Vivete e Amate (senza scrivere)

 

La vita è altro e sicuramente non è scrivere.
Amare è tutta un’altra dannata stupida faccenda ma non è scrivere e neppure ricordare o dimenticare.

Buon viaggio, vivete, amate e ancora vivete.

Scrivere non è vivere.

Amare non è scrivere.

La vita è tanto altro…

La vita è vivere amando o amando vivendo.

e in fondo io non so che cosa è…

non lo so…

Buon viaggio a tutti quelli che da oggi hanno deciso di vivere!

§§§

Life is more and definitely it is not writing.
Love is another damn stupid thing but it is not writing down or remembering or forgetting.
Have a good trip, Live! Love! Live!

Writing doesn’t mean to live.

To love is not to write.

Life is so much more …

Life is to live by loving or to love by living.

and maybe I do not know what is …

I do not know…

Good journey to all those who today have decided to live!

 

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Se ci fosse

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Se ci fosse un’altra via o un’altra vita

che mi portasse da te, ad incontrare te,

stai sicuro che io la seguirei,

ma forse non c’è

forse non qui,

forse non in questo cuore,

vita e via non conducono da nessuna parte

(foto di Rainer_Maiores)

Volevo soltanto

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Volevo soltanto qualcuno a cui pensare ogni momento della mia vita, al mattino andando al lavoro e ritorno, la notte in tutti i miei sogni, o a Natale quando la solitudine mi si stringe addosso come un cappotto troppo pesante volevo avere qualcuno a cui inviare un tenero pensiero e per il quale segretamente sorridere di viva gioia.

Volevo soltanto qualcuno a cui stare vicino nei passi offerti dalla sua Vita, qualcuno da vedere crescere e per il quale sentirmi felice.

Volevo soltanto qualcuno di cui prendermi cura con delicatezza e aprire le sue ali a quei silenzi impenetrabili, asciugare le sue lacrime inconsolabili, sollevarlo dalle sue inspiegabili paure, lasciarlo andare per vederlo fiorire e generare altro amore.

Tutto è accaduto troppo in fretta ed io non ho avuto modo di imparare.

Ho avuto il tempo del sogno per attenderlo e amarlo, ora ho il tempo dell’oblio per dimenticare di averlo tanto amato.

Volevo soltanto un pensiero da curare, rispettare, onorare e amare.

Volevo soltanto un figlio come te.


I just wanted someone to think about, every moment of my life, going to work in the morning and return, at night in all my dreams, at Christmas when lonelyness squeezes me as a too heavy coat I just wanted to have someone to give a tender thought and someome beacause of I could secretly smile of true joy.

I just wanted someone to stay close in his steps offered by his Life, to see someone growing up and for whom I could feel happy.

I just wanted someone to take care gently and open his wings to his impenetrable silences, dry his inconsolable tears, lift him from his inexplicable fears, let him go and see him flourishing and creating other love.

Everything happened too quickly and I couldn’t learn it well.

I had the time of dream for waiting and loving him, now I have the time of oblivion to forget how much I loved him.

I just wanted a thought to care for, and to respect, to honor and to love.

I just wanted a son like you.

Il dolore arriva per parlarci

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È giusto arrendersi al proprio dolore e arrivare a volergli bene perché parla di noi al nostro posto e sa più di quello che noi sappiamo.

Il dolore non è mai senza un senso. Il dolore arriva per dirci qualcosa. Che qualcosa non va, e che questo qualcosa non possiamo più ignorarlo, perché è troppo grande e troppo forte, o ci uccide o ci fa rinascere, ci informa che è arrivato il momento di guardarlo in faccia con onestà e con dignità. O ci lasciamo sopraffare oppure lo cavalchiamo come un’onda o come uno tsunami.

Stiamo cambiando, non saremo più le stesse, il nostro mondo non sarà più lo stesso anche se in apparenza resterà uguale, avremo nuovi occhi per guardare e forse un cuore più grande e più forte per contenere tutto l’amore che sentiamo traboccare da questo nostro umile e fragile vaso d’argilla. E sentiremo il bisogno di pregare per evitare di perdere l’amore da tutti i pori perché si piange con tutto il corpo, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la nostra essenza ed ogni centimetro di pelle

Il mio dolore per quanto fosse quella fitta che mi piegava in due, per quanto fosse quella cosa per la quale facevo fatica ad alzarmi la mattina, per quanto fosse quella cosa per la quale mi svegliavo ogni notte alla stessa ora, mi ha spinto a guardarmi dentro e a capirmi, a fare chiarezza. Ho guardato il mio dolore, gli ho dato un nome, l’ho amato, l’ho cullato, l’ho cantato, ne ho fatto poesia.

E il mio umile vaso d’argilla che non tratteneva l’amore e non sapeva che farne e a chi darlo è diventato un vaso della più fine ceramica, un vaso che non si stanca di amare e donare amore nonostante le delusioni e le aspettative mancate… oltre a tutto, oltre a se stesso, oltre alla sua umana limitata misura perché questo è l’amore riempirsi e svuotarsi senza fine e sentire che senza non si può vivere veramente…

 

(Questo articolo è nato  in risposta  a questo brano di Penny intitolato la resa https://sosdonne.wordpress.com/2017/01/18/la-resa/

e a questa riflessione di Hararel13 sulla libertà di scelta in https://luceashanghai.wordpress.com/2017/01/18/day-sixty-three-la-bellezza-collaterale/ )

(foto di Huntlh da pixabay)

2016/2017 Tag

 

tag-anno

 

Regole:

  • Utilizzare l’immagine che trovate in questo articolo.
  • Citare il blogger che vi ha scelto.
  • Ovviamente rispondere alle domande.
  • Citare 9 blogger/amici e farglielo sapere in un commento sul loro blog.

Ringrazio davvero tanto Dina di https://emozioni759.wordpress.com/2017/01/06/duemilasediciduemiladiciassette-il-tag-2/
Descrivi in 3 parole il tuo 2016.

sotto il profilo del lavoro un anno d’incertezza

sotto il profilo degli affetti un anno  di crescita

sotto il profilo personale un anno di chiarezza

Scrivi il nome di 2 persone che hanno caratterizzato il tuo 2016.

Non sono state due persone umane bensì due adorabili gatti, Otta e Blue Moon, che sono venuti a vivere insieme a noi a distanza quasi di un anno dalla morte dei due precedenti gatti.

Blue Moon, il maschio, è arrivato lo scorso 19 febbraio e Otta, la femmina, lo scorso 14 settembre. Due personalità deliziose affettuose e giocose  che mi danno gioia bellezza.

Scrivi 3 buoni propositi per il 2017.

Viaggiare, amare la bellezza della vita, e possibilmente cambiare lavoro.

Scrivi il posto più bello che hai visitato nel 2016 e perché ti è piaciuto così tanto.

E’ stato a sorpresa il … Circo! Il giorno di Santo Stefano il mio nipotino di 4 anni mi ha letteralmente trascinato al circo nonostante la mia ritrosia, e devo dire che ci siamo divertiti tantissimo… io non andavo al circo da più di 40 anni, ma la ver gioia è stato guardare le espressione di sorpresa e di stupore del mio nipotino.

Scrivi il cibo più buono che hai assaggiato nel 2016.

Le cose più buone sono sempre quelle che preparano i miei genitori, la cucina di casa fatta di ricordi d’infanzia e di momenti trascorsi insieme rimane la mia preferita.

Scrivi l’avvenimento che ti ha segnato di più di questo 2016 ( anche evento mondiale).

Aver perso un amico a cui tenevo come un figlio e pensare che molto probabilmente questa persona ha frainteso l’affetto sincero e pulito che avevo per lui.

Scrivi l’acquisto più bello che hai fatto in questo 2016 e se vuoi allega una foto.

è stato molto bello visitare il mineral show di Bologna dove erano esposti pezzi di minerali dal valore di migliaia di euro, roba da capogiro per i collezionisti… e io ho comprato qualche piccolo minerale da pochi euro ma che mi ha fatto ugualmente felice!

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Scrivi 1 posto che vorresti visitare nel 2017.

Amo i luoghi in cui le amicizie sono vere e sincere, per questo presto spero di trascorrere presto qualche giorno a Torino per incontrare una cara Amica.

Scrivi un piatto che vorresti assolutamente assaggiare nel 2017.

non saprei… il cibo non mi attira in modo particolare.

 

per quanto riguarda le nomine…

benvenuto a raccontare il vostro 2016/2017 tag a

https://viaggiandoconbea.com/

https://pieroemozioni.wordpress.com/

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Ora so che mi hai perdonato…

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Caro Marco,

che sorpresa averti incontrato ieri alla sagra di Brisighella insieme alla tua famiglia anche se per pochi minuti. Non ci siamo più rivisti da allora, io ho accuratamente evitato tutti i luoghi in cui potevo incontrarti per evitare di darti maggiore sofferenza di quella che già hai avuto a causa mia.

Ma ieri.

Ieri tu mi hai chiamato per nome tra la folla ed io mi sono girata e ti ho subito riconosciuto, la tua voce gentile, i tuoi modi garbati, le tue labbra, dal colore dei tuoi denti ho capito che fumi ancora e di ciò mi dispiace…iniziasti a fumare da giovane e non hai più smesso, dicevi che era solo per distendere i nervi e rilassarti dal lavoro ma anche da pensieri molto più tristi e gravi. E ora io so quali sono e di questo vorrei chiederti perdono, di non averli saputi comprendere del tutto ma tu li tenevi dentro e non li facevi uscire, tuo padre era gravemente malato e hai trattato la cosa con grande riservatezza e forza, senza far pesare niente, neppure a me che allora ero la tua migliore amica… e quando tuo padre morì io neppure lo seppi… di ciò mi dispiace davvero…

Sei stato il mio primo ragazzo e io la tua prima ragazza, ma eravamo giovani e immaturi, oppure no, queste sono stupide cose che si dicono, eravamo giovani alla ricerca del nostro destino, eravamo tesi a diventare noi stessi, ad affermare noi stessi contro il mondo intero. Ci eravamo promessi che ci saremmo stati, ci immaginavamo da vecchi ancora a viaggiare insieme… ti ricordi quella volta che in un giorno abbiamo fatto il giro completo della sardegna in auto, che pazzi…o di quando nel weekend andavamo al Giglio nonostante ci volessero 4 ore ad andare e 4 ore a tornare, e i concerti a cui siamo andati insieme…

Io fui sincera con te, non ero più innamorata e non appena me ne resi conto che tra noi non era amore, e neppure da parte tua lo era ma forse non te ne rendevi conto, io ti dissi che non eravamo più insieme, che eravamo solo amici, io non ti ho mai usato o illuso che potessimo essere altro…

invece tu dicevi a tutti che io ero ancora la tua ragazza e non lo ero più, tutti credevano che fossimo insieme invece eravamo amici, tu eri il mio migliore amico ed io ero la tua migliore amica, senza sesso, senza equivoci, senza problemi. Ma lo sapevamo solo io e te.

Quando io mi fidanzai, il tuo mondo crollò, io mi presi la colpa di un tradimento che non c’era… arrivò per te il momento di dire la verità, cioè che non stavamo insieme, per i tuoi genitori fu un trauma, e anche per i miei che si erano abituati a vederti insieme a me…

Io avrei voluto continuare la nostra amicizia ma presto mi resi conto di farti soffrire, tu mi dicesti che tuo padre avrebbe detto che non desiderava vedermi mai più…

Capii che non mi perdonavi.

Mi dicesti addio in una lettera qualche giorno prima del mio matrimonio.

Capii che ti avevo fatto del male.

Capii che non potevi perdonarmi. Perché io ero parte del tuo mondo e il tuo mondo era crollato e ora dovevi affrontare la verità, la verità che non eravamo più innamorati da molto tempo, la verità di affrontare le tue insicurezze, la verità di costruire la tua vita, senza nasconderti dietro di me, la verità di non avere più scuse per guardare in faccia a te stesso, la verità per chiederti chi davvero volevi essere, la verità per sostenere il pensiero della malattia e della morte dolorosa di tuo padre…

Hai fatto bene a non perdonarmi, Marco, perché ti sei costretto a guardarti dentro e a diventare un uomo. Io oggi ti dico che hai fatto bene a non perdonarmi e ti ringrazio per non averlo fatto perché così tu ti sei dato l’opportunità di diventare ciò che sei oggi…

Ma ieri ti ho incontrato e sai? Sono contenta di averti fatto del male…

Con te c’era tua mamma, vi assomigliate molto, avete lo stesso sguardo dolce e severo, e lei mi ha detto:

“Sai che io ti devo chiedere scusa, quella volta in piscina, avevamo la cuffia e tu mi guardavi senza avere il coraggio di parlarmi ed io non ebbi voglia di salutarti e finsi indifferenza.”

Le scuse di tua madre mi hanno sorpreso molto, forse semmai ero io che avrei dovuto chiederle scusa come di quella volta che ci sorprese a fare l’amore a casa sua, per esempio…

Con te c’era tua moglie…

Con te c’era una bambina…

mi hai detto:

“voglio presentarti mia figlia, Miria”

io la salutai un poco in imbarazzo perché non so mai cosa dire ad una bambina…

e io non ho figli.

… e Miria a cavalcioni sulle tue spalle…

“Papà ma quando andiamo dai giochi?”

“Ora andiamo amore…”

Mi hai salutato rapidamente, guardandomi come un’apparizione, un ultimo intenso sguardo, solo per me, ed io ho saputo, ieri, che ora mi hai perdonato…

Fidarsi

È grazie ai piccoli che io sto facendo l’esperienza più forte della mia vita: quella di Dio. Quando il più piccino si abbandona nelle mie braccia mi dico:

«Ecco Dio! Non deve essere così anche Lui? Uno che si fida, si consegna, si mette nelle nostre mani, fino al punto che possiamo farne quello che vogliamo. Fidarsi di un altro non è un gesto tutto divino? Se i teologi studiassero un bambino, se si mettessero alla sua scuola, come sarebbero diverse le religioni!»

«Se non diventerete come bambini, non entrerete nel Regno dei cieli». Perché? Perché Dio deve avere le caratteristiche di un bambino, che non perde mai l’innocenza. Difficile procedere su questo sentiero. Mi accontento di contemplare a lungo il più piccolo quando dorme.

All’alba tutto s’è fatto trasparente come la rugiada.

Quale il potere di un bambino?

Fidarsi, lasciarsi fare dalle mani di un altro.

Nasciamo con questa caratteristica divina e poi cadiamo in un processo d’involuzione: perdiamo la capacità di fidarci; non abbiamo fede nell’altro; s’innesca la paura dell’altro.

Competizione, arrivismo, carriera, invidia: malattie che inquinano l’anima e spengono il processo divino in noi.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

 

Già Natale, il tempo vola… (Carmen Consoli)

Magnifico testo di Carmen Consoli, una splendida poesia da leggere fino alla fine…

Dedicato a chi ha un amore da dimenticare, un dolore da far passare, una nuova alba da guardare…

 

Già Natale, il tempo vola
l’incalzare di un treno in corsa
sui vetri e lampadari accesi nelle stanze dei ricordi
ho indossato una faccia nuova
su un vestito da cerimonia
ed ho sepolto il desiderio intrepido di averti a fianco

Allo specchio c’è un altra donna
nel cui sguardo non v’è paura
com’è preziosa la tua assenza
in questa beata ricorrenza
ad oriente il giorno scalpita non tarderà

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
l’amore tutto si trasforma
l’umore di un sogno col tempo si dimentica

Già Natale il tempo vola
tutti a tavola che si fredda
mio padre con la barba finta
ed un cappello rosso in testa
ed irrompe impetuosa la vita, nell’urgenza di prospettiva

Già vedo gli occhi di mio figlio
e i suoi giocattoli per casa
ad oriente il giorno scalpita
la notte depone armi e oscurità

Guarda l’alba che ci insegna a sorridere
quasi sembra che ci inviti a rinascere
tutto inizia
invecchia
cambia forma
amore tutto si trasforma
persino il dolore più atroce si addomestica
tutto inizia
invecchia
cambia
forma
amore tutto si trasforma
nel chiudersi un fiore al tramonto si rigenera.

testo di Carmen Consoli e musica di Tiziano Ferro

Il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia

Il Viaggio

di Volpina Blu

alla ricerca dell’amicizia

Dedicato alla Volpe del Piccolo Principe e alla Volpina Blu che è dentro ognuno di noi

Premessa:

Non si diventa la Volpe del Piccolo Principe per caso, e non si nasce così, occorre un lungo percorso, un viaggio, tra incontri ed errori, tra amore e perdono finché forse un giorno si potrà diventare come quella Volpe che mostra al Piccolo Principe cosa è l’amicizia. Questa è una piccola storia di come, secondo me, potrebbero essersi svolto il viaggio di Volpina Blu alla ricerca dell’amicizia.

Volpina Blu decide di lasciare il villaggio e di partire.

Nella grande pianura veniva una volpina, piccola e magra.

Camminava rapida scartando di lato le pietre e i cespugli spinosi.

Ogni tanto sollevava appena il musetto al cielo e parlava alla luna senza guardarla direttamente.

Ma davvero Volpina era blu?

Si sa che non esistono volpi di colore blu…

Volpina aveva alle estremità delle zampe due calzini blu.

Quasi tutti notavano in lui quel difetto, ma non credo si possa chiamare difetto ciò che in effetti è una particolarità o meglio un carattere distintivo, quelle zampette blu erano uniche e la rendevano diversa da tutte le altre volpi.

Aveva un sorriso simpatico e al collo portava una fettuccia di raso blu.

Volpina camminava nella pianura.

Era sola e la luna pure era sola.

Due solitudini si guardavano, la luna, lassù, maestosa, splendeva sola nella sua grandezza, e la volpe tanto piccola magra e sola…

Volpina pensava tu sei tanto lontana da me ma mi sembri così vicina… sei irraggiungibile per una Volpina come me eppure mi accompagni sempre, grazie amica Luna.

Volpina Blu, in verità il suo nome completo era Volpina dai calzini blu, si era messa in cammino già dall’imbrunire del giorno precedente.

A chi l’avesse incontrata avrebbe dato l’impressione che si trattasse di una volpe che sapeva il fatto suo per quanto camminava lesto e sicuro

Ogni tanto, Volpina si fermava per darsi una grattata ala schiena ossuta e per far riposare un attimo i piedini doloranti.

Quanta strada avevano macinato quelle zampette…

Era una volpina in fuga…

Nessuno la voleva, nessuno l’amava…

Eppure quanto aveva desiderato e quanto desiderava avere amici nella gran tana delle volpi.

Ma le giovani volpi, i suoi compagni, spesso l’ avevano derisa per quelle sue strane zampette blu perché spesso la diversità viene vista come una cosa spaventosa invece Volpina aveva un animo buono e gentile. Voleva soltanto essere accettato ed amato da tutti.

Non si capiva come mai Volpina fosse nato con le zampette blu…

Sua madre, Teresa, aveva pianto a lungo e aveva provato ogni tipo di prodotto e di solvente per smacchiarle e farle tornare rosse, aveva persino portato Volpina a far benedire nella chiesetta dove si era sposata, credendo in un maleficio.

Niente, le zampette erano rimaste blu.

Volpina blu non comprendeva la preoccupazione della madre che sperava lui diventasse uguale alle altri volpi temendo che essi l’avrebbero deriso ed escluso dal gruppo. Per questo Teresa ripeteva sempre a Volpina che era orgogliosa di lui e che lui doveva essere fiero di sé. A Volpina blu non dispiacevano le proprie zampette ma presto dovette convenire che sua madre aveva ragione. Quelle sue zampette iniziarono ben presto a dargli dei problemi, iniziarono gli scherzi e le prese in giro dei compagni e Volpina incominciò a soffrire e a rattristarsi.

Quanto avrebbe voluto avere quel bel pelo fulvo dei suoi compagni…

Tante volte le giovani volpi e anche alcune adulte lo avevano additato come un diverso, del resto Volpina non aveva mai saputo come fare per accattivarsi le simpatie del gruppo; anzi quasi ogni giorno c’erano dissidi e litigi con i compagni e spesso anche gli adulti le ringhiavano contro dei rimproveri.

E così un giorno, Volpina Blu era fuggito via, con il desiderio di conoscere il mondo e di incontrare nuove volpi, diverse da quelle che vivevano alla gran tana, magari avrebbe voluto incontrare un’altra volpina che gli assomigliasse, che avesse le zampette blu o anche di un qualsiasi altro colore. Soprattutto desiderava tanto trovare un amico, qualcuno che l’ accettasse così come era, qualcuno con cui non dovesse fingere di essere diverso da come era.

Tante volte Volpina si era rotolato nell’argilla e nella sabbia cercando di camuffare quel colore blu o si era macchiato con le bacche del sambuco ma inutilmente. Aveva provato di tutto ma proprio non era mai riuscito ad avere un vero amico.

Come si fa ad avere un amico? O meglio come si crea un’amicizia?

Non lo sapeva ma era disposto ad imparare le segrete e invisibili regole dell’amicizia. Lontano dalla gran tana, Volpina era sicuro che avrebbe conquistato il mondo e che il mondo l’avrebbe amato.

Volpina Blu era uno spirito incredibilmente libero. Ed era dolce buono e sensibile, anche se spesso appariva scostante e irascibile. Purtroppo spesso non sapeva dominare l’angoscia e la rabbia.

Ogni volta che aveva uno scontro con un compagno Volpina scappava via e andava a nascondersi nelle tane abbandonate nel vecchio uliveto, dove nessuno scendeva per il pericolo delle frane; là nascosto da tutti, piano piano si calmava rincorrendo per gioco uno scoiattolino oppure inseguendo il volo di una farfalla, tra i fiori selvatici ritrovava la quiete.

Quando, la sera, faceva infine ritorno a casa al villaggio, le altri volpi gli voltavano la schiena e lo ignoravano.

Così accadeva che Volpina Blu sparisse di nuovo e andasse a piangere senza farsi vedere nei pressi della saggia quercia.

Un giorno, dopo aver a lungo pensato, Volpina Blu prese la risoluzione di partire.

Si mise in cammino in una notte senza luna.

Non sarebbe mai più tornato al villaggio, e quelle giovani volpi che non l’accettavano e che la deridevano si sarebbero amaramente pentite di non averlo voluto. oh sì! …

Sentiva che un grande destino lo stava aspettando se solo ne avesse avuto il coraggio, sentiva che avrebbe di certo realizzato qualcosa di importante per il mondo, anche se ancora non sapeva né cosa, né come, né quando. Al momento gli parve che la decisione di partire fosse la scelta migliore.

Camminando si pensa meglio e chissà che via facendo non avrebbe trovato quello che cercava…

Volpina Blu in viaggio

E così Volpina era partito alla ricerca del senso profondo della sua esistenza, ma soprattutto di qualcuno che le volesse bene e a cui volere bene, di un Amico vero, di qualcuno che rispettasse la sua libertà di essere quello che era, senza voler cambiare colore alle sue zampe.

Nel cuore e nella mente Volpina aveva tanti pensieri buoni e belli, sentiva che poteva dare tanto amore al mondo se solo qualcuno l’avesse voluto.

Desiderava visitare il mondo, finora aveva conosciuto soltanto la Gran Tana, il suo villaggio al riparo tra gli antichi ulivi.

Come era il mondo al di fuori?

Da un lato lo attraeva, dall’altro lo spaventava.

Talvolta il mondo gli appariva come il riccio di una castagna, all’esterno le spine e all’interno la polpa dolce e che gli infarinava la bocca… ogni volta si pungeva per aprire il riccio ma poi si gustava il buon sapore della castagna… ecco così era il mondo…come il riccio di una castagna…

Il mondo era così difficile da capire …

Volpina conosceva la favola della volpe e l’uva e aveva capito che nella vita bisogna avere il coraggio di osare e di trovare la propria strada in mezzo a tante senza nascondersi dietro la scusa che l’uva non è matura. A Volpina l’uva non piaceva neppure e quindi non vi era problema.

Tante volte si era domandato come mai il mondo fosse in guerra, perché gli esseri umani sprecassero così tanto tempo a fabbricare armi di distruzione e di offesa invece che costruire ponti o inventare strumenti di pace?

Volpina aveva un cuore molto sensibile, piangeva per ore a volte, ma poi gli bastava guardare la sua amata luna per ritrovare la quiete.

Nelle notti senza luna camminava spedito senza sentire la fatica, invece, nelle notti di luna piena una specie di sconosciuta tenerezza lo invadeva.

Si ricordava quando da piccolo guardava i pulcini e ne aveva desiderava l’amicizia. L’amicizia, allora, gli era sembrava una cosa fatta di morbide piume e di infinita dolcezza.

Però succedeva che non appena i pulcini si accorgevano di lui, iniziavano a pigolare forte

e la chioccia accorreva e lo cacciava via…

Come si sentiva mortificato Volpina sebbene sapesse che ciò era una conseguenza del comportamento crudele di alcune volpi che si cibavano dei pulcini…

oh come poteva essere il mondo tanto crudele?

Volpina Blu camminava dall’imbrunire, era quasi le tre di notte quando decise di fare una breve sosta, raggomitolandosi nella sua coda e leccando i piedini sfiniti, guardò nella sabbia le sue impronte che lasciavano questi segni curiosi e si chiedeva a cosa assomigliassero… impronta-di-volpina impronta-di-volpina

Cammino facendo, Volpina scopriva il mondo, e annotava su un piccolo quaderno le cose che più lo colpivano, i suoi pensieri e i suoi sogni.

Osservava e apprezzare ogni cosa, anche l’esserino più piccolo, la farfallina, la cimice, il bruchino verde, le ragnatele brinate al mattino, le microscopiche tracce degli insetti sulla polvere del deserto, il profumo secco dello scirocco e quello umido del libeccio, lo sbocciare inaspettato di un fiore, l’odore della notte d’inverno con le stelle tanto vicine che sembrava di poter afferrare con le zampe.

Volpina si sorprendeva di quanta meraviglia e bellezza il mondo contenesse, praticamente inesauribili, per esempio l’ alba era uno spettacolo che si rinnovava quotidianamente e Volpina si commuoveva.

Di notte, tratteneva il fiato per ascoltare il linguaggio segreto degli alberi perché di notte gli alberi stanno svegli e riposano di giorno, ma solo per schiacciare un pisolino. Le foglie nel vento gli sussurravano delicate e gli ricordavano i suoi ulivi e i suoi carrubi alla Gran Tana, cosicché Volpina avvertiva meno la nostalgia di casa. In realtà non c’era molto tempo per provare nostalgia perché quando si è in viaggio si camminare e si deve guardare avanti, passo dopo passo, e non c’è tempo per i ricordi.

Occorreva percorrere la strada, farsi viaggio.

Erano già 1881 giorni che camminava…

Da molti mesi ormai aveva lasciato la sua terra tra le rocce e il mare, dove il clima era mite tutto l’anno, ed era arrivato al deserto.

Volpina Blu incontra il serpentello

Ecco una pianura con praterie desolate, cespugli spinosi, fiori di cardo e cactus e poi ecco di nuovo una foresta di spine che gli ferivano i magri fianchi.

Volpina si sentiva stanco, molto stanco e qualche volta aveva pensato di pregare l’avvoltoio perché lo facesse a pezzi. Poi riprendeva il cammino, solitario e fiero, senza bisogno di nessuno perché mostrarsi fragile era un segno di debolezza, e Volpina non poteva permetterselo.

Sapeva che il suo viaggio sarebbe stato lungo e non poteva abbattersi, doveva farcela, doveva andare avanti anche se era solo una piccola magra volpe dai calzini blu.

Un giorno aveva trovato in terra un paio di occhiali e li aveva indossati, gli pareva che gli attribuissero un aspetto più minaccioso, Decise che li avrebbe sempre portati con sé.

Può bastare un paio di occhiali per tenere a distanza il mondo e per difendersene?

Gli occhiali potevano aiutarlo ad avvistare un serpente e a schivarlo, per esempio.

Gli avevano raccontato che il serpente era un essere molto pericoloso, ma finora non ne aveva ancora incontrato uno. Era curioso di vederne uno e desiderava parlargli. Aveva la sensazione che i serpenti lo evitassero apposta.

Finalmente un giorno catturò un innocuo serpentello giallo. Trattenendolo tra i canini affilati gli disse:

Ti risparmierò se risponderai alla mia domanda perché tutti scappano da me e non mi vogliono?”

Tu stai nel tuo mondo e rifiuti gli altri.”

Volpina si innervosì e rispose seccato:

Io non ho bisogno di te e ora vattene all’inferno e riposa in pace, gentile serpentello.”

Il serpentello rotolò morto tra le spine di una rosa canina.

Volpina si allontanò ringhiando, il pelo arruffato, poi scoppiò in un pianto irrefrenabile.

Inutili lacrime di pentimento…

Volpina non era cattivo, soltanto voleva sapere perché nessuno voleva stare insieme a lui, pure il serpente lo aveva respinto.

Era vero che lui non aveva bisogno di alcuno… ma ora si sentiva profondamente triste per la morte del serpentello.

Oh se esisteva un Dio delle Volpi, Volpina lo avrebbe pregato perché il serpentello fosse ancora vivo…

Quanto era triste e affranto! Volpina non sapeva davvero se c’era un Dio delle Volpi, eppure a suo modo egli pregava qualche volta…

Volpina Blu e la signora istrice

Di notte le stelle erano troppe e gli dolevano gli occhi, anche per questo teneva sempre gli occhiali, di giorno i suoi occhi si affaticavano molto per dovere stare attento alle pietre aguzze e alle spine che gli ferivano le zampe sensibili.

Forse le sue zampe erano così delicate proprio per il fatto che erano blu. Chissà…

Volpina si perdeva nella contemplazione le stelle, sapeva a memoria la mappa del cielo e tutti i nomi delle costellazioni e pensava che l’universo, lassù, era abitato e che magari in quel momento forse c’era qualcuno che pensava a lui.

Volpina lo sperava tanto!

Una notte, d’un tratto, mentre camminava distratto, inciampò in un istrice.

Ahi, disse Volpina, perché mi hai punto? E chi sei?”

Veramente sei tu che non mi hai visto e mi sei venuto addosso, maleducata di una volpe…”

Non penso proprio… tu mi hai punto, ma chi sei?”

Sono un istrice. Anzi una signora istrice.”

E perché mai hai tutte quelle spine e perché mai mi hai punto?”

Non l’ho fatto apposta, ci siamo scontrati per sbaglio ed io per autodifesa ho lanciato le mie spine, ma non è colpa mia, e poi non si chiamano spine, sai, la natura mi ha fornito di aculei…”

Però mi hai fatto male… sai essere così pungente!”

Scusami, non volevo, ma se tu ti avvicini piano a me, senza spaventarmi, vedrai che i miei aculei non pungono, sono solo un poco ruvidi…”

Ah ho capito… sei come il riccio della castagna?”

Quasi… se mi abbracci non aver paura… farò in modo che i miei aculei non ti pungano”

No. Non voglio!” gridò Volpina saltellando dal dolore, un aculeo era ancora conficcato in una caviglia.

Allora se tu non ti fidi degli altri, tu non sai cosa vuol dire voler bene.”

Volpina a queste parole fu molto mortificato.

Perché dici così?”

Perché è vero… ma un giorno imparerai… strada facendo, ciao. Io ora devo andare.”

L’istrice scappò via sorridendo, stava scherzando ma Volpina non lo capì e mostrò furioso i denti e lo rincorse ma il dolore alla caviglia si fece più intenso e così dovette fermarsi. Piano piano sbollì la rabbia che sentiva dentro. Si sedette tra l’erba con i ciuffi di menta che gli solleticavano le fini narici.

Un leprotto gli passò accanto di corsa, ignorando il suo pianto.

Improvvisamente Volpina si sentì ancora più solo. Solissimo.

Tante volte Volpina era stata tenero con i leprotti, li aveva protetti dalle altre volpi, ringhiando loro contro, e poi li aveva aiutati a nascondersi nel passaggio tra i capperi e i lentischi che solo lui conosceva. Le altre volpi lo deridevano di questa sua tenerezza per i leprotti e gli dicevano che era uno stupido.

Al chiarore della luna Volpina si specchiò in una pozzanghera, si vede brutto, il pelo spettinato opaco e il blu non era più tanto brillante, era quasi diventato nero, Volpina avrebbe voluto farsi un bel bagno nel torrente vicino al suo villaggio, dove amava andare a giocare, tentando di acchiappare quei piccoli arcobaleni che si formavano con le goccioline delle cascate oppure tentando di prendere qualche pesciolino.

Volpina era in pace quando lasciava fuori il giudizio delle altre Volpi o della signora istrice che aveva appena incontrato, come potevano giudicarlo senza conoscerlo per davvero?

Perché la signora istrice l’ aveva punto?

Era vero che era stata colpa sua che sbadatamente le era andato addosso.

Volpina rifletteva che quando se ne stava da solo tutto filava liscio e lui era tranquillo… quanta fatica faceva invece a rapportarsi con gli altri, a spiegarsi e a comprendersi e poi andava a finire, spesso, che con le volpi non ci si capiva mai, si litigava e non si voleva fare la pace.

Che gli importava degli altri?

Volpina stava benissimo da solo, aveva avuto ragione il serpentello, però allo stesso tempo, desiderava trovare un vero amico.

Il cuore di Volpina era come un campo su cui ha appena nevicato, puro, senza impronte ,vi regnavano amore e meraviglia per il creato, a parte quei momenti di rabbia in cui non riusciva a controllarsi e durante i quali diceva e faceva cose di cui poi si pentiva. Non sapeva dominarsi e le sue emozioni erano sempre troppo grandi e forti, le sue reazioni spropositate, poi magari si rammaricava ma ormai quello che era stato detto o fatto, era stato detto o fatto e non vi trovava un rimedio.

Volpina Blu e il topolino

Un giorno, sul sentiero incontrò un topolino, che lo salutò :

Ehi, ciao! Sai per caso dove si va per di là, possiamo fare un poco di strada insieme?”

Ma tu dove stai andando?”

Io ero insieme ad una carovana di beduini, stavano andando ad un mercato ma credo di essermi perduto… e tu dove vai?”

Vado a cercare un amico, disse Volpina blu, dove lo posso trovare?”

Io non lo so, dovevo incontrare alcuni amici al mercato ma a quest’ora mi sa che sono già partiti, senti potremmo camminare insieme, almeno per un pezzetto di strada. Se vuoi.”

Tu dici? Accompagneresti una volpina come me dalle zampette blu?”

Hai le zampette blu, che simpatico che sei, ma sai che io avevo un amico ghiro con le orecchie blu, davvero erano blu, mai visto orecchie tanto belle! Ma anche le tue zampe sono stupende!”

???Tu dici!!! Mi imbarazzi così…”

Facciamo un patto, mentre cammineremo insieme promettiamo che saremo sempre sinceri l’un con l’altro e che ci diremo sempre la verità.”

Va bene, accetto, sei gentile, Topolino.”

Senti, io resterò con te per il tempo che tu riterrai necessario, poi quando tu mi dirai di andare via, io me ne andrò. Vorrà dire che sarà arrivato il tempo per separarci. ”

No, mai succederà ciò, Topolino, se tu sarai sempre così delicato con me come lo sei ora. Io amo la delicatezza. ”

All’inizio camminarono scambiandosi soltanto qualche impressione generale sul tempo.

Ogni tanto Topolino gli faceva un sorriso ma Volpina non aveva alcuna voglia di sorridere, anzi non capiva per quale motivo questo topolino sorridesse sempre.

Poco a poco, camminando insieme, Volpina prese fiducia nel piccolo compagno di viaggio e iniziò a raccontargli qualcosa di sé e a porgli delle domande sui viaggi che Topolino aveva compiuto al seguito delle carovane dei beduini.

E poi arrischiò domande come queste.

Come si fa a diventare amici?

Cosa si prova quando qualcuno ti abbraccia?

Cosa si prova a condividere qualcosa con qualcuno?

Come succede che ci si prende per zampa?

Il topolino si mise d’impegno a rispondere a tutte le domande di Volpina ma mentre parlava si rese conto che erano cose che le parole non riuscivano a spiegare, che erano cose che si sentivano con il cuore oppure no, E che se si sentivano nel cuore, allora avvenivano. Come spiegare a parole la magia di un abbraccio o un bacio? No, non si poteva.

Quando la sera Volpina si raggomitolava per riposare, il topolino si accovacciava timidamente accanto alle sue zampette e così vicini si addormentavano.

Ma una notte Volpina fece un incubo davvero terribile e al risveglio prese a imprecare contro al topolino che non aveva colpa alcuna, e lo cacciò via violentemente.

Vattene via, non voglio più vederti, via vai via Topolino, non tornare mai più…”

Il topolino ci rimase male, era sinceramente affezionato a Volpina e gli voleva molto bene, ma a quelle cattive parole che non meritava sentì un forte dolore al cuore e si sentì gelare.

Provò a calmare l’amico che era fuori di sé per il cattivo sogno.

No no gridava Volpina, Topolino disse non può essere, non puoi fare così con me, io sono tuo amico, io ti ascolto sempre…

Volpina non ci vide più dalla rabbia, raccolse una pietra e la scagliò sul topolino uccidendolo.

Poi, Volpina corse via lontano lontano. Dopo alcune ore, dopo essersi calmato, senza ricordare cosa aveva fatto, tornò indietro sul luogo del delitto, ma il topolino non c’era più.

Volpina era nuovamente disperatamente solo. Aveva trovato un amico e gli aveva fatto del male. Ecco che avevano avuto ragione le altri volpi a non volerlo. Perché lui era cattivo. Volpina era cattivo.

Pianse per settimane, incapace di darsi pace, poi non ebbe più lacrime e riprese il cammino.

Volpina Blu e la pianta

E così giunse in una grande pianura, al centro della quale vi era una sola pianta verde simile ad una salvia con alti steli e corolle di fiori gialli, non era niente di particolare, ma era comunque una pianta in quel deserto.

La piccola volpe trotterellava, era molto piccolo e magro, però era carino con quelle zampette blu, non esistevano altre volpi come lui.

Nella pianura c’erano cactus, cespugli secchi spinosi , pietraie, qualche fiorellino dai toni violetto, formiche, scorpioni, insetti stecchi, lucertole.

Ad ogni passo Volpina Blu si distraeva a guardare queste piccole cose, d’un tratto si trovò vicino alla pianta, l’esaminò, gli sembrò una pianta tranquilla, senza pretese, non aveva spine come le altre ed era verde, Volpina le si avvicinò e a quel punto una foglia della salvia gli fece il solletico.

Volpina, che stava sempre all’erta, balzò rapido all’indietro per osservare meglio la pianta, e constatato nuovamente che si trattava di una semplice pianta verde, si riavvicinò con cautela, poi, siccome era sfinito, si addormentò lì sotto all’ombra della piantina.

Al mattino Volpina si svegliò, qualcosa gli sfiorava le punte delle orecchie, gli steli fioriti ondeggiavano eleganti nel vento. A Volpina parve di udire un suono, una specie di musica delicata, che diceva ti voglio bene.

Era la voce di Topolino che risuonava nel vento, dunque egli era vivo!

Volpina assaporò tutta la dolcezza di quel suono che veniva con la brezza del mattino, come un profumo o un sapore buono, sorrise, seppe che il topolino lo aveva perdonato. Anche lui voleva del Bene al topolino e sperava, pregava che anche lui lo avesse perdonato, oh Dio delle Volpi!

L’amicizia non è un gioco, non è una cosa che si usa e quando non serve si butta via, l’amicizia è un viaggio che ci cambia e implica fiducia e responsabilità l’uno verso l’altro.

Volpina sperò che Topolino tornasse ma quel giorno Topolino non tornò. Topolino aveva compreso che il suo amico doveva fare da solo fino in fondo la sua strada per diventare ciò che già era, senza saperlo.

E Volpina Blu si rimise in cammino… Forse un giorno il suo viaggio l’avrebbe fatto diventare la Volpe del Piccolo Principe….Chissà Voi che dite?

Fine

Epilogo:

Incontrai Volpina Blu, tanto tempo fa, diventammo amici, facemmo un pezzo di strada insieme, poi Volpina dovette partire e proseguire da solo, senza di me, il suo entusiasmante viaggio che si chiama Vita.

Dal momento in cui è partito, io sono diventata Volpina Blu inizialmente per onorare il ricordo di questa amicizia. Poi mi sono resa conto che Volpina blu sono anche io, che Volpina Blu rappresenta il mio sogno puro di amore e di bontà.

Per me, blu è il colore dell’amore incondizionato e dell’infinito, blu è la coperta della luna, trapuntata di stelle, blu è l’amore che si veste di delicata tenerezza.

Questa non è che una storia di Volpina Blu, questa è la Storia raccontata da me.

Favola di Antonella Marinetti

Progettato, stampato, illustrato e rilegato da TheFlowerAndTheStar

theflowerandthestar@gmail.com

 

Lo scarabeo rinoceronte a passeggio

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Lo scarabeo rinoceronte, Oriectes nasicornus, presenta un singolo “corno” cefalico. Possiede un forte dimorfismo sessuale dovuto all’assenza del “corno” cefalico nella femmina.

Lo scarabeo rinoceronte è un coleottero strettamente crepuscolare e notturno: difficilmente infatti lo si potrà reperire di giorno. Di notte gli adulti escono dai propri nascondigli nel terreno per cercare un compagno. Questi scarabei non si nutrono,  ma consumano  nelle poche settimane di vita adulta le riserve accumulate nel corso degli stadi larvali.

L’ accoppiamento avviene a livello del terreno e, spesso, sotto di esso. Le uova, biancastre, vengono deposte dalle femmine nel legno in decomposizione così come nel materiale vegetale in disfacimento.

Gli adulti muoiono dopo una vita libera di un paio di mesi.

Ho avuto il piacere di incontrare uno splendido esemplare in pieno giorno alla Villa Gregoriana di Tivoli. Forse cercava un compagno, chissà 🙂

Tempo di polvere

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Aspetto un ritorno che non tornerà,

aspetto un natale senza un Gesù bambino,

aspetto una vita che non arriverà,

ci vuole pazienza ad aspettare

tutto ciò che sai perfettamente che non sarà;

è da quando sono nata che aspetto

porta pazienza, aspetta che il tempo non ti aspetta:

di polvere di ossa è pieno il mondo.

(foto di Ivabalk da pixabay)

Vita…

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Ti amo fuori misura, fuori da ogni ragione, fuori da ogni calcolo, fuori da ogni gabbia mentale, fuori da ogni convenzione, fuori da ogni sistema solare, oltre alle stelle e ai fiori, oltre agli universi sconosciuti, oltre all’infinito finito, oltre a tutto. Vita, ti amo da morirne.

Quel darsi all’anima intensamente

 

Chissà se nevica al di là di un dolore
se è dispari il freddo nel cuore,
se da un tramonto è giusto prendere un fiore
che possa rifiorire ancora.

La vita è sempre
quel darsi all’anima intensamente

Mango

Liebster Award grazie a Sarah Maria76

tagLe regole del gioco:

  1. Pubblicare il logo del Liebster award sul proprio blog. 
    2. Ringraziare il blogger che ti ha nominato e seguirlo 
    3. Rispondere alle sue 11 domande. 
    4. Nominare a tua volta altri 11 blogger con meno di 200 follower. 

5. Formulare altre nuove 11 domande per i tuoi blogger nominati. 
6. Informare i tuoi blogger della nomination.

Ringrazio e mi scuso con Sarah Maria di https://sarahmaria76.com/  per il ritardo delle mie risposte. Ci ho pensato su a lungo!

le mie risposte:

Qual è il post che ti è piaciuto di meno e/o che non hai sopportato scrivere? Perché? Perché poi lo hai scritto lo stesso?

Non c’è un post che non ho sopportato scrivere. Magari ci sono post che hanno preso più tempo di altri per uscire fuori di me.

A dire il vero forse questo, sono domande difficili se devo guardarmi dentro ed essere onesta con me stessa.

Descriviti con una citazione (film, poesie, libri, musica, va bene tutto).

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è  invisibile agli occhi.”

Il commento più interessante che hai ricevuto sul tuo blog?

Tutti i commenti che ho ricevuto  sono preziosi perché mi offrono nuovi punti di vista su me stessa. Ringrazio tutti i miei gentili ospiti. Grazie a chi mi fa ridere, a chi mi accarezza, a chi mi commuove, o a chi mi costringe in qualche modo a ripensarmi. Grazie davvero di cuore.

eBook o libro cartaceo? E qual è l’ultimo che hai letto o stai leggendo?

Confesso. Sto leggendo pochissimi libri in questi ultimi anni… è come se avessi fatto il pieno ed ora è venuto il tempo per ioinviaggio.

Leggo qui i vostri articoli, i vostri pezzi di vita e di cuore. Grazie anche per questo.

Se dovessi scrivere un romanzo, cosa lo renderebbe diverso dalla miriade di altri romanzi pubblicati al giorno d’oggi?

Non ho desiderio di scrivere un best seller, vorrei soltanto trasmettere qualcosa di me, la mia verità di fiore imperfetto.

Qual è la frase o l’espressione che ti dà più fastidio?

La negazione dei sogni e della speranza.

Chi vedi quanto ti guardi allo specchio?

Vedo che il tempo è trascorso veloce, che mi sembra ieri che avevo 16 anni , che ora ne ho quasi 50 e che sono ad “un giro di boa” del mio viaggio e che alcune cose sono andate per sempre. Ho realizzato in ritardo che avrei desiderato avere un figlio e ora non è possibile. Ho amato molto una persona come un figlio ma la vita è  complicata…

La cosa che ti piace di più del tuo blog:

Viaggiare lontano con il pensiero e incontrare gli Altri

Il primo viso che ti viene in mente. Ora. Risposta secca.

Quello del Piccolo Principe. Quello di un figlio sognato.

Hai mai scritto qualcosa, qualche post, che sottintendeva tutto un altro significato?

No, non credo. Perlomeno non deliberatamente.

La tua parola preferita (che non è detto che sia l’intercalare usato più spesso).

Credo molto nel valore dell’inclusione e dell’Amicizia.

Domanda bonus: L’ultima volta che “la vita” ti ha sorpreso.

I miei genitori mi hanno sempre sorpreso più di qualsiasi altra persona.

Mia madre legge tutte le mie poesie e le trova belle. Già questo per me è davvero emozionante…

In particolare, dopo aver letto la mia poesia Figlio vorrei, mi ha scritto un messaggio dicendomi che l’avevo commossa e che ero riuscita a dire ciò che lei stessa prova per me e mio fratello anche se non sempre riesce ad esprimerlo.

Le mie domande a chi desidera partecipare sono le stesse , difficili, domande poste da Sarah Maria. Vediamo come ve la cavate!

 

 

Padre

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Padre, grazie che mi hai accolto e ancora mi accogli come un dono della vita, grazie che mi accetti come sono e non mi hai mai fatto sentire diversa o sbagliata o non all’altezza, grazie che mi hai accolta come figlia, in te trovo un porto sicuro in cui fare ritorno ogni volta che lo desidero, e la tua silenziosa presenza è per me un riparo certo, tu mi hai accolto come un bocciolo imperfetto e hai atteso di vedermi per come sono veramente. Hai scelto per me questo nome, Antonella. Non importa se per il mondo sono solo un piccolo fiore da poco, tu mi fai sentire un fiore speciale se ho il tuo Amore.

Madre

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Madre, ti rivedo graziosa ragazza spensierata nella tua foto dei sedici anni con il taglio corto di capelli, il tuo sorriso sicuro e sbarazzino, una leggera timidezza nei tuoi occhi limpidi e puliti, madre se tu sognavi di me già allora io ti ringrazio per avermi cercata desiderata e amata e avermi dato il Dono della vita. Ora che sono adulta, io mi specchio in te e spero di assomigliarti un poco. Tu sei bella come sempre e il tuo animo è pulito e limpido e i tuoi occhi timidi e riservati nascondono la tua grande forza. Madre, sì, tu sei ancora quella sedicenne che mi ha sognato.

 

Tag : i posti che…

viaggi tag

Un tag dedicato al tema dei viaggi, dei luoghi cari, dei posti importanti della nostra vita…

Ringrazio ehipenny di https://ilmondodelleparole.wordpress.com/2016/03/24/tag-i-posti-che/ per la nomina di molti mesi fa, mi scuso per il ritardo ma la ringrazio ancora per avermi fatto un viaggio nella memoria e nei ricordi.

Le regole:

● Riportare la foto del Tag
● Citare l’ideatore del Tag: Neogrigio di https://unavitanonbasta.wordpress.com/
● Ringraziare il blogger che vi ha nominato
● Rispondere alle domande
● Nominare 10 blog amici, soprattutto chi ama viaggiare, e avvisarli sulla loro bacheca, o comunque sincerarsi che abbiano ricevuto la nomination
● Aggiungere tra i Tag “ I posti che Tag”
● Inoltrare le vostre risposte al creatore del Tag (sempre Neogrigio), nominandolo come undicesimo o inoltrandoglielo per altra via.
E’ importante specificare che per posto non si intende esclusivamente una città, è infatti possibile anche menzionare un monumento, una piazza, una vista, qualsiasi cosa che abbia suscitato un’emozione, e se si è indecisi anche più soggetti per risposta.
Il posto …

1 … che porti nel cuore

la Finlandia, il mio primo viaggio da sola, avevo 19 anni e andavo dalla mia amica di penna finlandese, un viaggio avvolto dai colori del sole di mezzanotte e dalla dolcezza di questa amicizia; la casa dei nonni dove trascorrevo gran parte della mia infanzia con riti e sapori e visi che non ci sono più…; il rumore che faceva la torta allo yogurt di mia nonna Maria nel thè; l’abbraccio dei miei genitori da piccola quando bastava per farmi sentire al sicuro da ogni cosa

2 … più divertente

le feste con gli amici in casa dei miei genitori con mio padre che raccontava storie tanto divertenti che tutti avevano le lacrime agli occhi… sono sicura che se ne ricordano ancora tutti quanti…;

le feste di Carnevale in famiglia con la nonna Maria che si vestiva da araba;

le feste con mio nonno che ci preparava delle sorprese sotto ai piatti;

e altre cose semplici come queste…

3 … più commovente

l’ospedale in cui ho conosciuto per la prima volta mio nipote appena nato… era bellissimo!!! Prenderlo in braccio e ammirarlo per la prima volta: un dono immenso !!!

4 … più deludente
sinceramente il mio posto di lavoro ma non intendo lamentarmi, quando ero giovane ero molto illusa, ora lo sono meno ma non per questo soffro meno… il posto di lavoro non è che in piccolo lo specchio del mondo in cui si vive e pertanto non può che essere deludente

5 … più sorprendente

il Brasile! Un viaggio tra mille colori e contraddizioni, tra un senso semplice e gioioso della vita e un non valore della vita umana, tra la gioia e la disperazione, tra i sorrisi e lacrime, tra la poesia e la natura…;

6 … più gustoso

la cucina di mia madre e i risotti di mio padre, il cibo è amore!
7 … che ti hanno lasciato un ricordo particolare

l’incontro con mio zio e mio cugino Gianmarco e ogni incontro che sia di vera amicizia e di autentica condivisione;

il viaggio insieme a A. de Saint Exupery a conoscere il piccolo principe;

un breve viaggio a Roma per incontrare una Stella;

8 … più romantico
è un segreto !

ma in genere tutti i luoghi in cui si sente l’Anima della natura e la Forza della Vita

9 … che vorresti rivedere
il paesino in cui io e la mia amica del cuore trascorremmo insieme alcuni giorni d’estate  della nostra adolescenza, ma è un luogo a cui non si può più tornare indietro come tanti altri della nostra vita, il paesino c’è ancora e noi siamo ancora ottime amiche ma non siamo più le ragazze di un tempo e ci sembra impossibile che il tempo sia passato così rapidamente…;

un paese che si chiama Amicizia in cui gli amici confidino l’uno nell’altro con sincerità e fiducia;

un paese di parole buone e gentili e di reale accoglienza;

un paese di Sogno e di Amore per la Vita…

10 … dove ti piacerebbe andare

dove mi porta il cuore… in  un mondo in cui gentilezza, pace, rispetto, accoglienza , uguaglianza e Amore trovino ampio spazio, un mondo in cui ogni persona possa essere libera di essere ciò che è, senza maschere, senza corazze, senza  io parto e riparto ancora una volta solo da me, da ioinviaggio.

 

Buon viaggio a tutti, liberi viaggiatori !

 

 

 

 

La sfida di Gianmarco per andare Oltre.

La sfida di Gianmarco per andare Oltre.

Vedi… è questa la sfida di Gianmarco – devo accoglierlo così come è. Lui mi costringe ad andare OLTRE il razionale, la comunicazione orale, le chiacchiere, le teologie, la compassione, ecc. ecc.

Lui, oggi, è il mio maestro di Vita. Da lui ho mille cose da imparare – valorizzare il treno, il movimento, il miele, la piscina, la musica, le piccolissime cose che noi diamo continuamente per scontate, ecc. ecc. Un eccetera eccetera senza fine come senza fine è il suo sorriso. Ed è questo, il suo SORRISO, che è la mia università di Vita, la presenza di quell’ OLTRE che prende viso, espressione, manifestazione attraverso di lui.

Gianmarco. E’ lui la presenza del mio OLTRE. E’ lui che me lo rende presente, che me fa lo vivere, vibrare.

Datemi una mano. Perché senza un interlocutore non riesco ad esternare quello che vivo dentro.

Ho scritto qualche cosa, ma mi rendo conto, che oggi è diverso. Lui invade la mia giornata e la mia anima, portando primavera, fiori, sorrisi senza fine.

Sorrisi, ho detto, vero…

E’ quello la presenza visiva del mistero, dell’Oltre… e non ho più parole per procedere.

Lui è più anima che materia…

Come trovare le parole adeguate per esprimerlo come lo sento, come lo vivo…?

Accettate la sfida di Gianmarco per andare Oltre?

Fausto A. Marinetti

(Gianmarco è figlio di Fausto ma anche il suo più grande Maestro di Vita, ha 18 anni, è affetto tetraparesi spastica e atrofica ottica ma la sua anima è tra le più libere e sorridenti che io conosca…)

Camminare insieme nel viaggio della Vita, accogliendo l’Altro come l’Oltre

 

parachute-704416_1280Questa riflessione nasce dall’incontro di due viaggi, quello di Fausto e Phlomis, che si incontrano e si accolgono…

Per camminare insieme, o semplicemente fianco a fianco, nel VIAGGIO della vita – unico per ciascuno di noi – sarebbe bello riuscire davvero ad ACCOGLIERCI l’un l’altro. E per fare questo credo sia importante conoscersi meglio condividendo quello che abbiamo dentro.

Senza forzature, senza invasioni, senza presunzioni, senza pre-giudizi.

Potremmo accorciare le distanze tentando di accogliere – che è OLTRE al capire con la sola testa – l’ Altro.

La vita ci riserve sempre delle sorprese, a volte gradite, il più delle volte sgradite. Occorre imparare a valorizzare al massimo le sorprese belle e se possibile provare a capovolgere la nostra visione, e se le cose brutte che continuano a succedere, indipendentemente dall’impegno e dell’amore che vi poniamo, fossero piuttosto delle opportunità ?

Tutte le nostre esperienze servono a farci crescere in Umanità. La nostra e quella degli altri.

Non è questo forse il senso ultimo della nostra Vita?

Occorre entrare con delicatezza nella vita degli altri, in punta di piedi come davanti ad un mistero sacro, rispettando e amando quell’Oltre che sfugge alla nostra capacità di comprensione e che camminarsi incontro sia proprio questo un superamento dei pre-giudizi o della paura di ciò che non conosciamo. Non basta camminarsi incontro per arrivare ad incontrarsi, occorre scambiarsi qualcosa altrimenti è solo una bella conversazione.

Camminiamo insieme, a lato, con tenerezza e clemenza verso noi e gli altri, andando OLTRE…

(foto di Skeeze da pixabay)

Incontro con Gianmarco

Dopo molti anni che non ci vedevamo lo scorso 24 luglio ho incontrato mio zio Fausto, sua moglie Luiza e il loro figlio Gianmarco.

Mio cugino è disabile grave non vedente, eppure i suoi occhi sono magnifici e il suo sorriso e la sua felicità contagiose.

Certo i suoi genitori si occupano di lui a tempo pieno, giorno e notte, con un amore, una dedizione e un sorriso che mai vengono a meno.

Gianmarco ama molto andare in stazione e sentire i treni passare e anche salirvi e fare piccoli tragitti in treno. E così dopo il pranzo di festa per esserci ritrovati, siamo andati insieme alla stazione a gioire insieme a Gianmarco. Al solo sentire le parole treno e stazione Gianmarco si illumina e scoppia in un riso vero di pura gioia. La sua felicità è fatta di tante altre piccole cose…per esempio le parole affettuose di mamma e papà, la musica che ascolta con le cuffie, il rombo di un aereo, la gratella di un tombino su cui passa sopra con la carrozzina…

La felicità di Gianmarco è semplice e pura e fa stare bene chi gli è vicino, è contagiosa, restituisce il valore autentico della Vita, semplice pura e viva come lui a dispetto della sua grave disabilità. Gianmarco è un autentico Maestro di Vita.

Mio zio racconta:

“Frequento la scuola di Vita di mio figlio Gianmarco da 18 anni e sono ancora all’abc. Io non finisco mai di imparare da Gianmarco. Vado alla stazione quasi tutti i giorni e comincio a godere con lui del treno, delle botole, delle “graticole” (per strada). Lui percepisce quando entriamo nel sottopassaggio e sa già che io farò il verso del treno a tutto volume, incurante dei passanti, i quali sorridono, sorridono…

Mi fermo in sosta quando sento un uccellino che canta e lo invito, a gran voce, a cantare ancora per Gianmarco. I cani, poi, vengono invitati ad abbaiare delicatamente…

E poi c’è l’orchestra del mare. Rimaniamo a lungo ad ascoltarla, applaudirla, viverla con tutti i pori del corpo e dell’anima.

Ieri sono andato in treno con Gianmarco da Senigallia fino a Pesaro.

Non stava nella pelle… dovevi vederlo per sentire le sue vibrazioni di gioia e piena felicità. Forse può bastare un viaggio in treno per sentirsi vivi, felici?

Quando stai insieme a Gianmarco  mi passa tutto, ogni turbamento, ogni sofferenza, ogni dolore, tutto, perché mi costringe ad essere felice per trasmettergli felicità, anzi, è una simbiosi: lui trasmette a me ed io a lui. Vedrai, provare per credere.

Anche stasera siamo andati alla stazione… ormai piace anche a me:

movimento, vita, correre dietro a un sogno che viaggia senza fine… come il treno della Vita!”

(nella foto Fausto Gianmarco Phlomis )

gianmarco

Esci al largo di te….

above-736879_1280Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura.

Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

(foto da Pixabay)

L’alba è l’infanzia della vita…

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L’alba avanza e m’appassiona sempre più. Come un bambino di luce che nasce. La sento arrivare anche ad occhi chiusi. La luce che sboccia tra le fragili braccia dell’orizzonte. L’alba mi fa più buono. Lo stesso fenomeno che innesca in me Luisinho, il bimbo più piccolo, quando lo prendo in braccio: m’impone d’essere più umano. Forse l’alba è l’infanzia della vita. Una lama di luce che avanza a tagliare le tenebre e far nascere il nuovo, a promettere una cascata di luce.

Tutto ciò che è piccolo ha più bisogno di cure, di premure. Ed io ricerco la compagnia dei pulcini, degli agnelli. Convivo con i fermenti della storia, le proiezioni in avanti, gli slanci, le frustrazioni: ingredienti che esigono un dosaggio equilibrato. Forse ci è dato di contemplare l’uomo universale solo in sogno. Ci è dato di sospirarlo, di struggerci dalla voglia di vederlo; ma è in gestazione nell’utero della storia. Nel frattempo possiamo mandargli lettere d’amore, offrirgli mazzi di colori.

Luisinho mette insieme dei suoni: «Didì (pulcino), gagà (gallina), mou (mucca), agún (acqua)». Tutti i momenti vuole prendere un pulcino. Sale sulle sedie, conquista i tavoli. Al mattino fa il suo giro del mondo in carriola e pare un principe. Gli occhi vivissimi che non si saziano mai di bere cose nuove. Mette e toglie coperchi; apre e chiude vasetti, serrature, interruttori: vivere è la sua passione. Piove fino fino. Ho giocato con lui ad afferrare l’acqua che cade dalla grondaia.

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Il Dio dei poveri

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Il Dio che i poveri rivelano è pratico: se ne intende di riso e fagioli. Cristo è uno che si fa toccare con le mani; uno che entra nella tua vita con le carte in regola: le stigmate del dolore. È uno che sa piantare foreste, mari, stelle, albe e tramonti. Uno che ha riempito la terra di mele e di banane, di colori e di note. È uno che senti tra i denti quando mangi un frutto, la luce, la musica; quando ti nutri d’umanità. Io lo conosco solo attraverso la materia, la carne, un tessuto di cellule e di elettroni, lo stesso che veste me, la luna, il sole …

Fausto A. Marinetti da Ai confini di Dio

Grazie ad Ilaria :
Empobrecidos – diario dalla periferia del mondo
https://empobrecidosblog.wordpress.com/

Sul senso di scrivere

Un conto è mettersi a scrivere a tavolino macinando pensieri e mettendo insieme sentimenti, vestendoli di parole appropriate, e un altro conto è avere qualcosa dentro che vuole venire fuori perché non riesci a contenerlo.

Questa seconda posizione deriva da chi vive intensamente esperienze forti.

Guarda: ti dirò più apertamente: le cose che scrivo adesso le ho pensate 15 anni fa, ma allora erano intuizioni e quindi le scrissi in modo freddo e astratto, oggi le riscrivo vestendole di sentimenti, dandogli nomi e cognomi, fatti, incontri che toccano dentro.

Perché?

Perché la vita è più ricca del nostro pensiero e della nostra fantasia.

Va oltre, ecco tutto.

Fausto A. Marinetti

da lettere di uno zio per una nipote

Alla ricerca di … capperi & cucunci

capp 55
impervi passaggi sulle rocce alla ricerca di…
capp 6
…capperaie selvaggie e generose…
capp 1
fiori di leggiadra bellezza fioriscono e sfioriscono rapidamente
capp 2
a testimoniare la fugacità della vita
cap
una phlomis alla conquista dei capperi
capp 10
i diversi stadi dei boccioli

 

capp 9
capperi & cucunci, bocciolini e frutti di Capparis  spinosa

una curiosità per il mio amico Guido : i gechi sono ghiotti di cucunci , i semi passano indenni nel loro apparato digerente e ne vengono espulsi intatti , in questo modo le piante di cappero si propagano e si diffondono nei posti più impensabili ed impervi…

Dal ponte di Furore

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Grande Luce photo

Dal ponte di Furore

 

osservo il tuffo che mai farò :

resto a guardare i sublimi tuffatori delle vertigini

da quell’altezza affrontare con sicurezza il mare;

resto a guardare i tenaci tuffatori di ieri e di domani

alternarsi alle stagioni della mia vita;

sul bordo del ponte io resto a fissare il tuffo che mai farò.

Dal ponte di furore

osservo una sposa che brilla nel sole

le labbra rosse

i piedi nell’acqua

lo scintillio della veste

il sorriso di rosa.

Dal ponte di furore

osservo il tuffo che non ho fatto:

bambini cercano piccoli pezzi di mattonelle

tra la sabbia il brillante perso.

(Foto di Grande Luce al Fiordo di Furore, costiera amalfitana)

Celebriamo il mese di maggio

Parlare di MAMMA alla latitudine dell’abbandono è assurdo, non-senso?

Ma se uno non ha mai sentito il calore di un cuore materno, come fa ad immaginare che cosa sia una mamma?

Da una Lettera di Fausto A. Marinetti:

Fortaleza, casa do menor, (centro di accoglienza per bambini e ragazzi abbandonati), 12 maggio 2016.

Ieri mattina è toccato a me, Fausto, a guidare la preghiera. Eravamo solo una dozzina: 10 adolescenti, e l’assistente Sheila.

Celebriamo il mese di maggio, il mese di ogni Maria, di ogni donna/mamma.

“Sheila, per piacere siediti qui davanti. Guardiamola bene. Non è come la nostra mamma? Pensiamo a chi ci ha portato nel ventre per nove mesi. Chiudiamo gli occhi, immaginiamoci nel grembo materno. Fatto? Cosa provavamo, cosa sentivamo? E cosa provava, cosa sentiva la nostra mamma? La nostra mamma potrà aver fatto questo e quello ma è pur sempre la nostra mamma, la nostra culla della vita. Ci ha dato quello che nessun altro ci può dare, neppure l’uomo più ricco al mondo: la Vita. Come un dono, il regalo più bello. Ci ha dato gli occhi, le mani, i piedi per correre nel mondo, il cuore per amare ed essere amati. Qualcuno riesce a ricordare quando era in braccio alla sua mamma?”

Silenzio di tomba.

Neppure io riesco a ricordarmi tra le braccia mia madre.

Vorrei dettagliare: “Ricordate quando vi abbracciava e baciava, dandovi la buonanotte?”, ma quel silenzio glaciale mi paralizza l’anima.

Metto su un’altra sedia vicino a Sheila la statua della Vergine Maria, invitando a fissare bene le due “mamme”.

Poi chiedo:

“Tu, Isaias, Izaquiel, Lucas, Eliù …c’è qualcuno che ha un po’ di rabbia per essere stato abbandonato?”

Solo Lucas ha detto di provare tanta rabbia verso sua madre.

“Perché?”.

“Perché neanche i cani abbandonano i loro cuccioli”.

Proseguo con un gruppo in gola:

“Chi ricorda l’ultima, proprio l’ultima preghiera di Gesù negli ultimi istanti della sua vita? Non era a letto bello tranquillo, ma sulla croce. E lì, sotto, c’era quella gente che Lui aveva guarito, cercato, amato. E loro gli hanno piantato i chiodi nelle mani e nei piedi. Per immobilizzarlo, per uccidere il suo amore”

A quel punto Alex interviene:

“Ha detto: Padre, perdona loro, non sanno quello che fanno”

“Come ha fatto a scusare, giustificare chi gli faceva un male così orrendo? Come ha fatto ad avere questo coraggio? E noi? Abbiamo il coraggio di perdonare chi ci ha abbandonato? Anche io, praticamente, sono stato abbandonato quasi come voi. Sono entrato in seminario a 11 anni e non riesco a ricordare, a vedermi in braccio alla mia mamma. Eravamo sette fratelli e mia madre è stata assente dalla mia vita…”.

Lucas è rimasto impassibile, la faccia dura, il cuore spento.

Come fargliene una colpa? Ed io:

“Va bene. Il Signore non ci chiede di pregare come ha fatto Lui sulla croce, perdonando i suoi nemici. Ma la nostra mamma può essere la nostra nemica? Può averci messo sulla croce dell’abbandono, piantato i chiodi per cattiveria? Da soli non riusciremo mai a perdonare la nostra mamma. Gesù è disposto a darci questa forza, questo coraggio. Pensiamoci bene: se non perdoniamo la nostra mamma non riusciremo a perdonare neppure noi stessi?”.

Poi, in cerchio, mano nella mano, abbiamo pregato per tutte le mamme che abbandonano i figli; per i 50 milioni di prostitute; per le bambine abbandonate e abusate…

“E, per finire, diamo un abbraccio a donna Sheila, come se lo dessimo alla nostra mamma, a tutte le mamme del mondo… Amen!”.

(Da una Lettera di Fausto Alberto Marinetti)

Ogni bambino porta un mistero e un messaggio…

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Una sera, come tante, nel centro di accoglienza per i meninos de rua, i bambini si riuniscono intorno a Fausto per giocare con il più piccolo. (Maranhão, Brasile, 13 aprile 1993)

I Bambini hanno invaso la mia stanza, nella quale mi rifugio a giocare con L., il più piccolo di pochi mesi. Tutti vogliono farlo divertire per farmi contento. Ed io non ho il coraggio di mandarli via, perché si vede che vogliono la loro parte d’intimità, di attenzione. È il più piccolo che fa dimenticare la fatica, le disillusioni, e tutto il resto della nostra stretta convivenza al centro con i suoi lati piacevoli e meno piacevoli.  L. ha il potere di trasmettere voglia di vivere. Ogni sera bisogna cercargli un nuovo giochino. Conosce tutti gli oggetti di casa, comprese le pentole e gli utensili. La sua passione sono le serrature, le pile, le posate. Gli metto in mano i pulcini, gli faccio accarezzare il gattino e il cagnolino. Credo che ogni bambino sia un «mandato» da oltre per portare un mistero e un messaggio. Studio i suoi progressi e le sue reazioni. Quando è riuscito a stare in piedi per la prima volta e a battere le manine, l’abbiamo applaudito. Ogni cosa nuova gli fa lanciare un gridolino, come stesse assaporando una nuova goccia di vita. Va matto per tutto ciò che è componibile e scomponibile: tappi, coperchi, cosine da avvitare e svitare. Pare considerare il nuovo come un dono. Quando si stanca di tutto lo metto in groppa e gli dico: «Andiamo a fare il giro del mondo!». E lo porto a vedere i conigli, i maiali, i pulcini, le pecore. Che gridolini di conquista quando riesce ad afferrare le corna di un capretto oppure lo mettiamo in sella a Raio. Le sere di luna piena lo porto a vedere lo spettacolo del cielo. Per effetto ottico sembra più grande e più vicina e L. allunga le manine per afferrarla. Quando il cielo è stellato saluta le stelle con la manina. Crescendo si perde la freschezza della curiosità; non si è più capaci di stupirsi; tutto diventa routine. Un bambino piccolo aiuta a riscoprire il sapore della vita. Anche Dio deve dimenticare tante cose quando guarda i bambini, tutto ciò che ha bisogno di tenerezza. Non è per questo che il Cristo cercava la loro compagnia, ce li proponeva come modelli e sgridava gli apostoli che glieli allontanavano? Perché un bambino tanto piccolo ha il potere di trasmetterci tanta gioia? Chi non prova qualcosa di umanizzante quando vuole afferrare la pioggia, la luce, la fiamma della candela, quando fa ciao alla luna e alle stelle?

(da Ai confini di Dio di Fausto A. Marinetti)

Domande senza risposte

da una lettera -dialogo tra me e Fausto sulla sua esperienza coi bambini abbandonati

Fausto :
Ma chi ha ricevuto solo botte, chi è stato abusato dal padre, chi è stato torturato dalla madre, chi non ha mai avuto un bacio, una carezza, come può essere in grado, permettersi di amare? Chi è nato per nutrirsi di spazzatura come fa a non sentirsi un rifiuto come Marcelo?
Io:
Occorre trovare e costruire un senso per vivere
a questi bambini che ti chiedono perché sono nati tu cosa rispondi ?
Fausto:
per fortuna non me lo chiedono con le parole, ma con gli occhi sì.
Cosa rispondo? Non ci saranno mai parole adeguate, capaci, in grado di rispondere ad un abisso di vuoto spinto, di male assoluto.
No. Non rispondo. Me ne sto zitto, contemplo in fondo ai loro occhi la loro fame di amore e li abbraccio forte forte, per farmi perdonare…
 

Impastati di luce e tenebra

27.9.1993 Maranhão, Brasil

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L’alba mi fa stare bene.

La vita rinasce ad ogni nuovo giorno. A fermentare il cosmo, a lievitare l’anima dell’universo.

La luce sveglia la vita.

Vivo l’alba come un fenomeno sempre nuovo. Qualcosa che esercita su di me una magia. La luce che sgorga dalle tenebre mi rapisce. Una materia luminosa che nasce dalla materia opaca. Alla stessa maniera osservo il bambino più piccolo e mi chiedo: come è possibile che da due esseri opachi – come noi adulti – possa nascere un esserino così meraviglioso. Anche noi siamo impastati di luce e tenebra?

Fausto A. Marinetti da Ai Confini di Dio

 

I Lillà del paese fantasma

 

Una magica fioritura di lillà (syringa vulgaris) da l’ illusione di una vita che continua nel borgo fantasma di Castiglioncello. Questo paese  si trova nella valle del Santerno, in località Moraduccio, a 6 km da Castel del Rio, raggiungibile a piedi con una breve e piacevole passeggiata. Apparteneva al granducato di Toscana, a partire dal 700 fu progressivamente abbandonato quando al posto dell’antica strada lungo al crinale appenninico si iniziò ad utilizzare la nuova strada nel fondovalle, la via Montanara che unisce Imola a Firenze. Castiglioncello rimase sempre più isolata fino al completo abbandono, ora in un grave stato di rovinaconserva tuttavia un fascino particolarmente suggestivo insieme alla bellezza del panorama sulla vallata e sulla cascata del rio dei briganti.

(foto di Phlomis, 25 aprile 2016)

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Un muro con papaveri.

Sempre più raramente si avvistano i papaveri nei campi coltivati; spodestati dalle campagne essi hanno traslocato in cerca di maggiore fortuna nelle periferie artigianali e industriali, ecco un esempio.

Un muro di una fabbrica con papaveri, zona artigianale nel forlivese a pochi metri dal termovalorizzatore … eppure questi papaveri sembrano esplodere di vita e di  colore…

Vi presento Fausto Marinetti

Fausto Alberto Marinetti nasce a Milano nel  1942, diventa sacerdote nel 1968, licenziato in Teologia Pastorale, rinuncia al dottorato per entrare nell’«università del popolo».

Quattro esperienze in particolare segnano la sua vita:

La prima esperienza è la convivenza con i “rifiuti umani” scaricati ai margini della città, ciò gli insegna che i mali della società non si curano con palliativi.

La seconda esperienza lo vede impegnato per dieci anni nella comunità di Nomadelfia, accanto a Don Zeno, qui sperimenta l’avventura dell’uomo nuovo, della famiglia e della società nuova, vive la speranza dell’utopia.

La terza esperienza è trovarsi a vivere e sopravvivere per  vent’anni sul Calvario del terzo mondo nel Nordest brasiliano, qui incontra la più grande tragedia della storia: l’oceano della miseria e la sua disperazione, l’arricchimento del nord del mondo al prezzo dell’impoverimento del sud. Dai “depauperati del pianeta” impara che la cosa più urgente è un cambiamento di rotta.

Essendo egli stesso un testimone della storia,  Fausto diviene conferenziere e scrittore, denuncia le cause dell’ingiustizia istituzionale con libri-testimonianza: “L’olocausto degli empobrecidos” (1986, 7^ edizione), “Lettere dalla periferia della storia” (1989, 2^ ed.), “Canto l’uomo” (1990), “Ai confini di Dio” (1995), dal 1990 al 2000 visita vari paesi come reporter per diverse riviste missionarie, nel 2000 rientra in Italia e si dedica all’approfondimento e alla diffusione del messaggio di don Zeno e degli “empobrecidos”, attualmente vive a Fortaleza, Brasile.

Ma la quarta e fondamentale esperienza è quella di diventare padre di due figli, in particolare di Gianmarco, disabile grave e non vedente.

Ancora una volta e ancora di più Fausto sperimenta che l’amore è quella cosa che inizia laddove finiscono le nostre risorse, un andare oltre a noi stessi.

Fausto si trova ad un bivio come lui stesso scrive:

” la voglia di desistere e quella di buttarti, di credere che l’amore vero è un “Oltre” tale che incomincia dove finiscono le tue risorse. Se decidi di starci, nasci all’amore, diventi una nuova creatura.”

Il figlio Gianmarco insegna a Fausto a comprendere il più importante dei linguaggi, quello del cuore, comunicando con il suo sorriso che la tenerezza della vita è un bene prezioso e insostituibile.

I libri dell’autore sono reperibili sul sito www.logoslibrary.it digitando su autore: Marinetti Fausto. O richiedendoli a: fausto.marinetti@gmail.com Due libri su don Zeno: L’eresia dell’amore, Don Zeno, obbedientissimo ribelle . Su www.arcoiris.tv digitare su CERCA: Diario dalla periferia della storia. Documentario della RAI su Fausto. L’uomo di Nomadelfia , fiction della RAI su don Zeno.

Il prossimo 9 aprile 2018 sarà in uscita il suo nuovo libro intitolato Caro Francesco, una serie di lettere dal nordest brasiliano, da Fortaleza, testimonianza diretta di un mondo dimenticato, degli scarti della società, bambini abbandonati, ex drogati, perduti e disperati…

Fausto invia al Papa i messaggi degli ultimi perché vengano ascoltati ed accolti. Fausto è il portalettere, un semplice postino di tanti crocefissi che gli hanno affidato la loro voce per giungere all’attenzione del Papa.

Caro Francesco è anche un diario di quattro anni sofferti a stretto contatto con gli emarginati della vita, una sfida ad accoglierli a rispettarli ed amarli….

Caro Francesco. Riflessioni, testimonianze, messaggi
di Fausto Marinetti

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Ninnare la vita

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Centro di accoglienza per bambini di strada, i meninos de rua, nel Maranhão, Brasile,  0ttobre 1993

Non esiste privacy per i poveri. Ieri sera per avere un poco di tempo per me, mi sono nascosto in camera. Le bambine A e S. mi hanno scovato e prima di addormentarci si è svolta questa piccola conversazione.

“Secondo voi da dove viene un bambino piccolo?”

“Dal ventre di sua madre”, rispondono le bambine

“Guardate L. , l’ultimo nato, negli occhi: non c’è della luce che viene dalle stelle?”

Stupore.

Una bimba esclama: “Allora prima si nasce sulle stelle e poi sulla terra?”

I suoi occhioni neri sembrano dilatarsi:

“Voglio sognare L. per sapere come era quando viveva sulle stelle…”

E L. non si decide a dormire. Gli canto tutte le ninna nanne che il convento mi ha insegnato: quella di Bramhs, del Somma, Adeste fidelis, Tu scendi dalle stelle.

Una sensazione divina cullare un bambino. Ninnare la vita. Cullare Luisinho non è cullare la stessa umanità di Cristo, la stessa dei popoli?

Ai confini di Dio. Fausto A. Marinetti

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere

Oggi è il viaggiatore che mi fa vivere, se sono fatto su misura planetaria, se qualcuno mi ha messo dentro al cuore aspirazioni senza fine, se il mio pensiero non riposa mai devo trovare la maniera per alimentare la mia fame e la mia sete di conoscenza dei miei simili. Quando torno dall’immersione in apnea di un popolo con la sua storia cultura tradizioni io ne esco arricchito, altro che arricchito, mi sento un altro: come avessi ricomposto il mosaico di quel me che porto dentro e che vuole emergere come quando si sviluppa e si stampa la fotografia.

Io non riesco a concepire la mia vita se non con gli altri. E oggi a me servono gli altri su misura cosmica e planetaria, non mi basta chi mi sta intorno, un ruscelletto non mi disseta e allora mi butto in alto mare..

Esci al largo di te e troverai l’altro che rende possibile la pienezza di te, ma forse c’è una premessa: eliminare la paura. Perché aver paura di non farcela ancora prima di mettersi in viaggio?

A me succede il contrario: ho sempre voluto fare cose azzardate, cose che gli altri rifiutavano. E oggi, mi piacciono i sogni che gli altri hanno paura a sognare, anche se ho preso delle batoste e delle delusioni, ma non rimpiango nulla perché tutto è servito a fare di me quello che sono oggi: e so che devo accettarmi, volermi bene come sono al fine di fare di me ciò che sogno.

Fausto A. Marinetti

(da lettere di uno zio per una nipote)

 

 

 

Che contrasto…

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Imperatriz, Maranhao, Brasil, 21-4-1992

Che contrasto tra la bellezza sfolgorante del creato e il disordine ad opera dell’uomo! Lo notavo all’alba mentre tutto si colorava di un rosa travolgente che si rovesciava senza misura sui tetti, sulle campagne, scendendo lungo le dodici palme dei babaçu. La tenerezza del cielo prendeva corpo in quel colore rosa che inteneriva l’universo e la storia. Dio, la terra degli scomunicati dalla vita è assetata della tua tenerezza. Poi la festa dei colori. E gli uccelli ad esaltarla in coro. La preghiera scorre dentro spontanea, come il ruscello là, dietro ai cespugli. I banani con immense pale verdi a tessere storie di clorofilla, approvvigionamento d’acqua e di calore per produrre il frutto. La spirale della vita riprende la sua marcia… Per saldare tutto insieme :note ed elettroni, colori ed onde, stelle e fiori, uomini e popoli.

(da Ai confini di Dio) Fausto A. Marinetti

(foto da pixabay)

Tema : il mio papà

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È un momento cruciale della mia piccola vita, io sto per compiere 11 anni, sono nata a Milano e ho abitato a Milano dove ho frequentato le scuole elementari, ho un fratello di 5 anni, e i miei genitori hanno progettato di cambiare città e regione, mio padre deve affrontare un lavoro completamente diverso da quello che ha sempre fatto e ha comprato un terreno che coltiva personalmente, a breve io e la mia famiglia, insieme, stiamo per sostenere un trasloco e io sto per concludere il ciclo della scuola elementare e per iniziare un nuovo periodo della mia vita, quello della pre- adolescenza.

Le circostanze che rendono necessario il nostro trasferimento non sono belle, una serie di furti ha compromesso la serenità della nostra vita lavorativa ed affettiva a Milano, siamo alla fine degli anni 70, forse i miei genitori temono per i figli e desiderano offrirci una vita migliore in un’ altra regione, in una piccola città di provincia (allora tranquilla, ora non più) .

Per me ciò significa iniziare le scuole medie in un’altra città, per mio padre cimentarsi in un nuovo lavoro, in una nuova scommessa, in una nuova responsabilità, e così pure lo è per mia madre, mentre per mio fratello sarà l’inizio della sua prima avventura scolastica.

22 maggio 1979 Classe V/A scuola elementare via Magreglio, Milano

tema: Il mio papà

Assai nervoso, sempre in lotta con tutti, indipendente con una vita tutta sua : è il mio papà.

In questi giorni è tutto preso fra il lavoro della terra e il trasloco.

Quando è a casa smonta i mobili ma trova sempre un attimo per dedicarci il suo amore.

Al contrario della mamma ci fa sempre giocare.

L’altra domenica io e mio fratello stavamo discutendo sull’alfabeto Morse e il papà per farci divertire ha inventato una storiella su questo modo di comunicare. Poi mio fratello è andato in bagno per parlare in alfabeto morse.

Con il mio papà ci divertiamo molto e non solo, trattiamo anche degli argomenti molto interessanti.

Quando è in Romagna è tutto preso dal suo nuovo lavoro e dalla terra.

Il suo nuovo lavoro di rappresentante di prodotti per l’agricoltura e l’allevamento gli da preoccupazioni con i clienti che discutono sulla qualità dei mangimi per animali che il papà tratta.

La terra gli procura molto lavoro perché non vuole che sia curata da altri.

Una volta ha fatto tanti buchi in una volta e per non sprecare tempo ha messo in questi buchi due o tre patate assieme.

A mezzogiorno e alla sera rincasa molto tardi.

Vivere su un’isola deserta, lontano dal resto del mondo è il suo sogno.

Sempre pronto a lottare con la vita e con il mondo è il suo principale pane quotidiano.

Forse è per la sua indipendenza e per la sua lotta continua di ogni giorno che lo ammiro e che gli voglio bene e sono certa che se anche in cambio mi offrissero tutto l’oro del mondo, io non cesserei di volergli bene.

Memorie dal sottosuolo fotografico.

Il lavoro di uno stampatore di foto è fatto di solitudine  e  di silenzio in un camerino scuro senza luce nè finestre, in una specie di loculo dove prende colore la vita nei fotogrammi scattate dagli altri. Una stampatore vede tutta la vita in tutte le sue fasi scorrere davanti  ai suoi occhi, nascita battesimo comunioni cresime matrimoni, compleanni, lauree, viaggi, vacanze, morte. E lo stampatore restituisce a questi ricordi una seconda vita, una seconda possibilità di esistere, di non sfocare via, di non estinguersi.

Prima della definitiva morte della stampa analogica io ho lavorato con una macchina stampatrice con sviluppatrice incorporata, mi sentivo io stessa un essere in estinzione, o meglio in rottamazione, e durante quegli ultimi anni resisteva ancora un esemplare di fotografo analogico, che chiamerò con nome di finzione Tac.

Di solito la direzione non fa entrare volentieri i fotografi dentro al laboratorio, a meno che si tratti di una visita guidata, perchè ti fanno perdere tempo e guadagnare poco, ma per lui si faceva uno strappo alla regola. A dire il vero la direzione lo sopportava ma l’accordo c’era e andava rispettato.

E così di primo mattino arrivava un distinto signore, molto simpatico, sui 65 anni, esigente e preciso, ma gentile e io facevo del mio meglio per stampargli delle belle stampe.

Dire belle stampe non è propriamente corretto…. in quanto le sue foto erano un poco strane, diciamo, e non si poteva dire che fossero belle nel senso tradizionale del termine.

Tac è un’artista, è  uno specialista nel documentare e denunciare il degrado ambientale, le rovine industriali, le costruzioni che stanno per crollare, i wc e le docce corrosi dal calcare, i chioschi malinconici della piadina romagnola in inverno, le crepe che si aprono sull’asfalto, le rocce che sembrano animali, il castagno di Dino Campana, le vie e le tapparelle della sua città, le fabbriche di scarpe, il senso del nulla nei supermercati , i peschi estirpati con le radici all’insù, e altre cose molto strane.

Possiamo anche sorvolare sui soggetti da lui prescelti che io di arte non ci capisco niente ma si può azzardare a credere che le sue foto siano perfette con magnifici colori, non che siano i colori a fare bella una foto però i colori devono stare al posto giusto.

Ma questo uomo simpatico e gentile non ha per nulla il senso del colore in senso tradizionale, le sue stampe sono anemiche, la predominante è  blu-verde, Tac detesta i cieli azzurri da cartolina, i suoi cieli sono anemici, scoloriti, candeggiati. Guai a fargli un cielo azzurro… lo vedreste inorridire…

E così arrivava con il suo pacchetto di negativi 6×6 tutti in ordine, catalogati e ordinati in un bel raccoglitore nero e si sedeva accanto a me e filtravamo insieme, poi usciva il lavoro dalla sviluppatrice e ci spostavamo sotto la lampada a visionarlo e a correggerlo.

E lì iniziavano i problemi…. i problemi per me, chiaro…

A me o ad un altro filtratore bastavano pochi secondi per decidere se in una copia vi era un giallo o un blu da correggere, mentre il mio simpatico ometto ci doveva ragionare per lunghi minuti, oh che mal di testa mi faceva veniva, lui mi diceva serio che c’era del porpora da togliere, invece la copia era già verde, io cercavo di dirgli ma guarda che va bene così, ma lui niente, lui sentenziava togli il porpora e niente, neppure se mi mettevo in ginocchio lui avrebbe cambiato la sua idea e mai la sua visione del mondo della fotografia.

Oh santa pazienza!

Ok , io capitolavo, facciamo come vuoi tu, e così tornavamo alla macchina e ricominciavamo da capo, lui mi passava I negativi, io inserivo la filtrazione numerica, e facevo la correzione e poi usciva nuovamente il lavoro e poi di nuovo a visionarlo.

Oh sì I lavori precisi, ma moltissimo precisi a Tac piacevano immensamente, a me invece facevano accrescere il mal di testa…

Secondo voi, ora a correzione avvenuta, le copie potevano essere di suo gradimento ?

No, era un disastro, tutto da rifare una terza volta, e poi una quarta… forse alla quinta iniziavamo ad esserci…

Per 10 copie impiegavamo 3 ore di lavoro quando di solito sono sufficienti 5 minuti, 10 ad esagerare!

Lui prendeva le copie in mano le guardava, le ruotava, sospirava, poi le appoggiava sul tavolo, si allontanava di un passo per osservarle meglio….

Ogni tanto io ci provavo e assumendo il tono più convincente possibile, gli dicevo questa copia è perfetta, lui per un istante pareva crederci,  poi scuoteva la testa, si mordeva le labbra sottili, e infine concludeva che no, non andava, che c’era ancora un 1 terzo di punto di colore da togliere… eh no proprio non mi riusciva di convincerlo…

E lui mi rincuorava dicendo iniziamo ad esserci… era la settima volta che ristampavamo la stessa foto!

Finalmente la copia era perfetta di colore ma d’un tratto esclamava no no no questa linea cade male! La dobbiamo assolutamente rifare…

Voi pensate che la linea fosse storta?

La linea era storta perché lui l’aveva fotografato storta e secondo lui io dovevo metterla a posto e mi diceva così così storza ( forma dialettale del verbo torcere) a destra no a sinistra no aspetta ecco, ora è perfetta!

( Anche io sto perdendo la pazienza…)

Non era uno stampare, con lui era una lotta!

Però Tac era gentile e simpatico!

E mi ha dato anche grandi soddisfazioni! Forse le uniche soddisfazioni che ho avuto dal mio umile lavoro.

Prima di tutto perché mi considerava un’amica e poi nei due suoi libri, a cui io collaborai con la stampa dei negativi originali, Tac mi fece l’onore di citare il mio nome come stampatrice e solo tra parentesi aggiunse il nome del laboratorio.

Per me si trattò di una piccola rivincita nei confronti di quel datore di lavoro che mi aveva detto che come persona valevo zero.

Tac mi diceva : Io nelle mie foto metto la mia verità, io mostro la mia verità, la realtà dei miei occhi…quella che io voglio mostrare.

Va bene, io pensavo, ma di queste foto di wc rotti e con il calcare se ne potrebbe anche fare a meno…

Le sue foto erano di denuncia sul degrado ambientale, una visione cinica e disincantata della realtà. Per esempio le foto delle campagne deturpate dall’estirpazione dei peschi improduttivi, quei peschi capovolti con le radici in su e il legno martoriato dalla sega assumevano una valenza drammatica e quegli erpici solitari bene suggerivano bene l’idea della desolazione in una campagna  fin troppo antropizzata e ora semi abbandonata.

Oppure prediligeva i chioschi della piadina, Tac aveva la passione per le linee che dovevano essere diritte e ben centrate come le righe delle tapparelle.

La sua foto più romantica ? Una foglia caduta in una pozzanghera! Io glielo feci notare e lui mi rispose che avevo ragione ma si trattava a uno scatto giovanile…di quando ancora era un giovane pieno di speranze.

Interessanti le sue foto sul territorio rurale e agricolo, degradato e  antropizzato, foto di desolazione e solitudine, di mezzi agricoli abbondonati in un campo come dimenticati…

Fra le mie memorie dal sottosuolo fotografico Tac è di certo un ricordo gentile.

 

La tenerezza delle lampade accese

lampadeIn fondo il Piccolo Principe si era sempre preso cura di sé e del suo pianeta senza problema alcuno e ora addormentato tra le braccia del pilota non si accorgeva che qualcuno si stava prendendo cura di lui come un fragile tesoro, una vita è sempre un fragile commovente tesoro, un miracolo di cellule e di anima. Come era tenero e un dolce fardello da portare alla luce della luna, come era naturale amarlo e volerlo proteggere, volere prendersene cura così , senza che lui quasi se ne accorgesse, di notte, alla luce della luna, mentre inconsapevole dormiva, come era dolce amarlo e pensarlo…

Un colpo di vento potrebbe spegnere le lampade … e con esse le speranze e la luce nei suoi limpidi occhi.

Occorre prendersi cura delle lampade affinché non si spengano, con tenera delicatezza e leggerezza, senza farsi scoprire, almeno fin al momento in cui il Piccolo Principe si sveglierà…Phlomis

“Sì, dissi al Piccolo Principe, che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile”

“Sono contento, disse il Piccolo Principe, che tu sia d’accordo con la mia volpe”

Incominciava ad addormentarsi, io lo presi tra le braccia e mi rimisi in cammino. Ero commosso. Mi sembrava di portare un fragile tesoro. Mi sembrava pure che non ci fosse niente di più fragile sulla terra. Guardavo alla luce della Luna, quella fronte pallida, quegli occhi chiusi, quelle ciocche di capelli che tremavano al vento, e mi dicevo:

“ Questo che io vedo non è che la scorza. Il più importante è invisibile…”

e siccome le sue labbra semiaperte abbozzavano un mezzo sorriso mi dissi ancora:

“ ecco ciò che mi commuove di più in questo piccolo principe addormentato: è la sua fedeltà a un fiore, è l’immagine di una rosa che risplende in lui come la fiamma di una lampada anche quando dorme…”

e lo pensavo ancora più fragile. Bisogna ben proteggere le lampade: un colpo di vento le può spegnere…

Antoine de Saint-Exupery

Un amico si riconosce (Vinìcius De Moraes)

L’Amicizia e’ un dono. Un amico non si ammaestra, un amico si riconosce e si ama con il cuore. Phlomis

Amici…

Ho amici che non sanno quanto siano miei amici.

Non percepiscono tutto l’amore che sento per loro né quanto siano necessari per me.

L’amicizia è un sentimento più nobile dell’amore. L’amicizia fa sì che il suo oggetto si divida tra altri affetti, mentre l’amore è imprescindibile dalla gelosia, che non ammette rivalità.

Potrei sopportare, anche se non senza dolore, la morte di tutti i miei amori, ma impazzirei se morissero tutti i miei amici!

Anche quelli che non capiscono quanto siano miei amici e quanto la mia vita dipenda dalla loro esistenza…

Alcuni di loro non li cerco, mi basta sapere che esistono. Questa semplice condizione mi incoraggia a proseguire la mia vita. Ma, proprio perché non li cerco con assiduità, non posso dir loro quanto io li amo. Essi non mi crederebbero.

Molti di loro, leggendo adesso questa storia, non sanno di essere inclusi nella sacra lista dei miei amici. Ma è delizioso per me sapere e sentire di amarli,  anche se non lo dichiaro e non li cerco.

E a volte, quando li cerco, noto che loro non hanno la benché minima idea di quanto mi siano necessari, di quanto siano indispensabili al mio equilibrio vitale, perché essi anno parte del mondo che ho faticosamente costruito, e sono divenuti i pilastri del mio incanto per la vita.

Se uno di loro morisse io diventerei storto.

Se tutti morissero io crollerei.

E’ per questo che, a loro insaputa, io prego per la loro vita.

E mi vergogno perché questa mia preghiera è in fondo rivolta al mio proprio benessere. Essa è forse il frutto del mio egoismo.

A volte mi ritrovo a pensare intensamente a qualcuno di loro. Quando viaggio e sono di fronte a posti meravigliosi, mi cade una lacrima perché non sono con me a condividere quel piacere…

Se qualcosa mi consuma e mi invecchia è perché la furibonda ruota della vita non mi permette di avere sempre con me, mentre parlo, mentre cammino, mentre vivo, tutti i miei amici, e soprattutto quelli che solo sospettano di esserlo o forse non sapranno mai di essere miei amici.

Un amico non si fa, si riconosce.

(Vinìcius De Moraes)

Frutti sull’albero della mia piccola vita.

Lasciamo al tempo far maturare le nespole.

A qualsiasi costo, anche a costo di non mangiarle mai, di non assaggiarle mai

Ma intanto devo dire quello che vivo, quello che mi fa vivere, altrimenti sono già morto.

Riguardo al mio scrivere, devi capire che io non riesco a scrivere per scrivere, per il gusto di produrre intuizioni, creare fantasie, elaborare pensieri raffinati.

Quanto scrivo è il risultato di un’esperienza viva; quindi diciamo così si tratta di fiori che sbocciano dal vissuto, oppure di frutti che vengono a maturare spontaneamente a maturare sull’albero della mia piccola vita.

Un tempo io ricercavo la parola, adesso è tutto diverso:

è come se la parola cercasse me!

Se non riesco a scrivere, ad esternare quello che vivo dentro, il mio paesaggio interiore, a mettere in comune con qualcuno quello che vivo mi sembra di essere una macchina allo stop, oppure di avere messo l’anima in parcheggio, o i sogni al ricovero. Quindi hai pienamente ragione: scrivere è un modo d’amare, scrivo perché non riesco a non amare.

Sono nato per questo e per che altro?

da lettere di uno zio per una nipote

Linee allineate.

Brilla,

sola nel mezzo alla città che dorme,

una finestra,come una pupilla

aperta.

Giovanni Pascoli

finestre

Cammini nella notte senza stelle,

ti perdi ti incanti nel buio,

i fari delle auto ti abbagliano,

scarti di lato, rapido, come un animale selvatico,

alzi gli occhi alle finestre illuminate

e immagini la vita che vive dentro

e ti senti estraneo al mondo,

poi guardi le linee parallele sull’asfalto

sono in ordine,

perfettamente allineate,

e poi ritorni.

Poi ritorni a casa.

Non guardo molte cose, ogni tanto mi perdo e mi incanto e poi ritorno. Poi ritorno.

finestre parallele
Io sono dentro ad una casa con la finestra illuminata,

e guardo fuori la quieta disordinata vita del mondo,

immagino la vita là fuori,

il segreto della vita che vive,

che muove, che genera vita,

poi guardo il gatto placido sulla sedia

il lucido granito della cucina,

perfettamente pulito,

e sento due linee allineate nel cuore,

spengo e vado a dormire.

Il palloncino.

balloons-

Il palloncino

Tenevi per mano il filo del palloncino della festa,

ne eri fiero e contento,

il vento diede un lieve strappo, attento…

che il filo non ti scappi, un altro alito di vento

il filo si spezzò, distrutto e divelto,

e tu scoppiasti in un pianto dirotto.

Era un giorno di festa,

c’era la giostra con i cavalli e i balocchi,

c’era il mercato con lo zucchero filato e lo scroccadenti,

ma tu tenesti il broncio,

mamma ti ricomprò il palloncino

ma uguale non lo trovasti

e questo non era come quello,

il tuo ordine infranto e alterato,

dal cavallino non volevi più scendere,

i tuoi lunghi calzetti bianchi sui corti pantaloni,

occhi neri, accesi di pianto.

palloncino

Via via il palloncino della mia vita

volò via lontano

in un pianto cristallino,

in un ramo del freddo sole d’ inverno

il palloncino s’impigliò,

io te lo ritrovai

smarrito e scolorito,

sbuffato e mogio

te lo restituii,

ma tu tenesti il broncio,

incrociasti le braccia e dicesti

non so che farne !

io lo guardai:

stupido sciocco palloncino

con il viso di un puffo

di un triste stantio azzurro.

(foto da pixabay)

L’amore si cura con l’amore.

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Sottotitolo : Una pastiglia e … vai!

Mi trovavo in un momento un po’ di molta difficoltà, quando salta la pressione e il coperchio esplode via con forza facendo danni da ogni lato … a ricaduta in seguito a esplosione nucleare mi piovvero addosso  una serie di consigli non richiesti tipo:

” secondo me devi andare dallo psichiatra”, tanto per non dirti che sei schizzata…

” secondo me se ti lasci guidare da uno psichiatra…”, forma leggermente più gentile

“un piccolo aiuto : andare lo psichiatra.”, sì un piccolo aiuto al suo portafoglio, così io sono costretta a lavorare per pagare lui, ovvero un circolo vizioso di depressione…

“secondo me ci devi andare, secondo me basta una pastiglia, la prendi per un qualche tempo, ti sistemi la testa e poi torna tutto a posto…” cioè torni rassegnata a vivere una vita di cui non senti il sapore ma ne avverti un sottile profumo che ti inebria a tal punto da darti le vertigini…

“eh ma è perchè tu ti sei data degli obbiettivi troppo alti, abbassa la tua asticella…” ora mi devo allenare per il salto con l’asta.

“perché non ti butti sul lavoro così dimentichi tutto il resto?”, sì così ti rendo sul lavoro e sto a testa bassa…

“ma perchè perchè non sei felice cosa ti manca, hai tutto.”, il ricatto, il senso di colpa PERCHE’ ? non sei felice ma tu hai tutto!!! Ingrata, egoista, viziata, immatura, sputi sul piatto in cui mangi, la gente muore di fame e tu muori d’amore?

“hai tutto, cosa ti manca?” Che cosa ?

“Vai da questo tal dei tali psichiatri, lui è uno bravo, le pastiglie le calibra lui…”

ah sì che lui le calibra, io pensavo, tanto è vero che questo psichiatra qui beve alcool e poi prende una pastiglia per abbassare il tasso alcolemico nel sangue e superare i controlli stradali, oppure mangia i cibi grassi e poi prende un’altra pastiglia per non assorbirli , e poi dicono che è uno bravo. Bravo bravo…

io non bevo alcool e non mangio grassi e faccio senza pastiglia…

“io lo dico per il tuo bene vai dallo psichiatra una pastiglia e vai…”

oppure questa le batte tutte:

“perché non fai un bambino!!!” come se un bambino fosse un giocattolo o uno scherzo da prendere sul serio…

Mi guardavano tutti con certi occhi stralunati, misti di pietà e compassione, oh la poveretta, le è saltato il cervello, che sguardi truci e trucidi che avevano per me, tu finisci male, tu sei pazza, tu non stai più lì con la testa, tu vuoi amare ?, perché perché tu vuoi amare, che diritto hai di farlo, ma insomma rassegnati…la vita è questa, una rassegnazione, riconoscere i propri limiti, rinunciare ai sogni, accettare il fatto che tu l’asticella non la salterai mai !

E mi sono interrogata perché le persone volessero portarmi dallo psichiatra, mettendo sotto accusa il mio modo di amare. E davano giudizi, consigli, sentenze quando avrei voluto soltanto essere compresa e ascoltata.

Ma da quando in qua l’amore, sentire affetto,  volere darne e volerne ricevere, è oggetto da psichiatri? L’affetto, l’amore, lo sa bene Alda Merini, sono oggetto di poesia e niente altro, fanno parte del mistero dell’esistenza umana e riuscire a provarli è un altro dono, inspiegabile come la vita.

cuore palloncino

L’amore si cura con l’amore.

Sono folle di te, amore
che vieni a rintracciare
nei miei trascorsi
questi giocattoli rotti delle mie parole.
Ti faccio dono di tutto
se vuoi,
tanto io sono solo una fanciulla
piena di poesia
e coperta di lacrime salate,
io voglio solo addormentarmi
sulla ripa del cielo stellato
e diventare un dolce vento
di canti d’amore per te.

Alda Merini.

Certo questa è pazzia, delle più gravi… E’ poesia !

Allora, una pastiglia… e vai!

Ma Qualcuno mi ha risposto così:

“Di’ che ci vadano loro, dallo psichiatra”

ed io gli dato retta, era la cosa più sensata che avessi mai ascoltato.

 

(foto da pixabay)

(avvertenza : questo testo non contiene traccia alcuna di polemica o di giudizio negativo nei riguardi della psichiatria, trattasi di libera espressione di pensieri personali)

 

Angoli senza tempo.

angoli nuovi e  mutevoli

da scoprire a Brisighella,

in una domenica autunnale senza tempo,

mentre la vita prosegue nel suo movimento

e le bandiere paiono meste e stanche.

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