliere ai miseri anche questo piccolo analgesico?

Mi sono immerso nel cuore, nelle viscere del popolo danzante. Travolgente! Fiumi di birra. Musica assordante. Una sagra popolare. Uomini donne bambini anziani ci sono tutti all’appuntamento, alla festa del popolo. Qualcosa di ancestrale. Forse una religiosità naturale, sotterranea, che unisce tutti. Erano questi gli unici giorni in cui gli uomini si sentivano uomini? E’ bello vedere tanta gente riunita. Tutti legati dallo straordinario potere della danza!

Molti poveretti risparmiano tutto l’anno per comprarsi il vestito di Carnevale. Un miraggio in mezzo a 361 giorni di deserto? Oppure un sorso di speranza?

Da L’olocausto degli empobrecidos di F. A. M.

Visitare Ilheus, capitale del cacao e città di Jorge Amado, stato di Bahia, Brasile, gennaio 2008.

bar vesuvio  Ilheus
“Vim prá’qui aos quatro anos. Aqui transcorreu a minha adolescência, vivi minha infância, corri nas ruas solto, livre, capaz de amar a liberdade sobre todas as coisas, pois a primeira lição que recebi desta terra foi a lição de liberdade. Ilhéus não é apenas uma bela cidade do sul da Bahia, com a tradição de luta, de violência, de vida espantosamente vivida. Ilhéus é bem diferente, é bem mais que isso. É a transformação de tudo isso em criação.”(Jorge Amado)

Ilheus 1
Ilheus significa letteralmente isole, quale nome più suggestivo per una città? e se poi aggiungiamo che è stato un porto importante, oggi scalo di navi da crociera, principale centro della produzione del cacao, luogo d’infanzia di Jorge Amado, si capisce perché non potevamo non visitarla.
Davanti alla spiaggia centrale vi è una piccola isola verde e selvaggia, dalla spiaggia guardando la città troneggia su tutto la chiesa di Sao Sebastiao contro il cielo azzurro e profondo di nuvole.
Il volo del 18 gennaio da Malpensa a Salvador, via Natal, è stato ottimo, il trasferimento in taxi dall’aereoporto alla rodoviaria dei bus è facile, siamo sbarcati alle ore 21 e subito alle ore 22, 50 saliamo su di un autobus semileito, destinazione Ilheus.
Guardando fuori dai finestrini del bus alle prime luci del mattino, sembra che il sole brasiliano ci abbia abbandonato, c’è una nebbiolina bassa e goccioline di umidità sono condensate sui vetri, pare quasi l’inizio di una giornata autunnale.
Una volta arrivati ad Ilheus l’umidità evapora, il cielo si pulisce e assume quel bel colore azzurro tipico di Ilheus.
Ci sistemiamo rapidamente alla pousada Encontro das Aguas sul lungomare della Praia do Cristo e usciamo subito a fare una passeggiata verso il centro per orientarci.
Alle ore 8, 30 di sabato mattino del 19 gennaio 2008 la piazza della chiesa di Sao Sebastiao con i tavoli all’aperto del bar Vesuvio è avvolta in un perfetto silenzio e in una pace assoluta, non c’è traffico, il sole illumina dolcemente la chiesa e la spiaggia, l’aria è dorata, lentamente aprono i negozi del centro, la gente si mostra per le strade, il via vai accresce, oggi è festa!
Que som é esse mano?
Que o povo tá dançando?
Que vem de lá prá cá?
É um som diferente
Que alucina a gente
E faz dançar…

É uma mistura de tambor
Violino e agogô
Que não deixa ninguém parado
Lá no fundo tá rolando
O som que vem empurrando
É o berimbau metalizado…
(berimbau metalizado, Ivete Sangalo)

ilheus
Un battere di tamburi, musica sparata a tutto volume, seguiamo il suono e raggiungiamo la piazza vicina, c’è una squadra colorata di percussionisti con i tamburi e gli atabaques pronti a dare il ritmo alla processione che si sta preparando, un camion corredato da casse amplificate li seguirà; si addensano in gruppetti le donne bahiane, nonne con le nipotine, indossano inamidati abiti di pizzo bianco, la teste sono avvolte in scialli bianchi lavorati a mano e recano anfore con fiori azzurri bianchi e gialli, hanno lunghe collane di perline colorate rosse e blu, sottobraccio hanno una scopa per il lavaggio rituale dei gradini della chiesa; jogadores do capoeira si esibiscono in evoluzioni al suono del berimbao, che è un arco musicale, accompagnato dal pandeiro, un tamburello a sonagli, e dal reco reco, una specie di “raspa” di legno.

Un jogador do capoeira in divisa, pantaloni bianchi e il cordel , cioè la cintura fatta di una treccia di nove fili, torso nudo, capelli rasta, 25 anni, ci invita alla festa, si chiama Moreno ma il suo nome d’arte è Boca Preta.

La lunga processione, a cui mano a mano si aggiunge una folla infinita, si snoda per tutta la città, camminiamo ore sotto al sole, compriamo anche le magliette della festa, lavagem do Sao Sebastiao 19-01-2008, i jogadores do capoeira compiono evoluzioni mentre le baiane in bianco invadono la scalinata della chiesa, rovesciando il contenuto delle loro anfore, acqua profumata e fiori sui gradini, e poi con la scopa iniziano a pulire energicamente i gradini, le mae de santo versano in una sorta di rito battesimale l’acqua sulla testa dei presenti, anche sulla mia, (c’è sempre bisogno di una benedizione in più), infine arriva il camion – cisterna che spara con gli idranti sulla folla entusiasta cannoni d’ acqua con la musica a pieno volume, mentre i tamburi ora sono al riparo in un angolo sicuro della piazza, i percussionisti si bagnano in mezzo alla folla, la processione e il lavaggio sono terminati, ritorniamo stanchi alla pousada, quella sera nella stessa chiesa ci sarà la celebrazione di un matrimonio.
Con Boca Preta e un suo amico ci troviamo a cena e ci accordiamo per la gita dell’indomani alla Lagoa Encantada.
Il giorno seguente con un taxi ci fermiamo in località Joja do Atlantico, alla casa di Maria che Boca Preta ci presenta come sua esposa.
Maria ha 50 anni, è nata a Malaga e fino a poco tempo fa viveva a Maiorca, dopo il divorzio è fuggita in Brasile e ora sta per ottenere la cittadinanza, ha comprato un lotto di terra di fronte al mare, ha costruito questa deliziosa casetta in cui al mattino entrano gli ucccellini cinguettando, ci racconta orgogliosa che sta per diventare ufficialmente brasiliana, una delle sue tre figlie già vive in Brasile, un’altra la raggiungerà, sta progettando di ampliare la sua casa per aprire una pousada.
Riprendiamo insieme il taxi fino ad un piccolo porto sul fiume Almada da cui si prende una lancia per raggungere le 2 cascate che costituiscono la lagoa Encantada, alla seconda è possibile fare il bagno in un ambiente incantato come dice il suo nome.

lagoa encantada
La lagoa è abbracciata all’intorno da una fitta verde foresta. Le rocce sono nere e l’acqua ha una colorazione scura per via dei sali minerali che vi sono disciolti. La cascata degrada dolcemente in piccoli sbalzi.
Tra le rocce e gli spruzzi Boca Preta bacia sulle labbra la sua Maria, prima Maria sulla barca mi ha confidato che lei lo sa che lui è solo un ragazzo, che ha la metà dei suoi anni, che potrebbe essere suo figlio ma ne è innamorata e non le importa quanto e come durerà, lei ora è felice e della sua felicità non ha vergogna.
Pranziamo insieme un ottimo pescado al ristorante presso il porticciolo, Boca Preta si addormenta appoggiando la testa come un bambino sulle ginocchia di Maria, lei lo guarda e sorride dicendo ‘ ieri alla festa si è stancato, giovane amore mio’.
La notte il lungomare di Ilheus si anima di bancarelle di cibo di strada e di generi vari, sulla spiaggia c’è una fiera dell’artigianato e prendiamo due fette di torta al cioccolato fatta in casa dalle bahiane, una delle più gustose torte al cioccolato che ricordiamo di avere mai assaggiato. Come potrebbe essere diversamente: Ilheus è la capitale del cacao!
L’indomani con un bus raggiungamo località praia do norte per visitare la fabbrica di chocolate caseiro di Ihleus, il piccolo edificio assomiglia ad uno chalet svizzero, la fabbrica non si visita, dalle due finestre esterne si possono vedere le abile artigiane, in guanti e cuffietta, confezionare a mano uno per uno i cioccolatini come dentro ad un quadro, nell’annesso negozio ci concediamo una mini degustazione. Prima di far ritorno in città passeggiamo lungo alla spiaggia di Praia do Norte, è alta marea e le onde sono forti e fragorose, al di là della strada ci sono povere case con piccoli cortili che si affacciano su un rio, adulti che giocano a carte e bambini che giocano con dei gattini, un bambino si accorge di noi, ci sorride e ci mostra un gattino, ecco che arriva il bus direzione Ilheus.
Ci sono ancora un paio d’ore prima che faccia buio, decidiamo di scendere alla praia di Sao Miguel in periferia della città, attraversiamo un ponte, la spiaggia è là con le sue palme, solitaria e bella come un miraggio, all’apparenza tutto è tranquillo, ci affacciamo sul ponte : la favela colorata è adagiata lungo al fiume là sotto, tra tetti di eternit, baracche improvvisate, confusione e sporcizia, ma al contempo è quasi una visione idilliaca.
Una signora con un bambino ci viene incontro dall’altra parte del ponte e ci blocca dove state andando?, ci dice con tono allarmato, tornate subito indietro, questa è una favela e la spiaggia non è sicura, vi lasceranno entrare ma uscirete in mutande, vi scongiuro andate via. Seguiamo il suo consiglio, riprendiamo il bus e scendiamo a praia do sul, nei pressi di un mega complesso alberghiero , è quasi l’imbrunire e ragazzi appaiono e scompaiono tra le dune, anche qui non è per niente sicuro, meglio tornare in centro.
Ancora un altro giorno a Ilheus, visitiamo l’ ecoparque di Una, 45 km a sud di Ilheus, importante per la presenza del mico leao da cara dourata, una piccola scimmia con una piccola criniera simile a quella di un leone, minacciata di estinzione, che però non riusciremo a vedere.
L’ andata è in taxi , l’appuntamento con le guardie ecologiche è alle 10 all’ingresso, il taxista ci lascia qui sulla statale, c’è un piccolo riparo, inizia a piovere sempre più forte, sempre più fitto, poi finalmente ci viene a prendere un camioncino trasformato in bus con alcuni sedili, la strada sterrata è in pessime condizioni, tutta buchi e sobbalzi , sono 6 km sotto alla pioggia, fortunatamente non appena arriviamo smette di piovere così possiamo iniziare la visita.
Per primo osserviamo l’estrazione artigianale della gomma naturale, il caucciù, dagli alberi di seringuera, si incide la corteccia da cui fuoriesce un liquido bianco che viene raccolto in una ciotola.
ecoparque de UnaLa particolarità di questo parco sono le passerelle sospese a 20 metri sopra alla foresta tropicale, sostenute da maglie in acciaio, si cammina in mezzo agli alberi, in un tempio verde pieno di vita.
Camminiamo anche lungo corso di un rio, raggiungendo una piccola cascata, la lu
ce del sole filtra tra le foglie sul’acqua, un momento di pace e silenzio. Ritorniamo alla struttura base in muratura, c’è un porticato con dei tavoli e delle panche, intorno ci sono alberelli con fiori e meline, da cui gli uccellini come il colibri e il tio sangre vengono attirati.
Il camion ci riaccompagna all’uscita dove aspettiamo il bus per Ilheus, scendiamo ad Olivença, centro d’ acque termali, con la bella spiaggia di Batuba, che ha un tappeto erboso che arriva fino quasi alla battigia, qui troviamo, mezza sprofondata nella sabbia , una composizione di candele del candomblè, un’offerta a Jemenjà, che disseppelliamo e metteremo in valigia.
Non mancate di visitare una piantagione di teobroma cacao, il centro del Ceplac e il centro per il recupero dei bradipi della biologa Vera de Oliveira, e di fare una gita a Castelo Novo con la guida Ivanildo e i suoi figli, e la notte di rivivere i fasti dello storico locale del Bataklan, di cui ho già raccontato in precedenti articoli.
Da Ilheus la meta successiva è Itacarè con spiagge e cascate fantastiche, ideale per gli amanti del surf e del trekking.

Una visita particolare. (Rio de Janeiro, Brasile), giugno 2008.

Al santuario delle pietre preziose, gioielli e minerali, da Stern, (Rio de Janeiro, Brasil), giugno 2008.

Avevo letto sulla lonely planet, la mia bibbia,( in Italia di giorno l’avevo sempre con me in borsa e la sera sul mio comodino) , che una visita al negozio di Stern a Rio era una cosa imperdibile e così una mattina ci presentammo da Stern senza né telefonare senza né prenotare, appena entrammo ci rendemmo conto di aver commesso due piccoli non trascurabili errori, il primo errore era il nostro abbigliamento poco consono, eravamo vestiti da mare, bermuda e canottiera e sandali, anzi eravamo anche un poco insabbiati, a Copacabana un’onda malefica aveva cercato di inghiottirmi a tradimento mentre passeggiavo e nella furia di scappare ero caduta e l’onda aveva tentato di risucchiarmi via in quel mare grigio azzurro e plumbeo nella giornata nuvolosa, il secondo errore fu che non avevamo nessun invito e non alloggiavamo in un 5 stelle e nemmeno in 4 stelle bensì in un ostello in un favela. Oggi ha cambiato nome e si chiama Lisetonga Hostel, Ladeira Ari Barroso, Casa 15, Leme, allora era gestito da un ragazzo svizzero, simpatico e spartano.

Eravamo al termine del nostro viaggio, avremmo trascorso gli ultimi giorni a Rio prima del volo di ritorno, uno dei principali problemi nella pianificazione del viaggio era stato appunto dove avremmo dormito a Rio, gli hotel a 4 e 5 stelle di Copacabana non sono sicuri, i male intenzionati si appostano all’uscita dall’ hotel e poi ti assaltano, oppure ti entrano in camera a rubare, gli ostelli mi parevano la soluzione più sicura ed economica, ne studiai alcuni per prezzo posizione e qualità dei servizi, alla fine scelsi un piccolo ostello sulla collina sopra Leme, che è la naturale continuazione di Copacabana, le sue recensioni erano ottime, il proprietario era descritto come un ospite perfetto, gentile e disponibile, e dalle foto l’ostello era fantastico con ampi spazi e una vista straordinaria, diceva che si trovava in una favela dalla gente accogliente e tranquilla, e così prenotammo lì.

Il taxista non conosceva il posto e dovemmo insistere non poco perché ci accompagnasse sul morro (collina)  della favela Babilonia, ci disse ma lo sapete che questa è una favela, lo sapete cosa è una favela, lo sapete che c’è la guerriglia, lo sapete e lo sapete….

Giungemmo davanti al cancello chiuso dell’ostello e la prima occhiata non fu positiva, vi erano accumuli di sacchetti dell’immondizia, (tra poco sarebbe passato il camion della nettezza urbana a caricarli), ed io non ero più tanto sicura della mia scelta al punto che supplicai il taxista di aspettaci un minuto e se nessuno fosse venuto ad aprirci saremmo scesi insieme a lui, il taxista disse ok ma solo un minuto, qui io non ci resto un minuto di più, tà muito perigoso, io risposi tà bon, espera o minutinho, por favor.

Suonammo il campanello, l’ansia e la paura aumentavano al trascorrere dei secondi, più mi guardavo attorno più il luogo mi sembrava pericoloso, ma una voce ci rispose quasi immediatamente, un ragazzo giovane alto magro dal viso molto simpatico venne ad aprirci e ci sorrise, ogni mio dubbio sparì all’istante e feci cenno al taxista che era tutto ok, noi ci fermavamo lì.

“Ma quanti bagagli avete?”, si sorprese divertito il nostro ospite, io di solito giro con uno zaino, “eh caro, io risposi, anche a me piacerebbe girare con uno zaino leggero ma poi le sabbie per la mia collezione e i pezzi di legno e le conchiglie e i minerali dove li metto?”

Comunque fu molto gentile e disponibile come da recensioni, e anche l’ostello era fantastico, si trattava di casa anni 60 con molto stile, c’era poca gente essendo bassa stagione, un’ampia sala di ricreazione con computer e tv e stereo, una cucina maiolicata con frigo a nostra disposizione, e una grande terrazza sul tetto con una splendida vista, specie di notte, la camera non era proprio quella della foto ma era tranquilla, senza rumori molesti, e sicura, il bagno in comune era immenso anche se un poco sporco, va bhè a me basta che l’acqua sia calda o caldissima, discreta posizione per raggiungere le attrazioni della città.

E la favela Babilonia?

la favela era all’apparenza tranquilla, probabilmente proseguendo sulla collina le cose sarebbero cambiate ma qui era ok, poco più su vi era un posto di blocco della polizia e a nord la favela era chiusa da una zona militare con filo spinato.

Il proprietario dell’ostello ci disse che ci avrebbe accompagnato giù a piedi fino a Leme così tutti ci avrebbero visto in sua compagnia e avrebbero saputo che eravamo suoi ospiti, e non c’era pericolo di aggressioni o di scippi, tà tranquilo la gente è boa, qui ci vive povera gente che lavora onestamente ma non può permettersi alloggi o affitti costosi. Da Leme per salire all’ostello vi era anche un servizio di moto taxi ma noi la facemmo sempre a piedi di giorno e di sera max le 22, la notte tardi non uscimmo mai, gli altri ospiti ci invitarono ad andare con loro nei locali della Lapa ma sinceramente dopo aver camminato tutto il giorno tra Jardim botanico, Cristo Redentor, Corcovado e pao do Azucar eravamo stanchi e così l’ostello di notte era tutto nostro e potevano andare dove volevamo, dal tetto la vista notturna era splendida: Rio ci circondava da 3 lati , con le sue piccole luci delle favelas e le grandi luci dei viali e il Cristo Redentor che troneggiava da lassù protettivo, la città così illuminata ci apparteneva.

Il proprietario lasciava le finestre spalancate e la porta della terrazza sul tetto era aperta, anche al mattino noi eravamo soli in cucina, eh gli altri dormivano ancora dopo la nottata a Lapa, c’era un bicchierino di vetro dello yogurt con il bicho preguiça e io me lo misi in valigia (mi piaceva e non sapevo dove comprarlo).

Una mattina scendendo a Leme trovammo un sagui morto stecchito da scarica d’alta tensione, una signora disse oh povero piccolino, poco più giù c’era anche una scuola di capoeira e sulla spiaggia la notte giocavano le squadre di calcio dei bambini, una sera cenammo al miglior ristorante di Leme spendendo pochisssimo e un’altra sera andammo al sindacato do Chopp ( è la birra) e un’altra sera passeggiammo in centro fino alle nove, dopodichè è meglio rientrare, poche ma essenziali le precauzioni, essere vestiti semplicemente non ostentare orologi o macchine fotografiche, tenere pochi soldi in tasca e stare in mezzo alla folla, non prendere vicoletti.

Bene eccoci da Stern, nonostante fossimo vestiti da pezzenti e non disponessimo di invito contrassegnato dal circuito di hotel a 4 e 5 stelle, alla reception ci ammisero al santuario dei gioielli delle pietre preziose e dei minerali. Dapprima si visita il laboratorio da cui si è separati da un vetro, e tabelle spiegano le varie fasi della lavorazione, al termine vi è una hostess multilingue che ci accoglie e ci conduce in una sala e ci fa sedere in un tavolo e ci chiede a che pietre saremmo interessati, che pietre vorremmo visionare. Io, un poco in imbarazzo, mi guardo attorno e vedo seduti ad altri tavoli facoltosi acquirenti, elegantemente vestiti, vedo anche quello che mi sembra uno sceicco, vedo la ragazza d’alta società che è venuta a scegliere insieme al fidanzato il brillante, ed io penso ed ora come facciamo ad uscire di qua?

“Allora cosa volete vedere?” , ci ripete la commessa estraendo dal tavolo vetrato un vassoio di preziosi misti, io prontamente rispondo che sono interessata al topazio imperiale, eh certo ad uno dei preziosi più pregiati e costosi, il loro prezzo dipende dal loro colore che va dal rosa sbiadito al rosa rosso, quanto più il colore è intenso più il prezzo sale. La nostra commessa è molto gentile, sorride o ride, deve avere intuito che di soldi noi non ne abbiamo e così ci dirotta in un’altra sala, quella dei gioielli, c’è la linea più classica e quella ispirata agli indios, noi ci profondiamo in mille complimenti, magnifico stupendo favoloso, “quale vuoi provare ?”, mi chiede la signora mentre un cameriere dai guanti bianchi ci serve un aperitivo.

“no senti”, le risponde mio marito con la sua parlantina che incanta le persone,” tu sei molto gentile ma noi eravamo solo curiosi di visitare Stern, per noi è un mito, la nostra vacanza sta per terminare e abbiamo finito i soldi…”

“Non fa niente, voi siete molto simpatici, tornate a trovarci ogni volta che lo desiderate!”

E così caduta la maschera beviamo anche un secondo aperitivo e ci intratteniamo a chiacchierare con lei, ci racconta che la vita a Rio non è più così tranquilla come una volta e che lei inizia a temere per il futuro dei figli, noi le facciamo notare che lavorare da Stern è un’ottima cosa, lei dice di sì e ci accompagna all’ultima sala, quella più economica, quella dei visitatori per caso un poco come noi, ci sono splendidi pezzi di ametista e ogni tipo di minerale bruto ma è comunque tutto molto caro…

A questo punto il lettore può pensare che abbiamo preso la porta d’uscita e ce ne siamo andati lentamente senza dare nell’occhio, vista la figura fatta, essere andati senza saperlo in un super negozio museo e essere riusciti a svignarsela senza comprare nulla, bhè non è certo una cosa da poco!

Ma non è finita qui, al banco della reception ci regalano una scatolina a testa con 3 piccoli minerali, ecco il trofeo di Stern da mostrare agli amici al mio ritorno in Italia!, e poi vogliono sapere di quale hotel 4 o 5 stelle siamo ospiti, io e Gianluca ci guardiamo un secondo e ora cosa ci inventiamo?

” non mi ricordo, risposi, ma si trova a Leme.”

“ah perfetto voi alloggiate all’Othon Palace Hotel, vero?” e mi pare che il ragazzo mi faccia l’occhiolino.

” certo, proprio quello!”

“quando volete vi accompagneremo a casa in taxi o minivan per la sicurezza vostra e dei vostri acquisti.”

” grazie, ora però vorremo fare un giro a Ipanema.”

“Non c’è problema, tornate verso le 17 e saremo lieti di accompagnarvi. ”

E così fu, torniamo al garage di Stern alle 17, i taxi sono riservati allo sceicco e alla coppia dei fidanzati e ai loro acquisti, eh sì loro hanno comprato di sicuro, forse lo sceicco una valigetta di pietre preziose e la ragazza il suo mega brillante. Noi saliamo sul minivan con tanto di autista con guanti e cappello!

“Noi siamo a Leme, all’Othon”, mi affrettò a dire io, così ci riaccompagnano al nostro hotel a 5 stelle, ci fanno scendere proprio davanti all’entrata, il boy dell’hotel è pronto ad aprirci i battenti e sta per aprirli quando non appena saliti i primi due scalini io esclamo:

” oh cielo ho finito i miei cioccolatini preferiti, facciamo un salto a comprarli poi torniamo”

Che dici, sarò stata convincente?

un viaggio che ci ha cambiato: il nostro primo incontro con il Brasile, 2003.

avete mai fatto un viaggio in particolare che ha cambiato un poco la vostra vita o vi ha lasciato dentro qualcosa di speciale?

per me uno di questi fu il nostro primo viaggio in Brasile, nel 2003.

quando andai in Brasile la prima volta mi trovavo in una fase di scollamento nella vita e nel lavoro, non mi riconoscevo nell’immagine che gli altri avevano di me, così avevo una sola settimana di ferie e volai in brasile con una super offerta in un resort di lusso ad un prezzo stracciato, quanto avevo desiderato andarci e adesso mi trovavo in un comodo resort sull’oceano e alle spalle un paese immenso sconosciuto misterioso, vedevo i turisti all inclusive bere e mangiare a tutte le ore e giocare a ridicoli giochi di società ma che ne sapevano dove si trovavano? e che ne sapevo io? questi turisti da batteria che ne sapevano di dove si trovavano chiusi nel recinto, dietro al muro alto del resort?

Appena dietro all’angolo c’era un mondo tutto nuovo e diverso!

certo il brasile non è un paese idilliaco o bucolico che qui desrivo, lo so, e lo sapevo ancora più da quello che mio zio scriveva, pistoleiros garimperos poco rispetto per la vita tanta ignoranza bassa scolarizzazione l’infanzia devastata dal crac, ect ect . Quel nostro primo incontro fu fortunato, ci conquistò l’allegria, la gioia di vivere, il saper sorridere comunque e sempre.

Mettemmo il naso fuori dal muro, attenti ci disse la guida non andate vicino ai bamboo, là ci sono i cobra, non scendete dal taxi, non ostentate macchine fotografiche, vestite abiti semplici, niente borse, nè orologi, tornate sempre in taxi, appena fa buio c’è il coprifuoco, ect ect..

Ma lì ci trovavamo in un paesino sull’oceano, lontano dalle grandi città, il turismo era appena all’inizio, la pesca era abbondante e le piante da frutto tropicali regalano frutta energetica in qualsiasi momento dell’anno, per esempio il cacao dà 9 raccolti all’anno. Facemmo lunghe passeggiate sulla spiaggia deserta, con i buggies che sfrecciavano da ogni parte, e il ritmo delle maree, le falesie di sabbie colorate, il rumore del silenzio…i cavalli correvano liberi in spiaggia, le donne lavavano le stoviglie di alluminio nel fiume, i bambini giocavano nel mare e ci sorridevano invitandoci a sorridere, i pescatori ritornavano a riva con le loro jangadas cariche di pesce colorato e ce lo mostravano…e proprio dietro all’angolo c’era una casetta gialla, con la scritta Forrò P., era un piccolo bar che due volte alla settimana si trasformava in balera, il forrò è un tipico ballo nordestino, ci avvicinammo alla casetta in modo amichevole, alcuni di quei ragazzi lavoravano nel resort e ci avevano riconosciuto, facemmo un poco di amicizia spontanea, l’anziano capofamiglia ci volle mostrare la sua casa, pochi mobili, solo un cassettone su cui troneggiava una piccola tv per l’immancabile calcio e la telenovela, niente letti solo amache appese, la sala della balera era una specie di garage con grandi casse stero, dietro alla casa c’era un piccolo cortile e l’anziano signore ci indicò orgoglioso il bagno, mentre la sua vasca da bagno era una tinozza all’aperto che a me ricordò quando facevo il bagno a casa dei nonni in campagna 40 anni fa , o come mia mamma faceva sempre da piccola, più di 65 anni fa .

Scattammo qualche foto, rapidamente avemmo intorno tutti i bambini del paese, una piccola folla multicolore, pur fratelli ognuno aveva un colore di pelle e di capelli diverso dall’altro e così il taglio degli occhi, tutti si volevano rivedere e toccavano lo schermo della macchina digitale segnando con il dito e pronunciando il nome di ognuno…Io che non ero abituata al contatto con i bambini, ma qui mi stavano quasi addosso, facendo a gara tra loro…ci vollero anche mostrare il piccolino di un mese, lo svegliarono apposta e anche la signora più anziana disse io non ho mai fatto una foto e sedette in posa con i nipoti, poi arrivò un ragazzino e disse qualche parola in uno scarno inglese e ne era molto orgoglioso…

Alla casetta gialla ci domandarono curiosi di noi, dell’Italia, quanto era lontana, perchè io portavo quel fazzoletto in testa ero forse malata?, ed io rispondevo no è per il sole e loro non capivano, ci chiesero se avevamo figli, no, e loro peccato perchè un bambino è una grande gioia e poi ne nascono di tutti i colori… Una signora ci disse io ho 3 figli e sono tutti bianchi come mio marito e nessuno è nero come me, che peccato! un bimbo di 16 mesi già ballava a ritmo di samba…

Tra questi incontri che mi riportavano indietro ad una specie di infanzia primitiva, le passeggiate sulla spiaggia fino all’incontro del fiume con il mare, il rumore del silenzio dentro al canyon, l’arrivo delle jangadas con il pesce, alla fine della settimana io arrivai all’areoporto che non sapevo più dove era andato a finire il biglietto , non ero stata ferma un momento, sempre in giro a vedere ad assaporare un piccolissimo pezzo del Brasile, il paese che avevo sempre desiderato conoscere a causa di mio zio, ed ero consapevole di stare assaggiandone soltanto una briciola, ma quella briciola aveva un sapore di allegria di gioia di vivere di sentire me stessa diversa più viva, migliore di quanto credevo di essere, fu questo l’inizio di una grande passione, appena potemmo, 3 mesi dopo rivolammo nello stesso paesino, mai più resort, mai più compagnia di turisti da batteria, ma la gente la gente, invece dell’ all inclusive fu full immersion anche senza sapere bene il brasiliano, e tornammo dai nostri amici e portammo qualche foto e qualche cosa per la scuola di cui ci eravamo informati, e una maglia del calcio per l’anziano capofamiglia, e alla fine loro insistettero per riaccompagnarci alla pousada e ci regalarono un vaso di areias coloridas…

e questa fu la nostra prima di un viaggio che è ancora in corso.

il mio vicolo cieco, dispersa in Brasile.

non so come ci sono finita ma ci sono finita, l’auto si è fermata e non c’è verso di farla ripartire, forse dovrei restare ferma, che so accendere un fuoco e attendere i soccorsi. ma mi decido a lasciare l’auto e attraversare il prato, un pezzo di campagna, la foresta, un rio, un ponte, ma appena partita mi accorgo di non avere né le scarpe adatte né l’abito adatto, ai piedi ho le havaianas, le famose ciabatte infradito brasiliane,  gli stivali di gomma li ho dimenticati in auto, troppo tardi… sotto ogni pietra sopra ogni albero può esserci un cobra in agguato…

il ponte sulle mangrovie è malmesso, le assi sconnesse e rotte in qualche punto, procedo adagio insicura e un poco impaurita, due briganti mi sono rapidamente alle spalle e mi intimano la borsa, gliela lascio e mi lasciano andare, poco più avanti incontro due persone distinte, sono professori, e mi dicono ” sei confusa, che cosa cerchi?” e io “cerco la mia strada” e loro “allora ti servono questi fogli e anche questi, fai una firma qui”, a fatica riesco a liberarmene.

Oh Mio DIO, io ho perso la mia fede, come vorrei tornare indietro alla mia vita di prima, non aver comprato l’auto, non essere finita in un vicolo cieco e poi in mezzo al prato, alla campagna, alla foresta e sul ponte, ora darei tutto ciò che possiedo per ritornare indietro e riavere la fede in TE.

Ma in qualche modo riesco a raggiungere la strada, passa un onibus, si ferma e mi accoglie, mi stendo sul sedile semileito e il viaggio è lungo nella notte, poche luci dei villaggi attraversati, paesaggi sconosciuti che non distinguo ma che avverto come stranieri e solitari nella notte scura e misteriosa, percepisco sogni irraggiungibili meravigliosi onirici notturni emozionanti, l’onibus non va né troppo forte né troppo piano, la pista in qualche punto  è accidentata, ma il rullio mi culla ed io riesco quasi a dormire e a non pensare più a nulla. Sto solo andando, sto solo viaggiando, sono in mezzo, non so dove, tra un punto e l’altro, dove non so, dispersa in Brasile.

Qualche volta ci si ferma in un autoposto ai margini della foresta atlantica, una tv parla di un delitto per pochi soldi e noi sconosciuti viaggiatori ci stringiamo attoniti mentre la morte è sullo schermo e noi viaggiando potremmo quasi eluderla.

Ad un posto di blocco della polizia sale sull’onibus una specie di Rambo con una rivoltella in pugno, è chiaro che è pronto ad usarla, ma per fortuna la persona che sta cercando non viaggia insieme a noi, ed io penso cosa sarebbe successo se avesse sparato, a cosa mi sarebbe servito il passaporto italiano cucito nelle mutande?

Dopo 800 km si giunge in una grande stazione, è affollatissima e tutti aspettano un onibus e tutti aspettano qualcosa o qualcuno ed io non so che fare, vorrei solo andare ancora per un po’ su un altro onibus, tutti mi sfiorano e mi parlano oppure nessuno mi guarda ed è come se io fossi trasparente ed io guardo e osservo senza toccare niente.

Poi qualche bimbo curioso mi si avvicina e mi sorride e anche qualche anziana mi sorride benevola, scambio poche parole umane, ed io sono qui in transito e non so che fare. Vorrei solo viaggiare altri 800 km nella notte e nell’onibus che mi culla e intorno oscurità e sentire un paese che pulsa e brulica vive ama gioisce e soffre e sentire me stessa sperduta in questo immenso paese, sentire me persa nel sonno e nel viaggio senza pensieri, puro movimento.

Ma poi c’è un’altra stazione e devo scendere e uscire all’esterno della stazione a sentire il sole e l’aria sulla mia pelle, mi accorgo che ho ancora ai piedi le mie havaianas e forse sarà un altro vicolo cieco.

(questo racconto è tratto da un’esperienza di viaggio, vuole rappresentare uno stato d’animo di smarrimento e di confusione, in esso è celato anche il nome di un amico/a perduto/a)

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